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20. What do you want from me


Dabi’s POV

“Buon natale Dabi-san!” cinguettò Toga passandomi un bicchiere di spumante. Alzai leggermente lo sguardo e la vidi sorridermi prima di mettersi a volteggiare ballando per il salone e mostrando a tutti la sua benda da pirata con estrema fierezza.

Fissai per alcuni secondi il calice tra le mie mani prima di tracannarlo. Era uno spumante pregiato, come tutto quello che ci circondava da un po’ di giorni a quella parte. La nascita del Fronte di Liberazione del Sovrannaturale aveva portato non poche novità nelle nostre squallide esistenze e adesso ci ritrovavamo in splendidi saloni a mangiare cibo di qualità, serviti e riveriti come dei cazzo di principi.

Non ero ancora abituato a bere roba del genere al punto che talvolta mi mancava perfino quell’alcool disgustoso distillato da Kurogiri. Almeno avevo la certezza che quella sostanza nera e disgustosa distruggesse a dovere le mie cellule cerebrali permettendomi di dimenticare, almeno per qualche ora, la merda che mi circondava. Le bollicine dei ricchi non producono lo stesso effetto.

 Povero Kurogiri, pensai, chissà come se la starà passando in questo momento. A dire il vero, riflettei un momento dopo, con estrema probabilità in quel warpgate non c’era assolutamente nulla di umano: possibilmente, essere al Tartato o tra loro non avrebbe fatto alcuna differenza per lui. Eppure, dovevo ammettere che un po’ quella Nuvoletta scura mi mancava: era sempre incredibilmente silenzioso e leale e la sua cucina non era poi così male.

Mi stiracchiai sul divano in pelle decidendomi ad alzare il culo posteggiato lì da non so quanto tempo.

“Ehi Dabi, vieni a ballare con noi” mi invitò Twice “non stare sempre con quel muso lungo… vai a farti fottere!”.

“Grazie, preferirei impiccarmi” dissi con sguardo annoiato dirigendomi verso la terrazza esterna e accendendo una sigaretta.

L’aria era gelida e punzecchiava la mia pelle martoriata in maniera decisamente fastidiosa. Avevo bisogno di un bagno, ma in mezzo a tutti i cambiamenti delle ultime ore non ne avevo avuto materialmente il tempo né la voglia.

Ero stanco, stanco come poche volte in vita mia e quell’attesa mi stava esasperando.

Shigaraki si era rinchiuso in laboratorio con il dottore già da tre giorni e, con molte probabilità, non sarebbe uscito molto presto. Chissà che altre diavolerie aveva architettato quel deficiente del mio capo. Dopo il riconoscimento della sua superiorità da parte di Re-Destro era anche peggiorato, per quanto fosse possibile.

Mi grattai distrattamente la spalla e udii un leggerissimo tintinnio. Mi abbassai a raccogliere un anellino che si era staccato dalla mia pelle.

Stai cadendo a pezzi, Dabi.

Lo raccolsi rigirandolo tra le dita. E la mia mente andò per l’ennesima volta a Konan, alla sua mano tesa mentre mi mostrava quel braccialetto improvvisato. “Chissà se lo porti ancora, ragazzina” chiesi tra me e me iniziando ad avvertire una ormai familiare sensazione di dolore impossessarsi delle mie viscere.

Aspirai profondamente un altro tiro. Konan era diventata un cazzo di chiodo fisso. Mi ero ritrovato a contare i giorni dall’ultima volta che l’avevo vista, come un alcolizzato che segna sul calendario l’ultima volta che si è fatto un bicchierino.

Il suo volto continuava a tormentare i miei sogni da innumerevoli notti mentre di giorno mi torturavo sperando di riconoscerla tra gli sguardi degli sconosciuti. Quell’idea mi eccitava e terrorizzava contemporaneamente. Se l’avessi vista, magari mano nella mano con qualche bastardo, non sarei stato in grado di reggere. Ma che cosa potevo aspettarmi?

