Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Chapter V - Cinderella

Il fatto che Brandon non si stesse togliendo dal mio campo visivo, mi urtava, e parecchio «dovresti ringraziarmi invece di trattarmi così di merda, sono andato a togliermi il profumo solo per te» annunciò, guardandomi dall'alto verso il basso.

Odiavo quando la gente mi scorrazzava attorno, facendomi la radiografia e odiavo ancora di più quando erano i maschi a farlo.

Piccola parentesi, odiavo il genere maschile.

Avrei preferito farmi sbranare da dei lupi che buttarmi nuovamente tra le braccia di qualcuno, avevo provato persino con un ragazza ma nulla, l'avevo solo usata.

In ogni caso, avevo sofferto troppo per poter amare nuovamente. L'amore era per i deboli, per gli ingenui che non si rendevano conto delle bugie.

L'amore era sempre stato menzogna ed io non ne avevo bisogno, in più non avevo bisogno di un uomo accanto, nemmeno come amico.

«Oh, polaretto» annunciai, fulminandolo con lo sguardo «che gentiluomo che sei, peccato che nessuno te lo abbia chiesto. Sarebbe stato meglio, così avrei potuto starnutirti addosso e non averti intorno. E per la cronaca, non è che sei stronzo, è proprio il tuo io a renderti insopportabile ai miei occhi» lui corrucciò le sopracciglia, buttando fuori le labbra e inclinando la testa.

Mi fissò intensamente con quelle sue iridi blu e mi fece andare fuori di testa.

Lo detestavo.

Non aveva nemmeno senso perché non lo conoscevo, eppure non riuscivo a fidarmi.

Ero un totale cazzone.

Lui sorrise, mostrando i denti bianchissimi «tralasciando tutte le parole inutili di prima, il succo sarebbe che non mi sopporti?» girai la testa di lato e, prima che potessi anche sospirare, lui si alzò dalla sua tremenda posizione e mi fissò dall'alto.

Mamma mia, avevo già sottolineato quanto fosse alto? «E poi, che diamine sarebbe questo "polaretto"?»
La domanda, che supposi essere..beh, una semplice domanda, ne uscì fuori come un ringhio arrogante che quasi non mi esplosero i capelli in testa.

Odiavo quel ragazzo, non lo sopportavo.

Il che mi rende logorroica perchè credevo di averlo pensato almeno venti volte nell'arco di due ore, soprattuto nel momento in cui avevo conosciuto la sua maledettissima lingua, che mi aveva fatta girare le palle per altrettante ore.

Quindi si, lo odiavo tremendamente «nulla, è un semplice soprannome che ti ho attribuito» lui tirò una soffiata con le labbra verso i suoi capelli, disordinati e crespi sulla fronte.

Il ciuffo si sollevò di poco ma non si mosse dalla sua posizione, Brandon quindi, alzò la mano e se lo spostò indietro, guardandomi nuovamente.

Mi sorrise a trentadue denti e quasi non mi abbagliò.
Questo fu un bene, se non voleva ritrovarsi il mio pugno sul suo bellissimo faccino «ma niente, visto che qui amate tanto i soprannomi..» biascicai, girandomi di spalle e cominciando a camminare verso gli spogliatoi femminili.

Ero imbarazzata dal suo silenzio.

Vaffanculo.

Guardai distrattamente l'orologio posto sopra gli armadietti, accorgendomi con orrore che fossero già le 10.05, ero già in ritardo di cinque minuti e già sul punto di sbraitare, mettermi a piangere dalla rabbia e urlare.

Brandon mi fu subito dietro, seguendomi, non solo con lo sguardo ma anche fisicamente «se non l'avessi capito, Tìa, non sei particolarmente portata per dare soprannomi» mi fu subito accanto e sottolineò svogliatamente il mio soprannome «oh, non dimentichiamo quello stronzo» soffiò fuori con le labbra e si portò, teatralmente, la mano al cuore «mamma mia, che pessimo gusto.»

Contai mentalmente fino a dieci, prima di poter commettere un omicidio in cinque secondi ma non ci riuscì.

Sospirai rumorosamente mentre una ragazza mandò un bacio a Brandon da lontano.

