Vi regalo i primi 3 capitoli del mio nuovo romanzo
Avete letto bene!
Ho deciso di regalarvi i primi 3 capitoli del mio nuovo romanzo "Come Aeroplani" disponibile su Amazon in formati Kindle e cartaceo (sul mio profilo, trovate tutti i link per l'acquisto).
Adesso, non mi resta che augurarvi buona lettura e spero che il nuovo romanzo vi faccia sognare come ha fatto con me durante la stesura. Vi ricordo che potete trovarmi su instagram @martina.ingallinera
CAPITOLO 1 - Lettera dalla città del vento
Cheryl
Negli ultimi anni ho passato tante notti seduta per terra con le gambe strette al petto, come se così il cuore facesse meno male. E se il dolore si alleviasse davvero in questo modo?
Amo la notte: l'aria fresca mi aiuta a respirare meglio rispetto al giorno e osservare i particolari intorno a me, che mutano in assenza della luce, mi diverte. La pozza d'acqua non è più limpida, ma è nera come la pece e riflette il bagliore della luna, il rifugio non è più trafficato, ma deserto, gli elefanti non barriscono, ma dormono stanchi della giornata e le nuvole lasciano il posto alle stelle, che, timide, si affacciano nel chiarore del cielo.
«Cheryl!»
La voce di mia madre è sempre più vicina.
«Cheryl» grida esasperata quando finalmente mi trova: «Sapevo che ti saresti rifugiata qui» sussurra sedendosi accanto a me.
«Ha gli occhi tristi» sospiro accarezzando il piccolo Murphy. L'ennesimo elefantino strappato alle cure della madre, uccisa dai bracconieri.
«Li hanno tutti» sospira rattristandosi.
Ha dedicato gli ultimi dieci anni a questi animali fondando la Dumbo Volounteer, un'associazione di volontari che si occupa dei cuccioli di elefante rimasti orfani, qui in Kenya. Il bracconaggio si è accanito sempre di più su questi poveri animali per il loro oro bianco: le zanne d'avorio. Il suo contrabbando lascia spazio ad una futura estinzione, nemmeno troppo lontana, di questi esemplari unici in natura.
Faccio le ultime carezze a Murphy, che ormai si è tranquillizzato, e faccio cenno a mia madre di seguirmi fuori dal recinto coperto.
«Come mai mi cercavi?»
«È arrivata una lettera per te, da Chicago» dice mostrandomela.
Alzo il sopracciglio confusa.
«Credi...» comincia, ma la fermo prima che possa continuare.
«Non penso sia positivo, sono passate solo due settimane dalla telefonata con papà. Se un'azienda risponde subito è perché non è interessata» affermo con un filo di delusione nella voce. Avevo inviato abbastanza candidature da conoscere le tempistiche delle aziende. Troppo presto equivale a silurata, troppo tardi a dimenticata.
Durante l'ultima telefonata, mio padre mi aveva informata che sarebbe partito per un progetto segreto. Per politica aziendale, chi partecipa a questo tipo di missioni, non può avere accesso al cellulare o ad altri mezzi di comunicazione. Sarebbe partito con dei colleghi, per dar vita ad un progetto su un nuovo aeromobile.
Aveva anche avuto un'accesa discussione con mia madre, durante la quale era riuscito a convincerla a lasciarmi inviare il curriculum alla LAC. Pare si sia aperta una posizione per la quale io sarei la candidata perfetta.
La Lawson Aviation Company è una delle aziende pioniere nella progettazione e costruzione di velivoli.
Sin da piccola, sono sempre stata affascinata dal lavoro di mio padre, ma mia madre non ha mai permesso che io andassi a trovarlo in azienda. Aveva paura combinassi qualche guaio e io non volevo di certo causare problemi. Quando poi iniziai gli studi, decisi che mi sarei dedicata al mondo della moda e così è stato, per qualche anno. Ho lavorato presso Vogue e Cosmopolitan. Organizzavo eventi, sfilate, after party e shooting, ma, già dopo un paio di anni, avevo capito che quel mondo, tutto luci e paillettes, in realtà non faceva per me.
Volevo di più: lavorare per un'azienda che si impegnasse tutti i giorni nel migliorare la vita di tutti, e la LAC rientrava sicuramente tra queste. Per questo, dopo la telefonata di mio padre, mi ero decisa a spedire il curriculum.
Osservo meglio la busta e il timbro del mittente è quello della LAC, così, dopo un attimo di esitazione, mi decido ad aprirla.
Mia madre non mi stacca gli occhi di dosso e, come me, resta con il fiato sospeso.
«Avanti, Cheryl. Leggi cosa c'è scritto, mi stai facendo salire l'ansia con tutte quelle espressioni accigliate» sbotta impaziente tanto quanto me.
Noi Miller siamo ambiziosi e non tolleriamo i fallimenti.
«È dell'amministratore delegato della LAC.»
Avevo conosciuto John Lawson, una volta. Un uomo austero, uno di quelli che sembrano non avere sentimenti, eppure mio padre lo venerava. Erano amici dai tempi del liceo, poi John aveva investito la fortuna di famiglia per fondare la sua azienda e mio padre era andato a lavorare per lui.
Tuttavia, nonostante fossero così amici, non avevamo mai avuto rapporti con la sua famiglia.
«Mi hanno presa» spalanco la bocca incredula «Vuole che vada a Chicago» sbatto le ciglia più e più volte.
Avevo deciso di lasciare Chicago dopo che la mia ultima relazione aveva distrutto i miei punti fermi ed il mio cuore. Prima di partire per l'Africa ero nervosa e triste, ma soprattutto non avevo più fiducia negli uomini.
Così mi rintanai in mezzo alla natura e agli elefanti. Lasciai credere a tutti che volessi solo staccare la spina, ma la verità era che stavo fuggendo dal dolore e speravo sinceramente che non mi avrebbe seguita.
Mia madre spalanca la bocca e, dopo lo shock iniziale, caccia un urlo che fa saltare in aria me e, credo, anche gli elefanti nel raggio di cento metri.
