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Cap 24• Mandare via e che cazzo ho scritto?

Love you, goodbye - One Direction

Elèna

«Leo...» comincio e lui si gira verso di me guardandomi con aria strana.

«Volevo parlartene da un po', ma non sapevo mai quando sarebbe stato il momento giusto... E alla fine ho capito che non esiste il momento giusto. Non in questi casi» continuo senza riuscire a guardarlo negli occhi nonostante senta i suoi puntati nella mia direzione.

«Elèna, cosa stai dicendo? Dove vuoi arrivare?» mi interrompe lui.

«Vedi...» inizio ad attorcigliare le dita tra di loro. «In questo periodo sono un po' confusa. Stanno avvenendo troppi cambiamenti nella mia vita e non riesco a stare al passo con tutto. Mi sento cambiata e non so neanche io come o in cosa. Sto scoprendo che riesco a fare cose che prima non avrei mai immaginato di fare. Ho un lavoro e sono cresciuta molto in questi anni lontana da casa. Ho scoperto di riuscire a stare da sola e di sapermela cavare senza sempre fare affidamento su qualcun altro. Ho capito di essere forte, ma ho anche capito che non riesco più a darti le attenzioni che meriti. È da quasi un anno che la nostra storia va avanti per abitudine e ogni giorno me ne rendo sempre più conto dai messaggi o dalle chiamate che facciamo. Mi sono stancata di parlare al telefono o di dover raccontare tutto quello che mi succede per messaggi» sputo fuori tutto prima di potermene pentire.

Lui mi guarda sbigottito e incredulo. Lo sto ferendo e lo so, ma prima o poi sarebbe arrivato questo momento.

«I-io... Non capisco... Cosa ho fatto di sbagliato? Non mi sembra di averti mai fatto mancare niente in tutti questi anni» risponde lui alzandosi e mettendo le mani sulla testa.
Mi alzo anche io e cerco di confortarlo per quanto possa riuscirci.

«Non hai fatto niente che non va. Non sei tu il problema, credimi» gli dico prendendogli il viso tra le mani.

«C'è un altro?» mi chiede e posso sentire la tensione nella sua voce.

«No, come ti salta in mente? Guardami negli occhi, ti sto dicendo la verità» e senza accorgermene sento le lacrime rigarmi le guance.
Gli sto facendo del male e lo so e fa male, più di quanto pensassi. Non rispondo sinceramente alla sua domanda non perché non abbia il coraggio di farlo, ma perché Henry è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non lo sto lasciando per un altro anche perché con Henry non c'è assolutamente nulla. Lo sto lasciando perché è giusto così e voglio che lui lo sappia e non dia la colpa a nessuno se non a me.
Lui mette le sue mani sulle mie e le sposta lasciandole cadere verso il basso. Posso sentire il rumore di qualcosa che va in frantumi: il suo cuore.

Vedo tutto il dolore che lo sta attraversando e vedo anche come stia cercando di lottare per non crollare del tutto e lasciarsi sopraffare dalla bomba che ho appena sganciato.

«Io pensavo che andasse tutto bene. Ho investito tutto su di te! Avevo dei progetti per noi e ora hai appena buttato tutto nel cesso» mi urla contro facendomi sussultare per la sua reazione.

Mi sento mancare la terra sotto i piedi e inizio a sudare freddo. Non l'ho mai visto così arrabbiato con me.

«Sono venuto fino a qui perché pensavo che non ti potessi spostare per il lavoro. Non potevo immaginare che fosse perché sei tu a non volere salire su un cazzo di aereo! E io che ho fatto i salti mortali per prendere questo giorno libero rischiando anche di perdere il lavoro. Ah già, tanto a te non te ne frega un cazzo! Non te n'è mai fregato un cazzo di me! Mi avevano avvertito, ma io non volevo starli a sentire perché ti amo, ma si sa l'amore rende ciechi e io con te ho preso un enorme abbaglio!» dice con più calma di prima, ma con una calma apparente che cela più rabbia e dolore di un urlo e che dopo aver lasciato le sue labbra suona davvero agghiacciante.

