La storia di Horst
Rimasero svegli fino a notte inoltrata.
Robin, così come Horst, non voleva che ci fossero orecchie indiscrete ad ascoltarli.
Solo quando il locale fu completamente vuoto, finalmente si sedettero tutti davanti a tre boccali di infuso caldo e fumante.
- Allora fanciulli, come mai siete qui?- cominciò Horst appoggiando il volto alle mani e fissando i due ragazzi con aria vispa, curiosa e seria insieme.
Kiara fissò Robin cercando un modo per introdurre il discorso.
Il ragazzo si scolò mezzo boccale in una lunga sorsata e, con un'aria più seria del solito, prese la parola.
- Tu sei qui da molto più tempo di me, Horst. Ti ricorderai certamente del capitano della guardia di qualche anno fa... - iniziò enigmatico.
Il locandiere fece una faccia confusa e ricambiò il suo sguardo un po' incerto, - Sì, certo, come potrei non ricordarmene. Julian era un mio grande amico...- borbottò cercando di non sembrare troppo addolorato per i ricordi del compagno perduto.
Robin sorrise appena alla vista di quell'uomo emotivo, - Benissimo. Amico mio, ti presento sua figlia- esordì in modo eccessivamente plateale, indicando Kiara che fino a quel momento era stata in silenzio.
L'uomo, a quella notizia, per poco non si strozzó con l'idromele, solo per lui, che stava lentamente sorseggiando.
- Che cosa? - esclamò strabuzzando gli occhi, - Tu, ragazzina, sei lei? Quel batuffolo verdognolo che vidi con i miei stessi occhi poche ore dopo la nascita? Non è possibile... quanto tempo è passato? - disse fissandola con rinnovata attenzione, ricercando nei suoi tratti marcati la somiglianza con il capitano delle guardie che un tempo aveva conosciuto.
Horst sospirò con un sorriso e si abbandonò allo schienale della sedia con rinnovata gioia, - Chi l'avrebbe mai detto... vi assomigliate, ora che ti guardo con gli occhi giusti; vi assomigliate davvero molto...- constatò meravigliato, - Ma in un certo senso sei uguale a tua madre anche, non saprei dire a chi assomigli di più...- disse lusingandola.
Kiara amava essere paragonata ai suoi genitori, soprattutto a suo padre. Li aveva sempre visti come modelli a cui aspirare.
- Grazie, signore- disse quindi un po' in imbarazzo, ma senza difficoltà.
- Sei davvero grande, quanti anni hai? Sedici? Diciassette? - le domandò dopo pochi secondi.
- In realtà ne ho quindici...- gli rispose sicura e l'oste per poco non si strozzó di nuovo.
- Ma sei ancora una bambina!- esclamò strabuzzando gli occhi, - Che cosa ci fai qui? Quanto hai viaggiato? Quanto è lontana casa tua? - le domandò con aria severa, come se fosse improvvisamente diventato un padre protettivo.
Ronin intervenne di nuovo, rubandole la parola, senza che le dispiacesse troppo.
Aveva intuito quanto fosse stanca e gli permise di rispondere alle domande di Horst al posto suo.
Il ragazzo raccontò gli eventi a ritroso, cominciando dal loro incontro e finendo con il descrivere la sua partenza.
Sentire raccontare la propria vita da un altro la affascinava, rendeva tutto più vero e allo stesso tempo più lontano.
Le sembrava di aver vissuto quelle settimane di viaggio in una bolla: le ricordava con estrema vivacità, ma anche come se si fossero trattate tutte solo di un sogno.
Robin dal canto suo si sentiva allover disagio nel descrivere quella vita così giovane e avventurosa, così non si spendette troppo in dettagli usando frasi brevi e coincise.
Ogni tanto scambiava un'occhiata con Kiara, per cercare conferma che ciò che stava raccontando fosse giusto, poi continuava.
L'oste ogni tanto faceva alcune domande alle quali rispondevano a turni.
Quando Robin concluse il racconto, prese il suo boccale e ne bevve un altro lungo sorso. I due ragazzi lo osservavano in attesa di un commento e lui non si fece attendere troppo.
