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12

Pov. Carlotta

Mia madre mi aveva fatto una sorta d'interrogatorio, sul perché Joshua si trovasse lì e sul perché io fossi con lui.
Le spiegai tutto pacatamente davanti ad una tazza di cioccolato fumante con una spruzzata di panna. Le nostre chiacchierate erano sempre accompagnate da ciò. Sembrava seriamente preoccupata, ma la rassicurai su tutto.
Sul fatto che con Joshua non saremmo più tornati e dovevo solo presentare il programma per averne uno più importante in un futuro, uno slancio alla mia carriera.

"Lo so Carlotta, ma ho paura. Ti vedo ancora presa da lui" queste furono le sue parole melense, ed era vero. Me lo leggeva negli occhi che brillavano al fatto che Joshua fosse di nuovo piombato nella mia strada in salita.

"Ti pregherei di dire che sono fidanzata con Mitch" le rivelai mordendomi il labbro, e pulendomi con un fazzoletto in caso avessi rimasugli di cioccolata.

Mi guardò stranita poiché sapeva che il mio coinquilino era omosessuale, ma non indugiò oltre. Aveva capito e si ricordava del messaggio che avevo inviato a Joshua quattro anni fa.
Speravo che anche mio padre lo capisse, poiché ogni volta che tornava a casa e sentiva il nome Joshua, si adirava. Ero la sua bambina dopo tutto, e sapere che mi aveva fatto soffrire lo faceva star male, ed il fatto che fosse il figlio di Brian e Maggie non lo assolveva dall'essere infuriato con la causa del mio malumore.

Mi disse che andava a fare la spesa con Maggie mia madre, per preparare una cena degna del nostro ritorno. Quindi mi avviai su in camera. Era lì, che tutto tornava prepotente. Un tornado che mi risucchiava facendomi girare come in una spirale.

Guardai le tante foto. Tutto il nostro percorso avuto insieme. Lo tracciavo come briciole di pane di Hansel e Gretel per non perdere neanche un ricordo per strada. Mentre noi per strada ci eravamo persi.

Mr Wilson era adagiato sul letto in mezzo a due guanciali. Uno rosa con le paillettes ed uno a forma di cuore con un orsetto disegnato sopra con la scritta -Ti Amo-. Era stato un suo regalo per il nostro primo San Valentino. Mi aveva portato in una spiaggia e con noi anche David ed Amanda. Suonava le sue canzoni vicino al falò e facemmo l'amore sotto una grotta. La sabbia mi graffiava appena la schiena, ma non ci badavo. Volevo il dolore perché diveniva piacere. I suoi baci che percorrevano il mio corpo, arrivando sino alla mia intimità. La sua lingua vellutata che leccava il mio clitoride, con movimenti precisi. Non credo che me lo sarei mai scordato. Dopo di lui feci sesso solo con un altro ragazzo, ma era stata una storia di due mesi. Non riuscivo ad andare avanti, troppo fresca la mia separazione da Joshua. Lo era anche adesso dopo quattro anni. Mi sentivo una fallita. Una ragazza che non riusciva a guardare oltre perché si era soffermata su di lui.

Cosa puoi dire a tua discolpa quando hai lasciato il tuo cuore nella gabbia dell'altro?!? Nulla. Non puoi riprendetelo. Era rimasto con lui sempre.

Ed ora ero lì nella sua stanza. Quella che aveva contenuto il nostro peccato molte volte. Dai più semplici a quelli che infiammavano dentro come benzina su fuoco ardente e vivo. Bruciavamo tutto come i nostri corpi. La passione irosa che avevamo.
Il suo abbraccio. Mi era mancato talmente tanto da poter ritornare a vivere. Le sue braccia erano più possenti e protettive, ed io volevo credere che mi avrebbe protetto. Ma non poteva. Non saremo tornati. Ma oggi eravamo ancora noi. Ancora quei ragazzi che si amavano in ogni sfaccettatura perfetta ed imperfetta.
In ogni sbaglio, disastro che eravamo insieme.

Il suo odore di colonia mi invase le narici, assorbendone ogni singola goccia. L'avrei ritrovata impressa sui miei vestiti, impregnati di lui, del suo sapore maledetto.

Scese con la mano verso la mia schiena, per pressarmi di più contro il suo torace scolpito.
"Dio Carlotta" era combattuto, imprecava ed invocava una ragazza che non c'era più. Non potevo farmi ancora del male.

Quando la sua mano scese ancora più giù, sussultai. Una scossa potente stava mandando il mio corpo in una dimensione parallela. Le gambe tremavano, ed i nostri visi erano troppo vicini. La sua guancia premeva su i miei capelli coccolati dalle sue dita esperte. E avrei di nuovo voluto fare l'amore con lui. Avrei voluto sentire ancora i miei ansimi e la mia voce supplichevole e sinfonica urlare il suo nome tanto da farmi male il cuore.

