7 (Isabel)
7. Isabel
I giorni passavano e all'emporio c'era sempre tanta gente intenta ad acquistare stoffe, merletti, spille e tanti altri particolari che servivano a rifinire gli abiti per l'imminente occasione, compresa, ovviamente, la spesa giornaliera. L'economia cresceva, tanto da restare aperti anche durante il nostro giorno libero, e lasciare per noi solamente la domenica. La mattina aprivamo molto presto e la sera chiudevamo tardi. Anche le mie uscite diminuirono e, con il caldo che aumentava, ritagliai almeno un'ora durante la domenica pomeriggio per andare al mare, ovviamente dopo la Santa Messa. Era un obbligo morale rispettare i doveri nei confronti di Dio, anche con le roventi temperature che si avvertivano in una chiesa di esigua grandezza.
Di consuetudine, usufruivo dell'ora della celebrazione religiosa per parlare con Rosalynn di questioni al di fuori delle orecchie indiscrete di mia zia e sua madre, ma spesso la signora Morgan, moglie del reverendo e stretta confidente di mia zia, ci rimproverava di fare silenzio, proponendoci di utilizzare la voce in modo più proficuo e cantare nel coro per il Signore. Accettavamo sempre per evitare di ricevere serie ramanzine sui nostri comportamenti indecenti verso le rigide regole religiose, ma durante le ultime messe notai, con molto stupore, la presenza dell'uomo con il bastone da passeggio appariscente e il giovane che gli restava sempre accanto. Avevo già osservato come si stessero integrando con gli eventi organizzati dalla nostra comunità, ma non capivo come mai delle persone così abbienti, venute in villeggiatura per divertirsi, fossero così attive con noi umili popolani. Di solito i nobili evitavano di relazionarsi con le persone non appartenenti al loro ceto sociale, ma in loro c'era qualcosa che superava le vecchie abitudini. Lo consideravo rivoluzionario. Erano perfino sopraggiunti nel nostro emporio per acquistare delle bottiglie di Pimm's a base di brandy, un tipico liquore molto diffuso e ricercato tra i banchetti più lussuriosi di Londra. Durante quell'incontro restai nascosta a osservare. Appena entrarono zia si rese conto con chi aveva a che fare e, inventando una scusa, mi consigliò di restare in disparte. Preferì gestire la vendita da sola, temendo di farle fare una pessima figura. Anche se non ero d'accordo, non mi offesi. Piuttosto la osservai. Era agitata, ma non mancò di dimostrare la sua arte nel commercializzare il prodotto pregiato. Dopo aver concluso l'affare, il gentiluomo con il bastone le strinse la mano e ordinò tutta la scorta che possedevamo, mentre il ragazzo, che acconsentiva a ogni parere, senza mai contraddire il pensiero del suo compagno, si guardava intorno. Non so cosa cercasse o se fosse stato attratto da qualche articolo in particolare, ma tornò sull'attenti non appena l'uomo con il bastone terminò con zia Daisy e ordinò a un suo subordinato di portare la cassa della merce nel portabagagli dell'auto. I due uomini conclusero, salutando con molto rispetto zia Daisy e andarono via. Ad assistere alla scena c'erano anche zia Elise con Rosalynn e la signora Morgan. Ben presto si diffuse la notizia che, nel nostro modesto negozio, gente altolocata spendeva somme di denaro senza badare all'economia. Dalla curiosità di capire chi fossero, la clientela veniva da noi per saperne di più, senza farci avere un attimo di tregua.
«Ah!» sospirai. «Sono esausta» mi sdraiai con le braccia aperte sul letto della camera di zia Daisy. Per lo meno avevamo la fortuna di abitare accanto all'emporio.
«Sì, sono stati giorni intensi questi» convenne mia zia, aprendo il suo armadio.
Chiusi gli occhi e riposai. Ero tentata a prendere sonno e abbandonarmi a me stessa, quando udii mia zia fare dei rumori con buste e grucce. Era strano quanto improbabile. Lei non perdeva molto tempo a scegliere un abito. Almeno non più. Non aveva la necessità di sentirsi bella. Lo faceva tempo prima solo per mio zio. Incuriosita, aprii gli occhi e alzai la testa dal letto. Nel vederla mi sedetti composta, rimanendo a bocca aperta. La donna davanti a me aveva sciolto i suoi capelli castano scuro, un dettaglio inverosimile perché zia Daisy li portava costantemente legati, e sfoggiava la sua eleganza con un abito di seta color rosa cipria, lungo fino ai polpacci. Non osava più indossare toni chiari. Il suo standard era diventato il nero, con eccezionali accenni a un grigio topo, ma mai un cambiamento così radicale. Nell'osservarla provai una gradevole emozione, come un sollievo, e alleggerii sensibilmente la mia premura nei suoi confronti, notando che, per la prima volta, di sua spontanea volontà, aveva scelto di sorvolare il suo dolore e apparire più leggiadra.
