Cap 4• Incontro di lavoro, qualcosa non funziona
♫ Shape of you - Ed Sheeran ♫
Henry
Era ora che il nonnetto accanto a me si decidesse a scendere, così forse lei si sarebbe seduta. Leggo la sua incertezza sul da farsi nei movimenti sconnessi e nel suo dondolarsi sui talloni guardandosi intorno, ma alla fine si decide e si siede. Un profumo di peonia e camomilla mi investe quando sedendosi sposta l'aria verso di me. La sua vicinanza ha un non so che di strano o forse sono solo stordito dall'emicrania e dall'ibuprofene. Che cazzo mi prende? Sembra che non abbia mai visto una donna in vita mia. Lei però sembra diversa da tutte quelle con cui ho avuto a che fare e questo l'ho capito dal primo istante in cui i miei occhi hanno incontrato i suoi, da come non avesse cercato di attirare l'attenzione e dalla sua risata genuina mentre parlava al telefono.
La vedo sbloccare il cellulare e girare su tutti i social possibili e immaginabili.
Su Facebook apre la sua home e non riesco a tenere a bada la mia curiosità che mi invita a sbirciare sul suo display in cerca di un nome.
Elèna Costa.
Ripeto il suo nome nella mia testa cercando di imprimerlo per bene. È un nome semplice, ma allo stesso tempo particolare e sembra adattarsi e descrivere alla perfezione la persona che lo porta.
Per non dare nell'occhio appoggio la testa all'indietro e mi massaggio il setto nasale per far passare la stramaledetta emicrania che ha cominciato a martellarmi il cervello dopo la corsa e che l'ibuprofene sembra aver fallito nello scacciare.
Sono scomodo su questo dannato sedile e le mie gambe troppo lunghe per stare piegate, così mi allungo un po' e sfioro impercettibilmente la sua coscia con il ginocchio. A quel contatto la vedo trasalire e la cosa mi fa sorridere sotto i baffi. È davvero buffa. Mi mordo le labbra per non far notare che sto ridendo e allontano di nuovo la gamba.
Abbasso leggermente la testa per sbirciare dal finestrino il nome della fermata. La prossima è la mia, così mi alzo e mi avvio alle porte. Sono sicuro che mi stia seguendo con lo sguardo. Non sono stato l'unico a mostrare interesse. Forse perché le sarò sembrato strano per via del mio abbigliamento o forse perché mi trovavo esattamente di fronte a lei quando era in piedi, fatto sta che l'avevo beccata a fissarmi più di una volta, per cui non mi giro e non appena le porte si aprono sussurro tra me e me «A presto, mia cara Elèna» e scendo venendo subito investito dal freddo e dalla corrente di aria smossa dal treno che si allontana, portando via con sé anche Elèna.
Una volta all'aria aperta, resto un po' a osservare il vento spostare le foglie sugli alberi riflettendo che forse non l'avrei mai più rivista e che quindi avrei fatto bene a togliermela dalla testa. E anche presto.
Il rumore di un clacson mi scuote dai pensieri e così tiro fuori dal cappotto il cellulare per comporre il numero di Jackson.
«My favourite man on this planet!» urla lui dall'altra parte del telefono.
«Hi, my big friend!» rispondo ridendo.
Jackson mi conosce da quando sono piccolo. Era sempre stato in buoni rapporti d'amicizia e di affari con quello che aveva contribuito alla mia nascita e quando c'ero di mezzo io di certo non si faceva mancare l'occasione di prendermi in giro e rispolverare il suo inglese. Dopo essersi trasferito in Italia non era certo frequente l'utilizzo dell'inglese, se non in ufficio.
In passato veniva spesso a trovarci a Londra. Ho vissuto a Londra più della metà della mia vita, ma sono nato ad Holmes Chapel, una piccola cittadina dell'Inghilterra centrale, situata nella contea del Cheshire a sud di Manchester.
