18
Pov. Carlotta
Perché mi ero comportata così? Ero stata scontrosa, burbera, ispida. Per il semplice fatto che a me di Joshua importava ancora, e tanto, forse troppo. Il fatto che l'avesse dato a Madison mi corrodeva ancora di più. Mi bruciava viva dentro, un fuoco che non potevo spegnere. Era sempre stata il motivo dei nostri litigi, allontanamenti, in quel passato di cui ora sembrava non esserci più traccia. Avevamo fatto tabula rasa dei ricordi. Ma io ricordavo, erano nitidi e così vivi, che li toccavo ancora, che ci vivevo ancora all'interno, come un sogno eterno, dove trovavo la pace dei sensi.
Non lo lasciavo finire di parlare, non volevo sentire la sua voce rauca che ogni volta mi mandava in escandescenze. E forse eravamo destinati ad avere la stanza accanto. Ed ora questa carta da parati bianca perlata con motivi arabesque dorati, mi confermava che dietro ad uno strato di cemento, vi era lui. Non avevo quiete.
Appena andammo in Hotel chiamai Mitch. Mi aveva scritto dei messaggi ed era già preoccupato. Non si ricordava più a quanti gradi dovesse mettere i bianchi, nonostante il mio schema. Aveva detto che era troppo complesso ed avevo fatto troppe frecce come un'anagramma. Ero precisa, era forse sbagliato? Forse stavo tornando ad essere più calcolatrice che sentimentalista. Forse era perché non volevo più vedere il mio cuore lasciato per strada. L'avevo sepolto sotto quell'albero. Tra terreno e ghiaia.
Mia madre ovviamente mi faceva mille raccomandazione. Capivo che il tempo passava, ma certe cose rimanevano intatte. Come il suo essere sempre, troppo apprensiva.
Forse da quando mia nonna non c'era più era divenuta ancora di più protettiva. Avevo visto quanto stesse male, lo stesso dolore che provavo io. Ricordavo le passeggiate alle Cascine, per le giostre e le bancarelle. Ricordavo il profumo della sua torta di mele. Quel sorriso e quelle frasi di conforto, sotto a metafore strane.
Erano passati due anni dalla sua morte. E Dio. Avrei voluto chiamarla anche solo per un semplice:
-Sai nonna, Joshua è tornato di nuovo nella mia vita.
E lei sicuramente avrebbe detto:
-ogni strada che si percorre ci riporta sempre al punto di partenza.
Per farmi intendere che non si può scappare o trovare scappatoie. Ovunque andassi lui c'era. Non lo vedevo ma era lì.
Ciò che mi faceva più male, era che non si era fatto vivo al suo funerale. Troppo impegnato in un tour per venire a darmi un supporto morale. Mitch invece era con me. Non l'aveva conosciuta ma era uguale. Lui era venuto dando le condoglianze alla mia famiglia ed una spalla su cui sfogare i miei giorni neri e bui, quelle notti dove neanche le stelle luminose nel
Soffitto di Joshua, m'illuminavano più.
Addirittura Devis, mi aveva fatto le condoglianze. Dio che stupida.
Mi tirai su dal letto, a quei ricordi. Dove dolci lacrime sgorgavano dagli occhi e finivano verso le tempie, per bagnare alcune ciocche di capelli.
Scacciai via una lacrima con l'indice, sorridendo.
Stasera sarei dovuta andare al Venue. Ma non avevo voglia. Volevo restare lucida per domani. Magari avrei scritto qualche frase di effetto, qualche domanda da proporre a Joshua. Stirare finti sorrisi davanti alla telecamera. Perché avrei potuto tirargli una scarpa dritta in faccia, e lasciargli l'impronta della suola, su quel viso che mi faceva perdere il barlume della ragione.
Ti odio, è ufficiale! Non ci credevo neanche a quei tempi, figurarsi ora.
Sentii un rintocco di nocche alla porta, ed andai ad aprire. Mi ero cambiata di vestito, mettendomene uno beige con lo scollo halter, dove parte della schiena restava nuda.
M'infilai l'orecchino, mentre spalancai la porta. Sicuramente era o Toby o Samuel. Forse per dirmi di domani.
Ma appena mi girai, trovai Joshua.
"Un arredamento adatto ad una spocchiosa" proclamò beffardo, prima di tornare su i miei occhi ridotti in due fessure.
"Che vuoi?" Sbottai amareggiata, ed esalai un respiro pesante, corrucciando le labbra.
Chiuse la porta, che emise un tonfo sordo, avanzando verso di me, che restavo pietrificata. Come se i suoi occhi mi cementassero sul posto, facendomi divenire una scultura immobile ed asettica, mentre dentro arrivavano scariche dolci ed altre più forti e prepotenti.
"Cosa voglio?" Era una domanda che si pose a se stesso, più che a me. Si portò le mani in tasca, fino ad essermi vicino.
Una vampata della sua colonia, mi fece rabbrividire la schiena scoperta, ed ero sicura che una lieve pelle d'oca aveva fatto la sua comparsa.
