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Cap 33• Cibo spazzatura, milkshake...solletico e respiri affannati

Never let me go - Florence + the machine

Elèna

«Divertitevi allora!» dico ai quattro.

«Potevi venire, ci divertiremo» dice Adam avvicinandosi e prendendomi le mani.

«No, Adam davvero. Per questa volta passo. Sarà per la prossima volta» gli sorrido e gli do un bacio sulla guancia per salutarlo.

«D'accordo, buona notte Elèna» e mi dà un bacio anche lui.

«Ci pensiamo noi cavalieri a queste due fanciulle! Non ti preoccupare, crocerossina» esclama Brian indicando Eleonora e JJ.

«Oh ne sono certa, altrimenti verrò a cercarti in capo al mondo» lo schernisco io e lui mi sorride di rimando.

«Buona serata e mi raccomando» sussurro alle mie amiche mentre le saluto.

«Mi raccomando a te. Non fare l'acidona» mi bisbiglia Eleonora e io scuoto la testa ridendo.

I ragazzi salgono su uno dei taxi fuori dal ristorante e scompaiono in fondo al vialetto.
Restiamo solo io ed Henry che mi aspetta ancora appoggiato alla macchina.

«Andiamo?» e mi fa cenno di salire sull'auto. Io faccio cenno di sì e salgo dal lato del passeggero.

«È strano vederti dal lato della guida» dico a Henry che intanto mette in moto.

«Perché?» chiede lui guardandomi.

«Beh di solito guida sempre Adam» affermo ovvia.

«Perché viene pagato per farlo. Ciò non vuol dire che io non sappia guidare, anzi. A Londra ho anche un paio di moto» mi informa fiero della sua collezione di motori.

«Com'è Londra?» gli chiedo mentre lui esce dall'incrocio del ristorante.

«Non ci sei mai stata?» chiede lui scioccato.

«No...» sussurro a bassa voce vergognandomene. So che Londra è una di quelle mete dove chiunque è stato almeno da piccolo durante qualche vacanza con i genitori o una di quelle vacanze studio che di studio hanno ben poco. Lui resta in silenzio qualche secondo e poi inizia a parlare.

«È magica. È la città delle mille possibilità, delle mille occasioni. Qualunque cosa tu abbia voglia di fare, puoi farla. Chiunque tu abbia voglia di incontrare, puoi star certa di incontrarlo. Se hai voglia di sentire musica dal vivo, bere una birra in compagnia, andare a ballare, fare un giro al museo o anche solo stare seduta al parco, puoi farlo. In una parola, Londra è casa mia» conclude il discorso e le sue parole lasciano trapelare un pizzico di nostalgia nella voce.

«Capisco quanto si ci possa affezionare ad un posto. Io dopo essermi trasferita mi sono letteralmente innamorata di questa città e quando sto via per più di qualche settimana ne sento la mancanza. È come se mi chiamasse» lo appoggio io.

«Lo stesso è per me. Prima o poi te la farò visitare» mi guarda e mi sorride.

«D'accordo, Cicerone» gli sorrido io mentre cerco di non dare a vedere che dentro sto esplodendo di felicità per il fatto che si sia proposto di farmela visitare, anche se non accadrà mai.

Alla radio passa Never let me go dei Florence + The machine e io mi abbandono alla melodia ascoltandone le parole. Adoro questa canzone e non so perché, ma sento il cuore accelerare e ogni tanto mi soffermo ad osservare Henry accanto a me con la coda dell'occhio.
Lui sembra concentrato sulla guida e così anche io mi perdo ad osservare il cambiare del colore dei semafori. Rosso, giallo, verde e di nuovo rosso, giallo, verde. Uno dopo l'altro passiamo gli incroci e le canzoni si susseguono alla radio.

Proprio in un momento di pausa, uscendosene dal nulla, il mio stomaco decide di brontolare e così imbarazzata lo copro con le mani sperando che Henry non lo abbia sentito.
Siamo ancora lontani da casa mia eppure non mi sembrava ci volesse così tanto per arrivare.

«Mmh, Henry? Dove stiamo andando?» gli chiedo circospetta.

«A recuperare un po' di cibo spazzatura» mi dice alzando il sopracciglio.

«Cibo? Ma abbiamo appena cenato» dico io.

«Mmm chiedilo al tuo stomaco. Non sembrava tanto contento poco fa e ho visto come guardavi le porzioni al ristorante» e si fa scappare un risolino.
Gli do un colpetto sul braccio.

«Non è vero. S-sono sazia» e proprio mentre sto per finire la frase ecco che di nuovo si fa sentire il brontolio.
Stupido stomaco e stupido ristorante con le porzioni fantasma! A mia discolpa vorrei precisare che sono nella fase pre-ciclo e le donne sanno cosa vuol dire.

