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24. No time to die


Konan’s POV

Erano passati diversi giorni da quando Natsuo era uscito per sempre dalla mia vita lasciandosi alle spalle uno strascico di lacrime e un retrogusto incredibilmente amaro. Erano stati giorni pesanti in cui la consapevolezza di aver perso una delle persone più importanti della mia vita diventava poco a poco più tangibile.

Avevo provato invano a scrivergli o a chiamarlo, ricevendo di rimando soltanto la voce metallica della segreteria telefonica. Alla fine, per quanto la sola idea mi facesse malissimo al cuore, decisi di smetterla. Accettare la sua decisione era difficile da sopportare, ma il bene che nutrivo nei suoi confronti superava la voglia egoistica di tenerlo vicino.

Natsuo non mi avrebbe perdonata, non ne sarebbe stato in grado e io non avrei potuto fare nulla per fargli cambiare idea.

Dopo quella incredibile apparizione televisiva, di Touya si erano completamente perse le tracce. Non un messaggio, non una chiamata. Si era volatilizzato come cenere nel vento. Io provavo a smetterla di preoccuparmi per lui, ma ogni volta che sentivo una macchina della polizia a sirene spiegate, d’istinto guardavo il telefono in preda ad una paura che non riuscivo a controllare.

Fuyumi rispose al mio messaggio soltanto il giorno successivo, scusandosi per l’attesa con la sua solita gentilezza. Mi aveva scritto che in quel momento era parecchio occupata a risolvere questioni familiari e che si sarebbe fatta sentire nei giorni seguenti per organizzarci per un caffè.

Con il mio solito pessimismo ero certa che, una volta parlato con Natsuo, avrei perso anche lei, estirpando dalla mia vita l’ultima traccia rimasta dei Todoroki.

E invece, con mia grande sorpresa, dopo due giorni Fuyumi mi scrisse proponendomi di vederci per il giorno successivo. Mi sentii felice di ricevere quel messaggio, per quanto fossi abbastanza sicura che si sarebbe trattato di un incontro per chiudere definitivamente la parentesi della nostra amicizia come persone civili.

E così, in quel pomeriggio ghiacciato di inizio gennaio, salii sul treno direzione Tokyo con una sgradevolissima sensazione nello stomaco.

Giunta al bar indicato da Fuyumi, la riconobbi nel suo cappottino bianco, intenta a leggere un libro. Mi avvicinai a lei con lo stesso spirito di chi sta salendo sulla forca. Lei avvertì la mia presenza alzando lo sguardo dalle pagine. “Konan” esclamò con tono amichevole alzandosi dalla sua sedia.

Deglutii a vuoto, cercando di raccogliere le parole “Fuyumi, io non so davvero…”, ma la ragazza mi interruppe prima ancora di terminare la frase “so già tutto, Konan” disse, prima di abbracciarmi con forza stringendomi a sé “è tutto ok”. Nel calore delle sue braccia fredde mi sentii protetta, per certi versi sollevata e mi lasciai andare ad un pianto liberatorio “mi dispiace così tanto…” singhiozzai.

“Non avevi scelta” sussurrò lei continuando ad abbracciarmi “l’hai fatto per…” e lì si interruppe un attimo tirando su con il naso “l’hai fatto per il bene di mio fratello”.

Sciolsi l’abbraccio guardandola negli occhi “come sta Natsuo?” le chiesi provando una fitta allo stomaco.

Mi rivolse un leggero sorriso “ha bisogno di tempo, Konan”. Abbassai lo sguardo, annuendo.

Fuyumi mi indicò il tavolo con un gesto della mano “perché non si sediamo?”.

Eseguii la richiesta con gesto meccanico. Probabilmente si accorse della mia faccia incredibilmente afflitta dato che aggiunse “Natsuo ti vuole un gran bene, Konan… e, nonostante tutto, vuole un gran bene a Touya, indipendentemente dalle scelte che abbia voluto fare nella sua vita. Sono certa che prima o poi gli passerà”.

Le sorrisi, aggrappandomi alle sue parole come se si trattasse di un salvagente. “Grazie Fuyumi” mi limitai a risponderle.

Ricambiò il sorriso, avvicinando la tazzina di caffè alle labbra. “Bevi qualcosa?” mi chiese vedendo il cameriere avvicinarsi al nostro tavolo.

“Un caffè macchiato, per favore”. Il ragazzo prese l’ordinazione e poco dopo mi portò la mia tazzina bollente.

Lo sorseggiai sentendomi pervasa da quel piacevole tepore che solleticò la mia gola. Poi mi allungai ad afferrare la mia borsa, cercando il pacchetto di sigarette.

