6
Chiusi la porta alle mie spalle e mi appoggiai ad essa, facendo dei respiri profondi per farmi passare i brividi e la pelle d'oca.
Com'era possibile che potesse farmi quest'effetto solo un suo bacio o una carezza?
Avevo bisogno di una doccia urgente, per rilassarmi e tornare in me, anche se una vicina della mia testa mi diceva di tenermi addosso il profumo di Nico ancora per un po'.
Cazzo Alice sembri una dodicenne in calore.
Non sapevo perché la mia mente elaborasse certi pensieri, d'altronde non era la prima volta che qualcuno mi toccava in quel modo visto che ero già stata con un ragazzo, Lorenzo, amico di infanzia e delle prime esperienze.
Forse perché di lui non ero innamorata, forse perché era la prima volta che provavo emozioni di quel tipo, sapevo solo che con Nico era diverso.
E si, mi sarei tenuta volentieri il suo profumo addosso, come le sue mani che percorrevano il mio corpo ma di questo passo non mi sarei più lavata in vita mia.
Dio, che pensieri, ero da rinchiudere in un manicomio per matti, ma sarei impazzita ancora di più senza di lui, senza i suoi occhi, i suoi baci, il suo sorriso.
Alice sei da ricovero, punto.
Salii le scale per andare in bagno ancora con le gambe tremanti e feci l'errore di guardarmi allo specchio: labbra gonfie di baci, guance rosse e occhi che brillavano.
Brava Alice, anche un bambino ti direbbe che hai perso la testa e il senno.
Il getto dell'acqua però non mi aiutò per niente a rilassarmi perché continuavo a fare pensieri poco normali, come immaginare Nico che mi accarezzava e mi baciava.
Mi stava andando di volta il cervello, come aveva fatto a entrarmi dentro e non riuscire più a togliermelo dalla testa?
Lo sognavo addirittura di notte e di giorno mi facevo i miei filmini mentali, e quando me lo ritrovavo davanti diventavo un ameba dislessico.
Qua ci vuole una svolta, un colpo bello forte.
Bere.
Alcool.
Birra, birra, birra.
Mi ci volevano quei due pazzi di Andrea e Beatrice, subito.
Li conobbi al mare qualche anno fa e scoprii con sorpresa che abitavano in un paesino vicino, quando si dice la fortuna.
Uscii dalla doccia e indossai un accappatoio e mi osservai di nuovo allo specchio: gli occhi luccicavano ancora, le guance erano tornate pallide e le labbra erano ancora leggermente gonfie.
Andai in camera per vestirmi e lo sguardo mi cadde su una fotografia di me e Arianna.
Merda.
Eravamo innamorate dello stesso ragazzo egoista e stronzo, e questo pensiero mi faceva ribollire il sangue.
Non potevo andare avanti così, dovevo rinunciare, preferivo mantenere la mia amica piuttosto che quell'idiota affascinante, anche perché lui si sarebbe presto stufato di me dopo aver ottenuto ciò che voleva.
Ma come avrei fatto a cancellarlo se non vedevo l'ora che mi stringesse tra le sue braccia e mi baciasse?
Dio Alice corri al manicomio, subito.
Non vedevo l'ora di andare a scuola per vederlo, si può essere così malati e dipendenti da una persona?
No.
La mia risposta invece era si: succede e basta e quindi ero fregata fino al midollo.
Da domani l'avrei evitato, ignorato e dimenticato.
E appena l'avrei visto sarei crollata a terra con la bava alla bocca, e averlo visto senza maglietta non aiutava a cancellarlo dalla mia testa.
Ma lo dovevo ad Arianna, volevo ancora la nostra amicizia e continuando in questo modo ci saremmo distrutte a vicenda.
NICCOLO'
Avevo dovuto lasciare casa di Alice per quella maledetta telefonata di Arianna, altrimenti ci sarei rimasto per sempre.
La odiavo, l'ho sempre odiata per la sua acidità e per il fatto che riusciva sempre a provocarmi, ma anche io non ero stato da meno.
Sicuramente la mia era solo una fissa momentanea che sarebbe passata tra pochi giorni, peccato fossero passate settimane.
