Cap 16• Vescica piena e dormire insieme
♫ If I could fly - One Direction ♫
Henry
Cazzo. Ho la vescica che mi scoppia e la bionda continua a strusciarsi stimolandomi ancora di più. Onde evitare di pisciarmi addosso come un neonato, la lascio al centro della pista per andare alla ricerca del bagno.
Eccolo.
Aumento il passo e comincio ad abbassare la cerniera dei pantaloni ancora prima di entrare così da velocizzare le operazioni. Mentre finalmente raggiungo la postazione e posso liberarmi sento dei gemiti sommessi provenire dal bagno delle donne.
I soliti maiali nei bagni! Sorrido ricordando quante volte mi sia trovato in quella situazione. Mentre svuoto la vescica sento i gemiti farsi più insistenti e sento il rumore sordo di uno schiaffo, un uomo che urla e quelli che avevo classificato come gemiti trasformarsi in lamenti.
«Lasciatemi andare» urla disperata una ragazza proprio quando sto per uscire e gettarmi di nuovo nella mischia alla ricerca della bionda che avevo parcheggiato.
Non la vedo da settimane, ma la sua voce la riconoscerei anche in mezzo a quel caos. In un attimo il sangue
mi ribolle nelle vene e non riesco più a pensare lucidamente.
In meno di un secondo mi fiondo nel bagno delle donne e trovo davanti a me una scena raccapricciante che difficilmente riuscirò a dimenticare e togliermi dalla testa.
Elèna è proprio qui davanti a me, con un occhio gonfio e il labbro insanguinato mentre piange terrorizzata e
ci sono due uomini che le stanno facendo Dio solo sa che cosa.
«Che cazzo state facendo brutti pezzi di merda?» urlo mentre mi lancio su quello che le ha messo una mano sotto al vestito facendomi salire il vomito per quanto è disgustoso.
Lo afferro per le spalle e inizio a dargli una scarica di pugni in faccia e sullo stomaco così da fargli passare il vizio di toccare le donne quando non lo hanno richiesto. L'amico, che fino a quel momento stava tenendo Elèna per i capelli, la lascia andare per fiondarsi su di me. Mi dà un pugno sulla mandibola e sento il sapore metallico del sangue raggiungere la lingua, il che mi fa incazzare ancora di più.
«Brutto figlio di puttana!» ringhio scagliandomi su di lui.
Per fortuna sono abbastanza pratico di risse e riesco a tenere testa a entrambi, anche perché non sono decisamente nelle migliori condizioni per affrontarmi, nonostante anche io abbia bevuto parecchio. La rabbia per ciò che stava accadendo però ha messo la sbronza da parte regalandomi lucidità. Tutto quello che voglio fare adesso è ridurre in fin di vita questi due esseri viscidi e schifosi.
In un attimo mi ritrovo a tirare calci a uno e pugni all'altro fino a quando, esausti e con le facce gonfie, decidono di battere in ritirata.
Non appena sono sicuro se ne siano andati, nonostante avrei voluto dargliene ancora fino a quando non sarebbero più stati in grado di emettere un suono, raggiungo Elèna che è rannicchiata in un angolo. È terrorizzata. Trema come una foglia e ha gli occhi vuoti, spenti.
Mi avvicino cautamente e le accarezzo una guancia cercando di non farla spaventare quando vedo che si scansa leggermente.
«Elèna, stai bene?» le chiedo e lei per tutta rispostatrova rifugio nel mio petto e inizia a piangere stringendomi.
Le accarezzo i capelli e appoggio il mento sulla sua testa.
«Va tutto bene! Shhh... Se ne sono andati. Ora sei al sicuro» le sussurro.
Quei bastardi le hanno strappato tutto il vestito e la maggior parte della sua pelle è scoperta e piena di graffi, così mi tolgo la camicia e gliela poggio sulle spalle per aiutarla a coprirsi.
«Andiamo a casa» la sprono a seguirmi e prendendola per mano la porto fuori dal bagno.
