20
Pov. Carlotta
Ero affascinata dai suoi movimenti, dal modo in cui cantava. Vederlo di nuovo dal vivo mi aveva trasmesso un brivido che si espandeva in tutto il corpo, come una folata di vento improvvisa, che ti drizzava i peli.
Lo sentivo lungo la spina dorsale, infondo al cuore, nel mignolo del piede e sui polpastrelli. In ogni fibra dentro di me, sentivo il suo ritmo.
Gli occhi che non si mollavano quasi mai, e mi convincevo che di lui non mi sarei mai liberata. Mi sentivo leggera con lui, e poi pesante. Mi dava cose che altri non riuscivano a raggiungere. Mi dava semplicemente la voglia di provare sempre a mettermi in gioco. Quando mi stuzzicava, gli facevo credere che mi dava noia, ed in realtà mi sentivo eccitata ed aspettavo le sue battutine che mi scaldavano.
Perennemente in conflitto. Chi non lo è con se stesso? Scegliamo, sbagliamo. È difficile prendere una strada giusta, non c'è mai. Qualcosa ostacola sempre il percorso. Ma per qualche motivo non volevo sbattere contro un muro inossidabile e mi facevo scudo di una corazza invisibile.
L'attimo in cui le nostre dita si mossero per noi, fu come tornare di nuovo a respirare il nostro -insieme-. Le parole dicevano altro, i nostri corpi lo sapevano. Erano consapevoli di una consapevolezza che non davano a vedere.
Avevo finito di cenare. Avevo ordinato un'insalata con del tofu, per mantenermi leggera. Ed un bicchiere di vino bianco frizzantino, mi fece sentire come una statua restaurata.
Mi vestii con un abito lungo fino a metà coscia, di velluto plissé Argento con delle spalline fini, ed infine delle decoltè nere lucide.
Tenni i capelli lisci, fermati dietro le orecchie, in modo da tenere in vista gli orecchini azzurri. Quei diamantini che avevo conservato. Quelli che ricordavano ciò che avevo iniziato con lui. Sorrisi allo specchio a quel pensiero. Un sorriso dolce e pieno di rossore timido. Era l'effetto che mi faceva quando tornavo con la mente indietro. O semplicemente quando lo pensavo e lo vedevo.
Sentii bussare debolmente alla porta, come se non si volesse far sentire da altre persone. Anche se in quella stanza vi ero solo io.
Presi un profondo respiro, socchiudendo le palpebre, ed inspirai, girando il pomello freddo della porta marrone.
Era davanti a me, di una bellezza sconfinata, ed un tremolio si impossessò del mio corpo, complice del suo.
Aveva un pantalone sartoriale blu scuro, una camicia bianca attillata, e strappata in alcuni punti, lasciando intravedere parti della sua pelle perfetta e gustosa, ed un papillon del medesimo colore del pantalone. Per non parlare dei capelli ingelatinati all'indietro, da rendere il suo ciuffo biondo, luminoso, ed impeccabile.
Mi squadrò da capo a piedi divertito, poiché notò il mio stato accaldato. Così innalzò un angolo delle labbra, dove si formò la virgola e ci passò sopra il pollice con fare provocatorio.
Carlotta contegno, avverto un allagamento nei dintorni! Mi riprese sarcastica la mia vocina interiore, poiché stavo ballando il limbo.
"Ciao" mi richiamò al presente, con voce calda, tanto da avvolgermi e tirarmi a lui.
"Ciao" replicai, lasciandolo passare. Sentii il suo respiro dietro al mio collo, così mi portai una mano dietro la nuca. Forse per non sembrare intimidita, e fargli credere che avessi un torcicollo.
Finché il sua braccio non cinse la mia vita, voltandomi per farmi scontrare contro il suo petto, dove finì il mio palmo aperto. Dove si fermò il mio cuore, per sentire solo il suo battito più frenetico, e rimanerne incantata.
Si avvicinò e ritrassi appena la testa indietro, come una tartaruga che vuole nascondersi nel suo guscio protettivo.