Lui le fece l' occhiolino ed io alzati gli occhi al cielo.

Lo fulminai con lo sguardo e incrociai le braccia «ti chiamano Bri. Bri, capisci? È un nome da troia! E penso che tu sia anche maschio, un maschio con un nome da troia! Cosa ne puoi sapere tu di soprannomi?»

Continuai a camminare senza sosta, nonostante non sapessi dove caspita andare, non avevo chiesto a nessuno dove si trovasse la palestra e ben che meno lo spogliatoio, ero una stupida e me ne rendevo conto solo adesso.

Brandon buttò nuovamente le labbra fuori e corrugò la fronte.

Nota: a quanto pare riusciva a pensare solamente con questa faccia da cazzo.

Poi aprì le labbra e schioccò le dita, riportando lo sguardo sul mio viso.

Dovevo fargli davvero pena perché si avvicinò senza che io potessi fare nulla.

Mille brividi mi attraversarono il corpo e lo fissai mentre si abbassava alla mia altezza «ahhh, così mi ferisci. Non ho assolutamente un nome da troia ma se mi dessi la possibilità, riuscirei a trovarti un bellissimo soprannome» lo disse sottovoce, guardandomi negli occhi.

Io trattengo il respiro e lo fissai schifata, alzando gli occhi al cielo.

Gli misi le mani sul petto e lo spostai di getto, rigirando i tacchi e accelerando sempre di più il passo «passo, grazie» urlai di rimando.

Brandon continuò a parlare ininterrottamente, sbattendo le palpebre e venendomi dietro come un cane.

Ma questo ragazzo non aveva un cazzo da fare che starmi dietro il culo.

Non so, qualche conquista da fare? «Octavia? Mhh, Octi? Octella? Ostetrica...nah, non c'entra nulla» lo ignorai, continuando a girare a vuoto fin quando mi resi conto di aver visto l'armadietto color porpora almeno tre volte.

Mi fermai sbuffando, guardandomi in giro e ignorando categoricamente il ragazzo accanto a me.

Speravo d'intravedere un segnale, un qualcosa.

Nel mentre l'orologio segnava le 10.20 mentre Brandon arrestava il suo flusso di parole «ma ora che ci penso, sono minuti che giriamo intorno con una tuta in mano» disse infine.

Mi buttai la tuta e le mani in faccia, soffocando un gridolino disperato «senti un po', non hai lezione?» buttai acida.

L'urlo rimbombò per il corridoio vuoto della scuola e Brandon fece spallucce «ora buca, comunque dicevo, che lezione hai?»

Alzai la tuta e lo fissai come per sottolineare quanto fosse scemo e lui scoppiò a ridere come un matto «che cosa ci trovi di divertente?» Sbraitai, mi sarebbe venuto mal di gola, io lo sapevo.

Lui si asciugò le lacrime, dovute alle forti risate e poi si rivolse a me «niente, pensavo a quanto fossi stupida a ritardare alle lezioni del professor Brown, come minimo ti spezza a metà» sbiancai di colpo e quasi non collassai a terra per il nervosismo.

Dio, che giornata di merda «vorrei ricordarti che oggi è il mio primo cazzo di giorno, non so nemmeno dove si trova il bagno!»

Lui scacciò l'aria con le mani e poi mi indicò una porta alla mia destra «quello è il bagno delle ragazze» poi spostò l'indice e mi mostrò il corridoio a sinistra -io svoltavo sempre a destra- «alla fine di quel corridoio si trova la palestra, svitata» tossì dalla vergogna, fulminandolo con lo sguardo.

Svitata a chi? Razza di menomato.

Non lo fissai negli occhi, ero così arrabbiata.

Lo odiavo «dirmelo prima no?» lui roteò gli occhi ma non disse nulla.

Dal canto mio, lo ignorai.

Ne avevo abbastanza di quel ragazzo.

Mi girai, dandogli le spalle, e mi incamminai verso il corridoio, magari mi sarei cambiata in palestra, ero già in ritardissimo.