Mi faccio strada tra la folla che ci fissa e si apre per farci passare osservando me senza maglietta ed Elèna con il viso nascosto sulla mia spalla.
Individuo Adam e lo raggiungo. Non appena ci vede, o meglio, non appena nota lo stato in cui si trova Elèna
ci viene subito incontro preoccupato.
«Che cazzo è successo? Elèna stai bene?» le chiede apprensivo mentre cerca il mio sguardo per ricevere una spiegazione.
Lei muove leggermente la testa ancora tremante senza staccarsi dalla mia spalla e senza riuscire a parlare.
«Henry, che cazzo è successo? Chi è questa ragazza?» si avvicina anche Brian.
«La porto a casa» rispondo ai due.
«Certo. Vi accompagno subito» si pronta Adam che ha già recuperato il cappotto e le chiavi della macchina.
«No, Adam! Stai tranquillo. Prendo un taxi» insisto io.
Adam, dapprima non sembra essere d'accordo con la mia scelta, ma poi mi fa cenno di assenso con la testa e così mi incammino verso l'uscita con ancora la mano di Elèna nella mia, sotto gli sguardi delle persone che prima fissano me a torso nudo e poi fanno correre lo sguardo su di lei.
Usciti dal club fermo un taxi al volo e faccio salire Elèna per prima.
«Qual è il tuo indirizzo di casa?» le chiedo dolcemente.
«No» sussurra a labbra strette lei.
«Cosa no?» le domando gentilmente.
«Non c-casa. Non voglio che Eleonora mi veda così. E ho paura» spiega lei tremando con un filo di voce. Come biasimarla?
«D'accordo» rispondo io e senza chiederle il permessodo al tassista il nome dell'albergo in cui alloggio. Per tutto il tragitto laosservo mentre fissa un punto indefinito fuori dal taxi con lo sguardo vuotosenza emettere un suono. Nulla. Solo singhiozzi muti.
Arrivati all'albergo la aiuto a smontare dall'auto e lei mi segue passo dopopasso come un pulcino impaurito che non sa bene cosa fare o dove andare.
La receptionist ci guarda stranita, come tutti del resto, forse anche perché iosono ancora a torso nudo. La guido verso la stanza e la faccio accomodare. Leisi guarda intorno un po' spaesata e si stringe le braccia al petto come avolersi difendere.
Ha la faccia massacrata.
Quei bastardi devono averla picchiata quando non ero ancora arrivato.
Il solo pensiero mi fa salire di nuovo la rabbia e stringere le nocche in unpugno. Spaccherei tutto in questo momento, ma devo trattenermi.
Li avrei uccisi se non fossero scappati e se non avessi avuto il pensiero diElèna lì da sola.
Entrati in camera le faccio vedere dove si trova il bagno. Le prendo degliasciugamani puliti e un paio di pantaloni miei della tuta con una magliettanera. Lei mi ringrazia con un cenno della testa per poi chiudersi nel bagno.Sento che ha aperto l'acqua per fare una doccia. Per ammazzare il tempo ecercare di tranquillizzare il mio respiro ancora irregolare mi affaccio dalbalcone della veranda.
Fisso le luci della città che creano un caleidoscopio di puntini colorati e mi ritrovo a pensare a tutti gli sforzi che ho fatto per starle lontano e a quanto poco siano serviti alla luce dei fatti.
Non mi ero mai esposto così tanto per nessuna. Certo, avrei aiutato chiunque in quella situazione, ma magari me ne sarei lavato le mani senza pensarci troppo e senza lasciarmi coinvolgere in prima persona. Ma era lei. Era Elèna. Era lei che stava gridando. Era lei che stavano toccando.
Tanto era bastato per farmi uscire di senno.
Le parole di Jackson si ripetono nella mia testa, lente come una ninna nanna, da settimane ormai.