«Cosa c'è? Non va bene?» Chiese incerta, guardandomi e rivolgendosi poi alla figura riflessa sullo specchio. L'abito le slanciava il punto vita e le evidenziava i fianchi. All'età di quarantatré anni era una donna che poteva permettersi il lusso di esser guardata con ammirazione. Il suo viso presentava poche rughe attorno ai suoi occhi color nocciola. Le lunghe ciglia erano l'ornamento perfetto che incorniciavano il suo volto. Solo in quell'istante mi resi conto, con mero stupore, di non aver mai considerato mia zia come una donna che potesse mettersi nuovamente in gioco con la vita, e il mio punto di vista trascurato mi turbò l'animo. Lei, intanto, credendo in un parere negativo, andò in crisi.
«Avevo pensato di utilizzarlo per il ballo. Speravo non fosse troppo appariscente, ma forse ho sbagliato. Non posso osare e mettere queste cose. Sembro una prima donnina» stava per sbottonare la zip laterale quando, ripresa dal mio mutismo, negai con la testa.
Mi alzai dal letto per fermarla. «Cosa fai? Sei bellissima. Perché non dovresti osare? Guardati!» Indicai la sua immagine allo specchio.
Lei, seguendo i miei occhi, si rivolse alla sua figura.
«Is, sono una donna adulta. Credo che questo colore sia eccentrico» evidenziò la nota di tristezza per mio zio.
«No. Non è vero. Porti sempre il nero. Per una sera non succederà nulla.»
«La gente parlerà.»
«La gente parla sempre. Piuttosto, dovrebbero apprezzare una bella donna, non criticarla. Sono solo invidiosi. Fidati di me se ti dico che sei perfetta» la elogiai, sincera.
L'invidia che spingeva a criticare qualcun altro era una cosa malvagia. Zia Daisy, nel frattempo, sembrava incerta, ma prima che potesse cambiare idea mi pronunciai minacciandola scherzosamente.
«Se non lo metti, non ci verrò a quella stupida festa. Già il pensiero di andarci e ballare...» rabbrividii visibilmente «Non lo tollero. Mi faresti un enorme favore.»
«Per piacere, Is, non devi andare al patibolo. È una festa. Sei una donna giovane. I giovani solitamente si divertono.»
«Dipende con chi» sputai, acida.
Lei alzò gli occhi al cielo. «Sei impossibile. Va bene. Niente lamentele. Mi hai convinta. Metterò questo e non si discute.»
«Perfetto. Metterai questo e la questione è chiusa.»
Zia Daisy, divertita, tentò di ribattere allegramente quando, d'un tratto, assunse un'espressione seria, tanto da allarmarmi. Pensavo di averla offesa o peggio.
«Oh, no! Abbiamo avuto così tanto da fare che ci siamo dimenticati di vedere qualcosa per te. Non hai niente da mettere di molto elegante, cara,» scosse la testa, sospirando affranta «e con lo scarso tempo che abbiamo non ce la farò a cucire un abito apposta per te in cinque giorni. È chiaro! Domani pomeriggio chiuderemo prima per arrivare alla sartoria di Alisya, e chiederle di confezionare un abito. Mi deve un favore. Le chiederò di essere veloce» ammiccò, facendo progetti. Per me, al contrario delle sue aspettative, ipotizzare l'incontro con la signora Alisya Richardson mi irritava. Non sopportavo quella donna.
«Non è necessario andare da quella strega» ribattei.
Mia zia mi corresse. «Is, Alisya è una delle nostre migliori clienti e poi è la mamma di Robert e Thomas.»
«Sì, ma non ha nulla a che fare con questo. Rimedierò qualcosa e poi sono carina anche così» mi indicai con un mezzo inchino, però, purtroppo, aveva ragione. Non possedevo nulla di bello ed elegante, perché non c'erano mai state occasioni di poter sfoggiare abiti preziosi.
Mia zia insistette. «Niente storie, signorina. Domani andremo da Alisya e vedrai qualcosa. Io farò uno sforzo» indicò il suo abito «ma dovrai farlo anche tu» continuò.
Sconfitta, ma avendo comunque ottenuto una ricompensa, accettai e, borbottando, andai in camera mia.
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