Deglutì sommessamente e mi portai una mano al petto, ogni volta che quel tipo era nei paraggi il mio cuore non smetteva di battere incessantemente, era un sentimento terribile ma maledettamente fastidioso.

E non perché mi facesse effetto.

Mi faceva salire il nervoso.

Dire che la palestra era enorme era un eufemismo bello e buono, gigantesca era l'aggettivo giusto.

Probabilmente era delle stesse dimensioni dell'intero paese: il campo era prettamente di basket, con ampie panchine e tribune mentre due canestri rendevano tutto più maestoso.

Senza farmi vedere, almeno speravo, mi mossi fino a quelli che credetti fossero i bagni o comunque gli spogliatoi.

Entrai velocemente notando, con mia somma felicità, tutti gli armadietti con i rispettivi numeri per poter posare gli effetti personali.

Odiavo enormemente gli armadietti, erano inutili e soprattutto, portarmi una chiave ogni volta e ricordarmi il codice, mi faceva uscire fuori di testa.

Comunque, non ci volle molto a trovare il 22 e dopo aver posato tutto ed essermi cambiata come se fossi Flash in persona, uscì nuovamente.

La prima cosa che ri-notai fu la puzza di sudore che mi fece salire la colazione del giorno prima alla gola, come seconda cosa, la calcagna di studenti.

In realtà non che si facesse granché, il solito branco di cheerleader perfettine se ne stava in disparte con un piccolo stereo a provare quelli che sarebbero stati i promessi passi.

Beh, tecnicamente erano tutte profondamente annoiate dalla ragazza bionda che, insieme ad altre due ragazze, stava cercando di richiamare l'attenzione su di sé ballando sulle note di 16 shots.

Era parecchio scoordinata e fuori tempo, si muoveva esattamente com'ero solita fare io il Lunedì mattina.

Al centro campo, invece, il professore fischiava contro gli alunni di basket di quell'ora.

Probabilmente del quarto anno come me perché non vedevo mio fratello in giro, amava il basket -ovviamente dopo il football-, quindi non avevo lezione con le quinte.

Mi sentì male e lo stomaco mi si chiuse in una morsa, avevo ansia.

Anzi no, era l'ansia ad avere me.

Respirai sommessamente, muovendomi, come una svitata, per la palestra.

Per mia sfortuna, il professore si accorse di me perché lanciò un fischio così forte che tutto si fermò, gli "atleti" iniziarono a lamentarsi di quante volte erano stati fermati quel giorno e le cheerleader buttarono un sospiro di sollievo.

Poi venne verso di me.

Aveva un passo pesante e veloce, alto almeno 1.67, pochi capelli in testa e gli occhi verde smeraldo, non poteva avere meno di cinquant'anni. Mi ricordava molto il coach di Teen Wolf «e tu chi saresti ragazzina?»

La voce era acuta, oserei dire da racchia, il che era alquanto strano per un professore maschio.

Tutti spostarono lo sguardo su di me e lui mi fissò intensamente, aspettandosi una mia risposta, che, ovviamente, non arrivò mai «ragazzina, allora? La lingua è al posto giusto oppure no?» Come minimo ti spezza a metà.

Scossi velocemente la testa, riprendendomi e lasciando perdere le parole senza senso di Brandon.

Era terrificante, si, ma non era minaccioso.

Dai, era anche più basso di me!

Sorrisi tirata e presi il pezzo di carta che mi aveva portato Brenda quella mattina, porgendolo al professore «buongiorno e scusi il ritardo, sono Octavia Morrison, la nuova ragazza. Mi ri-scuso per il ritardo ma purtroppo non sono riuscita a trovare la palestra» lui prese il foglio, guardandomi così furioso che quasi credetti di essere diventata cenere e poi iniziò a leggere il contenuto del pezzo di carta.

Alzò velocemente lo sguardo verso di me, borbottando un "ragazzina impertinente e molto fortunata" e, riporgendomi il foglio, iniziò ad urlare «sei fortunata solo perché oggi la signorina Smith non era disponibile e non ha potuto farti visitare la scuola, la prossima volta non sarà ammesso questo ritardo di 32 minuti, siamo intesi signorina?»