Ma mi scostai. Impaurita, spaventata da ciò che era ancora capace di farmi.
"Io...io...non..." balbettai incerta, grattandomi il braccio destro, non perché mi prudesse ma perché non sapevo cosa fare.

Lo guardai rimanere un attimo destabilizzato, girando il volto verso la finestra, per poi abbassare lo sguardo e ritornare sul mio celeste in piena, elargendo un sorriso sfacciato.
"Tu, tu...non..." si fece dolcemente beffa di me con voce rauca. Conteneva ancora quell'emozione e vedevo il suo azzurro grondare di desiderio.

"Mi dispiace per l'abbraccio" affermai, cercando di non vibrare con la voce spezzata. Deglutii e tossii falsamente.

Si avvicinò, tirandosi indietro il ciuffo con quel modo che ancora mi affascinava.
"A me non dispiace. E poi era solo un abbraccio" mi rimbeccò come a ricordarmi che non c'era altro con un tono saccente.

"Da un abbraccio può succedere altro" lo ripresi con il suo stesso tono ma ero più tagliente. Forse mi ero sentita in dovere di difendere quel gesto che per me valeva.

Poggiò il fondoschiena alla finestra, venendo illuminato dai raggi deboli che entravano senza permesso da fuori la finestra, rendendolo più bello con quel fascio di luce. Accavallò le gambe mentre i polpastrelli di entrambe le mani, picchiavano sul cornicione con un tempo ritmato.
"E cosa può succedere?" Mi guardò intensamente, passandosi la lingua sul labbro. Gli occhi rimpiccioliti come se dovesse mettere a fuoco la mia espressione in quel preciso istante. Mi sentii avvampare, e non sapevo cosa dire.

"Lo sai" tagliai corto girovagando con lo sguardo perso ed infiammato.

"Non lo so. Esprimiti" mi incitò seducente a dire quello che sarebbe successo. Voleva sapere i dettagli e mi sentivo travolgere dentro, spasmi che non controllavo. Solo la sua voce mi faceva delirare.

"Io...si, insomma" risultai patetica addirittura a me stessa, mentre mormoravo in un balbettio gracile. Iniziai a camminare per la piccola stanza, per poi vederlo staccarsi dal cornicione della finestra.

"Noto che l'imbarazzo è rimasto. Non sei cambiata per nulla, sempre la solita carlottina con le guance r..." mi stava istigando, camminava e supponeva che non ero cambiata. Io ero cambiata! Almeno ci speravo.

Così iniziai a sbottonarmi la camicetta nell'esatto momento che si girò per continuare il suo sproloquio derisorio su di me.
Lo vidi deglutire, mentre stavo morendo di voglia, di bisogno.
Dio mi istigava saputello, e non riuscivo a non sfidarlo. Mi era sempre piaciuto il fatto di metterlo al tappeto. Gli lasciavo il beneficio di credere che vinceva ed invece non era così.

"Ti prego continua, sembrava interessante. Tua madre ha acceso i termosifoni" mi girai mordendomi il labbro inferiore, per sopprimere una risata, e sentirmi immensamente compiaciuta dal suo sguardo blu più lussurioso. Che mi faceva arrivare fitte nella mia parte intima. Finché non sentii il le sue braccia braccarmi il corpo.

Esalai un sospiro piacevole, mentre mi scostò con il mento i capelli sul lato sinistro, iniziando a tracciare il contorno del mio collo con il naso.
"Susina" affermò il profumo che gli ricordavo. Stava inalando tutto. Era un tossicodipendente del mio odore, più sniffavi più né esigevi. Eravamo fatti dei nostri odori persistenti. Negli anni nei decenni quelli sarebbero rimasti indelebili.

Non risposi lo lasciai fare. Ormai rientrata nel limbo della perdizione.
Mi scostò con le mani la camicetta aperta, togliendo delicatamente le mie mani che tenevo incrociate sul petto, per farmele intrecciare dietro al suo collo.

"Posso farti godere?" Mi domandò rauco, mentre deglutii ed un'altra fitta mi portò a sentirmi bagnata.
Sospirai e mugugnai. Incapace di fare altro in sua presenza. Scivolò una mano calda verso il mio ventre piatto, per arrivare vicino al bottone dei miei jeans, sganciandolo.

Stavo morendo di attesa, ed avvertii sul mio fondoschiena il suo membro eretto spingere, era duro per causa mia.
Sentii le sue dita scendere, dolci e lente. Quando mi ritrassi.
"Basta. Ok. Sono fidanzata, tu sei...sei" non trovavo le parole giuste. Avevo le guance in fiamme, la gola secca. Dio! Solo quello che mi stava per fare bastava per farmi bagnare ancora.