Le luminarie illuminavano la strada sottostante mentre la gente passeggiava allegra. Il suono delle canzoncine di Natale mi dava il voltastomaco. Non era esistito mai alcun Natale per me, né un compleanno né un’altra fottutissima festa. Quel periodo dell’anno non faceva altro che ricordarmi quanto facesse schifo la mia vita e questa sensazione acuiva ancor di più il mio già pessimo umore.
Durante le feste era come se la società si aspettasse da te che fossi semplicemente sorridente e felice e quell’ipocrisia becera mi faceva incazzare da morire.

Mi voltai verso il salone che si era appena trasformato in una sala da ballo. Vidi Toga che ballava abbracciata a Twice mentre il multiplo le accarezzava delicatamente i capelli.

Non ce la facevo più, un altro minuto e avrei perso completamente la testa.

Mi diressi a grandi falcate verso l’uscita ignorando gli sguardi curiosi dei membri del fronte e la voce acuta di Toga che mi urlava “Dabi-san, dai ora balla tu con me!”.

Accesi la moto e sfrecciai come un pazzo per le strade di Tokyo fottendomene dei limiti di velocità e dei pedoni che mi lanciavano maledizioni.

Imboccai l’autostrada mentre il vento gelido mi frustava la faccia.

Non sapevo bene cosa dirle né quale reazione avrei avuto trovandomela davanti. Con molta probabilità non l’avrei nemmeno trovata a casa, del resto notti come quella si passano in compagnia. Quel pensiero non fece altro che aumentare la fitta al centro del mio petto.

Giunsi davanti alla sua abitazione in meno di 40 minuti con il cuore che stava per uscire dalla gabbia toracica.

Vidi le luci accese e per un attimo pensai di rimettermi sulla moto e tornare indietro. Ma i miei piedi si stavano già muovendo da soli lungo il piccolo viale.

Suonai il campanello con un dito stranamente tremante. Falla finita Touya, mi rimproverai mentalmente.  

La porta si aprì e sull’uscio apparve Konan con gli occhi visibilmente assonnati e con addosso un pigiama ridicolo.

Dio, possibile che anche conciata in quel modo riusciva comunque a farmi lo stesso dannatissimo effetto?

Vidi la sua espressione cambiare di colpo quando realizzò chi si trovasse davanti.

Trattenni il fiato per un secondo.


Konan’s POV

Per un attimo pensai si trattasse di un'allucinazione. Mi ritrovai a chiedermi mentalmente se stessi dormendo o se avessi bevuto decisamente troppo.

Stava lì fermo davanti a me con un'espressione indecifrabile e non diceva una parola.

Dopo parecchi secondi di silenzio agghiacciante, se ne uscì con l'ultima frase che mi sarei mai aspettata pronunciasse "buon Natale Konan".

Il suono della sua voce mi fece ridestare da quella sorta di trance in cui ero caduta.

“Che cosa ci fai tu qui?” chiesi con espressione incredibilmente seria e il fiato corto.

“Ma ciao anche a te, ragazzina” mi rispose con una nota di ironia nella voce “anche io sono molto felice di rivederti”.

Lo osservai per qualche secondo: aveva un aspetto decisamente orrendo. Le sue bruciature erano visibilmente peggiorate; nuove cicatrici si erano sommate alle vecchie e la pelle rossastra aveva un’aria incartapecorita e disidratata… e Dio, aveva urgentemente bisogno di una doccia.

Lo tirai dentro casa chiudendo la porta prima che passanti curiosi potessero notarlo.

“Un mese e mezzo” sbottai incapace di trattenere il mio nervosismo “è passato un mese e mezzo e hai davvero la faccia tosta di ripresentarti qui?”.

Mi guardò con un’espressione strana: sembrava non capisse cosa volessi dirgli “ti sono mancato così tanto, bellezza?” mi canzonò con la sua faccia da schiaffi “lo so, mi sono fatto attendere un po’, ma sono stato parecchio impegnato ultimamente”.

I miei pugni si strinsero da soli: la voglia irrefrenabile di colpirgli la faccia era difficile da contenere “certo, immagino che giocare al massacro di innocenti comporti un impegno a tempo pieno”.

Mi lanciò uno sguardo truce “cosa ti fa pensare che fossero innocenti? Non esistono persone innocenti a questo mondo”.