«Visto? Non avrai mica il coprifuoco?» mi prende in giro.
In tutta risposta gli faccio una linguaccia e mi giro dal lato del finestrino dandogli le spalle.
Ha rinunciato ad andare a ballare per accompagnarmi a casa e ora si offre di portarmi a mangiare, di nuovo, dopo aver offerto la cena in un ristorante di lusso con conti da capogiro. Se non è matto lui allora la matta sono io, o forse siamo entrambi matti.

«Siamo quasi arrivati» mi avvisa dopo un po'.
Mi ricompongo sul sedile e cerco di capire dove siamo.
Ma certo. Mc Donald's! Sorrido all'idea che Henry mi abbia portata qui.

«So che hai mangiato un cheeseburger a pranzo, ma a quest'ora è l'unica cosa aperta che faccia cibo velocemente» dice incanalandosi nella corsia per il take away.
Non appena le ruote salgono sopra i sensori e ci avviciniamo al cartello con il menù, una voce metallica ci invita a dire cosa vogliamo.

«Ehm prenderò un big mac e un milkshake alla fragola» avviso Henry che ripete quello che gli ho detto e aggiunge una porzione di patatine, dei nuggets e una coca.
La voce ci invita ad avviarci alla cassa per ritirare l'ordine.
Tiro fuori il portafoglio e prontamente Henry mi blocca l'accesso alla cassa.
Se è il gioco duro che vuole, lo avrà. Slaccio al volo la cintura e scendo dall'auto facendo il giro e piazzandomi davanti alla cassa sotto lo sguardo scioccato del cassiere che osserva inebetito la scena.

«Elèna, sali in macchina» sento Henry dire alle mie spalle.

«Non prima di aver pagato» gli rispondo e consegno le banconote al cassiere che mi porge il resto e un sacco con dentro quello che abbiamo ordinato.
Salgo in auto sventolando verso Henry il bottino contenuto nel sacchetto.

«Tu sei pazza» sorride scuotendo la testa.

«Lo so. Che vuoi farci?» dico sorridendo anche io e alzando le spalle. Henry mette la prima e usciamo dal Mc Donald's.
Durante il tragitto mi vendico di Henry e inizio a rubare le patatine dal sacchetto.

«Ehi, quelle sono mie» si lamenta prendendone anche lui una.

«Anche quelle a pranzo erano mie. 1-1 palla al centro» lo sfido prendendone un'altra e sorseggiando un po' del mio milkshake.
Finalmente Henry parcheggia e spegne il motore.

«Andiamo» mi fa cenno di scendere dall'auto e seguirlo verso il parco.
Recupero il sacchetto e scendo dall'auto facendo attenzione a non cadere rovesciando tutto. Conoscendomi è uno degli scenari più probabili per concludere la serata nel migliore dei modi.

«Lo porto io» si offre Henry. Io però stringo il sacchetto al petto e faccio cenno di no.

«È già in buone mani!» glielo nego e lui rotea gli occhi divertito.

«Non mi mangerò il tuo panino» giura lui.

«Non posso ancora fidarmi» socchiudo gli occhi facendo ridere Henry.

«D'accordo, va bene. Tienilo tu, ma stai attenta a dove metti i piedi o nessuno dei due mangerà» e si avvia verso una fontana al centro del parco dalla quale sgorga l'acqua illuminata dai led colorati.
Si siede e mi fa cenno di sedermi accanto a lui.
Poggio il sacchetto tra di noi e inizio ad estrarne il contenuto dividendolo.

«Ecco, ora sì che ti è tornato il colorito» mi schernisce Henry.

«Ma la vuoi piantare di prendermi in giro? Mi piace mangiare, non è colpa mia» mi lamento ingoiando l'ultimo boccone del panino.
Prendo un fazzoletto dalla borsa e mi pulisco gli angoli della bocca e ne passo uno anche a Henry che si è riempito le mani di ketchup come un bimbo con i colori all'asilo.

«E io che pensavo che i fazzoletti fossero di Hello Kitty! Mi hai deluso» dice accettando il fazzoletto.

«Ce l'hai ancora con me per quel tampone? Vorrà dire che la prossima volta ti lascerò morire dissanguato così potrai mantenere intatto l'onore... Da morto» rispondo.

«No! Vorrà dire che la prossima volta ti terrò ferma quando avrò intenzione di farti il solletico» ghigna lui.

«Oh e come avresti intenzione di fare? Non sono una che si arrende facilmente» dico finendo di bere il mio milkshake. «Mentre ci rifletti su, vado a buttare questi» indico la carta del panino e il sacchetto ormai vuoto.

Mi alzo con le carte in mano per buttarle nel cestino più vicino, ma mentre mi avvicino al cestino distinguo il suono dei suoi passi dietro di me.
Butto via il sacchetto e quando mi giro vedo Henry dietro di me che mi guarda con uno strano ghigno sul viso.

«Ci ho pensato» e inizia ad avanzare verso di me.