"Sono?"Domandò derisorio innalzando un sopracciglio.

Terribilmente sexy. Mi fai morire! No non lo dirò mai!

"Sei tu che ti sei sganciata la cam..." non lo lasciai finire poiché presi parola io sentendomi una perfetta cretina.

"Ciao." Proruppi ispida, senza sapere cosa dire, uscendo dalla porta di camera sua per richiuderla con un tonfo che rimbombò tra le pareti della casa.

Scesi le scale in fretta, riagganciandomi i bottoni che sembravano improvvisamente scivolosi e le asole troppo piccole da contenere quei bottoncini perlati. Mi stavo maledicendo. Il mio cervello non collegava che Joshua+Carlotta=Disastro.

E come sempre mi lasciano trasportare dal turbinio di emozioni che vigevano su di me. Il suo azzurro dove annegavo ogni volta, come un'onda anomala che mi travolgeva, mi tirava a se. Perdevo tutto, ogni nervi sensitivi moriva al suo tocco, alla sua voce. La sua presenza era tornata, più forte della sua assenza a cui non mi ero mai abituata.

Scacciavo Joshua, riponendolo in un cassetto stracolmo, e per quanto tentassi di chiuderlo era troppo pieno e rimaneva sempre un po' aperto.

Affrettai il passo su quei gradini di legno, poggiando il palmo sudato e tremolante sul corrimano. Quando la sua voce mi bloccò.

"Carlotta mi dispiace. Io..." non mi girai, non lo feci anche se la sua voce sottile ma ferma mi portava a farlo.

Tirai indietro un singhiozzo per farlo morire sul nascere.
"No è colpa mia" risposi semplicemente senza cedere a traballamenti e falsetti dovuti ad una voce chiusa e appena percettibile.

Avanzai verso la porta e nell'esatto momento entrò Maggie, scontrandomi con la busta che teneva in mano, dove cadde il contenuto. Guardai quella mela rossa lucida, rotolare sul pavimento di parquet, fin sotto ad un mobile bianco laccato.

"Carlotta, poi oggi non ci siamo salutate" mi chinai per riprendere le cose, per rialzarmi e darle due baci sulle guance fresche.

"Già. Ero talmente di cors..." non mi lasciò terminare che mi guardò scavandomi dentro. Una donna da manuale sapeva, una mamma, e la migliore amica di mia madre.

"Tesoro non scusarti. Ok?" Chiese indugiando sul mio sguardo offuscato, mentre puntai gli occhi sulle mie scarpe bianche, annuendo.

L'aiutai a raccogliere la spesa, per chiederle se le servisse una mano.
"Se vuoi, puoi pelare le patate. Tua madre sta preparando il suo famoso spezzatino." Scosse la testa ridendo, mentre annuii.

"Già ha bisogno di concentrazione" concordai con Maggie, che nel mentre tagliava le zucchine per fare un misto di verdure in padella.

Parlammo del più e del meno. Di Brian che nel mentre tornò da lavoro, abbracciandomi con un sorriso dolce e vivace. Quelle rughe accennate appena lo rendevano più affascinante. Ed ancora quell'amore che li legava ed il bacio a stampo che dava a Maggie intriso di dolcezza. Come del resto i miei genitori. Mentre io speravo di avere un'amore così un giorno. L'illusione è capace di consumarti, di portarti in luoghi della tua mente dove immagini tutto ciò che vorresti ma appena torni catapultata di schianto sulla realtà ti rendi conto che fotte.

Sentii suonare il campanello con un tintinnio melodioso, mentre Maggie aprì la porta, vedendo mia madre apparire dall'arco della cucina, con la pentola in mano, che teneva dai manici con delle presine rosse a fiori gialli.
"Spostatevi" ci rimbeccò dolcemente, poggiando il pentolone sul fornello.

"Non moriremo di fame se non altro" la riprese beffarda Maggie, scoppiando a ridere.

Finimmo di preparare tutto e di apparecchiare. Joshua era sul divano con Brian ed Anthony. Sembrava che mia madre avesse parlato con mio padre e quindi represse una ramanzina a Joshua. E comunque non avrebbe avuto senso. Anche se mi aveva abbracciato mio padre, raccomandandosi. Non poteva sapere che io e Joshua eravamo destinati a tutto e a niente.

Ogni tanto sentivo i suoi occhi percorrermi il corpo, e mi sentivo lava bollente. Mi svestiva con i suoi occhi famelici. E rendeva il mio lavoro di sistemare i piatti di porcellana rossi, molto più difficile di ciò che era.