Neanche la scopata fatta quel giorno a scuola mi aveva aiutato, anzi, non aveva fatto che peggiorare le cose.
Volevo lei e solo lei, e non sapevo neanche il motivo visto che non mi era mai capitato una cosa del genere.
Non mi ero mai fatto problemi a farmi ragazze e poi lasciarle nel loro brodo, perché sapevo che anche per loro era così, ma Alice ha qualcosa di diverso, in più, che mi fa venire i brividi al solo pensiero.
Facevo sempre lo sbruffone con lei, cercavo di comportarmi come sempre, come Nico l'idiota e stronzo che si fa tutte, tutto per nascondere il tremore e la pelle d'oca.
Cazzo si, mi faceva venire i brividi solo a guardarla.
Arrivai davanti casa di Arianna maledicendola in tutte le lingue e suonai il campanello irritato.
Speravo fosse una cosa importante altrimenti l'avrei ammazzata.
Mi aprì e mi sorrise raggiante.
«Ciao, entra.»
Mi invitò, e chiuse la porta alle mie spalle.
«Allora?»
Le chiesi, sempre più infastidito.
«Dobbiamo parlare.»
«Dimmi quello che mi devi dire e finiamola qua.»
«Mi odi così tanto?»
Fece lei, e abbassò gli occhi avvilita.
«Non ancora ma mi hai interrotto sul più bello.»
Parve riprendersi perché spalancò occhi e bocca, sorpresa, anzi sbalordita.
«Ti stavi facendo Alice?»
Perché mi era sembrato che le fosse uscito un sussurro tremante?
«No ma ci ero quasi se non mi avessi chiamato.»
Sbuffai, non vedevo l'ora di andarmene da li, da quella casa e da lei che mi guardava con quegli occhi.
«Dovresti ringraziarmi allora.»
«Cosa?»
Alzai un sopracciglio dallo stupore.
«Lei non ti merita, come tu non meriti lei. Tu te la vuoi solo scopare e basta ma lei non è come te, ha un cuore e dei sentimenti, non puoi trattarla come un giocattolo.»
Sembrava calma ma i suoi occhi ardevano.
«Chi te lo dice che magari non mi piace davvero?»
Rise mentre io la guardai truce.
«Sei ridicolo, tu tratti le persone come oggetti, le usi e poi le butti via.»
Avevo la mascella contratta dalla rabbia e mi tenevo attaccato al mobile per trattenermi dal saltarle addosso.
Si avvicinò a me e mi bloccò con i suoi occhi.
«Lasciala andare e non farla soffrire, se continui con i tuoi giochetti la distruggerai.»
«Lo dici solo perché sei innamorata di me e non vuoi che mi faccia la tua amica?»
Storsi il naso per l'incredulità, se lo poteva sognare.
«Quanto sei idiota, lo dico per lei.»
«No, lo dici per te, perché ti fa comodo. Ammettilo almeno, abbi il buon senso di dire la verità.»
La stavo guardando e non vedevo nulla, solo schifo.
«Io non sono egoista come te, lo dico perché le voglio bene.»
Risi divertito, doveva smetterla di sparare cazzate perché con me non attaccavano.
«Farò finta di crederci.»
«Tu le piaci.»
Sussultai. «Che cosa?»
«Non mi dire che non te ne sei accorto, si vede lontano un miglio, da come ti guarda.»
«E sentiamo, come mi guarderebbe?»
Sbuffò. «Non capisci proprio un cazzo dell'amore.»
«Si e continuo a vivere lo stesso.»
«Finiscila di fare lo stronzo senza cuore.»
«Impossibile, mi dispiace.»
Arriciai il naso in una smorfia e incrociai le braccia al petto.
«Se vuoi puoi.»
«Ti ho detto che non voglio e smettila, mi stai facendo incazzare.»
Dio che nervi le donne quando ci si mettono.
«La tua è solo paura e codardia.»
Non riuscivo più a trattenermi, la presi per le spalle e la sbattei al muro di fianco a noi.
«La vuoi finire di dire cazzate? Io non ho paura proprio di niente, e fattene una ragione io sono così e basta.»