Poso una mano sul petto: «Mamma, ma dico, sei impazzita? Mi farai venire un infarto! Accidenti».
«Cheryl! È la tua occasione, devi accettare! Lo scintillio che vedo nei tuoi occhi pieni di aspettative mi dice che devi andare».
Se c'è una cosa in cui mia madre è bravissima, è proprio cambiare idea rapidamente sulle cose. Il giorno prima è bianco, quello dopo nero.
«Mamma!»
«Devo chiamare subito Akil, deve trovarti un volo domani mattina stesso e...»
«Mamma» provo ad interrompere il suo flusso di coscienza senza riuscirci.
«Poi devo avvisare Baba che ti accompagnerà in aeroporto.»
«Mamma!»
«Cos'altro? Ah sì, devi farmi sapere quali erano le attività previste per le prossime settimane così che...»
«Katherine Wanda-Sophia» esclamo esasperata elencando tutti i suoi nomi, il che funziona perché smette di parlare «Uno: non ho detto che accetterò. Due: non hanno menzionato alcun colloquio, non ti sembra strano? E poi non posso partire in quattro e quattr'otto, mi serve tempo. Tre: mi serve tempo!» sbotto spazientita.
Non è una decisione che si prende così su due piedi, di fronte alla tenda di un rifugio per elefanti. Sono sempre stata molto libera e poco razionale sulle decisioni, ma sento che stavolta questa potrebbe cambiare la mia vita per sempre.
«Tesoro, hai ragione, ma non hai bisogno di alcun colloquio! Il lavoro che hai svolto per Vogue e Cosmopolitan in passato è noto a tutti e hai studiato per fare di più che organizzare aste di beneficenza ed elemosinare aiuti dai governi per un'associazione di volontari nel lontano Kenya» dice posandomi le mani sulle spalle «È la tua occasione per tornare in ballo» mi accarezza dolcemente.
Ammiro molto mia madre. Nonostante il divorzio con mio padre, ha preso in mano la sua vita e ha trasformato la sua passione per l'Africa in una vocazione. Non ho mai capito come fosse riuscita a perdonare mio padre per aver distrutto il loro matrimonio. Io non sono riuscita a perdonare Austin e guarda fin dove mi ha portata? Ho cambiato più che uno Stato, ho cambiato continente!
«Ti chiedo solo stanotte per pensarci su.»
Mi posa un bacio sulla guancia e mi abbraccia: «D'accordo tesoro».
Poi mi lascia sola di fronte alla tenda di Murphy.
Ho passato le ultime notti a girarmi nel letto senza chiudere occhio. Ho calcolato tutti i pro e i contro della mia scelta e valutato ogni alternativa: nessuna al momento sembra essere migliore di questa.
L'aeroporto è gremito di gente in partenza dopo la fine delle ferie estive, mentre io sono pronta per il viaggio di ritorno che cambierà la mia vita.
«Cheryl, che succede? Sono le cinque del mattino» biascica assonnata la voce della mia migliore amica.
«Prie, scusa. Maledetto fuso orario.»
«Uhm, dimmi. Che succede?» riesce a chiedermi tra uno sbadiglio e un altro.
«Sto tornando.»
«Uh, brava. Sei andata di nuovo in cerca di rinoceronti?»
«Elefanti, Prie. E no, non parlo dell'accampamento. Sto tornando a Chicago.»
Quello che segue la mia rivelazione è prima un silenzio tombale e poi un tonfo sordo: deve esserle caduto il telefono.
«Cos? Cheryl! Ommioddio, stai tornando? Non ci credo!» grida lei riuscendo a farsi sentire anche da quelli che sono in fila con me al gate.
«Prie sei impazzita?» squittisco ridendo. È matta come quando l'avevo lasciata. Sono contenta che, nonostante io non sia più la stessa di due anni fa, alcune cose non siano cambiate.
Un'altra voce si lamenta in sottofondo: «Amore sono le cinque del mattino, sei evidentemente isterica e oddio cosa sono quei bigodini in testa? Sembri mia nonna il giorno del matrimonio dello zio Uberto. Questo è un attentato alla mia professione, Gesù! Ecco perché non sono etero, voi donne mi farete diventare matto».
«Nigel» esclamiamo noi due in coro.
È uno dei due coinquilini di Prie e mentirei se dicessi che non adoro anche loro.
«Ha ragione, cosa urli!»
«Cosa urlo? Stai tornando porca di quella vacca. Miss Cheryl Miller sta tornando a Chicago dalla sua Prie dopo due lunghissimi anni. Secondo te non è un valido motivo per gridarlo ai cinque venti?»
La correggo: «Quattro».
«Quattro, cinque. Che cambia? Sempre venti sono e io voglio urlarlo!» ride contagiandomi.
La voce metallica all'altoparlante dell'aeroporto avvisa che a breve inizierà l'imbarco, così saluto la mia amica e invio un messaggio a mia madre per farle sapere che, fino ad ora, sta filando tutto liscio. La sua risposta non tarda ad arrivare: smielata e piena di preoccupazione degna di ogni mamma che si rispetti.
Nonostante io sia cresciuta, per la mia dolce mamma resto sempre la sua "bambina". Delle lacrime minacciano di lasciare i miei occhi, ma quando li poso sulla scritta "Chicago" stampata sul biglietto, la nostalgia e la malinconia lasciano posto all'euforia. Sono elettrizzata e spaventata allo stesso tempo, ma sono sempre stata convinta che i cambiamenti siano importanti momenti di crescita nella vita di una persona, e il fatto che io ora sia pronta a tornare ne è la dimostrazione.
Mi manca Chicago e quasi non ricordo più come sia vivere in città: le mille luci, il traffico, i palazzi che si stagliano nel cielo, le serate nei locali, i vestiti firmati e i piccoli monolocali. Sono riuscita a trovarne uno in una buona posizione considerando i costi degli immobili, il mio stipendio e lo scarso preavviso.
Non potevo certo tornare a vivere con mio padre a ventotto anni.