Dopo che mia madre abbandonò me e Dean, quando ancora non sapevo neanche allacciarmi le scarpe da solo, ci trasferimmo a Londra dove Dean cominciò a dare forma al suo più grande sogno: fondare una casa discografica. Ho preso da lui la passione per la musica nonostante non andassimo per niente d'accordo. Canto e suono il piano. La musica è il modo migliore che ho per scappare dalla triste realtà e soprattutto per dare voce ai miei pensieri. Non sono uno che parla molto, ma quando scrivo dico tutto quello che vorrei dire. Tornando alla casa di produzione, la Evans Productions, dopo qualche anno di difficoltà per entrare nel mercato ci siamo aggiudicati i migliori cantanti e gruppi e piano piano siamo diventati famosi in tutto il mondo e tutti ci vogliono. Da due anni mi è stata affidata la gestione di tutto il portafoglio clienti Europeo, mentre Dean e il suo socio Philip si occupano della gestione dei clienti transoceanici.
Amo il mio lavoro, ma quello che più mi piace è lo stretto contatto con i cantanti e le band. Da piccolo sognavo anche io di diventare un artista, ma Dean ha sempre bloccato ogni mia speranza sul nascere con la paura che, come è successo a molti artisti, potessi crollare giù a picco trascinando con me il nome dell'azienda. Non si fida abbastanza di me e per questo ci scontriamo spesso e volentieri, perché non ho nessuna intenzione di rinunciare a uno dei miei più grandi sogni. Per ora, però, mi accontento di farmi le ossa nel back office.
Viaggio spesso e non voglio legami sentimentali anche perché non sono portato per le smancerie e soprattutto non sopporto le palle al piede. E le donne sono solo delle palle al piede. Vogliono, vogliono e vogliono. Non voglio fare la fine di Dean. Le donne sono tutte le stesse. Guardano solo i soldi, ti usano e poi ti buttano via come se fossi una vecchia batteria scarica. E io non sono di certo uno di quelli che si fa usare, anzi.
Credo più nella fedeltà degli animali. Loro sì che non ti tradirebbero mai. Questo mi fa tornare alla mente il mio piccolo Romeo, un gatto rossiccio e spelacchiato che mi fa compagnia già da cinque anni. L'ultima volta l'ho lasciato a Londra con Amy perché non ho intenzione di sballottarlo troppo, anche se stargli lontano non mi piace per niente e so che non piace neanche a lui.
«Where are you?» chiede Jackson.
«Sono appena uscito dalla metro. Sono in un piazzale!» rispondo.
«Metro? Ma sei pazzo? Si è rotta l'auto? Potevi dirmelo ti avrei mandato qualcuno» dice lui agitato.
«No, no. Non fa nulla! Ho deciso io di prenderla» rido io per la sua reazione all'idea di me su una metro. In effetti è un po' strano immaginarmi su un mezzo pubblico, ma non è stato poi così terribile e devo dire che si è rivelata una bellissima sorpresa in fin dei conti. Non riesco a smettere di pensare al viso di quella ragazza.
«Dove devo andare ora?» chiedo.
«Resta all'uscita. Mando qualcuno a prenderti» esordisce lui.
«Ok, Jack» e stacco in attesa di questo fantomatico qualcuno.
Jackson è uno dei più importanti soci che abbiamo in Italia e da quando ho preso io il controllo dell'Europa le cose sono andate ancora meglio.
Mi vede come un figlio avendomi visto crescere e per questo mi tratta con i guanti e insieme concludiamo sempre nel migliore dei modi ogni affare in modo che risulti proficuo sia per lui che per me.
Dopo dieci minuti di attesa, noto in lontananza una donna vestita di tutto punto, con delle décolleté e una cartelletta tra le mani.
Deduco sia la nuova segretaria di Jackson. Strano, di solito prende tutte ragazze giovani che possano in qualche modo "aiutarlo" a smaltire il lavoro e a renderlo più piacevole.
«Hi, you must be Mr Evans. I am Caroline, nice to meet you» dice la donna civettuola porgendomi la mano.
«Salve, non si preoccupi! Può parlare anche italiano, la capisco perfettamente. Il piacere è mio» allungo la mano per stringere la sua.