“Ti prego, risparmiami la tua filosofia da quattro soldi, Dabi” gli lanciai un’occhiata velenosa.

“Dabi?” pronunciò quella parola come se si trattasse di una parolaccia “l’ultima volta non hai usato questo nome…”.

“Ti prego falla finita” lo ignorai bruscamente.

Mi rivolse uno sguardo truce “che problemi hai, Konan?”.

“Che problemi ho io?!?” urlai in preda ad una rabbia cieca ignorando totalmente il suo sproloquio “che problemi hai tu! Mi hai detto addio, mi hai detto che saresti sparito per sempre dalla mia vita. Mi hai detto di dimenticarti, di essere felice, di ricominciare da capo…”. Sentivo il mio corpo tremare, mentre la mia gola grattava per via delle urla. Ripresi fiato sentendo, mio malgrado, le lacrime sedimentarsi agli angoli degli occhi. Cercai di ricacciarle: quello non era affatto il momento di piangere. “Ti ho implorato di restare” proseguii con tono basso e roco, smettendo di urlare, sebbene ciò che provassi in quel momento avesse voglia di esplodere “ho detto di amarti e in risposta te ne sei andato dicendomi che con te non c’è futuro. Ti rendi lontanamente conto di quello che ho passato in questo periodo cercando di farmene una ragione? Di andare avanti, di mettere una pietra sopra a questa cosa… a questo niente che abbiamo condiviso? E adesso, rispunti come se niente fosse aspettandoti un’accoglienza calorosa da parte mia. Ma che cazzo pensi che sia io? Il tuo giocattolo? O sei talmente sadico che l’idea di giocare in questo modo con i miei sentimenti ti eccita? Che cazzo vuoi ancora da me, Dabi?”.

Mi guardava con un’espressione insolitamente seria, quasi funerea. Si passò la mano tra i capelli unti spostandoli dalla fronte, sospirando rumorosamente “credi che per me sia stato facile?”, la sua voce sembrava provenisse dall’oltretomba.

“Dimmelo tu” sbottai con tono tra il disperato e il furioso “giorni e giorni a chiedermi se fossi ancora vivo mentre i telegiornali non facevano altro che parlare di orrori. Quanto sangue c’è su quei vestiti luridi, Dabi?”.

“Non penso che tu voglia saperlo davvero” mi rispose con un tono che non ammetteva repliche.

“No, infatti. Io… io non so più chi mi ritrovo davanti, credimi. Anzi, la verità è che non l’ho mai saputo” una mezza risatina isterica mi sfuggì dalle labbra.

Dabi mi osservava con espressione indecifrabile, come al solito.

“Mi hai già detto addio tre volte” dissi guardandolo negli occhi “per quanto ancora vuoi giocare a spezzarmi il cuore?”.

Lo vidi irrigidirsi mentre una strana aura di tristezza si impadronì del suo volto.

Abbassò leggermente lo sguardo prima di convincersi a parlare “Volevo vederti, Konan” era come se quelle parole gli costassero una grande fatica e le cercasse dentro il pavimento “vorrei che non fosse così, ma è la verità. Ho provato a toglierti dalla mia testa, a dimenticarmi dei tuoi sorrisi, della tua voce, del tuo calore, ma non ce l’ho fatta…”.

Si passò nuovamente la mano tra i capelli diventati troppo lunghi “che posso dirti? Ero convinto che a quest’ora sarei già diventato un cadavere” una risata amara gli uscì dalla bocca “invece, ancora una volta, sono sopravvissuto. E in questa dannatissima sopravvivenza, c’eri sempre tu a tormentarmi”.

Una familiare sensazione di calore si impadronì delle mie guance, ma la ignorai: non sarebbe certamente stata una frase del genere a farmi cedere. Oppure si?

