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8

Pov. Carlotta

Mi stavo lasciando di nuovo coinvolgere dal cristallino di Joshua. La sua vicinanza mi faceva perdere le staffe, una possibile briciola di sanità, veniva svanita in posti remoti e non si ripresentava, non in sua presenza. Perché faceva finta di niente, perché era ancora più odioso di ciò che ricordassi.

Tornai di là, aprendo la porta in vetro dove Greg mi squadrò con sguardo freddo. Ero avvilita ma non lo davo a vedere.
"Carlotta, stamattina hai fatto un casino. Non voglio pentirmene. Proprio perché lo conosci dovrebbe renderti il lavoro più agevolato" mi spiegò rigoroso e severo, avvicinandosi a me.

"Lo so. Mi dispiace" ammisi fievole. Il lavoro più agevolato non lo pensavo. Non sapeva cosa avevo vissuto con Joshua. Si era limitato a dire una verità neutra, ed il resto cos'era? Una messa in scena? Ero stata un burattino manovrato in un teatro mentale fatto solo di emozioni che avevo provato io?! Non credo. Sulla pelle potevo ancora avvertire le scosse ed il fremito caldo, sotto pelle avevo ancora il suo sapore i suoi segni che il tempo aveva coperto ma non a sufficienza. Nulla si può cancellare realmente.

"Tranquilla. Stasera sarai a cena con Joshua. Definirete alcuni particolari prima d'iniziare a partire. So che ha affittato una casa per non essere interrotti da paparazzi o interviste che ti avrebbero raffigurata, montando spettacoli indecorosi. Ha detto di invitare anche il tuo fidanzato" aggiunse infine, abbottonandosi la giacca nera, pulendo degli invisibili grumoli di polvere grigiastra.

"Sei fidanzata?" Mi domandò inarcando un sopracciglio, come se non ne sapesse nulla. Si ricordava ancora della mia bugia, gigante. Ero in un mare di guai in cui sarei annegata inevitabilmente.

"Si" sbottai cercando di essere convincente ai suoi occhi ed un po' anche internamente. Solo una persona poteva aiutarmi. Una che sapeva tutto.

Esalò un respiro nello spazio angusto, prima di sparire dalla porta ed avviarsi nel suo ufficio.
Tornai alla mia postazione, con la testa bassa dove un'Amanda sussurrò un debole ed appena udibile...
"Scusa".

Girai parte del volto verso di lei, con movimento fiacco e privo di vitalità.
"Scusa di cosa? Amanda non avrei potuto evitarlo. Il cantante in voga è lui e comunque non l'avrei evitato per sempre. Prima o poi le nostre strade si sarebbero dovute ricongiungere. Speravo non così...ma..." lasciai la frase in sospeso, scuotendo la testa ed iniziando a pianificare al computer una scaletta. Sarebbe servita ma con Joshua ogni programma veniva smontato.

"Già" mi toccò dolcemente la spalla, mentre annuii elargendo un sorriso debole e stiracchiato che lei allargò amabilmente con due dita, tirandomi le guance.

"Molto meglio" esclamò beffarda mentre scoppiammo a ridere piano, per non portare l'attenzione su di noi.

Tornai a casa. Era tardo pomeriggio, ed il sole stava calando piano sulla strada, facendo divenire tutto più spento nel cielo ma più luminoso sui grattacieli di Time Square.
Frugai nella borsa, svogliata le chiavi, avvertendo il metallo freddo su i miei polpastrelli ed il tintinnio debole.

Aprii la porta per richiuderla in un tonfo sordo. Lasciai cadere la borsa sulla sedia, che si abbandonò fiacca al mio volere.
"Giornataccia?" Sentii la voce di Mitch, ed il mio collo si mosse da solo per cercare la sua figura.

"Lo puoi ben dire" esclamai quasi sconfitta, aprendo il frigo che produsse un rumore gelato.

Raccattai una lattina di birra fresca, che emise un sospiro quando tirai in su la levetta di metallo. Iniziai a giocarci, ripetendo mentalmente l'alfabeto. Poiché stavo perdendo tempo, lo esigevo per ciò che avrei dovuto dire a Mitch.
La lettera che mi uscì non era ciò che volevo. Era destino, fato, sbagliato. La J di quell'odioso.

"Mitch" lo chiamai con voce debole e melliflua. Al che si girò, guardandomi come se non capisse perché avessi chiamato il suo nome con un espressione disperata sul volto.

"Devo chiederti un favore" iniziai con la frase più semplice. Favore implicava molte cose. Dalle più semplici e piccole alle più complesse e disastrose.

Si avvicinò a passo sostenuto, poggiando i gomiti sul tavolo di legno, invitandomi con le labbra serrate a continuare, esalando una specie di miagolio.

"Il ragazzo che sarà come cantante è..." il suo nome pesava troppo per dirlo ad alta voce. Ma il suo viso tramutò in stupore vivo. Aveva capito.