"Puoi darmi ciò che voglio?" Mi guardò intensamente negli occhi. Quel mare cristallino. Alzò la mano e prima di spostarmi, mi portò una ciocca di capelli appena lisciati, dietro l'orecchio, che al contatto dei suoi polpastrelli s'infuocò. Dio, così dolce e sensuale il suo tocco, da portarmi a sospirare e mordermi il labbro inferiore, privo di rossetto.
"Dipende cosa vuoi" riuscii a cacciar fuori, una voce calda e scivolosa.
Sentii il suo dolce alito, solleticarmi il collo, ed il lobo morbido dell'orecchio, dove le sue labbra carnose si poggiarono.
"Voglio averti nuda nel mio letto" una scarica potente, arrivò dritta tra le mie gambe. Qualcosa che non controllavo, e mi faceva stringere le palpebre per scacciare quella voglia insoddisfatta, della sua bocca che esplorava ogni millimetro del mio corpo, anche quello più nascosto. E mi sarei arresa. Mi sarei lasciata andare con le braccia all'indietro, e ceduta alla sua lingua esperta.
Portò una mano dietro la mia schiena, sfiorandomi con le nocche, in una lenta carezza. Piegai la testa, sotto quel tocco che mi elettrizzava la spina dorsale, lasciandogli assaggiare il mio collo. Un bacio delicato, che mi fece ansimare. Ma dovevo smetterla. Dovevo riprendere facoltà. Non potevo farmi male. Non volevo. Non ne avevo la forza di ritirarmi su. Non questa volta.
Lo afferrai per la cravatta blu scura, come il suo completo che gli stava divinamente, mettendo in mostra il suo fisico sublime.
Non si aspettava un gesto così avventato, e gli accennai un sorrisetto sfacciato, incrociando i suoi occhi azzurri pieni di lussuria, quanto forse erano i miei.
Portai le mie labbra vicino al suo lobo. Labbra che tremavano, ma dovevo fingere che non provassi alcun effetto, o avrebbe vinto sempre la partita ed io avrei gettato le armi che invece volevo tenere impugnate saldamente tra le mani, quanto tenevo la sua cravatta.
"Vaffanculo Joshua. Esci di qui" mi ridestai, spingendolo via da me, e sussurrandoglielo in modo caldo e sensuale.
Oh sante divinità Greche, riprendetelo indietro!
"Dove vai?" Ricalcò, passandosi il pollice sul labbro più carnoso.
Merda, cazzo, merda, cazzo! Un nuovo mantra.
"Devo uscire. Vado con Toby e Samuel a mangiare una...pizza. La pizza, si. Quindi...bene ciao" lo spinsi con tutte le forze che avevo, anche se i palmi, avvertivano scosse che mi potevano a prudere, verso la porta. Mentre scoppiò in una fragorosa risata.
"Potresti fare la barzellettiera" replicò derisorio, mentre rilasciai le braccia lungo i fianchi, sbuffando con le guance piene di aria, quasi un palloncino pronto ad esplodere.
"Ma insomma, che vuoi?" Domandai asettica, senza riuscire più a profanare altre cose, spostandomi da un piede all'altro.
"Solo informarti che Toby e Samuel verranno al Venus. Ci vediamo Carlottina" mi riprese roco e sfacciato, incurvando le labbra in un sorrisetto laterale, mentre sbattei la porta con un tonfo acuto.
Andai a mangiare prima fuori con Toby e Samuel, che a quanto pare dopo sera andavano al Venue. Aveva ragione quell'odioso.
Eravamo andati in una pizzeria non molto lontana, prendendo un taxi. Dato che Joshua è Yuri erano andati in un ristorante, ed io non avevo voglia di stare a stretto contatto con lui già da stasera.
"Perché non vieni. Dai ci divertiremo" mi supplicò quasi con lo sguardo Samuel, versandomi altra birra nel bicchiere.
"Non mi va davvero ragazzi, e domani dobbiamo alzarci presto. Faremo delle riprese mentre lui sarà a fare le prove per la serata sul palco" li ripresi entrambi, guardandoli negli occhi e prendendo un sorso di birra fresca.
"Si, ma ciò non toglie che possiamo divertirci nel mentre. A New York, uscivi sempre con Amanda" mi accusò bonariamente, Samuel, mentre Toby mangiava in silenzio, il suo covaccino.
"Davvero, andate voi. Insomma vi potete divertire anche senza di me" feci spallucce, spilluzzicando i pezzi di pizza rimasti, ormai divenuti freddi ed il mio stomaco chiuso.
Mi pulii le mani, con il tovagliolo rosso, guardandoli.
"Già è una tortura stare con lui in camera" scherzò bonariamente Toby verso Samuel che lo guardò male.
"Ma Se tua moglie ti chiama -l'orso russo- sei avvertito amico" gli puntò l'indice contro come avvertimento, mentre non riuscii a reprimere una risatina. Erano senz'altro simpatici.
Quando finimmo di mangiare, sia Toby sia Samuel non mi vollero far pagare la pizza, e tornammo all'hotel.
Mentre li lasciai fuori, sussurrandoli di divertirsi. Le porte di vetro dell'hotel si aprirono, inghiottendomi e salii in camera.