Iniziai a contare mentalmente per non saltargli addosso, chi si credeva di essere questo vecchiaccio? Signorina poi, in che anni eravamo? E poi, non era più comodo dire mezz'ora, cos'è questo 32 minuti, ha contato i minuti e i secondi?

Sorrisi nuovamente forzata «cristallino, prof.» lui urlò più forte, fulminandomi con lo sguardo «coach» mi corresse «dato che ci sentiamo molto presuntuosi e intelligenti, tanto da dare tutta questa confidenza e non notando nemmeno i propri errori, signorina mi sa proprio che sia il momento di raggiungere le sue compagne» mi indicò le ragazze sedute in tribuna che guardavano annoiati la bionda di prima «siamo proprio a corto di ragazze quest'anno e, soprattutto, la signorina Hale è perfetta per mettere in riga le signorine che hanno smarrito la vera coerenza come lei. E ora si muovi perché non ho intenzione di rivederla fino alla prossima lezione» dettò ciò, non mi lasciò nemmeno il tempo di urlargli quanto fosse malato e maleducato, che se ne andò.

Avrei preferito prendere una nota disciplinare che farmi parlare in quel modo, ma chi si credeva di essere! Avevo una rabbia che mi fece mordere il labbro fino a farlo sanguinare, maledetto, lo odiavo.

In realtà odiavo tutti in quella scuola, era il primo giorno e già volevo scappare.

Mi girai tremendamente annoiata verso la biondina e mi diressi a passo pesante verso di lei, probabilmente aveva assistito a tutto perché appena arrivai, la prima cosa che fece fu scoppiarmi a ridere in faccia e tendermi la mano «Monica Hale per renderti docile e buona e farti capire chi comanda qui dentro e in questa scuola» guardai schifata sia lei che la sua mano e incrociai le braccia al petto.

Non mi sarei fatta prendere in giro di nuovo da queste persone.

Anche questa biondina doveva evitare di trattarmi così, mi sembrava di aver scritto cogliona in faccia, tra poco mi avrebbero insultato anche i gatti «grazie ma credo che accettando la tua mano mi possa fluire qualche forma di veleno nel sangue e vorrei evitare» le sorrisi a mia volta e sorpassai lei e le sue amiche, che mi guardarono come se fossi uno scarafaggio da schiacciare.

Mi girai quando una di loro iniziò a starnazzare «ma chi ti credi di essere?» a parlare fu una ragazza orientale, molto carina se non fosse altamente stupida e credetemi, per come mi avevano etichettata tutti, potevo benissimo etichettare anch'io.

Mi dispiace Les, non ero io il cliché qua dentro visto che di timido non avevo nulla, lo era questa scuola di merda.

Capitani di football famosi e ora erano spuntate anche il trio delle cheerleader pazze, andavamo bene.

Monica sorrise e si mise davanti l'amica «so difendermi da sola Arisa, evita di mettermi in imbarazzo così» sbottò, rimproverando la compagna che provò a scusarsi.

Da non crederci «quanto a te, spero ti vorrai scusare per la pagliacciata di prima e di avermi umiliata pubblicamente, dovresti sapere che non si stuzzica il can che dorme, soprattutto se sono io. Magari se ti scusi a dovere, potrei anche perdonarti» avevo solo una parola per descrivere questo essere.

Deficiente.

E mi dispiaceva davvero per chi lo fosse realmente, ma questa era proprio stupida, tanto bella quanto stupida.

E la cosa che mi fece ribollire il sangue fu la sua altezza, almeno 6 cm più alta di me, 1.75 spaccato.

Molto probabilmente potevo fare la matura per una volta.

Sorrisi falsamente e tossì, girandomi verso la bionda «senti, magari siamo partite col verso sbagliato ma non sono un cane da mettere al guinzaglio. Quindi o cerchi di evitarmi e di non rompermi le scatole e potremmo andare d'amore e d'accordo. Detto ciò, continua a ballare come una gallina 16 shots e lasciamoci tutto alle spalle» mi girai nuovamente e andai a sedermi sulle tribune.

Le ragazze sedute mi degnarono di sguardi così strani e inquietanti che mi fecero venire la pelle d'oca.