Si drizzò con la schiena, passandosi una mano tra i capelli corvino.
"Cazzo! Ed il favore sarebbe? Non dirmi che è ciò che penso Carlotta" domande ed affermazione si susseguivano dalla sua voce più risoluta. Mi morsi il labbro in preda ad un'agitazione implacabile.

Lasciai la lattina di birra sul tavolo, sentendo il peso del liquido all'interno, sciabordare tra le pareti metalliche.

"Stasera siamo a cena da lui...amore" dissi l'ultima parola con un tono dolce, piegando le labbra in un sorriso.

"Che cosa? No cazzo. Tutto ma questo no. Gli hai detto che siamo fidanzati? Ma come cazzo ti è venuto in mente" stava imprecando austero e rigido. Sembrava una ramanzina, ed in effetti forse lo era.

"No Mitch. Si ricordava della balla che gli dissi quattro anni fa. Non mi ha dato il tempo, ha lasciato tutto detto a Greg. Ti prego Mitch. Solo per una sera, ti prego" gli andai vicina, poggiando una mano sulla sua spalla, e piegando la testa per incontrare i suoi occhi verdi bui.

"Sai che posso spaccargli la mascella?" Proruppe divertito, prendendomi il mento tra il pollice e l'indice. Mitch mi provocava emozioni strane, ma sapevo che non potevo provare nulla per lui. Sicuramente sarebbe rimasto anche lui folgorato dalla bellezza di...Carlotta per cortesia!

"Lo faresti per me?" Lo provocai, strusciando il naso contro al suo, sentendolo sospirare e ridere.

"Tutto per culetto d'oro. Preparati ti voglio sexy...amore" ricalcò l'ultima parola con gentilezza. Mi voltai venendo sorpresa da una sua carezza veemente sulla mia natica destra, come a spingermi verso la camera, che mi stava aspettando con la porta aperta.

Mi lavai, ed un fremito mi percosse come l'acqua che scendeva a scroscio sul mio corpo nudo. Il fatto di rivederlo di nuovo. E non era solo per oggi. L'avrei dovuto rivedere per altri giorni. Noi che non dovevamo più incrociare gli sguardi ed invece erano lì. La sua compostezza. Il tempo lo aveva reso ancora più bello.

Mi asciugai, vedendo il box appannato di fronte a me, e così anche lo specchio che celava il brillare dei miei occhi. Non volevo vederli, non ero pronta a scoprire l'emozioni che ancora contenevano per lui, anche se il cuore era un tamburo.

"Sei pronta?" Sentii la voce di Mitch, dietro le mie spalle mentre mi stavo infilando le decoltè che sembravano più strette, o forse ero solo sudata ed agitata e tutto ciò andava a mio discapito.

Mi rigirai verso di lui annuendo. Avevo un vestito rosa cipria lungo fino a metà coscia ed uno scollo notevole. Potevo ben dire di stare bene. Avrei giocato ad armi pari.
"Vado bene amore?" Ci scherzai su vedendolo gettare la testa all'indietro e ridere di gusto, facendomi passare per prima ed aprire la porta.

montai sul lato del passeggero della macchina di Mitch. Una Ford Fiesta nera.
"Sei agitata?" Domandò tenendo lo sguardo verso la strada illuminata dai lampioni e dalle vetrine di New York. Probabilmente lo aveva intuito, poiché le mie gambe non stavano un minuto ferme sul sedile e sembrava che provocasse un terremoto interno che si riverberava all'esterno.

"Si" affermai fievole. Lo sapeva. Non c'era bisogno di molte spiegazioni.

Controllai l'indirizzo, poiché il navigatore ci enunciò fiero con la sua voce metallica che eravamo arrivati a destinazione, con tanto di bandierina gialla. Almeno lui era fiero, io un po' meno. Avrei voluto che il percorso fosse stato più lungo, ed invece questo stupido navigatore conosceva scorciatoie per evitare traffico e quant'altro.

Scesi di macchina, senza aspettare che Mitch mi venisse ad aprire, ed alzai un attimo gli occhi sulla villetta. Era vero che il successo dava alla testa. Mitch pigiò il bottone di metallo del campanello, sentendo il rumore cigolante del cancello in ferro battuto, aprirsi.

Un vialetto ben curato e costeggiato da siepi e fiori di vari colori e profumi dolci, ci accompagnavano all'entrata. I faretti davano la giusta visibilità.
Ero un subbuglio, groviglio di emozioni contrastanti erano dentro di me, non mi lasciavano spazio ad esalare un minimo di respiro o ad inalare un po' di ossigeno sufficiente.

Sentii il palmo di Mitch, scontrarsi con il mio. Aveva già preso parte alla sceneggiata. Come per magia la porta bianca intarsiata con tanto di pomello di ottone si aprì. Rivelò sulla soglia in tutta la sua sfacciataggine odiosa un Joshua perfetto. Occhi di mare e sorriso lunare. Potevi vedere tutto sul suo volto.