Durante l'imbarco mille dubbi e domande mi assalgono: come sarà ritrovarmi catapultata nella civiltà dopo due anni in mezzo ad elefanti e tende, come sarà stare lontana da mia madre senza mio padre vicino, come sarà lavorare in azienda?
Durante il viaggio cerco di rilassarmi immaginando il mio futuro capo, figlio di John Lawson. Il padre era certamente un osso duro. Ricordo ancora i brividi che mi assalirono la volta in cui lo incontrammo per caso. Ero con i miei genitori quando passeggiando lo incrociammo. Inutile dire che l'incontro non durò a lungo, ma la cosa strana fu lo sguardo glaciale che mia madre gli rivolse. Riuscì addirittura ad intimorirlo più di quanto lui avesse fatto con me.
Quella donna sa mettere paura quando vuole.
CAPITOLO 2 - Pittore anonimo, olio su tela
Cheryl
«Tesoro, l'aria dell'Africa ti ha fatto proprio bene. Guarda questi capelli, morbidi, lucenti e di un intenso color cioccolato! A-do-ro» esclama Nigel mentre traffica con l'arricciacapelli curvando ciocca dopo ciocca la mia chioma selvaggia.
Mi hanno fatta sedere sulla poltrona con le rotelle di Prie al centro del loro appartamento. Ogni via di fuga è stata bloccata dai loro strumenti di lavoro: carrellini con piastre, spazzole e trucchi di ogni genere. Mi domando come possano vivere in tre in un posto così piccolo e con tutte queste cianfrusaglie.
Almeno c'è un terrazzino. Non tutte le case possiedono un affaccio esterno e trovarne una che lo abbia è una vera fortuna.
«Saranno stati gli shampoo naturali. Li faceva Belise, una donna del villaggio, con corteccia d'albero e altri oli» rispondo.
«Dovremmo farci un business, costruiremmo una fortuna! Oggi tutti vogliono prodotti naturali senza schifezze chimiche» esclama con fare teatrale mentre io soffoco una risata. Ho sempre adorato il modo di parlare di Nigel.
«E i suoi occhi da cerbiatta? Dove li mettiamo? Ti prego posso? Ti prego, ti prego, ti prego!» mi chiede a mani giunte George, il compagno di Nigel, nonché make-up artist.
Il loro è stato amore a prima vista ed ormai hanno anche perso il conto degli anni insieme. Sono fatti della stessa pasta e condividono la passione per l'estetica che li ha spinti ad aprire un salone insieme. Si definiscono i Dolce e Gabbana dell'estetica, ma più belli.
Arriccio il naso: «George, sai che non vado matta per quella roba che si appiccica sulla faccia».
«Roba che si appiccica? Che mi tocca sentire. Dai, Cheryl. Fammi contento una volta» mi implora e temo che se non acconsentirò, resteremo qui tutta la serata invece di andare a festeggiare.
«A Chicago da meno di una settimana e avrò già del trucco sulla faccia. Oh, e va bene! Che sarà mai?»
George caccia un urletto alla Nigel beccandosi una sua occhiataccia.
«Dunque Prie, ricordami dove andremo?» domando allungando la testa per superare la barriera che mi circonda e osservare la mia migliore amica intenta a provare tutto l'armadio. I capelli castano chiaro le ricadono con onde morbide sulla schiena e i suoi occhi verdi, come foglie di menta fresca, ora sono puntati nei miei: «Facciamo un salto ad una mostra d'arte e poi andiamo a bere fino a che non ti reggerai più in piedi».
Fa la giornalista per un giornale scandalistico e forse è per questo che è così frizzante in tutto quello che fa, inoltre gli eventi sono di certo una fonte di ispirazione per lei, tanto da non perdersene nemmeno uno.
«Lunedì comincio a lavorare, ti ricordo.»
Prova a tranquillizzarmi mentre cerca di strizzarsi in un miniabito: «Appunto, oggi è sabato. Hai tutta la domenica per riprenderti, fidati».
«Sicura sia l'abito giusto?» le chiedo ridendo.
«Ho perso due chili per indossarlo, deve entrarmi» digrigna i denti agitandosi come una sardina «Oh, ecco fatto. Come sto?» domanda facendo un giro su se stessa per ricevere approvazione.
«Sei uno schianto! Occhio a non abbassarti troppo però o ti si vedranno persino le tonsille» tossisce Nigel divertito.
«Caro, le ho tolte quando avevo cinque anni. Troveranno di meglio da vedere» ammicca maliziosa.
Prie è sempre stata così: sfrontata, ma in fondo non è altro che una romantica senza speranza.
Dopo un'ora di trucco e parrucco sotto le abili mani di George e Nigel è ora di vestirmi. Indosso un paio di jeans neri a sigaretta, delle décolleté e una camicetta bianca con un cravattino nero.
«Mio Dio, tutto questo lavoro e tu ti vesti come una cameriera» squittisce Nigel mettendosi una mano sulla fronte «Prie, ti prego amore, fai qualcosa!».
«Sui vestiti sai che non ho alcuna possibilità di convincerla. E poi, è una bomba anche così! Il sogno erotico di qualsiasi maschio» afferma incoraggiandomi e, al colpo di tosse di George, sottolinea «maschio etero».
Il make-up artist mi fa il baciamano: «Sei comunque un incanto, freschezza».
Ringrazio per i complimenti prima di afferrare la mia borsa e sollecitare il trio a seguirmi fuori di casa.
Raggiungiamo insieme la vecchia auto di Nigel: un maggiolino anni '80 rosso fiammante nel quale a malapena entriamo tutti e quattro.
«Ma insomma! Quando ti deciderai a comprarti una vera auto? Non ci stiamo qui dietro» sbuffa Prie che è praticamente sdraiata addosso a me, dopo essere salita facendo ricorso alle sue abilità yoga.
«Forse dovresti essere tu a dimagrire, mia cara. Tranquilla, Joline. Non ce l'aveva con te» dice il nostro "Dolce" accarezzando il volante prima di mettere in moto.
