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3. Le Revenant

Passò qualche giorno da quello strano incontro.

Le giornate erano scandite da una routine fissa e assolutamente prevedibile.

Tre volte al giorno la nuvoletta nera in smoking che avevo sentito chiamare Kurogiri da Shigaraki mi portava da mangiare.

Per quanto fosse inquietante, era sempre particolarmente gentile e silenzioso. Nessuna espressione traspariva dai suoi enormi occhi gialli.

Probabilmente, non è nemmeno umano, pensai. Eppure, ci sono dei momenti in cui ho l'impressione di riuscire a percepire qualcosa oltre quella scura foschia...

I pasti erano sufficienti per quantità e accettabilità di sapore, alcuni anche meglio dei cibi precotti che mangiavo generalmente fuori da lì.

Dopo pranzo, faceva il suo ingresso Shigaraki che mi minacciava di farmi a pezzi, imprecava, si grattuggiava il collo e mi ordinava di unirmi a loro.

Dopo tre giorni di quella tiritera, fui quasi tentata di accettare solo per farlo smettere di agitarsi in quel modo. Risi tra me e me pensando che avrebbe dato di matto dopo aver effettivamente appurato che in un combattimento tutto quello che avrei potuto fare sarebbe stato dirgli se il nemico se la stesse facendo sotto o meno.

Ma comunque, scacciai immediatamente quel pensiero. Per certi versi, ero incosciente e con un istinto di conservazione pari a zero; ma decidere di prendere apertamente per il culo il capo dei Villain senza, per di più, avere assolutamente nulla con cui difendermi, sarebbe stata una mossa da squilibrati.

Perciò, continuai a ripetere al ragazzo dai capelli azzurri che stava totalmente perdendo il suo tempo con me. Niente, la sua mente era completamente ottenebrata e non voleva sentire ragioni.

La sera del terzo giorno, fece la sua comparsa nella mia "camera" una ragazzina.

Dall'aspetto, doveva essere di parecchi anni più giovane di me, ma non saprei dirlo con certezza.

Bionda, occhi gialli e allungati, vestito da scolaretta e un'espressione un po' troppo sorridente stampata sul viso.

I suoi occhi mi scrutarono attentamente e il suo sorriso, per quanto possibile, si allargò ancora di più.

Attivai il mio Quirk e riconobbi una gamma di emozioni che non mi sarei mai aspettata di leggere nel suo sguardo: calore, gioia... eccitazione?

Aspetta un attimo... le piaccio per caso?

"Oooh Konan sei davvero bellissima!!" la sua voce era decisamente troppo acuta. "Io sono Toga Himiko, sono sicura che noi due diventeremo ottime amiche! Vuoi diventare mia amica, non è vero Konan? Eh?".
Continuava a guardarmi con quegli occhietti gialli rigirandosi tra le mani un grosso coltello.

"Le tue guance sono così carine" continuò con la stessa vocetta eccitata "così morbide e rosa... il tuo sangue deve essere davvero buono...".

Di scatto balzai in piedi, mentre la ragazzina saltellava allegramente verso la mia direzione con la stessa espressione inquietante.

"Ehm, certo che voglio essere tua amica, Himiko" cercai di sorridere, ma probabilmente mi uscì una specie di smorfia "ma non si fa del male agli amici, non ti pare?".

Per un attimo mi guardò con aria interrogativa, riflettendo intensamente sulle mie parole. Poi, quasi a voler scacciare un pensiero, riprese a sorridere "ma io non voglio farti del male! Voglio solo assaggiare il tuo sangue!".

Ero chiusa in una dannata stanza con una ragazzina che saltellava in giro con un coltello e non avevo assolutamente nulla con cui difendermi.

Dopo aver tentato di allontanarla e di sfuggirle girando intorno per la stanza, Toga riuscì a bloccarmi. Era piccola, ma decisamente più allenata e forte di me. Mi afferrò il polso e con il coltello mi ferì il braccio. In realtà, la ferita era davvero superficiale, anzi, probabilmente ero stata io stessa che, dimenandomi tentando di liberarmi, mi ero ferita ancora di più.

In quel momento, accaddero parecchie cose.

Per prima cosa, naturalmente, al tocco della ragazzina il mio Quirk si attivò.

Io voglio amare, voglio essere amata...

No, il mio amore fa del male alle persone,

mamma e papà mi hanno detto che non si fa!

Sii una brava bambina, diligente, generosa...

Ma io lo amo, voglio essere una cosa sola

Voglio sentire il suo sangue scorrere insieme al mio

Quello che stavo provando era un dolore strano, dolce-amaro, confuso... psicotico. Non aveva niente a che vedere con la sofferenza che mi aveva provocato sentire le emozioni di Shigaraki.
Questa ragazzina in cuor suo era davvero convinta di amare e di desiderare l'amore sopra ogni cosa; anzi, a modo suo, amava in maniera incondizionata.

Il problema era il come questo desiderio di amore si manifestava...