Non dovevo cedere. E solo con questo mantra riuscivo a sopravvivere al suo tornado azzurro cristallino.
"Sei bellissima" sussurrò dolce ed intriso di sensualità, prendendomi il palmo per toglierlo dal suo petto, e farmi fare una gita volta intorno a me stessa. Sorrisi d'ilarità, afferrando la pochette.
"Grazie" affermai febbrile, abbassando lo sguardo per sistemarmi una ciocca di capelli, fuoriuscita, e sentirmi più imbarazzata di quanto già non fossi.
Avevamo fatto un piccolo passettino, ma per arrivare alla vetta c'era molto da scalare, e noi eravamo ancora giù, ad ammirare la salita difficile, spigolosa, piena di ostacoli...per trovare la soluzione di salirvi e non cadere inesorabilmente giù, rapidamente, senza un appiglio per riprendere la scalata.
"Yuri e i tuoi Cameraman ci aspettano giù" m'informò, chiudendo con un tonfo sordo la porta di camera mia, e lasciarmi passare avanti per andare verso l'ascensore.
Pigiai il pulsante, attendendo con impazienza l'arrivo delle porte metalliche che si sarebbero spalancate dinanzi a noi.
Sarebbe stato così grave l'asciarmi trasportare di nuovo come una naufraga verso il suo mare? C'erano ancora troppe onde difficili da scavalcare per sopravvivere. Non volevo ferirmi, schiantandomi addosso ad uno scoglio ruvido e spigoloso.
Sentii il campanello di avviso, e le porte si aprirono, facendo un passo in avanti come Joshua e rinchiuderci in quella gabbia di metallo per qualche secondo.
"Mi dispiace" affermò fievole, mentre ero assorta nei miei pensieri, guardando e contando mentalmente i secondi.
Mi girai appena verso di lui, come se non avessi capito.
"Per cosa?" Domandai frastornata, vedendo i suoi occhi alzarsi su i miei, tanto da farmi sempre perdere il contatto con il mondo esterno, perché io vivevo lì dentro. Mi perdevo, mi ritrovavo di un'essenza più forte di qualsiasi altra cosa.
"Per non averti più richiamata, per non aver lottato" mi confermò carezzevole e morbido, le parole che aspettavo da quella sera ad Hudson Valley. Un magone strinse la mia gola in una morsa, tanto da spezzarmi il respiro già morente di suo.
Sentii gli occhi velarsi e mi morsi il labbro per l'ansia che mi accresceva addosso ed i battiti si rifecero prepotenti. Finché le porte non si aprirono, facendo il modo di non farmi replicare alla sua confessione. Come se il destino volesse darmi altro tempo per riflettere.
Mi incatenò ai suoi occhi, aspettando una mia risposta, dove alzai solo le spalle, stringendomi dentro il mio trench.
Salutai tutti ed entrammo dentro la limousine nera lucida, i vetri oscurati. In modo che noi potessimo vedere il mondo fuori ma il mondo non poteva vedere noi.
La limousine si fermò nel retro del locale, appurandomi che sul davanti vi era una fila immensa, e gente che urlava e rideva, aspettando di entrare e gustarsi quella voce che mi aveva fatto innamorare ed ora mi faceva di nuovo inciampare e scalpitare come sempre.
Scendemmo, subito dopo Joshua che venne scortato da Yuri ed un altro uomo di cui non sapevo il nome.
Samuel e Toby mi intimarono di andare con loro, verso le telecamere già posizionate, per riprenderlo anche nel momento della preparazione.
Si sedette sopra una sedia girevole, di fronte ad uno specchio adornato da un led che gli illuminò il volto perfetto, ed una ragazza si apprestò ad andare verso di lui, con la sua valigetta in mano. La posò sopra il tavolino ed estrasse dei pennelli.
"È proprio necessaria questa roba?" Proruppe Joshua disgustato e gettandomi un'occhiata preoccupata mentre risi di gusto, nel vederlo così.
"Temo di si" lo riprese la ragazza, iniziando ad intingere il pennello dentro la scatolina cilindrica del fard e dare colorito al volto di Joshua, che ogni tanto storceva il naso, come infastidito.