«Oh beh! Meno male... Un pensiero in meno» dice lei sembrando sollevata e lasciandosi sfuggire un risolino. «Se vuole seguirmi...» dice indicando davanti a sé.
Seguo Caroline per un centinaio di metri. Il nuovo edificio è completamente diverso da quello vecchio. È un palazzo di almeno dieci piani tutti con vetrate e con una enorme W che gira sul tetto.
Wilson e le sue manie di protagonismo! Sorrido al pensiero di Jackson che ogni mattina prima di entrare al lavoro guarda fiero la sua W.
Tipico di Jackson. Caroline mi guida verso l'ascensore e una volta dentro pigia l'ultimo bottone: decimo piano.
Mi fissa dalle sue folte ciglia con aria maliziosa e piano piano si avvicina.
«Allora, Mr. Evans, ho sentito molto parlare di lei» sussurra poggiando una mano sul mio braccio, facendola scorrere verso l'alto fino a toccarmi il petto dove il cappotto si apre rivelando la mia camicia. Mi abbasso ad osservare la mano che si muove lentamente e sposto poi lo sguardo su di lei sfoderando uno dei miei famosissimi ghigni da predatore.
Dieci piani sono abbastanza tempo da farle pensare di potersi lanciare su di me e io non sono di certo il tipo che si tira indietro. La mia fama mi ha preceduto anche in Italia.
La donna si avvinghia come una piovra e inizia a toccarmi dappertutto cercando di stimolare la mia erezione. Sono concentrato, ma qualcosa non va.
Caroline si ritrae evidentemente imbarazzata per non essere riuscita nella sua missione e si schiaccia nell'angolino dell'ascensore cercando di non incrociare il mio sguardo.
Siamo quasi al decimo piano e io sono ancora scioccato.
Che cazzo mi prende? Stiamo scherzando? Beh, forse non sono in vena e poi la bionda della notte scorsa mi ha risucchiato tutte le forze. Non ne aveva mai abbastanza quella stronza.
Deve essere così. I piani sembrano non finire mai fino a quando arriviamo all'ultimo piano e le porte rivelano la figura di Jackson che mi attende a braccia aperte.
«Mio caro Henry! Vieni qui!» esclama dandomi una pacca sulla spalla e per poco non me la rompe.
«Vacci piano, Jack. Non sono palestrato quanto te» gli dico massaggiandomi la spalla.
«Hai ragione! Difficile avere lo stesso charme e lo stesso fisico alla mia età» afferma lui spocchioso.
«Parli come se fossi decrepito! Hai solo quarantacinque anni, bello! La vita vera inizia adesso» lo schernisco io.
«Meno male che ci sei tu a tirarmi su di morale. Ma dimmi un po', mi sembri sconvolto e la mia assistente se l'è filata a gambe levate. Che hai combinato piccolo pervertito?» dice con un ghigno sulla faccia.
«Chi, io? Sconvolto? Nah. Non ho fatto proprio nulla» dico sorridendo lasciando intendere quello che lui si aspetta.
E invece non è successo proprio un cazzo perché il mio uccello ha deciso di rimanere in letargo e non si sa per quale diavolo di motivo.
«Eh, furbastro! Ti conosco ormai... E pensare che credevo che prendendo una segretaria un po' più in là con l'età avrei risolto tanti dei miei problemi e invece si è rivelata più disponibile di tutte le altre messe insieme! La vita è crudele. Io ci provo a rigare dritto, ma il karma mi si ritorce contro» dice ridendo e facendo echeggiare la sua voce in tutta la stanza.
Si avvia verso un tavolino su cui è poggiata una bottiglia di whisky e dei bicchieri. Ne versa un po' in entrambi e me ne porge uno.
«Un brindisi a Caroline e alla nostra amicizia, man!» dice alzando il bicchiere.
Alzo anche io il mio, beviamo e ci accomodiamo alla scrivania per parlare di affari.
Mentre Jackson inizia a parlare dell'affare per cui ci siamo incontrati io continuo a pensare a quello che mi è successo in ascensore, o meglio a quello che non mi è successo.
***
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