Assorto, appoggiato con i gomiti sul tavolo, alzò lo sguardo su Kiara e la fissò a lungo, con occhi attraversati da mille emozioni.
- Tuo padre era un buon amico, eravamo quasi fratelli. Io ho lavorato in cucina alla guardia per un breve periodo della mia vita, così ci siamo conosciuti. Eravamo ancora dei giovanotti sbarbati: lui un allievo, io un lavapiatti- cominciò facendo una grossa e calda risata nel ricordare.
- Siamo cresciuti insieme, sono stato testimone alla sua investitura, al suo matrimonio con tua madre... E anche alla tua nascita c'ero- disse con gli occhi lucidi.
- A quel tempo, Oror'rok era una grande e fiorente capitale. Il Consiglio si riuniva qui, ogni anno. Eravamo in pace, tutti felici...- continuò stringendo i denti, lasciando scorrere una grossa lacrima sul suo faccione squadrato.
- poi Lord Kandor si è messo in testa di voler conquistare il mondo e ha iniziato la guerra...- concluse con rabbia, facendosi rigirare il boccale, ormai vuoto, tra le dita.
- Ma mio padre, ora, dov'è?- chiese Kiara con voce insistente.
Horst scosse la testa, - Non lo so, non ne ho idea. Credimi, vorrei saperlo anch'io- disse con aria mesta, - Tuo padre partì una notte, quando tu eri poco più che una neonata. Lasciò la città di nascosto. Venne da me...- confessò poi con un sussurro.
Si alzò sotto gli occhi vigili e attenti dei due giovani, camminò nervoso avanti e indietro.
- Julien non era il tipo da voltare le spalle al nemico. Inoltre, aveva un forte legame di amicizia anche con il Lord, se è partito, doveva aver le sue buone ragioni... ma a me quella notte disse solo di stare attento e di conservare per lui questa- disse tirando fuori da una sacca di pelle, che aveva recuperato dietro il bancone, una spada semplice, se non tozza, dalla forma squadrata e appena definita.
Una spada da soldato, con la guardia incrociata di legno e foderata in cuoio, il pomello tondo senza decorazioni e il fodero spoglio, se non per il sigillo portanome, era stato il tesoro nascosto di quell'uomo per tutti quegli anni.
Kiara non staccò gli occhi da quell'arma nemmeno un secondo, incantata e turbata da ciò che Horst le aveva detto.
Robin posò una delle sue grandi mani da arcere sulle sue che si stavano torturando sotto il tavolo, si immobilizzò e deglutì a fatica il groppo che le si era formato in gola.
- Posso toccarla? - chiese in un soffio.
L'uomo si passò una mano sul volto, appoggiò l'arma sul tavolo e si sedette.
- Ragazzina, non vedo tuo padre da dieci anni ormai... non credo tornerà a prendere questa spada. Puoi tenerla tu, come sua erede. Il peso, per me, dei ricordi che contiene stava diventando pesante- sospirò scambiando un'occhiata serena con Robin che sorrise.
Kiara allungò lentamente una mano verso il fodero, ma esitò un istante, con il cuore a mille prima di afferrarlo.
Poi una volta tra le sue mani, con gli occhi brillanti di agitazione, afferrò l'elsa, piccola, adatta anche alle sue mani, e provò ad estrarre la lama.
A tutti sfuggì un esclamazione di stupore alla sua vista: la spada, tanto anonima quanto poco curata in apparenza, era ancora al massimo della forma: il filo era tagliente come un rasoio, il corpo principale era stato ben lucidato e scivolava senza difficoltà dentro e fuori dalla sua custodia.
Kiara estrasse tutta la lama con un gesto fluido e semplice e rimase a bocca aperta di fronte a quell'arma semplicemente magnifica.
- Tuo padre amava prendersi cura di lei. Si chiama Shallm, vuol dire "pace" in una lingua antica. Ora è tua- le disse Horst orgoglioso, - Prenditene cura-.
Kiara annuì con le lacrime agli occhi e la rinfoderò, - Lo farò senz'altro-.
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