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-Non capisco perché voi donne vi mettete queste cose...strane.
-Si chiamano trucchi Joshua. E sono per vederci più belle allo specchio.
-Tu sei bella anche senza questa porcheria.
-Lo dici perché sei di parte.
-Lo dico perché ti amo, e ti vedo con i miei occhi. Perfetta e spocchiosa.
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Mi ritornò in mente quel giorno al college. Mi era venuto a trovare e non ero riuscita a prepararmi come avrei voluto, poiché il professor Parker, mi fece perdere tempo sul riesaminare la tesina.
Era stata una sorpresa gradita, voleva portarmi a cena fuori. Mi volevo fare bella per lui, ma ai suoi occhi ero sempre perfetta.
Sorrisi dolcemente mentre Samuel mi fissò con un sopracciglio innalzato, e constatai che Joshua si era alzato dalla poltrona ed ora stava terminando delle cose con Yuri prima di salire.
"Ti ha fatto ridere la mia battuta vero? Vedi Toby, tu non le capisci, Carlotta si" elargì verso un Toby che borbottò qualcosa sotto voce.
"Cosa dice un bagnoschiuma, che sta scappando, quando arriva ad un vicolo cieco?
Non ho via di Shampoo" ci raccontò un'altra barzelletta, orrenda, bruttissima. E dal suo ridere tanto da soffocare, era evidente che la trovava solo lui divertente. Guardai Toby che si schiaffò una mano sul viso esasperato, mentre repressi una risata.
"Era ottima questa...vero Carlotta?" Mi richiamò Samuel, mentre annuii debolmente stirandogli un sorriso.
"Formidabile, davvero formidabile" tentai di dirlo con tono convincente, e rigirando il volto per scuotere la testa, e mimare con il labiale verso Toby un "pessima" su cui mi diede d'accordo.
Tornai verso Joshua, dove Yuri gli diede una pacca d'incoraggiamento così come ai ragazzi della band, e prima di salire, si girò verso di me, lanciandomi un sorriso genuino che ricambiai con il cuore in gola.
Lo notai sparire dietro la tendina nera, e gli schiamazzi del pubblico mi arrivarono potenti contro il mio udito.
"Ci spostiamo verso il palco di lato Carlotta. Guardami l'inquadratura se ti piace" m'informò Toby, portando le varie telecamere.
Mi misi in mezzo a loro, notando le varie parti, e inquadrature che facevano, per poi scegliere le migliori.
Sembrava così a suo agio sul palco, era nato per quello.
Il rumore dei piatti, della cassa, delle chitarre con suoni melodiosi ma diversi, e la sua voce a rendere tutto armonico e perfetto.
•" Cammino lungo questa strada asfaltata. Il buio non m'inghiotte questa notte. Ho superato tornado fuoco terremoto per venirti a trovare, giuro sarò la cura alle tue paure.
Perché non c'è non c'è...soluzione
Perché per me per me...sei emozione.
Indivisibili agli occhi invisibili,
Sei una tempesta che mi smuove non correrò altrove,
Indivisibili siamo esseri mistici, corro sempre più forte non mi fermo questa notte....
Non con te.
Ho scalato mille vette, per avere te.
Non ha importato il tempo messo, ora sei con me.
Quante notti ho sognato le tue dita sulla mia pelle, tu urlavi ed io ti portavo sulle stelle.
Perché non c'è non c'è...soluzione
Perché per me per me...sei emozione..."•
Cantava queste parole, e sentivo che c'era un filo conduttore tra noi, così spesso da non poter dividere.
"Un pezzo stupendo" commentò Samuel, continuando ad inquadrare, e spostarsi ogni tanto, mentre feci spallucce.
"Già" affermai. Guardai il palco e ragazze che si sbracciavano. Finché non notai qualcosa volare e cadere sul palco.
Joshua rise sul microfono e si chinò raccattando ciò che era un reggiseno rosa.