Roba da matti, erano tutte terrorizzate da Monica, Arisa e l'altra ragazza, da guardarmi come se stessi andando al patibolo.

La bionda tossì, schioccando le dita e fulminandomi con lo sguardo.

Dal canto mio, portai le mani al mento e la fissai annoiata e lei decise d'ignorarmi.

Fu un bene perché non ne potevo già più, volevo tornare a casa e leggere.

Sbadigliai mentre Monica portava un fascicolo davanti la faccia di tutte le presenti, tranne me.

Ovviamente «come sapete, oggi ci saranno le selezioni per il nuovo capitano, ovviamente Leslie vorrà partecipare ma purtroppo per lei dovrà recuperare matematica, quindi? Nessuno? O beh, che disdetta, anche quest'anno dovrò salire io» disse con finta ingenuità.

Il silenzio che ne scaturì fu così imbarazzante che il mio lato irrazionale prese il sopravvento, alzai la mano prima che me ne rendessi conto.

Sarebbe stato bello ritornare sui miei passi, ritornare a ballare e sentirmi libera, in più con un avversario come Monica vincere sarebbe stata una passeggiata.

Questo fece non poco male al mio orgoglio ma le ragazze mi avevano avvertita di quanto non sopportassero più quella stupida e nemmeno io, se ero costretta, per colpa di Brown, a stare con loro per tutto il semestre, almeno potevo evitare di avere come capitano una come lei.

«Questa è pazza» borbottò qualcuno davanti a me verso una ragazza con molte lentiggini e dei capelli rossissimi.

Lei abbassò la testa, non dicendo nulla.

Le ignorai e fissai Monica con aria di sfida, sapevo di poter vincere, anzi, ne ero sicura.

Lei mi fulminò con lo sguardo «bene, novellina, ci vediamo dopo pranzo al campo di football» accavallai le gambe e la fulminai a mia volta «non vedo l'ora.»

«Tu hai fatto cosa?» sbottò Brenda, seduta accanto a mio fratello.

Con mio grande disappunto eravamo tutti in mensa e non solo ero già nella bocca di tutti per aver sfidato pubblicamente Monica Hale, ma mi ritrovavo seduta con gli svitati a cui tutti sbavavano dietro.

Il che mi rendeva una minaccia bella e buona se in un solo giorno ero riuscita a farmi così tanti amici e nemici.

Macchè, non avevano capito un tubo.

Dopo educazione fisica, le ore erano state infernali.

Gli studenti non facevano altro che guardarmi dall'alto in basso, affermando di quanto fossi misteriosa e imprudente.

Misteriosa! Cos'avevo di così misterioso? Comunque, continuavano a borbottare di quanto fegato avessi a sfidare Monica e altrettanto fegato a girare come se nulla fosse con Brandon, ragazzo per cui Monica aveva una cotta tremenda.

Volevo morire, quella mattina mi ero ripromessa di non dare nell'occhio e invece no, ovviamente non potevo!

Con mia somma sfortuna Brandon arrivò con un vassoio stracolmo di cibo e si sedette vicino a me, sorridendomi a trentadue denti «ti ho trovato un soprannome» annunciò contento.

Mi appoggiai esausta alla sedia, girando lo sguardo verso di lui.

Possibile che ai miei occhi fosse così bello e odioso?

Alzai gli occhi al cielo, sbuffando sonoramente.

Io Brandon non lo sopportavo, il che mi faceva sentire una merda perché era chiaro che lui stesse provando ad attaccare bottone con me.

Ma io non ero come le altre ragazze, doveva impegnarsi di più di semplici complimenti, battutine e sorrisini.

Addentai un pezzo di pizza «illuminami» affermai mentre davanti a me Brenda continuava a urlare contro la diretta interessata e il fratello «no Brandon silenzio, glielo dirai dopo, la tua bella qua ha minacciato Monica» bevvi svogliatamente un po' d'acqua e alzai gli occhi al cielo «mamma mia, minacciato, che parolone, mi sono semplicemente proposta di fare le selezioni!»
«Ma se le hai praticamente detto che balla come una gallina» urlò di rimando lei.

