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Cap 23• Non vedersi e chi cazzo era quello?

Breathe again - Sara Bareilles

Elèna's POV

«Leo!» esclamo sorpresa girandomi verso di lui. Non mi aspettavo minimamente una cosa del genere e soprattutto non mi aspettavo venisse a trovarmi lavoro. Ecco perché non rispondeva ai messaggi ed era schivo nelle telefonate.
Lui mi prende e mi fa volteggiare insieme a lui per poi riposarmi per terra e lasciarmi un bacio a stampo.

Sono ancora stupita perché da quando stiamo insieme non mi aveva mai fatto una sorpresa e anzi di solito ero io a tornare per vederci.

«Che hai nell'occhio?» mi chiede ispezionando il gonfiore.
Io mi scanso e rispondo prontamente.

«Nulla, deve avermi punto un insetto prima al parco. Sai come sono delicata» sorrido minimizzando.  «Che ci fai qui? Quando sei arrivato?» gli chiedo.

«Come che ci faccio qui? Sono venuto a trovarti. Mi mancavi. Riparto domani però» dice accarezzandomi una guancia.

«Non sei felice di vedermi?» mi chiede sospettoso.

«Eh-ehm!» Adam si schiarisce la voce salvandomi.
Adam ti devo un favore. Uno dei tanti!

«Oh Leo, lui è Adam! Adam lui è Leo» dico presentandoli.
Adam si avvicina e porge la mano a Leo che lo guarda di sottecchi ricambiando con una forte stretta.

«Quindi tu saresti...?» chiede Leo rivolto ad Adam.

«Io sono il suo autista» risponde lui tranquillo sostenendo lo sguardo indagatore di Leo. Leo guarda prima lui e poi me e annuisce.

«Ti trattano bene se hai anche l'autista» afferma Leo prendendomi per mano.

«S-sì, mi trovo molto bene» confermo io mettendo una ciocca di capelli dietro l'orecchio.

«Adam! Sono due ore che ti aspettiamo» sento una voce alle mie spalle. No, no, no! Ma perché?
Merda!

Henry si avvicina entrando nella mia visuale e, ahimè, anche in quella di Leo.
Indossa un paio di pantaloni neri e una t-shirt bianca con lo scollo a V che lascia intravedere le rondini e la collana e ha i capelli sciolti e gli occhiali da sole che impediscono che i ricci gli finiscano davanti agli occhi. Inizio a sudare freddo e mi tremano le gambe. Se solo Henry si lascia sfuggire qualcosa qui è la fine.
Lui, che fino a quel momento non mi aveva notata, si gira e guarda prima me e poi Leo. Infine il suo sguardo si blocca sulle nostre dita intrecciate.

«Elèna, non sapevo ci fossi anche tu» dice guardandomi negli occhi e non degnando Leo neanche di uno sguardo.
La presa di Leo si fa più forte e per poco non mi spezza le dita, così mi giro verso di lui e lo fulmino con lo sguardo.
Sai com'è, le dita mi servono ancora tutte quante!

«Sì, ma stavamo proprio per andare via» dico dandogli le spalle e avviandomi all'uscita trascinando con me Leo.

«Aspetta!» mi ferma Henry.
«Non fare la maleducata. Non mi presenti il tuo amico?» dice con un ghigno. Ma quanto è stronzo?

«Non sono un suo amico. Sono il suo ragazzo. Qualche problema?» sibila Leo avanzando verso Henry.

«Nessuno» dice lui con una voce così fredda da farmi gelare il sangue.
«Sai quanto è importante quell'affare, quindi cerca di essere rintracciabile» dice Henry rivolto a me.
Ma che dice? Io non lavoro per te, brutto idiota. Prendo ordini solo da Jackson. Lo so che vuole soltanto crearmi problemi marcando il territorio ed essere riconosciuto come maschio alfa, ma Leo sa il fatto suo e Dio solo sa quanto mi tartasserà di domande su di lui dopo questa scenata.

«So portare a termine i miei doveri, signor Evans» e detto questo mi allontano dopo aver salutato Adam.

«Chi cazzo era quello?» mi chiede Leo con gli occhi iniettati di sangue, come volevasi dimostrare.

«È il capo di un'altra casa discografica con la quale sta collaborando il mio capo, Jackson» gli spiego.

«E sono tutti così simpatici qui dentro?» dice ironicamente.

Io roteo gli occhi e continuo a camminare.