"Di sicuro non gli mancherà la biancheria dopo stasera" si fece beffa di Joshua Samuel, mentre quelle parole per me erano tutto fuorché sarcastiche. Ed era solo scena, lo sapevo. Ed erano solo ragazze che adoravano il suo idolo, e lo sapevo. Ma mi faceva male. Perché ogni piccolo tassello in più che aggiungevo per completare il puzzle, mi rendevo conto che lì non potevo esserci io. Non facevo parte del suo mondo, me ne convincevo sempre di più.
Per quanto le sue parole ed i suoi gesti con me fossero pieni di tensione sessuale, di amore ancora vivo ma nascosto...io non potevo stare lì.
Passammo il restante della serata, e le restanti ore ad ascoltare altre canzoni, ai ritocchi sul viso di Joshua, ai pezzi che avrebbe cantato dopo, e le varie inquadrature sul quale rimanevo fissa senza fuggire con gli occhi per vederlo dal vivo anziché attraverso una telecamera.
Quando finì, ringraziò il pubblico e tornò dietro, congratulandosi con la sua band. Scherzarono ed io ogni tanto venivo ripresa da Toby o Samuel. Loro non potevano sapere.
Lo guardai venire verso di me, con un sorriso dolce sul volto rilassato ma al tempo stesso stanco. Era soddisfatto ed io ero felice per lui.
"Ti è piaciuto?" Mi domandò, sistemandosi i capelli.
"Sei stato fenomenale" affermai cristallina, e mi sorrise di nuovo. Quel sorriso che mi apriva molte porte e ne chiudeva altre.
Quando tornammo in Hotel, mi guardò, strusciando la carta sulla porta.
"Vuoi...entrare?" Chiese impacciato e intenso, mentre volevo ma non riuscivo completamente. Avremmo avuto modo di parlare, ma non oggi.
"No, sono stanca. Noto che ti sei portato i reggiseni delle tue fan" gettai un'occhiata verso il sacchetto e sbottò in una risata.
"Non si rifiutano i regali" affermò semplicemente mentre alzai le spalle ed entrai dentro la camera per richiudere la porta debolmente ed esalare un respiro arreso.
Mi svestii svogliata e l'unica persona che volevo sentire era Mitch. Probabilmente era a lavorare al pub, ma volevo sentire la sua voce.
Girovagai per la camera, con il telefono premuto contro l'orecchio, tanto da farlo divenire rosso. Gli squilli aumentavano, finché non sentii la sua voce.
-Culetto d'oro. Tutto ok?-
Mi Domandò sapendo che quando lo chiamavo era per qualcosa che non andava.
-Mitch...mi manchi. Tu come stai?-
Sviai in un certo senso la sua domanda, perché non sapevo in realtà come stavo. Era difficile capire il proprio umore a pieno.
-Anche tu Linda, è strano stare in casa senza di te. Ed a proposito...ti devo parlare, ma preferisco farlo quando torni-
Captai le ultime parole e mi allarmai subito a sentire la sua voce più roca e seria sull'ultimo punto.
-È grave Mitch? Hai allagato casa? Dato fuoco?-
Domandai a raffica delle stupidaggini ma erano le prime cose che mi vennero in mente.
-Ma che cazzo vai a pensare. No! È una cosa che devo dirti quando ci vedremo...non posso al telefono ed ho deciso di dirtela. Ora torno dietro al bancone o mi menano. Ciao Linda-
Mi salutò con il nomignolo, uno dei tanti che mi affibbiava, sentendolo sospirare e riattaccare.
Non sapevo cosa volesse dirmi, ma sembrava serio. Il fatto era che in quel momento ripensavo solo alla serata, ed alle parole di Joshua e della canzone. A maggior ragione ora che mi ero avvolta tra le coperte, ed una mano stretta a pugno vicino alle labbra.
Eravamo indivisibili ma anche invisibili agli occhi degli altri. Qualcosa che non potevano vedere e che non avrebbe mostrato. Non volevo un'amore segreto, non volevo qualcosa a metà. Così ritrassi un singhiozzo e mi addormentai, lasciando a domani parole che avrebbe detto e promesse che avrebbe sempre infranto.
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