Ci sedemmo a tavola, iniziando a prendere lo spezzatino e le verdure. Era tutto squisito. I dibattiti che si formavano a tavola erano sempre gli stessi.
"Non puoi paragonare i New York Giants ad i Chicago Bears. Non ci sta amico" Brian formò il suo pensiero, tirando una pacca amichevole a mio padre, sulla spalla che confermò.

Mia madre parlava con Maggie dell'ultimo paio di scarpe che aveva visto, dicendo che sarebbero state a pennello con il vestito che mi aveva regalato due mesi fa. Era orrendo e con una balza di tulle rosa. Non me lo sarei mai messo, almeno che non fosse stato carnevale.

Joshua massaggiava al telefono con il suo manager, sentendolo imprecare e molto spesso si alzava parlando al telefono, e guardandomi. Facevo di tutto, per fare l'indifferente. Spulciavo addirittura le molliche di pane, che divenivano palline di cemento tra il pollice e l'indice.

Finché non sentii il mio telefono vibrare in tasca.
Da Devis

-Come va straniera? Potresti farti sentire ogni tanto.

Sorrisi al suo messaggio, guardando poi Joshua che controllava qualcosa sull'orologio di ultima generazione. Che montato.

Devis

-Ultimamente non è uno dei migliori periodi. Spero ti vada tutto bene. Sono ad una cena di famiglia ed è NOIOSO!

Gli mandai una faccina che sbruffava e ricevetti delle risate da parte di lui. Erano piccoli messaggi ma mi facevano sorridere. Almeno a qualcuno interessavo. Certo non mi conosceva di persona.

Finimmo di mangiare anche il dolce. Era il monte bianco. Pieno di panna come piaceva a me. Mi ricordavo che da piccola lo spalmavo con il dito sul viso di Joshua e lui rideva, lanciandomi pezzi di pan di Spagna. Quante sgridate prendevamo. E non c'importava.

"E così presenterai un programma e Joshua sarà il protagonista" mi riprese dai miei pensieri Brian mentre annuii.

"Si sono molto contenta di questa opportunità" confessai, pulendomi le mani al tovagliolo bianco.

"Ti divertirai a seguirmi nei tour" ammise Joshua, sfoggiando un sorriso laterale tanto da vedere la sua virgola. Mi sentivo gli occhi di tutti puntati addosso così gli restituì il sorriso e mi alzai per annunciare che sarei andata a lavare i piatti.

Si stava creando imbarazzo, argomenti che non volevo tirare fuori.
Arrivai in cucina cacciando fuori un sospiro rimasto trattenuto sulla bocca dello stomaco chiuso. Ero su di giri e non riuscivo a calmare le palpitazioni.
Ero irrequieta, agitata. Non sapevo cosa fare.
Presi la spugna gialla, spruzzandoci sopra una quantità abbondante di sapone verde, per strofinare i piatti con fin troppa enfasi.

Vedevo le bollicine di sapone formarsi e scoppiare dolcemente. Aleggiavano così leggiadre sulla schiuma. Trasparenti e profumate.
Finché non vidi due mani prendere i piatti bagnati e girarmi per vedere Joshua con una pezza in mano asciugarli.

"Ti dai all'uomo casalingo?" Mi feci beffa di lui, portandolo a ridere.

"Devo essere un bravo marito" mi confidò all'orecchio, sentendo uno sfarfallio immenso propagarsi dentro di me.

"Ti sposerai?" Gli domandai con la bile in gola, continuando a lavare e ad interessarmi della padella unta.

"Non credo. Non ho un motivo valido per farlo. Era una battuta prima. E scusa per oggi. Ti ho abbracciato perché mi sei mancata..." lo sentii posare il piatto con un tonfo debole, insieme alla pila di coccio, per venire dietro di me, e spostarmi i capelli di lato mentre serrai appena le palpebre per gustarmi il sapore di quel gesto. E fermai lo strofinare veemente sulla pentola.

"Da impazzire Carlotta. Mi sei mancata in tutto e per tutto. Spero andremo d'accordo d'ora in poi" aggiunse infine, come una sorta di patto. Un accordo di pace. Non chiedeva altro, anche se sentivo che sotto c'era altro. Il rumore dei nostri cuori non mentiva. Ma dovevo mentire.

"Io non intralcerò te e tu non intralcerai me" lo ripresi con ha sua frase che lo portò a ridere, mordendosi il labbro.

"Giusto Carlottina" si fece dolcemente beffa, tirandomi una spallata con la sua, da farmi spalancare la bocca divertita. E tornammo quei bambini. Gli lanciai la spugna insaponata, ed iniziammo una lotta, vedendole le bolle e l'acqua schizzata sulle piastrelle. Le nostre risa d'ilarità e semplici.
Questo eravamo noi è molto di più, quel più sarebbe rimasto rinchiuso, privato della luce del sole.

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