15
Pov. Joshua
La lasciai andare via, la vidi da dietro il vetro lindo in cui potevo specchiarmi e notare i miei occhi rabbuiarsi, partire e sfrecciare con la sua macchina, parlando da sola.
Era sempre stata così strana. Si faceva sproloqui mentali a voce alta. Non riusciva a tenersi nella mente le parole che doveva darle fiato e farle circolare nell'aria. L'avevo lasciata libera. Il silenzio era stato più soffocante del solito. Quello che mi aveva detto mi aveva lasciato spiazzato. Non si meritava una vita fatta di pezzetti di mosaico, coriandoli piccoli lasciati per terra e spazzati via. Aveva bisogno di un'immagine intera, di una figura tangibile, ed il non potevo dargliela.
M'infilai le mani dentro la tasca dei jeans, avviandomi verso la reception per ritirare la chiave con una sfera di ottone attaccata sopra, dove era inciso il numero. Ringraziando gentilmente la receptionist dai capelli rossi ondulati.
Pigiai il bottone freddo dell'ascensore. Freddo tanto quanto i miei polpastrelli raggelati dalla situazione e le sue parole fievoli ed immensamente tristi. Il sapere che la causa di quella voce rotta e dei singhiozzi che cercava di far morire, mi facevano sentire in colpa, inquietudine che girovagava nel mio corpo senza sfociare e di conseguenza mi sentivo opprimere.
Sentii il tintinnio riecheggiare appena come ovattato, e le porte metalliche si aprirono. Lasciando uscire un signore di mezza età tarchiato e dai capelli brizzolati in uno smoking grigio talpa.
Entrai, poggiandomi alla parete fredda, o meglio allo specchio che era posto dietro di me. Così rilasciai una quantità di ossigeno, che non mi serviva.
Mi avviai lungo il corridoio, finché non vidi la porta di Yuri, aprirsi, con un cigolio della maniglia.
Sbucò fuori la testa dallo stipite. Gli occhi sbarrati e piccole venuzze rosse ricoprivano il suo bianco cangiante, le pupille più dilatate del solito. La camicia era abbottonata solo nelle ultime tre asole, e sborsata dai pantaloni neri. E la cravatta ciondolava dal suo collo.
Mi spaventai alla sua vista, forse era successo qualcosa. Non parlava. Ma subito dopo mi rivolse un sorriso smagliante e degli schiamazzi provenire da dentro la sua camera.
"Yuri chi c'è in camera?" Gli domandai serio, avvicinandomi alla sua porta, con ancora le chiavi della mia in mano.
"Ho portato due ragazze brasiliane. Volevano conoscerti. Ma poi una di loro ha iniziato a divertirsi con me" rise di gusto, affacciandomi per vedere meglio la situazione e notai una bottiglia di Gin, vuota e accasciata sul tappeto persiano rosso e blu.
"Non eri omosessuale?" Gettai un'occhiata accigliata verso di lui che scosse la testa ed innalzò l'indice, barcollando dentro.
"Bisex ti correggo" proruppe entusiasta, vedendo una ragazza dai capelli biondi corti, comparire dall'altro capo della stanza con addosso solo una camicia celeste di Yuri e sganciata, da cui intravidi i capezzoli rosei, ed un tanga nero. Teneva in mano una bottiglia di tequila e due bicchierini di vetro da shot.
Si girò appena rivolgendomi un sorriso, dove delle pieghe deboli si formarono al lato dei suoi occhi nocciola.
"Venir aquí?" Domandò seducente, mentre scossi la testa, vedendola sorridere quando Yuri la prese per mano.
"Estás conmigo" le diede una pacca sul sedere Yuri, arrancando con lo spagnolo italianizzato.
Scossi la testa, passandomi una mano sui capelli, quando una voce mi bloccò. La guardai alzarsi da una poltrona blu, venendo verso di me.
"Ciao Joshua" la sua voce non era tramutata nel tempo. Era cresciuta. Non era più una ragazza, neanche lei. Ma non era Carlotta.
"Madison? Che ci fai qui?" Restai un attimo interdetto nel vederla lì ed in camera di suo zio, ma non ci diede peso, accompagnandomi fino alla soglia, e tirandosi più su la zip del cardigan azzurro.
"Sapevo che mio zio era a New York di nuovo. Sono venuta a trovarlo ma evidentemente era in buona compagnia" abbassò lo sguardo facendo un risolino divertito, e m'indicò con la testa la compagnia che aveva.
"Già" affermai ridendo a mia volta.
"Sei cambiato Joshua" rivelò cristallina e con gli occhi più seri, quelli che conoscevo bene. Chiuse appena la porta dietro le sue spalle, accostandola e guardando una signora che passava dal corridoio, contornato da una moquette bordeaux.