«Oh beh, ma certo. Tranquillizza l'auto e mortifica me. E li chiamo anche amici!» sbotta lei mentre io e George non possiamo fare altro che scoppiare a ridere.
Non ha comunque tutti i torti: siamo praticamente appiccicate qui dietro e giuro che le mie ginocchia ormai formano un angolo di 45° perfetto.
Per ingannare l'attesa propongo a Prie di raccontarci qualcosa di più sulla mostra di stasera. Amo l'arte e mi piace arrivare preparata.
«Non si sa chi sia. Non c'è un nome, non c'è una foto. Non si è mai mostrato in pubblico. Dalle sue opere si evince solo che si tratta di un artista tormentato: dipinge solo di notte e utilizza solo toni freddi. È solito firmarsi con l'immagine di tre aeroplanini di carta. È diventato famoso nell'ultimo anno e questa è la terza galleria interamente dedicata a lui» risponde alimentando la mia curiosità mentre finalmente Nigel trova parcheggio e ci invita a scendere.
Tra un tentativo e l'altro, la mia amica si dimena lamentandosi: «Fosse facile».
«Non è colpa mia se hai deciso di indossare l'abito della sirenetta proprio stasera» borbotta lui sorridendo ai passanti.
Finalmente riusciamo a tirarla fuori di lì e ci avviamo all'ingresso. Il palazzo bianco illuminato spicca in mezzo agli altri e ovunque figurano aeroplani di carta appesi qua e là: sui fili della luce, sui balconi e anche tra i rami degli alberi.
«Wow, Prie. Grazie...è bellissimo qui» sussurro con la bocca spalancata affascinata dalla capacità dell'organizzatore di catapultare le persone nella mostra ancora prima di entrare.
Mostriamo i biglietti alla hostess che, dopo aver controllato i nostri inviti, ci augura una buona serata.
La galleria non è grandissima, ma è perfetta per la quantità delle opere esposte. Siamo arrivati all'apertura del buffet, per cui la maggior parte delle persone è ovviamente riversata sul fondo della sala.
«Io vado a prendere qualcosa da bere» esclama Prie avviandosi all'open bar.
«Io in bagno» dice Nigel dileguandosi.
«E io ne approfitto per mangiare qualcosa, tu vieni Cheryl?» mi chiede George.
«No, vai pure. Io darò un'occhiata alle opere.»
Dopo aver osservato quelle esposte in modo classico lungo le pareti, noto che alcune sono disposte a cerchio in un punto lontano dal buffet e dalla confusione.
Non credo che osservarle tutte da vicino sia il modo corretto, o non sarebbero state disposte così insolitamente. Sul pavimento bianco, attorno al quale le opere formano un cerchio, sono stampati tre aeroplanini di carta.
Mi assicuro che nessuno stia guardando nella mia direzione e vado a posizionarmi esattamente al centro, sulla firma. Punto un piede e comincio a girare lentamente su me stessa e poi sempre più velocemente.
Il blu degli schizzi, l'intensità del colore e la frenesia dei tratti del pennello uniti alla mia rotazione rendono tutto così amplificato che la testa comincia a girarmi. Credo sia proprio questo il senso della loro disposizione. Il tratto deciso, unito all'inerzia del volteggio, fa sì che le linee di colore dei quadri si mischino tra di loro, gli schizzi, quasi lanciati a caso, interrompono la linearità dei tratti alimentando un senso di ansia latente e il blu restituisce una sensazione di freddo pungente. Riesco a percepire il dolore e la rabbia dell'artista nel realizzare queste opere.
«Non avevo ancora visto nessuno farlo.»
Una voce giunge alle mie spalle facendomi fermare di scatto.
«Io, non ho bevuto, cioè» farfuglio cercando di giustificare quello a cui il ragazzo davanti a me ha appena assistito.
Lui soffoca una risata e si passa la lingua sulle labbra: «Non stavo insinuando questo. Mi osserva con i suoi occhi verdi mentre poggia le mani dietro la schiena e punta un piede più avanti dell'altro. Indossa un jeans scuro, sopra una giacca e ai piedi porta delle sneakers bianche.
Sorrido imbarazzata e sposto una ciocca di capelli che mi è finita davanti al viso nel mio pazzo roteare.
Allunga una mano verso di me: «Ryan, sono il curatore della mostra».
La stringo senza esitare: «Cheryl! Complimenti, è stupenda».
«Sai, Cheryl. Credo tu sia stata l'unica ad aver capito come andasse vissuta questa mostra. Certo, non mi aspettavo girassi a quella velocità, ma hai colto in pieno l'essenza delle opere».
Svio la conversazione su qualcuno che non sia io: «La mia amica mi ha detto che non si conosce l'identità dell'artista».
«Sì, in effetti è così. I quadri arrivano tramite corriere e comunico con l'artista solo tramite mail. Mi piacerebbe conoscerlo, deve essere un bel tipo» ghigna come se la sapesse lunga passandosi una mano tra i capelli biondo cenere.
«Già. Beh, Ryan. È stato un piacere conoscerti. Torno dai miei amici che staranno sicuramente approfittando del buffet e dell'open bar. Ancora complimenti».
«Il piacere è stato mio, Cheryl».
Lancio un'ultima occhiata ai dipinti prima di allontanarmi e raggiungere gli altri.
Mentre sto per raggiungere Prie, che mi fa cenno dal bancone del bar, qualcuno mi blocca posando una mano sulla mia spalla.
«Tenga.»
È un uomo sulla trentina. I capelli scuri e l'accenno di barba incorniciano il suo viso leggermente squadrato e i suoi occhi marroni ora sono fissi nei miei. Le labbra carnose sono socchiuse, ma non c'è il minimo accenno ad un sorriso di cortesia. È vestito di tutto punto e, se non fossi stranita dalla situazione, mi prenderei certamente un momento per osservarlo meglio.
Ha una mano in tasca, mentre con l'altra mi sta porgendo un bicchiere vuoto.
«Mi scusi?» chiedo confusa.
«Questo è un bicchiere vuoto, glielo sto porgendo. Lei lo prende e lo porta via, cosa non è chiaro?»