Chiusi la porta con un tonfo debole, appoggiandomi al muro per togliermi le scarpe e sganciarmi il vestito. Aleggiava ancora nell'aria un po' del suo odore. Aveva impregnato anche la camera oltre al mio olfatto. Odioso!
Mi feci una doccia calda, e l'acqua cadeva dolcemente sul mio corpo, rinvigorendomi. Sicuramente si sarebbe divertito con qualche ragazza. Avrebbe fatto sesso con lei nella camera accanto alla mia. Scossi la testa per scacciare i pensieri su di lui. Era sempre così.
Mi asciugai i capelli, relegandoli in uno chignon scomposto, e m'infilai la sottoveste celeste pastello, di seta.
Prima di sedermi sul letto, ed afferrare il cellulare carico, per mia fortuna.
Notai un messaggio di Devis.
Da Devis
-Ciao straniera. Come va?
Gli risposi normalmente, tenendo il cellulare saldo tra la mano per non farlo cadere e spiaccicarsi sul mio viso.
Devis
-Ciao straniero. Abbastanza bene. Sono in Canada ora. Devo girare una specie di programma a documentario.
Restai abbastanza vaga, su chi fosse o meno il cantante e su cosa trattasse, quando vibrò di nuovo.
Da Devis
-Forte. Divertiti allora.
Devis
-Diciamo che ci provo, ma stasera sono rimasta in camera da sola.
Mi guardai intorno, sospirando. Senza che rispondesse più. Quindi allungai il braccio verso le cuffie, accendendo una canzone. Avevo voglia di ascoltare musica che non fosse quella di Joshua, di non sentire la sua voce rauca ed intensa, che il giorno dopo mi sarei sorbita per l'intera giornata.
Era lavoro, e in quanto tale dovevo fingere ed essere sciolta, e sopratutto professionale.
Mi persi un po' ad ascoltare canzoni diverse, e finalmente ne arrivò una che in particolare mi faceva impazzire.
Aprii la vetrata scorrevole del balcone, accorgendomi che dava una vista mozzafiato di Vancouver di sera, illuminata come tanti piccoli led di colori alterni.
Appoggiai le mani all'inferiate in ferro battuto, iniziando ad ancheggiare sotto le note della canzone, ed assaporare il vento fresco che mi accarezzava la pelle. Muovevo le gambe in avanti ed indietro, canticchiando. E non ero sicura se stessi urlando come una gallina strozzata o se stessi cantando talmente piano da sembrare un bisbiglio.
Finché non sentii una risata che sovrastò la musica. Mi girai a sinistra e lo vidi a sedere sopra la sdraio bianca di plastica. Il suo volto illuminato, da un fascio di luce calda che fuoriusciva da dentro la stanza. Sobbalzai dalla paura e dalla vergogna, e dalla sua incantevole presenza, portandomi una mano sul cuore e mi tolsi gli auricolari.
"No. Mi stavo gustando la tua performance. Sei fottutamente sexy" si passò una mano tra i capelli, sentendomi avvampare. Dio, ma possibile.
"Che ci fai qui?" Gli chiesi stizzita, portandomi una mano sul fianco.
"Sono tornato prima. I tuoi amici si stavano divertendo, sopratutto Samuel ha trovato dolce compagnia" si tirò su a sedere, chinandosi con il busto e poggiò i gomiti sulle ginocchia e le mani congiunte tra loro, mettendo in mostra i bicipiti fasciati in quella camicia bianca. Mi squadrò con il suo sguardo lascivo che scivolava infiammato su di me, e la mia pelle si accapponava.
"Non hai trovato compagnia?" Gli domandai, girando il viso verso Vancouver illuminata, ed un leggero refolo, mi solleticò la nuca.
Lo guardai alzarsi, e venire verso di me, anche se il divisorio bianco, non permetteva di andare oltre per mia fortuna.
"So già quello che voglio, e so che prima o poi lo ottengo" mi guardò intensamente negli occhi. Non c'era accenno di presunzione ma di voglia.
Abbassai lo sguardo, sorridendo.
"Mi piace il fatto che sei convinto" lo ripresi, innalzando un sopracciglio, e poggiando le mani sul divisorio, più distanti dove erano le sua.
Si sporse appena, arrivando fino alla mia mascella che divenne rigida e la mia anima sospirante. Il cuore batteva frenetico sempre e solo per lui.
"Mi piace il fatto che ti si veda il perizoma nero. Mi fotti completamente con quelle natiche sode in cui vorrei sprofondare e farti urlare il mio nome" mi sfuggii un verso simile ad un mugolio, di apprezzamento e giuro che se il mio cuore avesse ceduto, l'avrei fatto scavalcare e avrei donato me stessa come sempre, a chi mi aveva ferito. Ed ogni cosa che faceva male, si amava.
Ingoiai il magone che mi serrava la gola, senza farmi respirare in modo regolare.
"A domani. Notte" proruppi ispida, e senza farlo finire, entrai. Richiudendo la vetrata di una Vancouver che scompariva dietro una tenda, e le lucine ora erano solo puntini indistinti.
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