"Anche tu. Il tempo passa" la ripresi veritiero, mentre annuì, portandosi una ciocca bionda dietro l'orecchio. Aveva i capelli più corti fino alle spalle e scalati, ma ancora alcune onde morbide si potevano intravedere da un liscio non del tutto perfetto.
"L'ultima volta che ci siamo visti...risale a?" Mi chiese, alzando gli occhi al cielo, e facendo un conto mentale sotto voce.
"Otto anni fa, all'incirca" la informai pacato vedendola ridere e confermare con la testa.
"Ehm...non so se sia giusto o meno ma..." scosse la testa un attimo in completo imbarazzo e vidi le sue guance tingersi appena anche con il trucco che aveva in volto. Era sempre rimasta bella.
"Ti va di bere qualcosa? Da amici ovvio" alzò le mani in segno di pace, e come se dietro non ci fosse alcuna malizia. Quindi accettai.
Rimanemmo al bar dell'hotel a lungo. Parlammo del suo lavoro. Aveva un salone di parrucchiera ed estetica, vicino al centro, che le fruttava molti soldi. Aveva un ragazzo da circa tre anni e lui la pressava sull'andare a convivere insieme.
"Perché non vuoi?" Le domandai schietto, poggiando il palmo sul bancone di legno lucido, ed alcuni faretti posti sopra agli scaffali, regalavano una luce tenue, come la melodia di sottofondo, un jazz. La notai girare la cannuccia nel drink scuro dove alcuni cubetti di ghiaccio si scontravano con il vetro, producendo un rumore pacato. Era titubante sulla risposta.
"Non lo so. Non sono pronta. Mi sei mancato in questi anni. No che pensassi sempre a te ovvio, ma molto spesso facevo il resoconto di quali tra i ragazzi avuti, fossi stata presa sul serio. E mi venivi in mente solo te" mi confidò con la voce melliflua, spostando gli occhi dalla cannuccia a me. Aveva gli occhi lucidi ed un sorriso appena accennato, ed aggiunse un'alzata di spalle, come per dire -già, sono proprio una stupida-.
E forse non avrei dovuto per il sentimento che provavo verso Carlotta, perché nonostante tutto l'amavo. Anche se dovevo allontanarla tanto da non farle male, non avrei dovuto ugualmente baciare Madison.
Non avrei dovuto ricadere nel passato con le solite due ragazze. Una che amavo da sempre e l'altra che mi attraeva.
Ma mi fermai, solo un bacio. Forse di addio, forse di conforto. Ma non dovevo ugualmente. Anche se la mattina quando mi alzai la vidi stesa sul letto della mia camera.
Il sole sprigionava su i vetri la sua potenza, ed abbagliava la mia vista.
Aveva i capelli sparsi sul cuscino, ed una mano chiusa a pugno vicino alle labbra prive di rossetto ora.
Era vestita e rannicchiata in un angolo. Mi faceva quasi tenerezza.
Mi allungai, scuotendola appena. Vedendola mugugnare qualcosa piano, e poi girarsi aprendo gli occhi.
"Josh...Joshua? Cazzo! Ma che ore sono?" La vidi scattare dal letto impaurita e frastornata, cercando di aggiustarsi i capelli spettinati.
"Tranquilla ti sei addormentata, e mi dispiaceva svegliarti" ammisi sincero, vedendola accennarmi un sorriso e rimettersi le scarpe.
"Beh ti ringrazio e scusa per il..." s'indicò le labbra con l'indice e abbassai lo sguardo incurvando le labbra in un sorrisetto laterale.
"È stato bello rivederti...ciao Madison" l'accompagnai alla porta, vedendola annuire, ed afferrare la porchette nera.
"Anche per me. Ciao Joshua" s'incamminò per il corridoio, arrivando all'ascensore e aspettando impaziente che arrivasse con le gambe che ballavano in avanti ed indietro per la fretta, finché non rilasciò un sospiro, alzando la mano nella mia direzione ed entrò dentro.
Mi lavai e mi vestii velocemente. Dovevo rivedere David. Era da tempo che non c'incontravamo e per una volta ero felice di fare colazione con lui, anche se solo dentro l'hotel. Non avrei retto qualche autografo di prima mattina e non ero in vena.
Chiusi la porta con un tonfo debole, avviandomi giù alla hall, quando lo vidi. Entrò dalla porta togliendosi i Ray-Ban e scoprendo gli occhi. I capelli castani mossi da un refolo di vento che entrò dentro la hall ed appena mi vide mi regalò un sorriso smagliante, come il mio.
Gli andai incontro, togliendo i formalismi, e lo abbracciai tirandogli una pacca sulla schiena.
"Cazzo amico, mi sei mancato" elargii cristallino, vedendolo scostarsi dall'abbraccio.
"Cazzo anche tu Josh. Un gran bell'hotel" squadrò con gli occhi inquisitori la hall, annuendo convinto della sua affermazione.