In un solo secondo ha annullato qualsiasi magico effetto avesse avuto su di me il suo aspetto.
«Perché mai dovrei prendere il suo bicchiere vuoto?» sbotto.
Lui fa un sorriso di circostanza, si allontana dalle persone con cui stava parlando e si avvicina a me. L'odore della sua colonia mi investe facendomi girare la testa, mai però quanto le sue labbra vicine al mio orecchio.
«Perché io sono un ospite e tu una cameriera, è il tuo lavoro no?» sussurra con voce roca mettendomi il bicchiere tra le mani, prima di tornare in mezzo al gruppo con il quale stava discutendo poco prima di fare lo stronzo con me.
Sbatto le ciglia più volte e osservo il bicchiere vuoto.
In un attimo sento montare in me la rabbia e le orecchie minacciano di esplodermi tanto sono diventate calde. Stringo il calice tra le mani e, con passo pesante, mi dirigo verso gli uomini in cravatta che discutono con l'arrogante.
Batto l'indice sulla sua spalla richiamando la sua attenzione.
Rotea gli occhi: «Ancora tu?».
«Se si fosse degnato di guardarsi intorno avrebbe notato che non porto un vassoio, che non indosso una targhetta e soprattutto che non sono la sua fottutissima cameriera. Per cui, ora, lei si riprende questo bicchiere e, se è tanto ecologista da non volerlo gettare per terra, se lo butti da solo!» sbotto prima di lanciargli il bicchiere, lasciando sbigottito lui e tutto il gruppo di uomini d'affari riunito.
«Cheryl, ma che succede?» domanda Prie avvicinandosi.
«Succede che ce ne andiamo perché l'educazione non è di queste parti» esclamo a voce alta prendendo per mano la mia amica che mi segue e, mentre raggiungiamo l'uscita, fa cenno a Nigel e George di raggiungerci fuori.
La mia migliore amica mi tempesta di domande: «Cosa diavolo è successo lì dentro? E chi era quel figaccione incravattato?».
«Un gran maleducato, ecco chi! Mi ha scambiata per una cameriera trattandomi con aria di sufficienza e mollandomi il suo stupido bicchiere vuoto. Dio! Già mi mancano gli elefanti» esplodo cercando di far sbollire la rabbia che invece sembra aumentare ogni secondo che passa.
Nigel mi guarda e alza le mani: «Tesoro, io però ti avevo avvisata».
«Non ti ci mettere anche tu. Sono già abbastanza incazzata».
Prie comincia a contorcersi e a dirmi di inspirare ed espirare seguendo chissà quale mantra del suo dannatissimo yoga. Però, devo ammettere che funziona. Il mio totale disappunto sembra sparire e riesco a ritrovare la serenità, che avevo prima di incontrare quello sfrontato riccone dei miei stivali.
«Oh, brava. Visto che funziona?» dice accarezzandomi.
«Poi dicono a noi che siamo isteriche!» sentenzia Nigel facendoci scoppiare tutti a ridere.
«Andiamo al club, lì sì che vi passerà tutto» dice George cercando di ravvivare gli animi.
Saliamo tutti sulla cara vecchia Joline che ci avrebbe portati fino al Daiqiri: il famoso gay club in centro dove ci divertiamo sempre un mondo e dove di certo non incontrerò eterosessuali misogini e maleducati.
CAPITOLO 3 - Ascensori lenti
Cheryl
Mi preparo cercando di non inciampare tra uno scatolone e l'altro. Non sono ancora riuscita a sistemare le mie cose e la sbornia post Daiqiri dell'altra sera mi ha messa completamente ko per tutta la domenica.
Recupero un vestito nero semplice e un foulard abbinato alle scarpe. Mi osservo allo specchio e, nel complesso, posso dirmi soddisfatta. Mi soffermo un istante sulla mia espressione corrucciata e sulle labbra serrate. Devo essere meno nervosa. Sarà come il primo giorno di scuola: non conosco nessuno e non so cosa mi aspetta, ma la mia vita cambierà e spero in meglio. Devo essere fiduciosa.
Tiro indietro le spalle assumendo una posa sicura, infilo l'agenda in borsa ed esco di casa.
Il tragitto fino alla LAC prevede due cambi di linea metropolitana e un tratto a piedi, così prima di avventurarmi in metro passo da Starbucks per un caffè.
Durante i cambi rifletto sul perché la savana sia meglio di questa calca di gente che corre a destra e sinistra.
Finalmente arrivo nel cortile dell'edificio o meglio, del grattacielo.
È altissimo, saranno almeno cinquanta piani.
Da bambina mi dava l'impressione di essere mastodontica e, adesso che devo entrarci da adulta, la sensazione non è cambiata.
Deglutisco nervosamente, faccio un bel respiro e rilasso le mani come mi ha insegnato Prie, poi, a testa alta, faccio il mio ingresso superando le porte scorrevoli in vetro.
I soffitti sono molto alti e il ticchettio dei passi degli impiegati rimbomba. Al centro c'è una grande reception con il bancone in marmo lavorato che raggiungo a passo svelto.
«Salve, sono Cheryl Miller. Oggi è il mio primo giorno» butto fuori.
L'uomo in divisa dall'altra parte del bancone mi squadra per un attimo prima di parlare.
«Può farmi vedere un documento?» domanda annoiato.
Glielo porgo e lui, dopo averlo guardato un paio di volte, me lo restituisce.
«Trentesimo piano a destra. Gli ascensori sono da quella parte» dice dandomi un badge provvisorio «Lo usi per passare i tornelli e per azionare l'ascensore. Mi raccomando, non lo perda».
Seguo le sue indicazioni strisciando il tesserino sul lettore digitale e raggiungo la serie di ascensori scegliendo il primo.
Premo il pulsante di piano, ma quel montacarichi infernale sembra non avere fretta di arrivare. Dopo quella che mi sembra un'eternità, mi catapulto nel vano dell'elevatore, premo il numero 30 e inspiro a fondo in attesa che le porte si chiudano. Non faccio in tempo ad espirare, che un piede si intromette bruscamente fra le due ante scorrevoli bloccandole.