Mi fece un sorriso dolce per gettare l'occhio verso i nostri palmi incrociati, e notai l'iride divenire più scura. Forse era un'impressione poiché ritornò normale, salutando anche Mitch.
"Prego entrate" affermò pacato, lasciandoci spazio per entrare.

La casa era illuminata da vari lampadari moderni, che s'intrecciavano al soffitto tra di loro come dei serpenti, dando una luce gialla.
Il pavimento bianco lucido sul quale potevi mangiarci da quanto era lustro.
E notai l'ombra di Joshua dietro la mia, che scomparve appena ci venne davanti.

"Tu devi essere il famoso ragazzo di Carlotta" parlò senza esitazione, tendendo la mano verso Mitch che lasciò la mia, per stringere quella di Joshua in maniera salda e vigorosa.

"Esatto. Mitch piacere" si presentò calmo per poi guardarmi di tralice.

Andammo verso il salone, con mobili antichi intarsiati, e due divani di tessuto verde bottiglia con rifiniture in oro, mentre il centro ospitava un tavolo di legno con poltrone rivestite di bianco avorio.

Ci fece accomodare su i divani, vedendo una bottiglia di Cointreau posizionata sul tavolino di vetro, e dei bicchierini da shot disposti sopra un vassoio d'argento.
"Perché questa cena?" Sbottai amara, vedendo Joshua accavallare le gambe, e fissarmi. Il cuore cercava una calma ed anche se la trovava era apparenza. La sua era un'apparenza. Si era messo una maschera che non apparteneva al Joshua che conoscevo. Quello che mi amava e si lasciava donare tutto e lo rendeva indietro con più enfasi.

"Dobbiamo discutere del programma Carlottina. E comunque domani vorrei andare a trovare i miei. Verrete anche voi due?" Domandò infine scivolando lo sguardo su entrambi, per fermarsi su di me. E quel cavolo di nomignolo che mi aveva affibbiato. Dio se mi dava noia. Mi stava istigando.

"No, la sera lavoro in un pub e chiudiamo alle cinque" proruppe Mitch, facendosi più vicino a me. Mi ritrovai la sua gamba tonica avvolta in un pantalone nero al contatto con la mia nuda. Mentre Joshua aveva un jeans ed una maglia con lo scollo a V aderente, di un azzurro pastello.

"Niente fiori di arancio quindi?" Domandò subito dopo mentre calai lo sguardo. Mi portai una mano dietro al collo, girovagando con gli occhi in cerca di un punto d'interesse.

"Carlotta" mi girai in automatico alla sua voce. Si passò la lingua su quelle labbra che avevo amato ed odiato.

"No, ancora no. Vogliamo andare con calma, vero amore?" Mi girai verso Mitch che soppresse una risata, avvicinandosi al mio viso.
Mantenni per un secondo il contatto con Joshua solo per vedere la sua mascella irrigidirsi ed il viso contratto da un'espressione torva.

"Vero culetto d'oro" soffiò vicino alle mie labbra. Mi stava per baciare davanti all'odioso. Non c'era cosa più appagante. Ma proprio quando stava per farlo sentii una voce di donna, che mi portò a staccarmi come se avessi preso una scossa.

"Salve" ci porse la mano gentilmente. Era una ragazza bella. Dovevo ammetterlo. Sicuramente un'altra modella data la sua altezza ed il fisico esile. I capelli lunghi Rossi e lisci e due occhi color miele, caldi e seducenti, definiti da una riga precisa di eye-liner ed una bocca sottile contornata da un rosso vermiglio.

"Lei è Juliet" affermò Joshua guardandomi in maniera strana, quasi una sfida, tra noi due. Passavano lampi per i nostri cieli oscurati.

"Possiamo andare a tavola" ci alzammo, vedendo Joshua e Juliet avviarsi verso la cucina, mentre rimasi impalata a fissarli ed uno sguardo sconfitto.

"Ehi" mi richiamò al presente Mitch con voce amorevole.
"Guarda che non hai nulla da invidiarle. Ti mangiava con gli occhi lo stronzo. Sei bellissima" si avvicinò guardandomi in modo più intenso. Non lo avevo mai visto quello sguardo su Mitch ed una sorta di ansia mi stava pervadendo.

Non chiese il permesso, mi baciò dolcemente sulle labbra, muovendo delicatamente le sua. Qualcosa di dolce sentii assalirmi sotto pelle. Un bacio forse affettuoso. Non era passione accecante, non era quello che davo a Michael a Joshua o ad altri ragazzi che avevo conosciuto.
Finché non si staccò, e capì perché aveva fatto quel gesto che mi fece rimanere basita.

Perché Joshua era entrato nella stanza, ed ora mi fissava come se gli avessi tirato una coltellata sul cuore. Era anche quella una mia impressione. Poiché quando rientrò Juliet del quale non sapevo l'esistenza, le cinse la vita con la mano, scostandole la sedia per farla sedere, mentre lei le rivolse un sorriso dolce.

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