«Lo sai che non è vero! Non ti ho mai preso in giro. Non puoi dire una cattiveria del genere solo perché ti sto dicendo la verità. Anche io ho rinunciato a tutto per te. Non sono mai andata in posti che a te non andassero a genio o messa un vestito che non ti piacesse o fatto amicizie che ti avrebbero potuto dare fastidio. Ma sai una cosa? Mi sono stancata. La mia non è vita e me ne sono accorta forse troppo tardi!» sbotto io stringendo i pugni e ripensando a tutte le occasioni che ho sprecato e che ormai sono andate perse per colpa sua. Ho fatto di lui il mio punto di riferimento e mi sono persa gli anni migliori della mia vita. Ora però basta.
Inizia a tremare dalla rabbia, non lo riconosco neanche più. Ha i lineamenti distorti, la vena del collo pulsa ed è gonfia e apre e chiude i pugni affondando sempre di più le dita nei palmi.

«Di' qualcosa» sussurro.

«Stammi lontano, Elèna» sputa le parole insieme alla rabbia.

«Ti prego, non voglio che finisca così. Non dopo tutto quello che abbiamo condiviso» dico appoggiando la mano sul suo braccio.
Mi guarda con gli occhi infuocati e mi spintona all'indietro con una forza inaudita. In un millesimo di secondo mi ritrovo a sbattere contro il muro dietro di me e sbatto violentemente la testa.
Mi fanno male tutte le ossa e la testa mi rimbomba e il tutto mi ricorda quella maledetta notte al locale.

«O mio Dio, Elèna, perdonami. I-io non volevo» cerca di scusarsi avvicinandosi.

«Non toccarmi» lo spintono allontanandolo.

«Giuro, non volevo» dice lui con la voce rotta.

«Vattene» dico senza guardarlo negli occhi.

«Ma...» prova a dire lui.

«Ho detto vattene. Ora» dico cercando invano ditrattenere le lacrime.

Leo si allontana dopo aver provato di nuovo ad avvicinarsi e aver ricevuto l'ennesimo rifiuto. Lo sento armeggiare in camera mia con la valigia mentre io sono ancora qui con la testa tra le mani che cerco di non crollare definitivamente.
Come ha potuto? Non aveva mai alzato un dito contro di me. Pensavo non lo avrebbe mai fatto, invece a quanto pare mi sbagliavo.
È la seconda volta nel giro di qualche giorno che degli uomini mi mettono le mani addosso, ma con quelli del club era diverso. Non sapevo chi fossero. Lui invece è il mio Leo. Non più mio, ma sempre Leo. Il Leo che si è dichiarato al chiaro di luna sulla panchina del parco dicendo di amarmi. Il Leo che non mi ha mai fatto mancare nulla e per il quale avrei dato la vita. Il Leo che mi ha portato in Spagna come regalo del diploma. Il Leo che stava con me da cinque anni e di cui capivo al volo ogni più piccola espressione.
Quello che mi ha spinta però non è quel Leo. È un'altra persona e non voglio averci niente a che fare. Mi passa davanti trascinando la valigia.
Nel frattempo io mi sono alzata e cerco di rimanere ferma perché tutto intorno a me sembra girare come se mi trovassi dentro una lavatrice.

«Non volevo. Ti prego, credimi!» si scusa lui dinuovo.

«D'accordo. Ora però vattene, per favore» lo supplico indicando la porta.

«Domani parto. Perdonami!» si gira l'ultima volta prima di varcare la soglia della porta.
La richiudo dietro di lui e mi appoggio con la schiena scivolando fino a terra dando finalmente sfogo alle lacrime che supplicavano ormai da un po' di essere lasciate libere.
Mi torna in mente l'incubo che avevo fatto qualche tempo prima e sembro collegare tutto: il filo che si spezzava era la mia storia con Leo.
Piango per un tempo infinito che non riesco a definire. Solo quando gli occhi non riescono più a far fuoriuscire acqua salata capisco di aver riversato ogni lacrima possibile.
Erano lacrime di dolore, rabbia, ma soprattutto di delusione.
Sento la chiave entrare nella toppa, ma non ho ancora la forza di spostarmi così Eleonora inizia a spingere la porta sulla quale sono abbandonata a peso morto.

«Elèeeeena, che diamine hai messo davanti alla porta? Non riesco ad entrare» urla lei.

«Sono io» mugolo inerte.

«Che cazzo ci fai qui dietro?» chiede con la voce che viene ovattata dal legno della porta.

Prendo un bel respiro e finalmente mi alzo lasciando il passaggio libero ad Eleonora.

«Allora? Dov'è Leo... Che è successo? Sembri una fontana rotta» chiede squadrandomi mentre si toglie il giubbotto.

«Niente» rispondo.

«Dov'è Leo?» mi chiede.

«Se n'è andato» sospiro.

«Andato? Ma dove scusa? Oh aspetta... Non vi sarete mica lasciati?» chiede strabuzzando gli occhi.

Io faccio un semplice cenno con il capo.

«Oh, merda! Tesoro vieni qui!» e io corro ad abbracciarla. Ho proprio bisogno di conforto in questo momento e le braccia di Eleonora sono sempre state un porto sicuro nonostante siano esili come due fuscelli. Mi abbraccia e inizia ad accarezzarmi i capelli per calmare i singhiozzi che mi scuotono.
Restiamo così per un po' fino a quando decido di staccarmi per prendere aria.

«Hai voglia di parlarne?» mi chiede.
Scuoto il capo perché ancora non ho realizzato e non voglio parlarne perché una volta che ne avrò parlato sarà davvero reale.

«D'accordo, lo capisco. Quando vuoi sai che ci sono!» mi dice dandomi un bacio sulla guancia.
Le accenno un sorriso perché so che è così e so che ci sarà sempre per me, succeda quel che succeda, ci saremo sempre l'una per l'altra come si farebbe tra sorelle.
Non ce la faccio a stare chiusa qui dentro. Ho bisogno di uscire, devo cambiare aria anche se so che andare in giro da sola a quest'ora non è certo una buona idea.
Raccolgo le forze però e decido che devo andare a fare un giro. Saluto Eleonora avvisandola che vado a fare una passeggiata sotto casa.

«A quest'ora? Elèna è tardi! Stai attenta» mi urla dal bagno.
So che è tardi, ma so anche che non voglio restare in casa. Le pareti sembrano restringersi e richiudermisi addosso.
Esco e faccio quello che ho intenzione di fare da quando Leo se ne è andato.
Prendo un taxi e mi faccio lasciare in un locale in centro. C'è un sacco di gente per essere sera tardi. Mi perdo tra le voci dei passanti cercando di spegnere i miei pensieri. Camminando, incrocio un locale pieno di gente dal quale fuoriesce della buona musica e decido di entrare.
Mi siedo al bancone e osservo le persone muovere i fianchi a ritmo di musica.

«Che brutta cera! Qui ci vuole un bel cicchetto di vodka» esclama una voce alle mie spalle.
È un ragazzo non molto alto ed essendo dietro il bancone capisco subito che si tratta del barman.

«No grazie, non bevo!» dico declinando l'invito.

«Non puoi sederti al mio bancone e dirmi che non bevi. Fidati, ti ci vuole. Offre la casa» e mi allunga un bicchierino pieno di un liquido trasparente.
Se ne versa anche lui uno e lo fa scontrare con il mio.

«Alla tua» dice bevendo in un solo sorso il liquido all'interno del piccolo bicchierino. Io osservo il bicchiere indecisa sul da farsi.
Fanculo. È stata una giornata di merda, peggio di così non può andare! Butto giù la vodka tutto d'un sorso.
Il liquido mi brucia in gola e ha un sapore molto aspro. Ora mi ricordo perché non bevo. Perché fa schifo. Faccio una faccia schifata e il barista si mette a ridere.

«Sei buffa» continua a ridere lui.

«Che schifo» mi lamento io.

Senza pensarci troppo bevo anche il secondo e poi il terzo e il quarto.
Perdo completamente il conto e soprattutto perdo completamente la lucidità.
L'ultima cosa che ricordo è di aver composto il suo numero e avergli mandato un messaggio.
Ebbene sì, tra un bicchiere e l'altro è proprio a Henry che scrivo.

Sono in un locale vicino al tuo albergo e ho appena finito di bere tutta la vodka a disposizione, ma l'unica cosa a cui riesco a pensare sono i tuoi occhi e le tue rondini.

Premo invio per sbaglio dato che non riesco a intuire la differenza tra un tasto e un altro così mi tocca mandarne un altro per scusarmi del primo anche se le mie dita si decidono a digitare tutt'altro.

Sai, sono proprio belle! Quando le hai fatte?

Oddio. Che cazzo ho scritto? Premo di nuovo invio e lo schermo inizia ad appannarsi o forse è la mia vista. Non lo so, non capisco più niente.

***

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