«Tu hai fatto cosa?» urlò Brandon.
«Avevi la mia stima, ora hai completamente il mio rispetto» affermò nello stesso istante Leo.

Rose borbottò un "sei incorreggibile" ed io gli feci l'occhiolino «ti prego Leo, visto che sembri l'unico con un pò di testa, non ho fatto bene a spegnere quella bambina?» Lui congiunse le mani, annuendo con la testa mentre addentava un pezzo di mela.

Mi fissò dritto negli occhi mentre sbuffava «più che bene, quella piccola smorfiosetta! Se non fossi uomo le darei tanti di quei pugni» Rose, accanto a lui, gli diede uno schiaffetto in testa«silenzio» sibilò e lui lo fece.

Era assurdo come un tipo come Leo si facesse zittire da una ragazza come Rose.

Mi faceva ridere.

Eppure sapevo che gli opposti si attraevano, sempre.

Ma non sempre funzionavano.

Chissà cos'era successo tra loro due, avrei chiesto al diretto interessato stavolta.

Brad si portò una mano alla fronte «che fratello problematico, ma non potevo essere figlio unico?» si lamentò.

Qualcuno si mise in mezzo alla conversazione «ti ricordo che sei nato per secondo, questo sì, ti rende il gemello maggiore, ma sarebbe nato prima lui di te» lo riprese Leslie, addentando una fetta di pizza, se sempre poteva chiamarsi pizza.

Nonna è italiana, amavo quando ci cucinava i suoi piatti preferiti perché il cibo americano faceva altamente schifo, però i fast food non mi dispiacevano.

Non credo però che qui abbiano il McDonald, come farò a vivere, almeno arriva Glovo? Non credo proprio.

Che disgrazia, voglio tornare a casa «comunque, per me Tìa ha fatto più che bene, chi se ne frega di una bionda ossigenata» continuò Les.

Aiden alzò le spalle «boh, sono contento che abbia uscito i coglioni una buona volta» mi strozzai con la mia pizza e fulminai anche lui con lo sguardo.

Io uscivo sempre i coglioni, diversamente da lui però, ero più prudente a farlo sapere a mamma «ripetilo se hai il coraggio, maledetto» lui mi fece la linguaccia «posso dire anche di peggio» alzai di un'ottava la voce «ripetilo, buzzurro» mi alzai in piedi, per andargli addosso ma fui subito presa per la vita da delle braccia forti.

E in quel momento un dejà-vu mi avvolse, la testa iniziò a girarmi, un brusio assordante mi arrivò fino alle orecchie e mi ritrovai in un giardino.

Non ero io ma era come se lo fossi.

Indossavo un vestito verde, lungo e ampio, la gonna soffice e prosperosa.

Stavo correndo ed ero felice, faceva freddo ma sembrava che non lo sentissi.

Ridevo e dietro di me qualcuno mi rincorreva, ridendo a sua volta.

Poi qualcuno mi avvolse per la vita, in una stretta forte e decisa ma gentile «ti ho presa» mi sussurrò all'orecchio e poi niente.

Mi ritrovai catapultata nuovamente nella mensa scolastica, il brusio era scomparso, il vestito non c'era più, così come quella misteriosa figura.

Il viso dei ragazzi di fronte a me era normale, mi divincolai nella presa di Brandon e mi sedetti nuovamente.

Lui mi ignorò e non fece domande, aveva il respiro pesante, come lo avevo io e le spalle tese «ragazzi, tutto bene?» Ci domandò Brenda «sembrava non ci aveste ascoltato» disse poi.

«Si» affermò Brandon.
«Non mi piace essere presa così da sconosciuti» dissi io, urlando verso Brandon.

Lui sghignazzò ma non disse nulla.

Chissà cosa mi ero immaginata.

«In ogni caso, prima che i fratelli facessero gli stupidi, stavo dicendo che a decidere saranno i giocatori di football, quindi Octavia dovresti essere apposto, hai i due capitani dalla tua parte» sdrammatizzò Leslie.

Scoppiarono tutti a ridere ma io mi sentivo ancora confusa e scombussolata.