Sapevo che non gli sarebbe andato a genio nessuno e con l'arrivo di Henry e le sue manie di egocentrismo devo dire che non ha tutti i torti.
Chiamo Jackson per chiedergli se posso prendermi il pomeriggio libero e ovviamente lui non esita un secondo a dirmi di sì.

«Cosa vorresti fare?» chiedo a Leo che mi ha fissata per tutto il tempo della chiamata a Jackson.

«Quello che vuoi fare tu. Mi basta stare con te» risponde lui alzando le spalle.

Decido di portarlo a fare un giro in centro dopo aver lasciato a casa la valigia. Entro in tutti i negozi possibili e immaginabili e compro un paio di vestiti e camicette per il lavoro.
Ogni tanto Leo storce il muso per qualche vestito troppo corto e io che non ho voglia di litigare nel bel mezzo di un negozio davanti agli altri, sono costretta a posarlo e a dargliela vinta. Mentre sono alla cassa da H&M ricevo una mail.
Il mittente è [email protected].

Ho bisogno di te,
H.

Sbarro gli occhi e sbianco di colpo. L'azione successiva è quella di bloccare subito lo schermo. Non può averlo scritto davvero. Non è possibile.

«Signorina? Tocca a lei» dice la cassiera che mi fissa. Mi giro e vedo una fila di donne incazzate con me perché sto rallentando la fila.
Ho appena ricevuto una mail senza senso e del tutto discutibile dalla persona con cui ho tradito il mio ragazzo che tra l'altro è qui, quindi scusate se non sono agile e scattante! Pago e nel frattempo elimino ogni traccia della mail dal cellulare, non si sa mai.

«Ci hai messo una vita! La seconda guerra mondiale èdurata meno!» sbuffa Leo che mi stava aspettando fuori dal negozio appoggiatoal muro.
È proprio un bel ragazzo, però. Alto, muscoloso e biondo con gli occhi azzurri.Mi ero innamorata di lui quando avevo quindici anni. Uscivamo con lo stessogiro di amici e dopo anni di rifiuti da parte sua, in cui non aveva fatto altroche spezzarmi il cuore, finalmente un giorno si era deciso e aveva capito divoler stare con me. Da quel giorno non ci eravamo più lasciati ed eranotrascorsi cinque anni.

Noto che molte ragazze lo guardano e non posso però non notare che la cosa non mi ingelosisce più come prima. Prima avrei dato i numeri, ora sono più tranquilla, come se fossi più sicura di me e di quello che lui prova per me. Ho il coltello dalla parte del manico.
Sento squillare il telefono e impiego qualche secondo a tirarlo fuori dalla borsa. Non riconosco il numero però.

«Pronto?» rispondo titubante.

«Elèna! Dove diamine sei?» mi aggredisce una voce roca.

«Chi è?» chiedo anche se ho una vaga idea di chi possa essere.

«Henry, chi sennò!» risponde lui sarcasticamente.

«Che c'è?» chiedo con ansia ricordando la mail di poco prima.

«Ti ho mandato una mail e non hai risposto» dice lui come se la mail che mi aveva mandato fosse normale.

«Non è che ci fosse scritto chissà quale indizio su cosa volessi» dico abbassando il volume della chiamata per evitare che Leo senta.

«Te! Che domande!» dice facendo una pausa che mi ferma il cuore. «Mi serve sapere dove hai messo i documenti con la firma del contratto» conclude lui.

Mi sembra di aver perso dieci anni di vita a quel te e averne riacquistati venti quando mi ha detto che è solo per lavoro.

«Oh! Sono nel cassetto della mia scrivania. Quello sulla destra, nella cartelletta blu» affermo ricordando dove li avessi messi dopo aver riordinato.

«Ok. Vado a cercarli. Mi raccomando tieni sempre il cellulare a portata di mano e controlla le mail» mi avvisa e stacca senza neanche lasciarmi il tempo di rispondere.

Piccolo sbruffone maledetto che non è altro! Fisso allibita lo schermo del cellulare per un po' e solo quando Leo poggia una mano sul mio braccio lo poso in borsa.

«Tutto a posto? Chi era?» mi chiede con fare interrogativo.

«Sì, era il mio capo. Aveva bisogno di sapere dove fossero dei documenti» sintetizzo io senza nominare Henry o sarebbe scoppiato il finimondo.

«Adesso ci andiamo a prendere un bel gelato» suggerisce Leo prendendo le buste che ho in mano e posandomi l'altro braccio sulle spalle.
Mentre mangiamo il gelato ricevo altre quattro mail e tre chiamate di Henry. Erano chiamate e mail inutili. A volte chiamava e si dimenticava anche il perché. Leo era abbastanza scocciato e io continuavo a ripetere che non potevo riattaccare in faccia al mio capo che già mi aveva fatto la cortesia di lasciarmi libero il pomeriggio e lui si era ormai rassegnato alle continue interruzioni.
Rientriamo a casa e siamo soli perché Eleonora non è ancora rientrata.
Mentre poso le buste e metto i miei acquisti nel cesto della biancheria, Leo mi carica di peso sulle spalle e mi porta in camera adagiandomi sul letto.

«Ora sei tutta per me» dice mettendo il silenzioso al mio cellulare.

Si stende accanto a me e inizia a baciarmi infilando la mano sotto alla maglietta cercando di sfilare il reggiseno.
Sussulto quando mi morde il labbro inferiore. Anche se non si vede più niente, mi fa ancora male.

«Scusa» dice agitato vedendo che mi ha fatto male.

Scuoto la testa perché in questo momento non riesco a dire niente. Non trasalisco al suo tocco, non mi muovo, non cerco il contatto con la sua pelle. Sono come mummificata. Lui sembra notarlo, ma è troppo preso dal momento per preoccuparsi dei miei sentimenti.
Inizia a spogliarmi e io lo lascio fare. Con la scusa del morso riesco a non farmi più baciare. Mi dà quasi fastidio.

Che cazzo mi sta prendendo? Non mi è mai successa una cosa del genere.
Non riesco a concentrarmi. Eppure dovrei essere contenta e al settimo cielo. C'è qualcosa che però mi disturba e mi inquieta.
Mentre Leo prende una bustina blu e tira fuori un preservativo, per un attimo al posto dei suoi occhi vedo un paio di occhi verdi e dalla mia bocca esce un verso strano di sorpresa.

«Che succede?» si chiede lui guardandomi confuso.

«N-niente» dico io.
Entra e per me è come una frustata. Nonostante stia facendo piano il dolore è insopportabile e così giro la testa di lato cercando di nascondere la sofferenza. Che cavolo mi sta prendendo? Cerco di estraniarmi dal momento sperando che duri poco e mi concentro su altro. Fisso le pareti bianche dalla mia stanza e vago con lo sguardo sulle foto appese al muro. Per fortuna Leo non sembra accorgersi di nulla e dopo un po' la mia sofferenza termina, lasciando al suo posto una strana sensazione.

«Amore, ma che hai?» mi chiede accarezzandomi la schiena dopo essersi rivestito.

«Sono solo stanca» rispondo.

«Mmm» mugola lui non convinto.

«Come va al bar?» chiedo cambiando argomento.

«Bene, stiamo lavorando tanto ultimamente» risponde lui.

«Beh meglio no?» chiedo io guardandolo.

«Già» risponde lui con lo sguardo assente.

«Faccio una doccia» gli dico. Ho bisogno di lavarmi ecacciare via la brutta sensazione che mi opprime. Sotto l'acqua calda cerco dimettere ordine ai pensieri non riuscendoci. So che c'è solo una cosa che possofare, che anzi devo fare. Devo solo decidere quando e trovare il coraggio.

Quando esco dal bagno è quasi ora di cena.

«Cosa vuoi mangiare?» chiedo a Leo che risponde scrollando le spalle. Non prende mai decisioni, che si tratti di cosa mangiare o di cosa fare.

«Pizza?» suggerisco.

«Pizza sia. Sai già come la voglio. Faccio anche io una doccia» e dopo avermi dato un bacio sulla guancia sparisce in bagno.

Prendo il telefono e chiamo Eleonora per sapere se anche lei vuole la pizza, anche se conosco già la risposta. Non si sono mai sopportati molto con Leo per cui declina l'invito e dice che starà fuori fino a tardi. Prenoto le pizze per me e Leo. Ovviamente arrivano in ritardo e quasi fredde: mai fidarsi dei fattorini. Tutto sommato però è  almeno commestibile.

Dopo aver lavato le posate ci sediamo sul divano. Leo mi guarda e mi fa cenno di poggiarmi sul suo petto come ero solita fare. Era la mia posizione preferita.
Era... Ho detto bene. Forse è arrivato il momento.

«Leo...» comincio.


***

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