“Ho rischiato di perdere la vita a Deika” proseguì confermando i miei sospetti sulla partecipazione dei villain a quell’orrore “a dire la verità, l’abbiamo rischiata tutti. Quando quello strano essere con quel quirk del cazzo mi ha attaccato per la quarta o quinta volta di fila ero certo che per me la partita fosse giunta al termine. E sai qual è la cosa divertente?” chiese riprendendo a guardarmi negli occhi “che in quel momento non ho pensato a quel bastardo di mio padre e al fatto che non avrei più potuto farlo fuori… ho pensato a te, Konan. Ho pensato a quanto mi sarebbe piaciuto rivedere il tuo viso rosso per l’ultima volta, all’odore dei tuoi capelli, alla tua insopportabile dolcezza. Assurdo, non trovi?” di nuovo quella strana risata triste.

Stupido cuore, la smetti di accelerare così tanto?

“Ma alla fine, ce l’abbiamo fatta! Le cose sono parecchio cambiate nella Lega, anzi, a dirla tutta non esiste più una Lega. Ma questa parte della storia te la risparmio. Il punto è che mi sono torturato per giorni portando la mia moto a ridosso di Kamakura prima di fare dietrofront e tornare sui miei passi. C’era questa sgradevolissima sensazione proprio qui, tra lo stomaco e il petto. Non so cos’è, so solo che ogni volta che stavo accanto a te passava…”. Abbassò nuovamente lo sguardo: era rossore quello che gli stava colorando la pelle sana del viso?

“Sembra… sembra che io non sia in grado di rimanere per troppo tempo lontano da te…” il suo tono di voce era diventato talmente basso che faticai per distinguere le parole “è stata una cazzata allontanarmi da te, Konan, me ne sono accorto troppo tardi”.

In quel momento sembrava un bambino colto con le mani nel barattolo di nutella.

A quelle parole sentii il mio cuore battere decisamente troppo forte e la mia rabbia scemare lentamente dal mio corpo. Era una sorta di strana… confessione? Beh, non proprio, o forse sì, o forse beato lo psicologo in grado di capirlo! Certamente, aveva toccato alcune corde particolarmente sensibili del mio essere che avevano fatto crollare la mia furia come un castello di carta. Era davvero bastato che mi dicesse questo per farmi completamente sciogliere?

Purtroppo, sì.

“Già… ma probabilmente è stata una cazzata ancora più grande decidere di tornare” disse senza nemmeno attendere una mia risposta, voltandosi verso la porta d’uscita con sguardo basso “avrei dovuto prevederlo”.

“Che cazzo stai facendo?” mi scappò dalla bocca senza alcun filtro: la sua reazione improvvisa mi aveva totalmente destabilizzata.

Si voltò osservandomi con sguardo triste “quello che avrei dovuto continuare a fare… stare lontano dalla tua vita”.

Chiusi gli occhi mordendomi le nocche per la rabbia mentre osservavo la sua schiena allontanarsi.

“Che tu sia maledetto, Touya Todoroki!” sbottai “ce l’hai un posto dove dormire per stanotte?”.

Si bloccò osservandomi con un mezzo sorriso e gli occhi decisamente troppo luminosi “vuoi che rimanga?”.

“Vuoi andartene di nuovo?” gli risposi seccamente “tanto ormai sei qui, il danno è fatto. Puoi dormire sul divano. Vado a prenderti degli asciugamani puliti così puoi lavarti. In frigo ci sono…”.

“Non posso dormire con te?” ancora quella voce incredibilmente dolce: non sembrava nemmeno lui.

“No Touya, non puoi dormire con me” risposi con tono fermo e probabilmente troppo brusco.

Mi osservò per parecchi secondi studiando il mio corpo quasi volesse scoprire degli indizi. Poi, di colpo domandò “stai con qualcuno?”.

Sospirai, distogliendo lo sguardo, ben sapendo dove volesse andare a parare “non credo che questi siano affari tuoi”.

Mi lanciò uno sguardo di fuoco prima di incalzarmi con un’altra domanda “stai con Natsuo, non è vero?”.

“Nemmeno questi sono affari...”.

“Se stai con mio fratello è un cazzo di affare mio!” sbraitò perdendo improvvisamente tutta la dolcezza di pochi attimi prima.

Gli rivolsi uno sguardo severo sostenendo il suo e avanzando di qualche passo “Natsuo è un bravo ragazzo, può darti la vita che meriti…” gli ricordai le sue stesse parole di più di un mese prima, canzonandolo.