Sembrava scossa, forse per il mio gesto improvviso, così le lasciai le spalle e poggiai le mani sul muro di fianco al suo viso.
«Scusami, ti ho fatto male?»
«Non aspettavo altro.»
Ansimò e mi prese il volto tra le mani prima che me ne accorgessi.
«Ma che cazzo fai?»
Le sbraitai contro e le tolsi le mani mentre lei si dimenava.
«Perché non mi vuoi?»
Stava per piangere, me lo sentivo e io non l'avrei sopportato.
«Te l'ho già detto non farmelo dire di nuovo»
Le lasciai i polsi e mi incamminai verso la porta per uscire da quell'inferno.
«Vuoi lei vero?»
Mi bloccai con la porta già aperta e la guardai: stava piangendo.
«Io non lo so.»
Ed era la verità, non sapevo cosa provavo per Alice e avrei dovuto rifletterci a lungo per arrivare a una conclusione.
Uscii in strada con mille pensieri in testa: davvero si era innamorata di me?
Io non avevo mai provato amore verso qualche ragazza, non sarei capace di capire e riconoscere un sentimento del genere.
Forse Arianna aveva ragione, dovevo lasciarla stare e sistemarmi le idee, almeno non l'avrei illusa e fatta soffrire per causa mia.
Era così bello il suo sorriso e il luccichio dei suoi occhi.
Avevo ancora la rabbia che mi ribolliva dentro per le accuse di Arianna e mi ritrovai davanti a una casa che non era la mia.
Scesi dalla moto, mi appoggiai ad essa e scrissi un messaggio:
“Sono sotto casa tua.”
Non sapevo neanche perché ero finito li, forse le emozioni che avevo provato e che stavo provando dovevano essere sfogate per bene.
Sentii una porta aprirsi e vidi comparire una ragazza.
«Pensavo non saresti mai più venuto a farmi compagnia.»
E ammiccò nella mia direzione.
«Anche io lo credevo Samantha.»
ALICE
Un giorno avrei lanciato fuori dalla finestra quella maledetta sveglia, si divertiva a svegliarmi nel bel mezzo dei sogni più belli, e che cavolo.
Visto che i disastri non arrivano da soli ma in coppia, le urla di mia madre per svegliarmi arrivarono alle mie povere orecchie frastornate.
Se il buongiorno si vede dal mattino, iniziavo proprio male, peggio del peggio.
Mi alzai controvoglia scansando le coperte e mi diressi in bagno stile zombie.
Ormai le mattine erano tutte uguali, ripetitive e noiosamente monotone: alzarsi, trascinarsi a scuola, tornare a casa, dormire e studiare.
L'alternativa era dare ripetizioni a Nico, quel cretino, sempre arrogante e menefreghista, ma a volte si trasformava e diventava tremendamente dolce e affettuoso.
Oddio, ma che sto dicendo, sto delirando, non mi fa bene pensare a lui di prima mattina quando sono ancora immersa nei sogni e mezza rimbambita.
Mi fiondai sotto il getto d'acqua per eliminare quei pensieri strani e incontrollati per riprendere lucidità e ragione: un'impresa colossale.
Mi sentii quasi mancare quando rinvenni dallo stato di trans e mi ricordai la decisione presa il giorno prima: evitare lui, il che consisteva nel non guardarlo, non parlargli, non pensarlo e non fare film mentali poco credibili, oppure si visto che ieri pomeriggio ci stavamo assalendo.
Oddio, ho ancora i brividi al solo pensiero.
Alice, il manicomio non è lontano, vai a farci un salto.
“Ce la posso fare, ce la posso fare, devo farcela” il mantra che mi stavo ripetendo durante il tragitto verso la scuola non faceva altro che mettermi addosso ansia e la consapevolezza che sarei svenuta appena me lo sarei visto davanti.
Ero tutto inutile, il mio cuore si sarebbe sciolto a un solo suo sguardo e le gambe non mi avrebbero retto, per non parlare della bava alla bocca se lui avesse mostrato quel suo sorriso mozza fiato.
No, no, no, stavo sbagliando tutto, ero completamente fuori strada, dovevo estrarlo dalla mia testa non iniettarlo dentro ancora di più, dannazione.
