35
Pov. Carlotta
Il viaggio in aereo, era stato tranquillo all'apparenza. Per chi non ti legge all'interno, avrebbe azzardato dire, felice.
Mentre dentro accaparravo solo ansia. La paura che Joshua si fosse arrabbiato ulteriormente. Le sue parole ancora mi riecheggiavano in testa.
Quindi ora la colpa era ricaduta su di me? Su me che non riuscivo ad andare oltre. Su me, che avevo alzato barriere. Era una difesa, anche se inutile, cercavo di proteggermi da un'armatura lucente all'esterno, ammaccata all'interno.
Samuel e Toby erano seduti sul lato sinistro dell'aereo. Ogni tanto si sporgeva Samuel, per raccontarmi una delle sue solite battute idiote e di pessimo gusto. Ma tentai come sempre di ridere e di sviare lo sguardo su Toby, che coperto da Samuel, annuiva nella mia direzione. Come a dirmi -ti capisco, pensa te che ci lavoro tutti i giorni insieme- e quindi fu inevitabile non scoppiare a ridere. Erano una coppia ben assortita. Felice almeno di condividere il mio lavoro ed il mio viaggio, con due svitati.
Il mio posto affianco, era l'unico vuoto. Forse sapevano che aspettavo qualcuno che non sarebbe arrivato. Forse sapevano che era la giusta punizione da infliggermi, per ricordarmi che lui, un tempo, sedeva affianco a me ed al mio cuore.
Buttai un'occhiata fugace verso la poltrona blu di tessuto, triste, riportandolo sul finestrino piccolo. La distesa di nuvole come piccoli batuffoli di cotone, mi teneva compagnia. Ma lasciava spazio a pensieri immensi, quanto questo cielo dove ora stavo sospesa.
Il ricordo di noi due. La sua paura di prendere l'aereo di nuovo. Il modo in cui stringeva la mia mano sul bracciolo che ci divideva appena.
Strinsi il mio, quasi a conficcarci le unghie smaltate.
Non potevo essere biasimata per la paura. Non potevo. Diamine!
Scendemmo ritirando i bagagli sul nastro trasportatore. Come sempre i miei erano gli ultimi. Volevano prolungarmi ancora di più la permanenza ad AnsiaLand.
Prendemmo un Taxy, mentre Samuel e Toby, discutevano sulle inquadrature ed i formati da eseguire, l'indomani. Il concerto di Joshua. Ci sarei dovuta essere contro la mia volontà. Costretta in qualcosa che non volevo, e al tempo stesso bramavo.
Come ero stata costretta a condividere con lui la stanza. L'hotel era talmente bello e fiabesco, che mi aveva tratto un tranello. Essere nello stesso posto, nello stesso piano, nella stessa stanza. Non poteva essere altrimenti.
Poiché appena arrivai, presi la mia tessera, lasciando Samuel e Toby e spalancando la porta di quella, che credevo, essere solo ed esclusivamente, camera mia. Illusa!
Guardai due valigie, posizionate a terra. L'agitazione a farmi da complice. Quatta come una ladra, mi avvicinai alla porta. Sentivo l'acqua scrosciare lentamente. Ma quando quella porta si spalancò, non pensavo di trovare la sua figura. Il suo petto scolpito, ancora imperlato da gocce limpide, che percorrevano il tragitto dei suoi addominali. Linea per linea. In verticale, in orizzontale. Cadevano giù, fino al l'asciugamano tenuto intorno al bacino, dove la sua V, faceva la comparsa magica.
Il modo di provocarmi. Mi era tornata in mente la storia di Maggie e Brian. Destino Carlotta? Fato? Chiamalo come vuoi. Io lo definivo Karma.
Appena mi fu vicino, tutti i miei sensi andarono in allerta. Ammetteva ciò che sapevo e ciò che io non volevo ammettere. Eravamo ancora innamorati, feriti, mai veramente abbandonati.
Per quanto mi sforzavo, lo eravamo ancora.
Mi allontanai, prendendo la borsa e richiudendo la porta con un tonfo pesante. Lui era il gas che alimentava la mia fiamma, ed io non volevo bruciarmi ulteriormente.
Mi avviai verso l'ascensore, sentendo il ticchettio dei miei tacchi sul pavimento lustro. Finché non notai la figura di Samuel, avanzare nella mia direzione.
"Giretto per Londra?" Mi domandò entusiasta, mentre abbassai lo sguardo sulle mie scarpe nere, per riportarlo su di lui ed annuire.
Le porte in vetro si aprirono, accogliendoci.
"Questo ascensore è una forza" proclamò alzando gli occhi al cielo, estasiato.
"Parli come se non avessi mai visto un'ascensore" lo ripresi beffarda, portandolo a ridere.
"Intendevo che è di vetro" replicò con un'alzata di spalle.
Percorremmo la Hall, e quando uscii fuori un refolo di vento fresco mi avvolse leggermente, stringendomi nella giacca in pelle Beige.
Era tutto illuminato, e le luci si riflettevano sull'asfalto in modo armonioso.
La posizione dell'hotel era favorevole, benché fossimo già in centro, era tutto più facilitato.
Camminammo, ed ogni tanto mi raccontava aneddoti del suo passato. Di come aveva iniziato a lavorare alla Tele Corporation New Star. Il suo sogno era fare il regista, ma prima di tutto bisogna fare la gavetta, ed arrangiarci a lavori di meno importanza. La vita era una continua gavetta.
Continuammo a camminare, mentre da lontano vidi Il London Eye. Situata sulla riva a sud del Tamigi. Una ruota panoramica maestosa.
"135 metri. Ci pensi?" Mi distrasse dalla visuale, la voce di Samuel i cui occhi erano puntati verso l'attrazione illuminata.
"È enorme" confermai estasiata, continuando a camminare.
Ammirammo il Big Ben, ed altre sculture qua e là di meno importanza ma comunque affascinanti. Non pensavo che Londra potesse essere così ammaliante. Mi sbagliavo. Mi sbagliavo sempre su tante cose.
Ci fermammo nella piazza di Piccadilly Circus. I monitor giganti sulle palazzine. Ma niente paragonabile a quelli di Times Square, al quale ormai ero abituata.
Ci avviammo verso un camioncino che vendeva Hot dog, richiedendoli due.
Samuel lo prese con la senape e ketchup, mentre io lo presi liscio.
"Come mai Toby non è venuto?" Gli domandai, mettendoci a sedere sopra una panchina in ferro battuto.
Tirò un morso al panino, masticando.
"Ha preferito stare in video chat con sua moglie. Le manca molto" mi spiegò soave, vedendo i suoi occhi nocciola illuminarsi. Era da tanto che lavoravano in coppia, che probabilmente si sentiva parte integrante di lui. Molti natali li passavano insieme. Poiché i genitori di Samuel erano morti in un'incidente d'auto.
"Lo capisco" affermai cristallina, continuando a mangiare, ed ammirare la gente che affollava il posto.
"Ultimamente ti vedo strana. E non perché abbia parlato con Toby" aggiunse infine, come se volesse giustificarsi. Era probabile che avesse parlato con Toby, ma la sua ammissione era veritiera.
Deglutii fortemente, prendendo un sorso di coca cola, per mandare giù il boccone ed il magone.
"È un periodo" scossi la testa, guardando difronte a me un punto non definito.
"Carlotta. Anche un cieco lo noterebbe. Sei presa da Joshua" tirò le somme e la mazzata finale, lasciandomi cadere con lo sguardo perso sull'erba che scalciavo con i piedi.
"Si nota tanto?" Domandai fievole, provando ad alzare lo sguardo ed avere la conferma nei suoi occhi, mentre annuì richiudendo la bottiglia d'acqua.
"Ho paura Samuel. Sono rimasta scottata troppe volte" ammisi in un sussurro debole, arrendendomi. Se non ne avrei parlato con nessuno sarei diventata una nevrotica. Mi mancava parlare con Amanda.
"Carlotta, forse non sono il tipo da consigli. Sono stupido lo ammetto, ma lo faccio per alleggerire la tristezza che come tutti ci portiamo dietro. Tu lo ami, e ho visto come ti guarda. Ogni tanto dovresti provare a seguire il cuore, e non sempre la razionalità. Non sempre tutto è uno sbaglio" rivelò pacato e con un velo di protezione, come un confidente da sempre. Voleva aprirmi gli occhi anche lui.
"E se fosse un disastro?" Ricalcai, sapendo che uno sbaglio poteva accadere, i disastri lasciavano macerie.
Si girò dal mio lato, per osservare meglio il mio volto, lasciandomi un sorriso dolce, prima di alzarsi come me.
"Lo puoi scoprire solo provandoci" fu la sua risposta soave, mentre mi morsi il labbro.
Gettai la coca cola finita, nel cestino.
"Dove andiamo ora?" Mi rigirai verso Samuel, non volendo ancora chiudere la serata.
Mi guardò con un sopracciglio innalzato, per aprire bocca.
"Io so dove andare. Tu devi andare a..." lo bloccai un attimo, con un'alzata di mano.
"Se è un'altra delle tue battute, ti puoi risparmiare" lo avvisai derisoria. Quando scoppiò a ridere.
"Devi andare in Hotel. Torna da lui Carlotta." Tornò serio con la sua affermazione semplice e cristallina. Nessuna ironia.
"Io..." mi guardai intorno. La gente, il caos, le varie musiche. Cercavo una risposta alle mille domande che avevo. Ma solo una persona aveva le risposte.
"Vai" non mi diede il tempo di replicare, che come mi rigirai vidi un Taxy e Samuel aprirmi lo sportello.
"Forza" mi riprese dolcemente, incitandomi ad entrare dentro la vettura.
"Grazie Samuel" lo ringraziai veritiera e sincera più che mai, vedendoli strizzarmi l'occhiolino prima di richiudere lo sportello con un tonfo accompagnato dalla sua mano, che batté sul tettuccio.
Diedi l'indirizzo dell'hotel, con il cuore in gola. Vibravo dentro di ansia e voglia di dire tutto. Potevo ascoltare il mio cuore. Magari avrei sbagliato, ma noi avevamo sempre e solo sbagliato. Perché era la cosa più giusta da sempre.
Guardai Londra dal finestrino, passare come un film, colorato. Sorrisi dolcemente, e portai le mani sulle ginocchia che tremavano debolmente.
Mi strofinai sopra i palmi che tremolavano almeno quanto esse. Ero in combutta con me stessa, ma stasera non volevo pensare alle conseguenze di un domani distruttivo.
Pagai il tassista, con una certa fretta, quasi accadermi le banconote dalla mano e richiusi lo sportello con troppa veemenza, ricevendo anche un'imprecazione a cui non badai.
I piedi correvano frenetici sull'asfalto, fino al tappeto rosso della scalinata. Le porte come magia si aprirono, invitandomi a non aspettare.
Salii le scale con il riecheggiare come un eco lontano dei miei tacchi, troppo presi a salire, e la borsa che cedeva sulla mia spalla esile, cadendo ripetute volte sul braccio.
Afferrai, rovistando energicamente, la mia fedele carta Metallica, e la strusciai sulla porta che mi diede libero accesso con la sua famosa lucina verde. Non avevo più tempo per pensare. Più voglia di scappare.
Spalancai la stanza, richiudendola con un tonfo debole, e cercai la sua figura. I suoi occhi cristallini.
Lo trovai fuori dal balcone. La tenda Beige svolazzava libera nell'aria notturna che entrava riempiendo la stanza. Era chinato in avanti, con le braccia sull'inferriata, ed una sigaretta. Intravedevo il fumo che si liberava e si innalzava, volando via.
Mi tolsi i tacchi, attenta a fare rumore. Ma Joshua si girò. I suoi occhi azzurri mi catturarono in un secondo nella sua presa. Ero nella sua tana.
"Carl..." non lo lasciai terminare il mio nome, che lo sovrastai con la mia voce.
"Sono stanca" proclamai in affanno, è fragile come il cristallo che splendeva dentro di lui.
"Se vuoi dormo sul divano" ripete più risoluto, aspirando una boccata nociva. Possibile che non capiva.
"Sono stanca di lottare" ripetei più lentamente e con le palpitazioni elevate al massimo.
Mi feci più vicina, vedendolo gettare tra il pollice e l'indice il mozzicone, guardandomi intensamente.
"Ho provato a cambiare stanza. Il caso...certe volte...tutto pieno" affermò con un risolino amaro e spostò lo sguardo verso un punto non definito. Credeva che ero stufa di lottare e di voler arrendermi andando via. Volevo arrendermi solo al mio corpo che li reclamava di continuo.
"Possibile che non capisci?" Domandai secca, togliendomi il giubbotto, lanciandolo ovunque volesse cadere.
"No non capisco. Anzi non ti capisco. Prendi, te ne vai. Poi torni. Dici che sei stanca. Poi mi vuoi. Che cazzo vuoi Carlotta? E vedi di darmi una risposta e non prendere la tua borsa e andare chissà dove. Sei una cazzo di spocchiosa" rivelò duro ed assertivo, avvicinandosi a me in modo tenebroso ma addolcendo i tratti del viso carico di passione.
Stava avvenendo una combustione. Fuori e dentro di noi.
"Sei un'odioso. Ma per quanto io provi a detestarti. Non ci riesco. Ho bisogn..." non mi lasciò terminare, che mi prese per i fianchi e sussultai, fino ad arretrare al muro freddo.
"Parli sempre troppo. Bastava dirmi..." lasciò la frase in sospeso per farmela finire. Le sue mani, salirono dolcemente, percorrendo il mio corpo che si accese. La testa girava quanto quella ruota panoramica. I nostri occhi pieni di lussuria.
"Ti voglio" finii al posto suo la parola che voleva sentirsi dire, prendendomi il volto tra le sue mani calde.
"Dio, dimmi che lo vuoi davvero" sussurrò rauco ad un millimetro dalle mie labbra, che cercavano le sua disperatamente ed incatenai i miei occhi che parlavano.
"Davvero" confermai in un sussurro arreso e con voce calda, prima che prendesse possesso delle mie labbra che si schiusero. La sua lingua vellutata scivolò dentro di me, delicata e sempre più passionale, ansimando. E non m'importava davvero del disastro che stavo facendo. Non c'era niente di sicuro, se non che Joshua era la mia perdizione.
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