Cap 22• Il ragazzino ci sa fare e indovina chi sono?
♫ Fast car - Jonas Blue feat Dakota ♫
Elèna's POV
«Eleeeeèna!» dice Caroline biascicando le parole.
«Caroline? Tutto a posto?» le chiedo per cortesia anche se in fin dei conti poco mi importa. Non mi va proprio a genio, è subdola e cattiva e di certo non è la persona con cui mi piacerebbe passare del tempo. Le parole che ci scambiamo in ufficio sono pure troppe.
«Oh splendidamente, mia cara! Non potrebbe andare meglio» afferma appoggiandosi al bancone della reception.
«Sei ubriaca?» azzardo io.
«Oh sì! Sono reduce da una serata pazzesca. Io e Henry ci siamo così divertiti. Avresti dovuto vederci» esclama buttando la testa all'indietro come a voler ricordare un esatto momento.
«Henry?» sussurro.
«Mmm, già. Quel ragazzino ci sa proprio fare» ride al pensiero di Dio solo sa cosa abbiano fatto quei due. Mi viene da vomitare. Caroline? Sul serio? Potrebbe essere sua madre. E pensare che fino a qualche giorno prima stava baciando me.
Ho in mente le sue parole. La gente si bacia tutti i giorni.
Mi manca l'aria. Devo uscire di qui. Ora.
Lascio Caroline ai suoi bei ricordi e sento le lacrime riempirmi gli occhi. Senza riuscire a fermarmi mi accorgo che sto piangendo a dirotto. Ultimamente sono troppo sensibile. Perché me la prendo tanto? Non è il mio ragazzo né tantomeno lo vorrei.
Schiaccio ripetutamente il tasto per chiamare l'ascensore pensando che così arrivi più in fretta.
Entro e premo il pulsante che mi condurrà al piano terra per prendere una boccata di aria fresca. È ora di pranzo e decido di prendere un panino da mangiare nel parco approfittando della bella giornata. Durante la discesa cerco di darmi un contegno non riuscendo granché nell'operazione.
Non appena le porte si aprono corro verso l'uscita, ma girato l'angolo urto qualcosa. O meglio qualcuno.
Adam. Gli sono completamente andata addosso facendolo arretrare di qualche passo.
«Elèna? Dove vai così di fretta?» mi chiede prendendomi per le spalle.
«Pausa pranzo. Scusa, ma sono in ritardo. Ci vediamo Adam» e mi dileguo correndo così come ero arrivata. Non voglio mi veda piangere e soprattutto ho paura di incontrare Henry. Se Adam è qui, vuol dire che c'è anche lui.
Passo dal supermercato per comprare del pane e un po' di prosciutto e come pianificato mi dirigo al parco.
Lo guardavo ogni giorno dalla finestra dell'ufficio ed ero solita incantarmi a fissare un salice piangente. È un ricordo legato alla mia nonna materna, che per me era come una madre. Quando andavo a casa sua spesso ci sedevamo sul balcone e restavamo a osservare il salice piangente del giardino dei vicini che con il tempo era diventato enorme e che piano piano aveva cominciato a far cadere le sue fronde anche nel giardino di mia nonna. Restavamo lì, soprattutto le notti d'estate a osservare le foglie muoversi e vibrare mosse dal vento.
Anche quando si era ammalata, la portavo fuori sulla sua sedia a rotelle e, nonostante fosse stanca, non si tirava mai indietro dal raccontare qualche storia o qualche aneddoto della sua infanzia. Così quando avevo notato il salice avevo subito pensato a lei. In una città tutta cemento e palazzi sono riuscita a trovare un angolo verde che mi ricorda una delle persone più importanti della mia vita.
Decido di andarmi a sedere sotto le sue fronde. Mi danno un senso di protezione e mosse dal vento sembrano quasi accarezzarmi e consolarmi e anche se può sembrare sentimentale o da pazzi, è quasi come se mia nonna mi stesse accarezzando cercando di dirmi che andrà tutto bene.
Ok, sto diventando scema. Letteralmente scema.
Imbottisco il mio panino, ma resto a fissarlo. Non ho fame.