Guardai Brandon, non escludendo l'idea che anche lui avesse visto qualcosa ma lui sembrava ridere e scherzare come se non fosse successo nulla.

Magari era stata solo la mia immaginazione.

Aprì svogliatamente il mio armadietto, per posare gli appunti di storia che Rose mi aveva gentilmente prestato e alzai lo sguardo quando notai Brandon appoggiato all'armadietto vicino «sai, sto iniziando a pensare che quel piccolo armadietto inizierà a stancarsi di dover tenere tutto il tuo peso» gli dissi, chiudendolo e iniziando ad avanzare verso il campo da football con Brandon alle costole.

Tutto sommato non mi dispiaceva averlo vicino, forse non era fastidioso come credevo.

Mi bloccai a quel pensiero.

Ew «nah, dovrà abituarsi perché sarà il primo di una lunga serie» affermò, affiancandomi.

Lo guardai di slancio e aggrottai le sopracciglia «questa non è una buona cosa per me» mormorai affranta «ma lo è per me, Cenerentola» rispose immediatamente lui.

Mi fermai in mezzo al corridoio, incapace di poter proferire parola se non scoppiare a ridere «ti prego, non dirmi che il mio soprannome è Cenerentola» non riuscì a smettere di ridere e quasi non mi rotolai a terra dalle risate.

Lui mi guardò serio e accigliato «che ha che non va?» domandò «fa cagare» risposi immediatamente.

Lui mise il broncio «io trovo che sia bellissimo, sei sfuggente e ritardataria come Cenerentola e non smetti mai di sorprenderci tutti. Quindi si, ti sta a pennello. Dovresti essere contenta che ti paragoni a una principessa e non a una strega o una scimmia, ingrata!»

Storsi il naso, tutto sommato non mi dispiaceva essere chiamata Cenerentola ma di certo questo non potevo dirglielo «vabbè, ammettiamo che mi piaccia, cosa vuoi sentirti dire?» lui sembrò illuminarsi e iniziò a camminare nuovamente, seguito, stavolta, da me «in realtà nulla, però mi andava di dirtelo. Ci penso da stamattina» scoppiai a ridere, sentendo caldo alla bocca dello stomaco «che bel modo di passare la mattinata» lui mi guardò sorridente «non ne hai idea.»

Il tragitto che ne susseguì fu lungo e silenzioso, io troppo ansiosa per poter parlare e Brandon...beh, Brandon era Brandon.

Mancava così poco al campo, bastava un piede e ne sarei entrata, avrei sconfitto Monica e ne sarei uscita sorridente ma qualcosa mi bloccò, facendomi fermare nella linea di divisione del cortile e il campo.

Brandon, quindi, si bloccò insieme a me e mi guardò negli occhi «non dirmi che sei arrivata fin qui e ora hai paura» alzai gli occhi verso di lui, che si era posto di fronte a me «no, non ho paura» lui fece per aprire bocca ma lo bloccai «sono terrorizzata» affermai sincera.

Lui mi guardò con così tanta tenerezza che quasi stentai a credere che fosse il ragazzo che continuava a insultarmi da due giorni «effettivamente per una goffa e incapace come te sarà una brutta esperienza. Ma che ci vuoi fare, ormai quel che fatto è fatto» o forse no, era il solito stronzo di sempre.

Lo fulminai con lo sguardo e poi misi il broncio, oltrepassandolo «guarda, lascia stare» non avevo minimamente voglia di litigare cinque minuti prima della gara perché sennò sarei rimasta con i sensi di colpa, la rabbia repressa e la voglia di uccidere qualcuno, tanto da non concentrarmi.

Però è anche vero che adesso sarei rimasta comunque con la rabbia e la delusione.

Vabbè, pazienza.

Brandon mi fu nuovamente dietro colpendomi la testa con l'indice «suvvia Cenerentola, non essere arrabbiata, vai lì e fai vedere quanto vali.»

Poi si allontanò di corsa, lasciandomi con un grosso punto interrogativo e il battito accelerato.

Ma poi quanto valevo?

Non mi conosceva nemmeno!

E mi chiesi come si fosse sentita Cenerentola quando aveva abbandonato il suo principe.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro