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32

Pov. Joshua

Ero uscito a cercarla. Avevo bisogno di vederla. Sapevo che probabilmente non mi avrebbe dato modo di parlare, spiegare, e quant'altro. Ma avevo bisogno di vedere lei. E ciò bastava per spazzare via il malumore che si insinuava dentro di me. Avevo tutto ciò che desideravo. La cosa più importante però no. Ed un vuoto così immenso non basta a riempire quei fogli in rima.

Chiesi a Samuel, dove potesse essere. Sembrava sempre disponibile a parlare. Mi disse che probabilmente era andata in una spiaggia, o almeno così le aveva accennato Carlotta, quando si videro per scegliere i pezzi.

M'incamminai nell'aria tiepida e notturna di Barcellona. Un dolce refolo di vento mi teneva compagnia. Mi ero messo una felpa grigia e tirato su il cappuccio. Sarei passato più inosservato. Passai per il Passeig de Borbó, ed un ragazzo moro distribuiva volantini.
Mi avviai verso di lui che mi sorrise.
"Tieni" affermò socievole e cristallino, porgendomi il volantino giallo e rosso. La foto del mare in sottofondo e del piccolo chiosco.

"Cos'è?" Domandai rigirandolo tra le mani, nonostante sapessi.

"C'è una festa non distante da qui, alla spiaggia. Lido De Mar. Facci un salto amico, c'è roba buona" mi strizzò l'occhio con fare amichevole. Probabilmente mi aveva preso per un tossico ed un drogato. Non me ne fregava un cazzo, ma tentai di restituire il sorriso d'intesa.

Camminai verso le vie, costeggiate da ristoranti, pub. Sembrava sempre tutto così allegro e colorato. Forse era un'illusione. Come tutte le cose. Coloriamo per non vedere il grigio che circonda la vita.

Notai un arco in cemento con la scritta a caratteri cubitali, dipinta di azzurro. -Lido De Mar-. Doveva essere per forza questo. Ed infatti una musica latina, proveniva da un chiosco, che da qui sembrava una capanna.

Mi avviai verso la sabbia, che frusciava dolcemente sotto la suola delle mie Hogan. Il rumore calmo delle onde, più docili. Sentivo il profumo di salsedine assalirmi le narici. Amavo quell'odore.

Arrivai davanti al chiosco, e restai fermo a guardare, con occhi attenti. Finché non la vidi. Bella e perfetta, in quel vestitino che accarezzava delicatamente le sue curve in cui mi perdevo, in cui amavo sprofondare intensamente, costantemente.
Rideva con il cocktail in mano, rigirando la cannuccia nera dentro, come era solita fare.
Notai il ragazzo con cui scherzava. Era quello che incontrammo al locale. Quella serata magica. Che sarebbe rimasta nello scrigno dei sogni proibiti. Forse quelli mai avverati, così veri, talmente ad aver paura di farli divenire reali.

Lo guardai accostarsi al suo orecchio, e ciò mi fece salire una rabbia interna, inspiegabile. Serrai la mano lungo il fianco in un pugno, ma decisi di portarla nella tasca dei jeans. Dovevo mantenere la calma. Fottiti cazzone! Calma un cazzo. Stava toccando ciò che possedeva a me. E non era il suo corpo, era la stessa cosa che batteva da anni, ancor prima di saperlo.

Quando la notai girarsi spaesata, ed incrociare il secondo dopo il mio sguardo. Le sue pupille nere e piccole si dilatarono, ricordandomi che per me quelle erano il mio catrame. Quello dove venivo risucchiato e ci restavo. Come la gabbianella che non riusciva ad uscire dal mare, inquinato quanto il nostro amore.

Si avviò al bancone, scusandosi con la mano con il ragazzo che alzò le spalle. Ti è andata male amico, lei preferisce me. Sorrisi vittorioso, ma notai il modo in cui sbatté il cocktail sul bancone di legno del chiosco, ed avviarsi in contro a me.

Emozioni indecifrabili, tiravano le somme da sole. Sottrazioni, addizioni. Formule matematiche di ciò che potevamo spiegare. Io più Carlotta uguale disastro bisognoso da rifare. Per quanto sia sempre stato sbagliato, se ti rende felice non lo è davvero. Quante cose puoi spiegare?! Non trovi una ragione logica a tutto. Ma capisci che quella persona è parte integrante di te, dal momento in cui t'invade la mente, scende per il corpo, e ti strappa il cuore. Non chiede permessi. Lo prende e lo porta via. Te lo tiene in pugno.

Vedevo come il suo corpo reagiva al mio tocco. Troppo presa da lasciarsi andare, troppo razionale per farlo.
Le sue natiche fresche in cui solo pochi giorni fa ero sprofondato. Beandomi di ogni centimetro della sua pelle diafana illuminata dalla luna. Ci guardava affascinata. Ma non riuscii a trattenerla. Scappava contro ogni indicazione.

La notai allontanarsi impaurita, raccattare la borsa lasciata prima sulla sabbia fresca, e correre lontano dal pericolo. Perché quello ero io per lei.

Mi misi a sedere sulla sabbia, affondando la testa tra le mani. Imprecavo. Non sapevo riconquistare il suo cuore. Voleva starmi distante. L'unico mio punto forte poteva essere farla ingelosire. L'avrei fatto cazzo. Anche solo per vederla infuriarsi e gridarmi contro. Amavo stuzzicarla. Dio se mi piaceva. Perché dopo la voglia di scoparla mi saliva alle stelle. Anche le sue parolacce mi eccitavano perché mi desiderava.

Mi alzai dalla sabbia fresca, pulendomi i jeans ed avviandomi al chiosco. Presi un drink. Uno qualsiasi, il più forte. Un mio pezzo passò per le casse, e sorrisi amaramente. La gente ballava sulle mie note. Potevo esserne contento. Lo ero, ma non fino infondo. Ormai non contavo più i drink ingurgitati. L'alcol faceva il suo percorso al mio interno.

Mi sentivo allegro, frustrato, leggero, pesante.
Andai verso la pista, vedendo una ragazza dai capelli corvini e lunghi fino al fondoschiena ondeggiare. I mini short in jeans le lasciavano scoperta parte delle natiche. Fanculo! Non era lei, ma era un diversivo.

La presi da dietro per i fianchi, facendola sussultare, e si voltò piano. I suoi occhi nocciola da prima impauriti si addolcirono e sorrise maliziosa, strusciandosi sul mio corpo.
"Curioso di sapere se ti muovi così bene anche tra le lenzuola" le sussurrai all'orecchio, portandola a sospirare, ed annuì.

"Sono più brava" affermò continuando a ballare più attaccata a me, portandomi ad indurire il membro.

"Chi me lo garantisce?" Le domandai beffardo, poggiando le mani sul suo ventre piatto.

"Posso dimostrartelo" ribatté sicura.
Si girò guardandomi lussuriosa, mordendosi il labbro ed intrecciare le dita alle mia. Quando qualcuno ci divise.

Mi girai vedendo il cazzone. Il conquistatore di Carlotte che preferivano il sottoscritto.
Mi scusai un attimo con la mia scopata notturna, vedendo il suo sguardo freddo. Che cazzo di problemi aveva?! Cercava rogna? Aveva trovato pane per i suoi denti.
Enrique Iglesias dei poveri.

"Amico, non devi scopare? Ah giusto...la ragazza ha preferito me" rivelai derisorio, vedendolo scuotere la testa indignato.

"Sei ubriaco fradicio, non ti vedi?" Mi stava facendo una cazzo di predica? Ma chi cazzo lo conosceva.

Lo presi per il colletto della camicia a quadri, stringendo quel pezzo di stoffa in un pugno talmente stretto da far sbiancare le nocche.
"Chi cazzo sei per giudicarmi? Pensi di sapere tutto solo perché ti ha parlato? Sei il mio angelo custode? Non credo. Quindi fatti i cazzi tua" digrignai i denti freddo ed ispido, rilasciandolo in malo modo ed afferrai una bottiglia di birra piena dal collo, di un ragazzo affianco a me che si girò, tirandomi contro un'imprecazione. Fanculo anche a quest'altro coglione.

Mi portai la bottiglia alle labbra, sgolandola in una sorsata, per pulirmi le labbra con il dorso della mano, e gettare la bottiglia sulla sabbia.

Ormai ero fuori uso e furioso. Scansai la gente che accalcava la pista, in malo modo. Barcollavo leggermente. Mi sfilai la felpa dalla testa e la buttai sulla sabbia. Tolsi il cellulare dalle tasche e mi avviai dentro L'acqua. Lo sentivo il suo richiamo. Nuotai con le braccia, più a largo, beandomi del freddo che non sentivo completamente. Come se il mio corpo non fosse stato realmente lì.

Notai qualcuno tuffarsi in acqua, e nuotare veemente verso di me. Quando misi a fuoco come meglio potei, mi accorsi che era ancora il cazzone! Ma era uno stalker? Un fottuto segugio?!

"Amico te lo dico, a me piace la vagina" scherzai derisorio, stampandomi un sorriso di sfida sul volto, vedendolo guardarmi.

"Ed anche ubriacarti noto. Vieni" si avvicinò, prendendomi per le spalle ma lo scansai. Mi stava iniziando ad infastidire.
"Ascolta, non so che problemi avete tu e Carlotta. Ma lei ti ama, e tu amico ami lei. Quindi ora ti riporto dalla tua amata" aggiunse trionfante, lasciandomi cingere le spalle con il suo braccio. Non avevo neanche più la voglia di nuotare. Sentivo solo un rimbombo nella mia testa. Iniziava a girare tutto.

"Questo drink fa schifo" sbottai sdegnato, facendo una smorfia disgustata, e sputando.

"È acqua del mare" proclamò il cazzone, che arrivava a scoppio ritardato. Ma gli ero grato. Non sapevo perché ma lo ero.

Camminammo sulla sabbia, e lo guardai piegarsi e gettarmi la felpa, che infilai svogliatamente, alla rovescio.
Lo guardai passarsi una mano tra i capelli esasperato, accompagnandomi fino alla sua macchina.
Mi aprì lo sportello e mi adagiò, poiché ogni volta sembravo scivolare dal sedile.

Mi mancava. La volevo con me. Perché non mi lasciava parlare. Spocchiosa detestabile.
Sentivo solo il rumore della freccia, emettere il suo fastidioso ticchettio. Lo sfrecciare. Abbassai il finestrino, lasciando che un filo di vento mi riscuotesse dal mio stato pietoso. Che umiliazione. Ero io il cazzone.
"Grazie" affermai sincero verso il ragazzo di cui non sapevo neanche il nome.

"Figurati. Ti ho salvato da Belinda" disse di rimando, guizzando un attimo lo sguardo su di me sorridente, per tornare a guardare la strada.
Probabilmente doveva essere la mia presunta scopata notturna. Probabilmente non avrei fatto niente.

Sentii la macchina accostarsi e frenare, vedendo la luce soffusa che emanava ora, dall'interno dell'hotel, rispecchiandosi sull'asfalto.
"Corsa terminata" scherzò goliardico, mentre innalzai la testa, come a dargli ragione.

"Ti aiuto dai" aggiunse, vedendo la mia scarsa lucidità. O forse l'avevo persa già da otto anni.
Da quando quel bacio nel nostro parco, in quel posto segreto, mi aveva aperto un mondo intero. Anche da prima. Da quando la stella cadente, passò verso casa nostra, sotto lo stesso cielo, nello stesso momento. Distesi sul tetto a guardare il cielo nero ed infinito. Quella parola che era racchiudeva noi. L'infinito. Questo era Carlotta. Qualcosa di cui non ti stancavi, non vedevi la fine, non vi era.

Mi aprì la portiera, cingendomi come prima il braccio attorno alle spalle, ed aiutandomi a salire e varcare la soglia della Hall.
Avanzammo verso l'ascensore.
"A che piano?" Mi chiese mentre mi appoggiai alla parete fredda di metallo.

"Al secondo" affermai convinto. Io stavo al terzo, ma volevo vedere lei.

Pigiò il pulsante, che s'illuminò. Contavo quei pochi secondi che mi dividevano.
"Comunque sono Brad" allungò la mano verso di me, che strinsi saldamente.

"Io..." mi bloccò annuendo.
"Già" aggiunsi. Come cazzo mi era venuto in mente di presentarmi. Il mio viso era affisso su molti cartelloni.

"Canti davvero bene. Le tue canzoni sono mitiche" si congratulò cristallino, mentre lo guardai.

"È grazie a Carlotta" proclamai sincero. Finché le porte metalliche non si spalancarono, rivelando subito la porta di Carlotta.

"È la tua camera?" Domandò, mentre scossi la testa, capendo che era di lei la camera.
Bussò al posto mio, sentendo i passi ovattati di Carlotta avvicinarsi ed aprire con un cigolio debole la porta.

"Brad...Josh...Joshua" ricalcò il mio nome in maniera stizzita, vedendo il mio sorrisetto malizioso e beffardo rivolto verso i suoi occhi gelidi e ridotti a due fessure.

"L'ho pescato nel mare" proclamò Brad, vedendo Carlotta annuire, e posò una mano sullo stipite.

"È ubriaco non è vero?" Domandò ispida, con un sopracciglio innalzato, spostando gli occhi da Brad a me e viceversa.

"Guarda che sono qui" alzai la mano come quando ero all'appello nei banchi di scuola. Che cazzo dico. Non l'alzavo mai la mano. La troppa fatica.

Si girò di scatto fulminandomi. Cazzo se mi piaceva quando era furiosa.
"Lo vedo, razza di demente odioso" sbottò dura, ma già il fatto che mi avesse chiamato odioso, mi rasserenava. Mia piccola Carlottina spocchiosa.

"Grazie Brad e scusa" si scusò lei da parte mia, tirandomi dentro dalla manica della felpa in malo modo, mentre Brad ci salutò.

Chiuse la porta con un tonfo assordante, sbattendomi al muro. Uh...la ragazza aveva voglia.
"Mi ecciti quando vuoi prendere il comando" le sussurrai rauco, ad un centimetro dalle sue labbra. La notai deglutire fortemente ed un luccichio accendersi dentro il faro del suo mare.

"Ti vorrei picchiare. Ti sei ubriacato. Sei un bambino" mi accusò seria, anche se stava tremando sotto al mio tocco, dove la mia mano si poggiò sul suo fianco, coperto solo dalla sottoveste turchese. Cazzo! Non poteva mettersi così e pretendere che stavo fermo.

"Leva la mano" aggiunse assertiva, staccandosi da me.
"È meglio se torni in camera. Ti fai una dormita e domani chiedi un'aspirina" si voltò senza guardarmi negli occhi, aspettando che aprissi la porta.
Non si sarebbe liberata così di me.

Mi staccai dal muro, andandole incontro, cingendole la vita con le mie braccia e la sentii sussultare ed un piccolo ansimo fuoriuscire come i suoi occhi chiusi.
"Voglio dormire con te. Ti prego" la pregai dolcemente, lasciandole un bacio umido sul collo, che la fece rabbrividire.

"No Joshua...vai" replicò con voce titubante.

"Ti prego. Solo dormire. Solo stasera" la ripresi di nuovo più carezzevole, mentre la guardai annuire e staccarsi piano da me.

"Solo stanotte" confermò, avviandoci nel letto e guardandola infilarsi sotto le lenzuola, sdraiandomi accanto a lei e Mr Wilson.

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