Mi abbandono poggiandomi al tronco del salice e metto le cuffie. L'unico modo che ho per estraniarmi dal mondo esterno è la musica. In più da quando lavoro alla Wilson ogni giorno sono in contatto con artisti, radio e chi più ne ha ne metta. Non si può non finire per amare la musica. Ogni canzone, ogni testo ti ricorda che non sei solo a provare certe emozioni, certi dolori. E ogni momento ha la sua canzone, che sembra scritta apposta, e una volta che l'hai trovata non puoi fare altro che ascoltarla e riascoltarla. Così come gli odori e i sapori ci portano a ripensare a una persona o a un particolare momento, così fa anche la musica.
Mi sveglio non appena sento dei passi fermarsi proprio accanto a me.
«Pausa pranzo rilassante oggi?» mi chiede guardandomi dall'alto Adam. Tolgo le cuffie e gli faccio segno di sedersi accanto a me.
«Ne vuoi un pezzo?» gli chiedo indicando il panino ancora intero.
«Solo se mangi anche tu o mi toccherà fare l'aeroplanino come con i bambini» mi dice dandomi una leggera spallata e strappandomi un sorriso.
Divido il panino a metà ed entrambi addentiamo la nostra parte.
«Il miglior panino che abbia mai mangiato» farfuglia Adam con la bocca piena.
«Merito del panettiere e del salumiere che ha affettato il prosciutto» dico io ridendo.
«Già, ma sei tu che li hai messi insieme! Quindi in parte è anche merito tuo» spiega lui convinto, al che ridiamo entrambi per la scemenza che ha detto.
Quando sono con Adam dimentico qualsiasi cosa mi turbi. Sono contenta di averlo incontrato e soprattutto che lui faccia parte della mia vita. È il primo vero amico che ho dell'altro sesso e sta diventando una parte essenziale di me giorno dopo giorno. Porta sempre il buon umore e non è mai fuori posto.
«Allora, come sta andando al lavoro?» mi chiede continuando a mangiare. Io fisso il panino e penso a cosa vorrei davvero rispondere.
Andrebbe meglio se non dovessi incontrare ogni giorno lo stronzo del tuo amico che va in giro a baciare la gente tanto per e che tra l'altro si scopa anche la segretaria di Jackson. Questo è quello che penso, ma rispondo solo con un semplice bene, più falso di una banconota da due euro.
Adam deve averlo notato perché la mia risposta non lo convince molto, ma non indaga oltre e io lo adoro per questo. Si preoccupa sempre per me, ma sa quando deve fermarsi perché non ho voglia di parlarne.
«Cosa ascoltavi?» mi chiede indicando le cuffie.
«Oh l'ultima era Tracy Chapman, Fast Car» rispondo porgendogli una cuffietta.
«Adoro quella canzone» afferma infilando la cuffia.
Schiaccio play e lui inizia a cantare con gli occhi chiusi muovendo la testa al ritmo della musica. Non pensavo sapesse cantare. Ha una voce stupenda, direi quasi magnetica.
You got a fast car
I want a ticket to anywhere
Maybe we make a deal
Maybe together we can get somewhere
Un viaggio è proprio quello che ci vorrebbe. Dovunque, non importa dove. Guardo Adam, lui se ne accorge e mi sorride.
«Mi stai fissando» dice ancora sorridendo e io imbarazzata per essere stata colta in flagrante distolgo subito lo sguardo.
«N-non sapevo sapessi cantare così» confesso.
«Sai, faccio parte di una band, a Londra. Chissà, magari un giorno ci verrai a vedere» dice lui mentre si alza e spolvera i vestiti per togliere i pezzetti di erba incastrati nei pantaloni.
Chissà com'è la sua band. Se sono tutti come lui mi piaceranno sicuramente.
«Mi piacerebbe moltissimo. Scommetto che siete tutti bravissimi e adulati dalle ragazze» ridacchio io.
«Già» sorride.
Mi alzo anche io e raccolgo la carta del panino e insieme ci avviamo all'entrata degli uffici.
Sto per entrare seguendo Adam, quando sento dei passi concitati venirmi vicino e due mani posarsi sui miei occhi e non riesco a trattenere un urlo. Dopo quella sera la sola idea di sentirmi toccare contro la mia volontà mi spaventa.
«Indovina chi sono?» mi chiede la voce dietro di me sussurrandomi all'orecchio. So benissimo chi è.
***
Pagina Instagram autrice: martina.ingallinera
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