Il mio sguardo sale dal basso: è un piede sicuramente maschile, data la grandezza della scarpa nera lucida che indossa, e il resto dell'abbigliamento me ne dà conferma. Un pantalone blu scuro sagoma la gamba dell'uomo fino ad arrivare alla camicia bianca, intrappolata al suo interno, bloccata da una cintura. Con una mano tiene la giacca del completo e con l'altra spinge leggermente le porte dell'ascensore per farsi strada. È quando però il suo dito preme il mio stesso piano che proseguo con il mio identikit arrivando fino al viso dello stronzo che mi aveva scambiata per la sua cameriera!
Non ci posso credere.
Spalanco gli occhi per la terribile coincidenza e mi allontano il più possibile schiacciandomi sul fondo dell'ascensore. Tanto più che lui non mi degna nemmeno di uno sguardo, concentrato com'è su se stesso.
L'ascensore si ferma più volte e altre persone salgono e scendono riducendo sempre di più lo spazio. Salutano tutti l'uomo della mostra con reverenza, ma io sono talmente impegnata nel non farmi notare che non sento una sola parola. Tengo lo sguardo basso evitando qualsiasi contatto con il tipo, fino a quando restiamo soli e lui decide di voltarsi. Spalanco gli occhi come un animale in trappola, ma subito faccio finta di nulla posando lo sguardo sul display, che mostra troppo lentamente la successione dei piani.
«Lei...Ci conosciamo?» domanda con voce profonda.
«Io?» balbetto prendendo tempo.
«Vede qualcun altro?»
Sempre stronzo, santo cielo.
«Non mi sembra. No.»
Lui però non se la beve e continua a squadrarmi fino a quando i ricordi sembrano tornargli a galla perché mi indica: «Alla mostra, era lei!».
Non sa che è una cattiva abitudine indicare? Ah, giusto lui è il misogino maleducato.
«Oh, ma che coincidenza. Non l'avevo riconosciuta senza bicchiere vuoto in mano» ribatto con un finto sorriso.
Lui sogghigna.
«La diverto?» sbuffo irritata.
«Lei no, la situazione in sé però deve ammettere sia alquanto esilarante» risponde socchiudendo le labbra mettendo in mostra la dentatura perfetta.
Ma che vado pensando?
«No, non lo trovo affatto divertente» esclamo avvicinandomi alla pulsantiera e spingendo più volte il tasto del trentesimo piano, quasi come se così l'ascensore potesse andare più veloce. Ci siamo quasi, siamo al venticinquesimo.
«Guardi che la velocità dell'ascensore non è direttamente proporzionale alla foga con cui preme il tasto. Così lo impalla» dice in tono calmo, ma io continuo imperterrita fino a quando l'ascensore non fa un rumore strano, poi un altro che ripete fino a che si blocca.
«Ecco, ha visto? Complimenti.»
«E ora? Faccia qualcosa.»
«Non sono certo un tecnico, le sembro per caso un ascensorista?» domanda in tono scorbutico.
«Beh se io posso sembrare una cameriera, lei potrebbe benissimo essere un ascensorista per quel che ne so io!»
«Non c'è andata molto lontana. Sono un ingegnere, ma di solito progetto aerei non ascensori.»
Ecco perché è qui.
Mi agito sul posto gesticolando: «Beh allora dovrà pur sapere se c'è qualcosa che possiamo fare».
«Sì» risponde e, per un attimo, mi illudo avrebbe fatto qualcosa di intelligente «premere questo e aspettare».
L'allarme scatta e lui si siede rassegnato sul pavimento.
«Cosa sta facendo?» domando con voce squillante.
«Aspetto. Quello che dovrebbe fare anche lei» suggerisce, mentre comincia a schiacciare tasti sul telefonino.
Dopo dieci infiniti minuti, siamo ancora chiusi qui dentro e io comincio a diventare nervosa.
«Oggi è anche il mio primo giorno, accidenti. Che figura ci faccio se arrivo in ritardo?» blatero da sola.
«È tutta colpa sua» sbotto indicandolo.
Lui si distrae per un attimo da quello che stava facendo: «Mia?».
Metto le braccia conserte e gli lancio un'occhiata al vetriolo: «Sua, sì. Se lei non avesse bloccato l'ascensore con il piede danneggiandone le porte non saremmo qui».
Lui mi osserva, si alza in piedi e, dopo aver mosso dei passi incastrandomi contro la parete, si ferma a pochi centimetri da me socchiudendo gli occhi.
«Se lei non avesse premuto il bottone tutte quelle volte in modo ossessivo compulsivo, non saremmo qui. Lo ha fatto impazzire lei.»
Il battito del mio cuore sembra riempire lo spazio intorno a noi e il mio petto sfiora il suo, rendendo ancora più sottile la distanza tra di noi.
Trattengo il fiato per timore che i nostri nasi possano scontrarsi e mi aggrappo con le mani tremolanti alla fredda parete metallica.
Deglutisco a fatica ed espiro debolmente, mentre lui abbassa lo sguardo fissandolo sulle mie labbra.
Un aiuto divino viene in mio soccorso facendo spegnere l'allarme e l'ascensore riprende la sua corsa accompagnandoci al trentesimo piano.
«Visto? Basta avere pazienza» esclama congedandosi, senza nemmeno salutare.
«Certo, pazienza! Quella che mi fa perdere lei ogni volta» quasi urlo sperando mi senta, ma è già troppo lontano.
Vengo interrotta da una donna sulla cinquantina, fasciata dentro un tailleur blu, con indosso un paio di occhiali neri dalla montatura spessa, forse un po' troppo grandi per il suo viso: «Signorina Miller, la stavamo aspettando. Sono Amanda Keller, per lei signora Amanda».
«Eccomi. Ho avuto un contrattempo, mi scusi.»
«Non si preoccupi. Mi segua» esclama facendomi strada nel dedalo di corridoi fino a una grande sala riunioni «Si accomodi pure, il signor Lawson arriverà a momenti».