«No, no. Henry... Henry, no!» e scappo verso il parco, in mezzo agli alberi, sperando che non mi raggiunga. Ovviamente è più veloce di me e quando mi raggiunge cadiamo entrambi per terra sull'erba umida e io non riesco a trattenere un urlo per l'impatto. Iniziamo a rotolare e io cerco di scampare all'attacco, ma lui mi si piazza di sopra e mi blocca le mani sopra la testa con una mano mentre con l'altra continua a farmi il solletico e farmi ridere.

«Allora? Dov'è la guerriera?» mi sussurra a pochicentimetri dal viso mentre io continuo a dimenarmi cercando di liberarmi.
Smette di farmi il solletico rimanendo sopra di me con le gambe cavalcionibloccandomi i polsi con le mani. Per fortuna non c'è molta gente al parco datal'ora e le poche persone che ci sono, sono parecchio distanti da noi. Ilchiarore della luna è l'unica fonte di luce che schiarisce il buio intorno eche delinea i lineamenti di Henry.
Ho il respiro affannato e nonostante l'imbarazzo per la posizione in cui citroviamo non riesco a far altro che fissare i suoi occhi incastrati nei miei ele sue labbra leggermente aperte.

I ricordi del nostro primo bacio mi riaffiorano violentemente come un flashback e con essi tutte le sensazioni che avevo provato: la sorpresa, il desiderio e il senso di colpa per Leo.
Solo ora però guardando Henry negli occhi, mi rendo conto che la prima volta avevo usato Leo come scusa, come freno. Mi ero fermata per paura e non per senso di colpa o per fedeltà. Questo fa assumere al tutto una sfumatura diversa e mi lascia vedere le cose come sono realmente.
Aveva ragione Eleonora a dire che provo qualcosa per lui e aveva ragione Leo a dire che ci fosse qualcun altro. Solo che loro lo avevano capito prima di me e io l'ho capito soltanto adesso mentre sono sdraiata sull'erba umida di chissà quale parco con addosso il vestito di Eleonora, i capelli pieni di aghi di pino e lo stomaco che sta per scoppiare dopo aver ingerito una quantità infinita di calorie nel giro di poche ore. Forse sono gli zuccheri che mi stanno dando alla testa o forse è stata la telefonata con Leo ad avermi destabilizzata o forse è il fatto che Henry è sopra di me e mi sta ancora fissando con le fossette appena accennate a pochi centimetri dal mio viso aspettando una risposta. Questo maledetto sorriso mi frega sempre, dal primo giorno.
Smetto di pensare, spengo la vocina interiore che mi dice di non farlo, chiudo gli occhi e senza pensarci ulteriormente prima di pentirmene poggio le mie labbra sulle sue.
All'inizio è sorpreso, ma dopo qualche secondo ricambia il bacio. A differenza dell'altra volta è un bacio dolce. Assaporo ogni centimetro delle sue labbra e lui mi libera un polso per accarezzarmi il viso. Con la mano libera segno il contorno delle sue labbra con l'indice staccando per poco le nostre labbra e lui mi stampa qualche bacio sul dito.

Mi attira di nuovo a sé, stavolta con più foga e io intreccio le dita ai suoi capelli. Di solito con Leo chiudevo gli occhi. Ho sempre pensato che fosse più romantico chiuderli, ma con lui non voglio perdermi un attimo, uno sguardo. I nostri occhi sono impegnati a comunicare così come lo sono le nostre labbra e tutto il resto del corpo. 

Con uno scatto improvviso Henry mi fa mettere a sedere e mi cinge la vita con le braccia. Siamo così vicini che è impossibile vedere qualcosa di sbagliato in noi. È come se avessi trovato il pezzo mancante della mia vera essenza. Queste labbra sono il mio porto sicuro e ho intenzione di rimanerci aggrappata per tutto il tempo che mi verrà concesso.

Henry insinua la sua lingua nella mia bocca e trova la mia pronta ad accoglierlo. I respiri si fanno più concitati e in breve esaurisco l'aria a disposizione. Interrompiamo il contatto solo per riprendere fiato e non c'è segno di pentimento o cedimento da nessuna delle due parti. Lascia una scia di baci sul mio collo e porta le mie mani dietro la sua nuca.

«Cosa mi fai, Elèna?» sussurra Henry sulle mie labbra.

«Non lo so» sussurro io.
Con questo bacio ho detto tutto quello che avevo taciuto fino a questo momento. Cos'è un bacio se non un modo di respirarsi il cuore e di scambiarsi sulle labbra il sapore dell'anima, aveva detto Cyrano.
Non posso più tornare indietro e non voglio. So che soffrirò e che Henry non prova nulla per me, ma voglio vivere e se per farlo dovrò prima morire va bene, perché potrò dire di averci provato.

***

Vi lascio l'emozionante estratto audio di questo capitolo e spero di farvi cosa gradita

https://youtu.be/-70bM1b2RAE

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