Imprecò alzando gli occhi al cielo “che cazzo, Konan! Non puoi avermi preso sul serio, sono stronzate che si dicono”. Gli lanciai un’occhiataccia che non ammetteva repliche “ahà, cazzate che si dicono, certo”.

“Quindi è un sì?” mi ignorò totalmente mentre il suo tono diventava disperato.

“Quindi è un non sono cazzi tuoi!” gli risposi sfidandolo con lo sguardo.

Vidi i suoi occhi diventare di fuoco mentre le sue mani iniziarono a illuminarsi di blu. Nonostante la paura iniziasse a impadronirsi del mio corpo, mi sforzai di rimanere ferma e sostenere il suo sguardo. “Hai intenzione di incenerirmi, Dabi?” lo sfidai.

Mi rivolse l’ennesimo sguardo truce, prima di voltarsi contro la parete serrando i pugni ed estinguendo le fiamme dalle sue mani.

“Fantastico!” esclamò con la voce da completo folle “non bastava tutta la merda con cui ho dovuto fare i conti in questi mesi… ci voleva pure che il mio dannato fratellino se la facesse con la donna che…”.

Si interruppe di colpo imprecando sottovoce.

Lo guardai con espressione scioccata, mentre il mio cuore iniziò a correre. Mi avvicinai di un altro passo “con la donna che?” lo incalzai.

Continuò a guardarsi i piedi. “Niente” disse alzando per appena una frazione di secondo gli occhi su di me.

“Che cosa stavi per dire?” gli chiesi con voce decisamente più calma rispetto a prima.

“Non ho detto niente, cazzo!” sbraitò continuando a guardare il pavimento.

La delusione mi si dipinse in volto “bene, buonanotte Dabi” chiusi la conversazione avviandomi a grandi passi verso la mia stanza da letto.

“Konan” mi chiamò appena arrivata davanti alla porta della mia camera. La sua voce era ritornata improvvisamente dolce “ti prego, ho bisogno di saperlo”.

Sospirai sonoramente osservando la sua espressione triste che per qualche strana ragione mi intenerì “non stiamo insieme” gli risposi. Vidi il suo volto distendersi immediatamente e allargarsi in un sorriso “non stiamo insieme, ma è una persona a me molto cara. Mi è stato molto vicino in questo periodo”.

Vidi il suo sorriso sparire immediatamente “questo vuol dire che scopa..?”.

“Buonanotte Touya” mi affrettai a rispondere chiudendomi la porta alle spalle. Sbuffai sonoramente lasciandomi cadere sul materasso. Era veramente insopportabile, così dannatamente infantile, egoista ed egocentrico… già, e io ero un’idiota che aveva totalmente perso la testa per lui.

In quale mondo una persona come me, così incredibilmente tranquilla e ordinaria poteva finire per innamorarsi di un assassino inquietante? Dio, ero diventata davvero un cliché vivente: la brava ragazza che finisce per invaghirsi del bad boy sperando di poterlo cambiare con il suo amore. Robe del genere funzionano solo nei romanzetti rosa per ragazzine e a me quei libri non erano mai piaciuti.

La verità era che Touya non sarebbe cambiato e, di certo, non sarebbe cambiato per me. Se avessi avuto un minimo di coerenza e di cervello avrei dovuto buttarlo fuori a calci in culo nel momento stesso in cui mi aveva salutata. Ma non ne sarei stata in grado.

Quello che sentivo per lui non era razionale, non aveva alcun senso logico… ma da quando in qua i sentimenti ce l’hanno?

Mi era mancato da morire e volevo fargliela pagare, almeno un po’, sebbene fossi consapevole di avere decisamente poco autocontrollo quando si parlava di quel ragazzo. Ma per quanto mi facesse incazzare, per quanto mi mandasse fuori di testa, sapere che fosse lì, a pochi metri da me e che fosse tornato, era sufficiente per farmi sentire realmente felice.


*Immagine: https://whiteatticpapers.tumblr.com/image/166812165423
 

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