Detto ciò, mi lascia sola a guardarmi intorno.
Il tavolo ovale in ciliegio profuma di cera, le sedie gli sono ordinatamente disposte intorno e ad ogni ospite è stato preparato un bicchiere di vetro con una bottiglia di acqua. Passo la mano sul legno liscio senza un filo di polvere e giro su me stessa per fotografare mentalmente i dettagli di questa sala.
Sulle pareti ci sono le targhette di alcuni premi ricevuti negli anni e foto di modelli di aerei. In una delle foto figurano mio padre e John Lawson vestiti da piloti. Sorridono e mostrano pieni di orgoglio il loro aereo alla camera.
La LAC si è sempre distinta negli anni per la qualità dei suoi prodotti e la professionalità dei suoi ingegneri, tra i migliori al mondo, e mio padre è tra questi.
Tiro fuori l'agenda portafortuna che ho portato con me e, con una penna, inizio a fare degli scarabocchi per ingannare l'attesa.
«Buongiorno, mi perdoni per il ritardo, ma l'ascensore oggi...»
A quella voce alzo di scatto la testa ed entrambi ci ritroviamo a fissarci scioccati.
«Lei» diciamo contemporaneamente.
«Lei è Cheryl Miller?»
«E lei Alexander Lawson?»
«Signor Lawson, sono confusa. Che sta succedendo?» domanda la donna che mi aveva accompagnata qui.
Lui fa un sorriso tirato, prima di chiedere alla donna di seguirlo fuori.
Ora che sono sola posso finalmente complimentarmi silenziosamente di quanto sia stupida o sfortunata o entrambe le cose.
Riappare dopo pochi minuti nella stanza come se nulla fosse facendomi cenno di accomodarmi: «Eccoci, bene. Cominciamo».
Come se non ci fossimo mai incontrati o insultati prima.
«Abbiamo ricevuto il suo curriculum e la direttrice di Vogue in persona ha voluto inviarmi delle referenze che non lasciano spazio a dubbi. Vogliamo riportare l'immagine dell'azienda in auge. In seguito a quanto accaduto un anno fa» e qui posso sbagliarmi, ma ho come l'impressione che il signor Lawson abbia perso un po' della sua spavalderia, lasciando spazio ad un velo di tristezza «ha risentito di un calo e non possiamo permetterci che le aziende concorrenti continuino a privarci dei nostri migliori ingegneri e clienti. Il contratto, come le è stato accennato, avrà un periodo di prova in cui dovrà impegnarsi a dimostrare di che pasta è fatta e, se la riterrò all'altezza del ruolo, sarà suo. Non è un ambiente facile» dice studiandomi.
Vorrai dire che tu non sei affatto facile!
«Si inizia tutti i giorni alle nove e io amo la puntualità. Imprevisti a parte» ghigna «Il contratto le era stato spedito in anticipo, quindi, se per lei è tutto chiaro, possiamo procedere alla firma» conclude mentre la signora Amanda mi allunga alcuni fogli.
«Signor Lawson, la ringrazio per l'opportunità. Per me è tutto chiaro, c'è solo una cosa di cui vorrei metterla al corrente.»
Si appoggia allo schienale della sedia, mentre gioca con l'astuccio di una penna: «Mi dica pure».
Non posso non notare quanto sia a suo agio nel suo vestito blu in quella che è, a tutti gli effetti, la sua azienda.
«Ho un legame di parentela con uno dei vostri dipendenti. Non so se questo possa o meno rappresentare un ostacolo» dico senza specificare altro.
Lui fa un cenno alla signora Amanda, che si toglie gli occhiali per osservarmi: «Signorina Miller, è stato tutto quanto studiato in precedenza. La LAC non lascia mai nulla al caso, se non c'è altro possiamo procedere alla firma».
Senza indugiare oltre, prendo la penna che il signor Lawson mi porge e firmo siglando tutte le pagine.
«Benvenuta alla LAC» afferma stringendomi la mano, dimostrando un minimo di educazione questa volta, prima di lasciarmi sola con la signora Amanda.
«È stato decisamente meno traumatico assistere al parto di un elefante» esclamo di punto in bianco facendole andare di traverso la saliva.
Passiamo le ore successive a girare per l'azienda, a conoscere altri dipendenti e a parlare di lavoro.
«Signorina Miller, non so quanto lei sia informata dei fatti sugli avvenimenti che hanno colpito l'azienda ormai un anno fa» esclama, prima di lasciarmi andare, e io ammetto di non essere a conoscenza dei dettagli «Domani si terrà il primo memoriale a un anno dall'incidente che ci fu durante il volo inaugurale di uno dei nostri velivoli. L'aereo perse quota all'improvviso e non venne mai più ritrovato. Sull'aereo, oltre a un pilota esperto e due membri dell'equipaggio, erano presenti la sorella del signor Lawson, Rachel, e il marito Sam. Fu un disastro» tira su con il naso, mentre io resto in silenzio «Tuttavia il dolore per questa famiglia fu troppo grande e il cuore di John Lawson non resse il peso. La povera madre, invece, la signora Anjelica, non si è ancora ripresa dallo shock».
«Io...non ero a conoscenza della dinamica. In Kenya in quel periodo la connessione era instabile» spiego in tono mortificato. Durante le brevi chiamate con mio padre a malapena si era accennato all'incidente. Non è un tipo loquace in tempi normali, figurarsi in occasioni estreme. Ignoravo l'entità della tragedia che aveva colpito i Lawson o forse non la sentivo così vicina vista la distanza tra le nostre famiglie.
«Capisco, ora è a conoscenza dei fatti. Domani si terrà la cerimonia a cui dovremo presenziare tutti quanti» taglia corto asciugandosi gli occhi e rimettendosi gli occhiali per poi cambiare argomento «Per quanto riguarda le abitudini del signor Lawson imparerà a conoscerlo e a capire i limiti utili a non farsi licenziare».
Le premesse mi sembrano ottime.