“Non sapevo fumassi” esclamò Fuyumi, porgendomi involontariamente la stessa domanda che pochi giorni prima mi aveva rivolto il fratello.

Arrossii mentre il calore iniziò a propagarsi sulle mie guance “si beh… non è che fumo veramente. È da una settimana a questa parte che ogni tanto ne fumo una o due… una brutta abitudine che ho preso da…” mi interruppi, realizzando che entrambi i fratelli Todoroki fossero fumatori. Mi grattai la testa, leggermente imbarazzata “beh, a dire la verità, non so chi dei due ne sia stata la causa”.

Fuyumi mi osservò per qualche secondo, prima di rivolgermi un sorriso luminoso. “Touya ha iniziato presto” disse con voce sognante rievocando vecchi ricordi “papà gli trovò il primo pacchetto nascosto nello zaino a 12 anni. Andò su tutte le furie”. Rise a quel pensiero e io feci lo stesso immaginando la scena.

“Sì, se poteva fare qualcosa per fare arrabbiare nostro padre, stai certa che l’avrebbe fatta” proseguì con tono allegro “una volta si è presentato a casa con i capelli tinti di rosa e una felpa leopardata. Disse che era in periodo glam rock… dovevi vedere la faccia di Endeavor”.

Scoppiai a ridere, incapace di potermi trattenere di fronte a quell’immagine. Immaginare Touya adolescente mi fece battere il cuore, ma nello stesso identico istante, mi intristì. Non c’era più nulla, nel Dabi che avevo conosciuto, di quella spontaneità, di quella forma di anticonformismo sano che più o meno ogni giovane passa. Di quella vampa rimaneva soltanto il sentimento più becero della distruzione, dell’angoscia. Di quella freschezza cristallina rimaneva soltanto qualche piccolo sprazzo che di tanto in tanto riusciva a sorgere in mezzo a quell’arida disillusione.

Fuyumi poggiò delicatamente la sua mano sulla mia, quasi volesse aiutarmi a riemergere dall’oblio in cui di tanto in tanto mi perdevo. “Parlami di lui” mi disse con voce incredibilmente dolce.

Quella domanda mi spiazzò. Sentii i miei battiti accelerare “non credo ti piacerebbe molto quello che potrei raccontarti. Non è un racconto piacevole come i tuoi aneddoti…”.

“Non mi interessa sapere del Villain” disse lei sorridendomi “per quello bastano i telegiornali. Vorrei conoscere il tuo pezzo, quello che mio fratello ha condiviso insieme a te”.

Cercai un attimo di raccogliere le idee, sospirando. “Touya è… è complicato” mi sfuggì una risatina amara. “È incredibilmente difficile riuscire a stare dietro ai suoi repentini sbalzi d’umore. L’ho conosciuto nel peggiore tra i modi possibili, eppure, fin da subito ha nutrito nei miei confronti una gentilezza strana che mi ha portata a fidarmi, in un certo senso”.

Inalai un tiro di sigaretta, mentre Fuyumi pendeva dalle mie labbra “quando l’ho incontrato la prima volta, era difficile per me riuscire a comprenderlo, coartato com’era con le emozioni. Poco a poco, però, quella strana e spessa corazza ha iniziato a cadere, almeno in parte. È così che sono riuscita a vederlo veramente: un ragazzo spaventato, ferito, che ha creduto di non avere altra scelta se non intraprendere la strada del male”.

Mi passai una mano sul viso, mentre davanti a me, anche gli occhi di Fuyumi erano diventati lucidi “non sono riuscita a fargli cambiare idea, mi rendo conto di quanto sia dannatamente pretenziosa questa frase, ma in un certo senso ci speravo” sorrisi. “In mezzo a tutto quel sangue, a quelle cicatrici estese, c’è un uomo meraviglioso. Sono riuscita a vederlo, anche solo per qualche secondo…”. Lì le mie parole si interruppero, sentendo una fitta attraversarmi il petto.

Gli occhi di Fuyumi continuavano ad essere puntati nei miei “è stato fortunato” disse con voce emozionata “ad averti vicino. Sono felice che ci fossi tu accanto a lui, Konan”.

A quella frase sentii le mie guance bagnarsi di lacrime, sebbene pensassi che Fuyumi fosse davvero troppo buona con me.

“Non ho fatto assolutamente… aah!” provai a dire, ma il dolore al petto divenne ancora più forte. mi piegai in due per il dolore, premendomi una mano sul cuore tentando, invano di provare a placarlo.

“Konan, stai bene?” mi chiese con tono preoccupato.