La seconda cosa che accadde fu che, insieme al mio, si attivò il Quirk di Toga. Impegnata com'ero con la mia Unicità, infatti, non mi resi minimamente conto che la ragazzina aveva leccato il sangue dalla mia ferita e adesso mi ritrovavo davanti la mia esatta copia.

Era come guardarsi allo specchio, con l'unica differenza che l'immagine riflessa era decisamente molto più sorridente di me.

Per un attimo mi chiesi che cosa stesse facendo ferma immobile davanti a me; poi, a giudicare dallo sguardo attento e concentrato con cui mi guardava negli occhi capii: stava provando il mio Quirk.

Toga adesso era decisamente più seria e mi si avvicinò con cautela. Mi toccò il braccio e la vidi fare una smorfia silenziosa, mentre sul suo petto riuscivo a scorgere la sagoma di una cicatrice che andava comparendo.

Interruppe il contatto continuando a guardarmi negli occhi; poi vidi il mio riflesso sciogliersi in un liquido grigiastro e riapparve la ragazzina.

"Shigaraki-san!!" urlò Toga aprendo la porta di scatto "Ha detto la verità, non sta mentendo! Può essere mia amica, anche se il suo Quirk non serve a niente??".

Inutile dire che Shigaraki non credette nemmeno alle parole di Toga.

Col tempo scoprii che aveva una tale fiducia nei confronti del suo maestro da non riuscire ad accettare nulla all'infuori delle sue parole. Per cui, se All for One gli aveva detto che il mio Quirk gli sarebbe servito, lui mi avrebbe avuta, indipendentemente dal buon senso e perfino dalle parole dei suoi stessi compagni.

E poi, il quarto giorno, lui decise di ricomparire.

Aveva la solita espressione arrogante dipinta sul viso. I capelli, visibilmente sporchi, ricadevano sui suoi occhi azzurri, occhi che fissavano un punto indistinto sulla parete. La giacca di pelle con cui l'avevo conosciuto era stata sostituita da una maglietta nera a maniche corte che mi permetteva di scorgere altre bruciature sulle braccia e sul petto.

Rimase in silenzio per parecchi secondi continuando a guardare tutta la stanza, ad esclusione di me.

Sembrava quasi sulla difensiva, come se stesse cercando in giro qualcosa di minaccioso che poteva nascondersi dietro le mura spoglie. Con estrema lentezza giunse davanti al materasso su cui ero seduta. Indugiò ancora qualche secondo; poi, probabilmente, si convinse che non sarebbe successo assolutamente nulla e si accomodò anche lui, mantenendo una certa distanza da me.

"Toga mi ha detto del tuo Quirk" disse ad un tratto, continuando a non guardarmi negli occhi. Il suo tono di voce era molto cupo e tratteneva a stento una rabbia feroce.

In quel momento capii: evitava di guardarmi perché non voleva che lo usassi su di lui.

Questo pensiero mi fece arrossire e, forse per la prima volta in tutta la mia vita, pensai che la mia Unicità non fosse affatto una barzelletta.

In fondo, le emozioni sono tutto quello che abbiamo, tutto quello che ci rende vivi. Io accedevo senza alcun diritto, senza chiedere il permesso, a quel mondo segreto e sconosciuto che chiunque cerca di proteggere o nascondere sotto strati e strati di meccanismi difensivi.

Improvvisamente, provai vergogna per quel dono che non avevo chiesto, che non volevo, ma che continuava a creare solo dolore, adesso non soltanto a me.

Dabi non poteva sapere che il mio Quirk con lui non si era attivato, che non ero riuscita a leggere nulla.
Probabilmente adesso pensava che io fossi a conoscenza di un suo segreto, di qualcosa di molto importante che non doveva essere rivelato...

Possibile che mi sentissi in colpa per qualcosa che non avevo fatto?

Pensai che dirgli la verità avrebbe alleviato quella sgradevole sensazione.

"Per quanto assurdo ti possa sembrare, con te non ha funzionato".

"E questo che cosa vorrebbe dire?" il suo tono di voce faceva paura.

"Proprio quello che ho detto. Non so se sia stata una perdita momentanea per mancanza di energie; fatto sta che, l'ultima volta che sei stato qui, la mia Unicità non si è attivata".

Ancora quel silenzio. Riuscivo a sentire il ticchettio dei suoi pensieri ed era davvero rumoroso.

"E perché diavolo dovrei crederti" adesso era visibilmente incazzato, ma continuava a non guardarmi "per quanto ne so puoi anche avermi fatto il lavaggio del cervello l'ultima volta...".

Scoppiai a ridere senza ritegno. Dabi ne fu visibilmente infastidito.

"Andiamo Dabi, se hai parlato con Toga sai benissimo che non sono in grado di fare alcun lavaggio del cervello. Tutto quello che posso fare è leggere le emozioni guardando qualcuno negli occhi o, al massimo, conoscere il suo ricordo più doloroso se vengo toccata.
Se proprio vuoi, mi si può accusare di violazione di privacy, ma certamente non di lavaggio del cervello! E poi" il mio tono di voce si addolcì "ti ripeto che, per quanto riguarda te, non sono riuscita a leggere assolutamente nulla".

Il ragazzo rimase ad ascoltarmi, in silenzio, con espressione indecifrabile.

Solo dopo parecchi istanti prese un profondo respiro e mi guardò.

La vista dei suoi occhi posati nuovamente sui miei fece aumentare il ritmo del mio cuore.

Konan, ma che diavolo ti prende?

"E adesso, che cosa leggi?" pronunciò quelle parole con una tale profondità da farmi venire i brividi.

Mi concentrai sul suo sguardo cercando di attivare il mio Quirk.

Nulla, assolutamente nulla.

"Non funziona" dissi con voce quasi imbarazzata "non saprei spiegarti il perché, ma non funziona".

Dabi aveva un'espressione indecifrabile. Credo pensasse lo stessi prendendo in giro.

"E perché non mi sembri sorpresa minimamente dalla cosa?".

"Oh no, ti sbagli" dissi con tono troppo alto agitando le mani "mi sorprende eccome. È solo che non sei la prima persona con cui la mia Unicità non si attiva".

Dabi studiò la mia espressione. Pensai cercasse di capire se stessi dicendo o meno la verità.

Il suo sguardo si posò, poi, sul mio petto.

"Le tue cicatrici" chiese "compaiono quando qualcuno ti tocca?".

"Non esattamente" spiegai "più la persona che ha un contatto fisico con me sta provando emozioni molto forti, più alta è la probabilità che si attivi la mia unicità. Non è una semplice visione: io sento realmente cosa hanno sentito nel momento più intenso e atroce della loro vita. La cicatrice è la conseguenza di quel dolore".

Dabi mi guardava perplesso. Stranamente, tutta la sua spavalderia era improvvisamente venuta meno.

"Quante sono?" domandò.

"Con l'ultima lasciata da Toga siamo a nove" risposi senza scompormi.

Respirò rumorosamente.

Perché mi sembrava fosse dispiaciuto?

"E quindi, tra queste non c'è la mia?" i suoi occhi continuavano a passare in rassegna tutte le mie ferite.

Feci di no con la testa, poi aggiunsi "Almeno, non dall'ultima volta. Vuoi fare un altro tentativo?".

Mi guardò con un'espressione strana, sembrava un misto tra il curioso e l'allarmato.

"Ma non ti importa del dolore?" fu la prima volta che riuscii a sentire nel suo tono di voce un pizzico di preoccupazione.

Istintivamente sorrisi. "Non preoccuparti" dissi poi "ci sono abituata".

Vidi la sua mano avvicinarsi esitante al mio corpo. Prima di poggiarsi sulla mia spalla, si fermò un momento guardandomi negli occhi, quasi a volermi chiedere il permesso.

In risposta, avvicinai la mia mano alla sua e la accompagnai delicatamente a toccare la mia pelle. Riuscivo a sentire il calore della sua mano sulla spalla destra. Emanava un tepore piacevolissimo. Avrei voluto piegare il collo e poggiarci sopra la mia guancia. Chiusi gli occhi per tentare di concentrarmi.

Anche questo tentativo fu inutile.

"Niente, non funziona" gli dissi con un mezzo sorriso e un'alzata di spalle.

Dabi continuava a guardarmi con un'espressione incuriosita, mentre la sua mano indugiò ancora sulla mia spalla.

Non potevo dirlo con certezza, ma mi sembrò sollevato.

"É davvero una coincidenza strana, bellezza" disse poi alzandosi in piedi "tutte le mie cicatrici me le sono inferto da solo, mentre le tue sono provocate da altri. E adesso, pare che l'unico in grado di non farti del male sia proprio io... beh, sembra proprio che il destino ci stia prendendo per il culo!".

Lo guardai perplessa per qualche secondo.

Poi scoppiai a ridere. In un certo senso, era vero.

Lo vidi dirigersi ridendo verso la porta.

Mi armai di un po' di coraggio e gli dissi "perdonami Dabi, dato che il tuo capo non si è ancora convinto della mia inutilità nella Lega, sarebbe possibile... ehm... avere qualche libro?".

Dabi mi guardò con una faccia indecifrabile "Libro?" ripeté.

"Si beh, dato che dovrò stare qui dentro non so ancora per quanto tempo, almeno evito di annoiarmi mortalmente. Andiamo, anche nel Medioevo concedevano di leggere ai prigionieri!".

Lui continuava a guardarmi in modo strano. Sembrava scioccato, incuriosito, stranito... non saprei dire in realtà.

Poi scosse la testa ridendo girandosi verso la porta.

"Vedrò quello che posso fare, dolcezza" disse divertito prima di chiudersi la porta alle spalle.

Per quale assurda ragione stavo sorridendo?

*Immagine: https://unsplash.com/s/photos/hands-touching

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