Rientro a casa mentalmente esausta e fingo che gli scatoloni siano magicamente spariti. Faccio uno slalom superando così il corridoio che dall'ingresso porta alla sala unica con cucinino e salotto.
Faccio una doccia rinfrescante, indosso il pantalone di una tuta e una t-shirt e, con i capelli ancora un po' umidi, mi butto sul divano con in una mano una tazza di tè e il telecomando nell'altra.
Giro su tutti i canali esistenti, ma alla fine la scelta ricade tra un documentario sui pinguini, un film poliziesco e un reality: opto per spegnere la tv.
Lo schermo del telefono si illumina rivelando una chiamata in entrata.
«Pronto.»
Risponde Prie con la bocca piena: «Come è andato il primo giorno?»
«Aspettavo la tua chiamata...Vuoi proprio saperlo?»
«Avanti, sputa il rospo. Cosa è successo? Il tuo capo è uno stronzo? È un affascinante uomo solitario? È...»
«Il mio capo è l'affascinante stronzo della mostra di sabato»
Lei sembra soffocarsi con quello che stava masticando: «Che??»
«Hai capito bene, il tipo che ho mandato a quel paese sabato sera è il mio capo: Alexander Lawson, amministratore delegato della LAC. E non è finita qui.»
Mi prendo i minuti successivi per raccontarle del nostro teatrino nell'ascensore.
L'unica cosa che riesce a dire lei alla fine di tutto il mio sproloquio è: «Ti piace».
Mi agito sul divano e per poco non rischio di rovesciarmi addosso tutto il te: «Ti sei fatta un'insalata con la marijuana? Di tutto il mio discorso hai colto solo quello che volevi! Da quando poi sarei in cerca di un uomo, sentiamo!»
«Da quando hai deciso di mettertela sotto sale!» sbuffa.
«Questo che c'entra? E poi, è il mio capo! Il misogino maleducato è il mio capo, perfetto» esclamo esasperata parlando tra me e me.
«Cheryl, non sono tutti come quel maledettissimo Austin.»
Al solo sentirlo nominare quasi mi sale la nausea. È finita da due anni ormai, ma certe ferite le nascondi e basta: non guarisci mai del tutto.
«Ho ventotto anni, Prie. Sono abbastanza grande per dirti che sì, sono tutti uguali» chiudo il discorso. Non ho voglia di stare qui a discutere su quanto gli uomini facciano schifo.
«Modalità acidona attivata!»
«Non sono acida, sono realista. Inoltre, oltre ad essere stronzo è pure ossessionato dal controllo!» sbuffo.
«Interessante.»
«Ad ogni modo, a parte il piccolo insignificante particolare che lo stronzo maniaco è il mio capo, c'è un sacco di lavoro da fare. Dovrò rimboccarmi le maniche se voglio superare il periodo di prova.»
Le racconto entusiasta di tutto quello di cui mi dovrò occupare e di quanto questo sarà sfidante per la mia carriera: «Domani ci sarà una commemorazione.»
«Commemorazione?» domanda perplessa.
Le racconto dell'incidente che ha stroncato tutte quelle vite e ammetto che sulle braccia mi sono venuti i brividi.
Lei singhiozza dall'altro capo del telefono: «Oddio quindi ha perso la sorella, il cognato e il padre». La mia bella migliore amica sensibile al dolore altrui.
«Sì, ma non per questo è comunque giustificato dall'essere un acido di prima categoria» sentenzio.
«Ricorda queste mie parole: voi due vi piacete» rilancia lei parlando come se fossimo ancora alle superiori e stessimo discutendo della prima cotta del liceo.
Non sono più la stupida ingenua Cheryl di una volta: quella che crede alle parole degli altri come fossero oro colato, che si fida subito di chiunque e che pensa che tutti siano brave persone perché lo sono io. Stavolta penserò solo al lavoro. E poi è evidente che io ad Alexander Lawson non vado affatto a genio.
La rimprovero richiamandola e lei fa un verso scocciato: «Ok, ok. Sei proprio antipatica, qualcuno doveva dirtelo! Ora ti lascio che Nigel vuole i pancakes.»
«Lo vizi troppo.»
«Lo so, ma che vuoi farci? Almeno con la bocca piena starà un po' zitto.»
La voce di Nigel si unisce in sottofondo: «Guarda che ti sento, Giuda!» ed entrambe scoppiamo a ridere prima di augurarci la buonanotte.
Rimango con il telefono tra le mani qualche altro secondo prima di decidere di spostarmi a letto.
Analizzo il mio conto in banca meticolosamente e, facendo un rapido calcolo, giungo alla conclusione che difficilmente riuscirò a sbarcare il lunario solo con lo stipendio della LAC e non voglio rinunciare alla quota mensile che riservo all'associazione di mia madre. Avevo dimenticato quanto fosse cara la vita qui e, anche se adesso sembra andare tutto bene, non posso permettermi di restare con le chiappe al vento. Devo trovare un secondo lavoro saltuario, così da poter stare più serena.
Do un'occhiata ad alcuni annunci in giro sul web e, al momento, l'unica valida opzione sembra essere quella di fattorino della pizza. Dovrei solo consegnare delle pizze per qualche ora e, con la scusa, farei anche un po' di movimento. Si tratta di un sacrificio che sono disposta a fare se ne va della mia disponibilità economica. Stando all'annuncio posso decidere io quante ordinazioni a sera accettare. Me ne basteranno almeno dieci per arrotondare una buona cifra.
Dopo aver letto tutto attentamente, invio la mia richiesta sperando mi contattino. Che saranno mai un paio di ore su una bici a trasportare cibo?
SPAZIO AUTRICE
Ed ecco qui i primi capitoli del mio nuovo romanzo. Come dicevo all'inizio, mi trovate su instagram come @martina.ingallinera. Spero di avervi incuriosite.
Detto questo non mi resta che sperare di avere vostre notizie su cosa pensate di questa nuova storia e mi raccomando non dimenticatevi di Henry ed Elèna (vi aspettano anche loro su Amazon e in libreria --> tutti i link utili sulla mia descrizione)
All the love, M
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