“Sta’ tranquilla” le dissi “solo qualche stupido dolore interco… aah!” un’altra fitta, ancora più forte della precedente mi squarciò il petto. Le mie mani iniziarono a tremare, mentre nella testa si formarono i contorni poco nitidi di immagini confuse.

Sentii sotto la pelle le vene riscaldarsi sempre di più, quasi come se il sangue fosse stato sostituito dal fuoco. Ogni cellula del mio corpo stava bruciando.

“No, tu non stai bene per niente!” esclamò Fuyumi allarmata, ma sembrava che la sua voce provenisse da molto lontano “ti accompagno all’ospedale”.

Le mie gambe si mossero da sole e, senza riuscire a controllarle, mi trovai in piedi mentre la mia amica continuava a fissarmi con sguardo preoccupato.

Dovevo andarmene. Non sapevo il perché, ma lo sapeva il mio corpo.

Stava per succedere qualcosa di incredibilmente brutto e non era quello il posto in cui avrei dovuto essere.

Un’altra fitta mi trafisse il cuore, costringendomi a chiudere gli occhi respirando a fatica.

“Devo… devo andare, Fuyumi” dissi con la voce spezzata.

“Konan hai bisogno di essere visitata” mi rispose lei.

“Io… devo… andare” scandii quelle parole con tono disperato.

“Lascia almeno che ti accompa…” ma la interruppi quasi urlando “ti prego, Fuyumi, fidati di me” sebbene in quel momento non mi fidassi nemmeno io di me stessa.

Lei continuò a guardarmi preoccupata “Konan, che sta…?”.

“Si tratta di Touya” esclamai, senza nemmeno sapere il perché, ma a quanto sembrava, lo sapeva il mio Quirk. Fuyumi si bloccò spalancando gli occhi “cosa..”.

“Ha… ha bisogno di me” le dissi continuando a pressare una mano sul petto, ma cercando di sembrare rassicurante. Possibilmente mi uscì una specie di ghigno più che un sorriso, ma in quel momento non mi importava “ti chiamo più tardi, te lo prometto” le dissi.

Corsi fuori dal locale senza voltarmi indietro, ignorando le parole di Fuyumi che mi chiedeva di aspettare.

Non avevo la più pallida idea di dove stessi andando, non conoscevo quella zona di Tokyo e con ogni probabilità mi sarei persa. Il punto era, però, che il mio corpo sapeva esattamente dove dirigersi. Le mie gambe correvano spedite per le strade, prima di girare a destra o a sinistra a seconda degli incroci.

Il bruciore sotto la pelle diventava sempre più forte, mentre sentivo il petto pugnalato da mille lame roventi. Mi mancava il fiato, ma il mio corpo continuava a correre.

Sta bruciando! urlava la mia mente, lo sta facendo a pezzi.

Le lacrime appannavano i miei occhi astigmatici rendendo ancora più difficile quella corsa disperata verso l’ignoto.

Dopo parecchi metri, mi accorsi che molta gente correva con passo spedito, ma nella direzione opposta rispetto a quella in cui stavo correndo io. Il mio cuore iniziò ad accelerare ancora di più. Oltre i grattaceli di fronte a me, si alzava minacciosa un’enorme nuvola di fumo che non prometteva nulla di buono. E per quanto non avessi razionalmente idea di cosa stessi facendo, sapevo che il mio corpo mi stesse conducendo lì.

Alla fine della strada di fronte a me, nonostante il fumo e la mia cattiva visuale, riuscii a scorgere una pattuglia della polizia che impediva il passaggio. Continuai a correre nella loro direzione, ritrovandomi due agenti a sbarrarmi la via “signorina non può passare da qui, è pericoloso. Deve andare via!”.

“Lasciatemi passare, vi prego” li implorai, mentre il dolore pulsava al punto da rendermi difficile perfino parlare.

“Non mi ha sentito?” disse uno dei due agenti “non si può passare!”. Mi afferrò per il braccio costringendomi ad allontanarmi. In quel momento il calore sotto la pelle divenne insopportabile. Chiusi istintivamente gli occhi sentendolo bruciare fin sulle tempie.

“Aaah!!” un grido di dolore si alzò dai due uomini accanto a me. Aprii gli occhi e li trovai raggomitolati a terra, i volti deformati in una maschera di terrore ed evidenti bruciature sulle braccia e sul petto. La macchina della polizia stava bruciando, mentre i due agenti alzavano le mani tremanti verso di me in segno di resa “la prego… non ci uccida” biascicarono con voce tremante.

Non avevo tempo per fare domande, non avevo tempo per capire che cosa stesse succedendo. Li ignorai proseguendo la mia folle corsa.

Touya, era questa l’unica parola che stava bombardando la mia mente.

Con le gambe sfinite e i polmoni doloranti, giunsi all’origine del fumo. Mi si mozzò il respiro di fronte a quello spettacolo devastante.

Davanti a me, si ergeva una sorta di Ground Zero fatto di fiamme e palazzi fumanti. In cielo continuavano a ronzare i fastidiosi droni dei giornalisti. Al centro di quella specie di inferno, si ergevano tre figure. Nonostante, la pessima visuale, sapevo di chi si trattasse: Shoto, Endeavor e Touya.

Quella era la resa dei conti della famiglia Todoroki, ma non c’era assolutamente nulla di epico in quello spettacolo.

Erano tutti e tre ridotti malissimo, segno che stessero continuando da parecchio tempo. Il corpo di Shoto era riverso a terra, allo stremo delle forze. Endeavor stava tossendo, il suo costume era lacerato e bruciato su più punti. Touya se ne stava piegato in due, provando a respirare. Perfino da quella posizione riuscivo a vedere i segni di ferite importanti e il sangue colare dai suoi vestiti logori riversandosi sul terreno come fosse pioggia.

Touya alzò lo sguardo, tenendo un braccio sullo stomaco, rivolgendo ad Endeavor un ghigno sprezzante. Solo in quel momento mi accorsi dei suoi capelli: bianchi come la neve.

“Facciamola finita, vecchio mio!” urlò alzando la mano tesa verso suo padre lanciando fiamme blu parecchio deboli. Nonostante l’evidente stanchezza, il Number One Hero riuscì a scansarle con facilità. Quel singolo attacco aveva fatto accasciare Touya a terra, incapace, ormai, di reggersi in piedi.

Vidi Endeavor sollevarsi sopra il ragazzo preparandosi ad attaccare nuovamente. Touya era allo stremo delle forze, ero certa che non sarebbe stato in grado di difendersi.

Una nuova fitta mi trapassò il petto costringendomi ad emettere un lamento di dolore. In quel momento, Touya si voltò nella mia direzione, spalancando gli occhi accorgendosi della mia presenza.  

Poi, tutto accadde velocemente.

Hellflame” urlò Endeavor sfoderando la sua arma più micidiale.

Il mio corpo si mosse nuovamente da solo correndo verso Touya che continuava ad urlarmi di scappare, ma non ero in grado di sentirlo. Le orecchie fischiavano, incapaci di ascoltare alcun suono all’infuori del fuoco.

Mi parai davanti al suo corpo qualche attimo prima che le fiamme di Endeavor lo colpissero.

Chiusi gli occhi, lasciandomi di nuovo pervadere dal calore, come era accaduto qualche attimo prima con i due agenti.

Lascia che bruci, sussurrò la mia mente, incredibilmente calma, lasciale andare.

Sentii il calore abbandonare il mio corpo scorrendo come un fiume.

Il dolore sparì improvvisamente. Mi sentivo tranquilla, rilassata.

Aprii gli occhi riuscendo a scorgere immagini confuse. Era come se stessi guardando una pellicola a rallentatore.

Vedevo fiamme blu uscire dalle mie braccia e dal mio petto, distruggendo tutto ciò che incontravano. Pezzi di droni cadevano come pioggia inquietante insieme ai calcinacci degli scheletri dei palazzi.

Vidi Endeavor precipitare al suolo, mentre il suo Hellflame gli era rimbalzato addosso.

Era tutto incredibilmente lontano.

Una strana sensazione di pace si era impadronita del mio cuore.

“Konan…” una voce appena accennata giunse dalle mie spalle. A dire la verità, Touya stava urlando, ma ciò che giunse alle mie orecchie era meno di un bisbiglio.

Mi toccò la gamba, allontanando immediatamente la mano, al contatto con la mia pelle.

È vivo, sussurrò la mia mente, sei stata brava Konan.

Sorrisi, ancora immersa in quella strana depersonalizzazione. Vidi lentamente le fiamme estinguersi dal mio corpo, delineando i contorni del mio petto nudo sotto al maglione ridotto completamente a brandelli.

“È tutto finito” dissi ad alta voce voltandomi leggermente “sei al sicuro, Touya".

Sorrisi, mentre il fuoco si spense del tutto. Le mie gambe iniziarono a tremare e le mie palpebre diventarono incredibilmente pesanti "Non... non credo mi sia rimasta abbastanza forza anche per me” dissi continuando a sorridere.

Prima ancora che le braccia di Touya potessero afferrarmi, prima ancora che le sue lacrime di sangue potessero bagnare il mio viso, stramazzai al suolo.

"Ti amo" sussurrai con un filo di voce.

Poi, non vi fu nient’altro all’infuori del buio.

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