"Allora? Come ti va la vita?" Mi ridestò, sganciandosi il giubbotto di pelle cognac, mentre ci avviammo al bar dell'hotel per fare colazione.
"Direi piuttosto bene. Tu?" Feci un sorriso, e ci mettemmo a sedere, vedendolo annuire.
"Procede alla grande. Stiamo cercando casa io ed Amanda. E provando ad avere un bambino" un tono dolce e delicato come i tratti del suo viso e gli occhi gli cominciarono a brillare alla menzione di avere un figlio. Io ero molto lontano da tutto ciò.
"È fantastico David. Dimmi che almeno farò il padrino" ci scherzai su vedendolo scoppiare in una fragorosa risata.
"Come potrei scegliere un padrino meno coglione del mio migliore amico" si fece beffa di me, vedendo il cameriere porgerci due tazzine con del caffè macchiato.
"So che terrai un programma e che Carlotta ti farà da presentatrice, o una cosa simile" disse, riportando l'attenzione su i miei occhi, strappando la bustina contenente lo zucchero di canna.
"Si. Partiamo oggi pomeriggio" affermai semplicemente ricordandomi che sarei stato un mese con quella donna che mi faceva impazzire in tutti i modi dai più semplici ed innocui ai più maliziosi.
"Che effetto fa?" Mi domandò bruciapelo, mentre mi portai la tazzina alla bocca, prendendo un sorso di caffè.
"Che cosa?" Riformulai la domanda, anche se forse sapevo dove voleva andare a parare, ed infatti la sua affermazione mi fece intendere ciò che pensavo.
"Averla rivista"
"Strano ma...piacevole, molto piacevole" commentai passandomi una mano tra i capelli, vedendolo ridere debolmente.
"La ami ancora eh?" Sorrise sornione, alzando il mento.
"Non lo so ciò che provo. Forse amore o forse, non lo so. Ma non posso darle ciò di cui ha bisogno" risposi cupo e sommesso. Mentre scostò la tazzina di lato.
"L'hai persa una volta. Questo è un segno Joshua che vi dovevate rincontrare. Non ti dirò cosa fare, ma...beh pensaci. Ora devo andare a lavoro" mi confidò da grande amico quale era sempre stato, sapendo che doveva attaccare a lavoro. Faceva il magazziniere da Macy's.
"Lo so amico. Teniamoci in contatto" ci alzammo dalla sedia, vedendolo rimettersi il giubbotto ed annuire raggiante.
"Certo grande" ci tirammo una pacca sulla spalla, vedendolo uscire dalla porta dell'hotel.
La valigia era già pronta, poiché non la disfai, quindi aspettai Yuri giù, che aveva un'aria assonnata e potevo capire che aveva fatto le ore piccole. Aveva degli occhiali a lenti scure forse per non mostrare le occhiaie.
"Andiamo campione" si aggiustò la giacca nera, lasciando le chiavi alla receptionist che ci salutò cordialmente, e ci avviammo dentro la macchina. Lui prese posto accanto al guidatore, mentre io mi sedetti nei sedili dietro. La macchina affittata la restituì Yuri il giorno prima.
Gli diedi la via dell'appartamento di Carlotta, avviandoci da lei. Mi sarebbe mancata di nuovo l'aria di New York. La gente che camminava per strada frenetica, i taxi, le vetrine illuminate e sempre perfettamente abbellite. Ma sapere che Carlotta era con me mi dava un senso di pace ma anche ansia. Non sarebbe stato facile resistere alla tentazione di averla di nuovo. Non sarebbe stato semplice non cadere. Stavamo rischiando un disastro epico, o forse no. L'avremmo scoperto presto.
•È passato tanto tempo,
chi lo conta non ha senso
Mi sono fermato a soppesare
Quanti sbagli per tornare
Non freno questa corsa
Sto andando a sbattere di nuovo
Tra lo scegliere se o no tornare
Scelgo di rischiare
Mettiti nelle mie mani, indossa questi panni, tu che sei l'orologio dei miei anni
Affidati a questi sentimenti, vita dei miei tempi, non so starti lontano mezzo secondo, sembra un secolo che sprofondo.
Ti ho vista ridere bene,
Che medicina hai prescritto nelle vene
Scorreva amore viscerale
Non mi posso fare male
Ma lo rifarei per te
Ci riproverei con te
Mettiti nelle mie mani, indossa questi panni, tu che sei l'orologio dei miei anni
Affidati a questi sentimenti, vita dei miei tempi, non so starti lontano mezzo secondo, sembra un secolo che sprofondo.
Se mi urli di andare, mi chiedi di restare
Se mi vuoi allontanare, mi porti a farti amare
Non sono mai stato bravo con le parole ascolta solo queste note.
Mettiti nelle mie mani, indossa questi panni, tu che sei l'orologio dei miei anni
Affidati a questi sentimenti, vita dei miei tempi, non so starti lontano mezzo secondo, sembra un secolo che sprofondo.•
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