Tu sei un pazzo squilibrato e lei la tua àncora di salvezza. Vi compensate. E forse in fin dei conti è vero. Ogni volta che c'è lei di mezzo non riesco a ragionare lucidamente. È come se lei annebbiasse ogni traccia di razionalità, ma è anche l'unica che riesce a destabilizzarmi e allo stesso tempo calmarmi. Già dal primo incontro in metro avevo capito che con lei era diverso e il primo a darmi segnali era stato il piccolo Henry quella volta con Caroline.
Lo scatto della porta del bagno che si apre mi fa voltare mentre Elèna esce vestita con le cose che le ho dato e i capelli ancora leggermente umidi che le incorniciano il viso.
«Grazie» sussurra lei con un filo di voce.
«Non devi ringraziarmi» le dico rientrando e chiudendo la finestra per evitare che prenda freddo.
Mi avvicino e le alzo delicatamente il viso e a quel gesto lei sussulta.
«S-scusami io...» farfuglia lei cercando di giustificarsi.
«No, scusa me. È normale tu sia ancora spaventata, ma di me non devi avere paura» mi ritrovo a sussurrare guardandola negli occhi cercando di ispirarle fiducia. Posso essere stato, anzi lo sono stato di certo, uno stronzo di prima categoria con lei, ma non le farei mai del male.
Lei annuisce e alza di nuovo il viso invitandomi a proseguire con l'ispezione delle ferite sotto il suo sguardo attento.
«Ti hanno conciata per le feste, eh?» osservo guardando i lividi e il labbro rotto e cercando di non innervosirmi di nuovo.
Lei si porta una mano sul labbro rotto e strizza gli occhi per il dolore.
«Vieni con me» le dico facendole segno di seguirmi nel bagno.
Prendo la cassetta del pronto soccorso dallo scaffale sopra il lavandino e le medico le ferite disinfettandole sotto le sue smorfie di dolore.
«Ti sto facendo male?» le chiedo tamponandole il più delicatamente possibile il labbro.
«Non più male di quanto abbia fatto lo schiaffo»esclama lei facendo una smorfia.
Una lacrima scende rigandole il volto e io senza riuscire a fermarmi alzo lamano e dopo averla poggiata delicatamente sulla guancia le asciugo la lacrimacon il pollice.
I suoi occhi si incastrano nei miei e credo che potrei annegarci dentro senza neanche accorgermene. Sono magnetici e per questo ho una fottuta paura di loro.
«Fatto» dico io allontanandomi spaventato da quello che provo in questo momento. «Dormi pure nel letto, io starò sulla poltrona e per qualsiasi cosa svegliami senza problemi» le dico indicandole il letto e avviandomi verso la poltrona.
«Io...» guarda prima la poltrona e poi me e con fare nervoso si rigira le mani fissando per terra.
«Io... Non voglio tu dorma scomodo a causa mia» sussurra lei.
«P-potresti dormire anche tu nel letto» dice continuando a guardare per terra evitando il mio sguardo, forse imbarazzata dalle sue stesse parole.
In un'altra occasione, forse, non me lo sarei lasciato ripetere due volte, ma adesso che lei me lo ha chiesto dopo tutto quello che ha passato mi procura una strana sensazione. È come se mi stesse dicendo che mi vuole lì, con lei.
«Sei sicura non sia un problema?» le chiedo guardandola aspettandomi cambi idea da un momento all'altro. Lei scuote la testa e si infila sotto le coperte lasciando lo spazio per me. Convinto dai suoi occhi e dal fatto che quella poltrona è dura come il marmo, recupero una maglietta dall'armadio e mi siedo sul letto accanto a lei. Sfilo gli anelli poggiandoli sul comodino e quando mi giro verso di lei noto che si è quasi addormentata. Ha le labbra socchiuse e nonostante il viso gonfio, sembra che sia serena adesso.
«Buonanotte» sussurro spegnendo la luce e sdraiandomi accanto a lei.
«Notte, Henry» sospira lei girandosi dall'altra parte.
Dopo poco, prendo sonno anche io addormentandomi con il suo respiro e il suo profumo.
***
Pagina Instagram autrice: martina.ingallinera
Playlist Spotify: Underground Love - La mia ancora di salvezza
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