Non esisteva un'operazione chirurgica per facilitarmi il dolore e il compito di togliermelo definitivamente?
Per poco non ebbi un mancamento quando lo vidi, appoggiato al muretto, jeans chiari, vans nere, canotta bianca, sigaretta e sorriso malizioso.
Volevo essere quella sigaretta tra le sue labbra, porca miseria.
Oddio, di nuovo, ci ero ricascata, ero da ricovero urgente.
Il cuore che accelera i battiti, il mio respiro mozzato e le gambe tremanti, tutti sintomi che dovrei cancellare subito, all'istante.
«Hey Ali.»
La voce squillante di Arianna già di prima mattina, ma come faceva?
«Ari, finalmente, pensavo di non farcela ieri senza di te!»
Ero ancora mezza scombussolata dalla visione di Nico che non mi ero accorta che lo stavo ancora fissando.
«Beh ma sei sopravvissuta vedo, che stai guardando?»
Lei mi si affiancò, così eravamo due sceme che osservavano quel cretino, che non ci stava minimamente considerando, neanche per sbaglio.
«Sei proprio andata amica.»
«Cosa?»
Non mi ero mossa, ero ancora imbambolata, poteva esserci persona più pazza di me?
«Sei cotta.»
«Ma va, voglio solo spaccargli quella sua faccia da strafottente.»
«Sarà.»
Fece spallucce, ma non era convinta, si vedeva, e io avevo detto l'ennesima balla colossale.
Il suono della campanella mi salvò da quella conversazione imbarazzante, per una volta era servita a qualcosa quel dannato oggetto.
NICCOLO'
Aprii gli occhi e mi trovai disteso in un letto che non era il mio, tanto per cambiare, non era una novità così sconvolgente.
Cercai di fare mente locale per ricordare cosa era successo la sera prima: casa di Alice, io e lei che quasi..oddio, ma che mi era saltato in testa?
Poi casa di Arianna e, dovevo essere impazzito per aver deciso di venire qui, da Samantha, avevo bevuto qualcosa di forte sicuramente.
Guardai la sveglia sul comodino, erano quasi le sette, quindi sarei riuscito ad arrivare a scuola in tempo.
«Hey sei sveglio.»
Mi girai e la vidi sdraiarsi sul letto con addosso una camicia da notte, i capelli arruffati e aria insonnolita.
«Si mi sono svegliato adesso.»
Le sorrisi, tanto valeva ringraziarla per l'altra sera.
Si sistemò di fianco a me e sospirò, quanto amavo la calma..prima della tempesta.
«Comunque è stato diverso.»
«Cosa?»
Alzai un sopracciglia interrogativo.
«Eri diverso ieri, non era come le altre volte. Che ti frulla in testa?»
Riflettei per qualche secondo, ma arrivai alla conclusione che non c'era niente che non fosse come prima.
«Niente.»
«Non dire balle, si vedeva. Ti piace qualcuna?»
«Cosa?Ma sei matta?»
Mi alzai a sedere seccato scostando le coperte, rimanendo a petto nudo davanti a lei.
«Ei stai calmo, era solo una domanda la mia.»
Mi accarezzò una spalla ma me la scrollai di dosso.
«Non sono affari tuoi.»
Mi alzai e cercai i vestiti sparsi nella stanza a casaccio, sembrava ci fosse stata la terza guerra mondiale in quella stanza.
«La maglia è in sala.»
Mi informò, rispondendo alla mia muta domanda che mi stavo chiedendo da cinque minuti.
«Comunque non è una brutta cosa innamorarsi.»
Perché non la smetteva coi suoi discorsi del cazzo?
Mi stava dando sui nervi.
«Io non sono innamorato di nessuna.»
«Mmm.»
«Che c'è?»
Mi girai per guardarla in faccia, era seduta sul letto che mi osservava intensamente.
«E allora dimmi, chi sarebbe Alice?»
Deglutii e sbarrai gli occhi, una coltellata sarebbe stata meno violenta.
«Come pensavo.»
Sorrise compiaciuta, convinta di aver toccato il mio punto debole, e aveva proprio azzeccato.
«Stanotte hai detto più volte il suo nome mentre dormivi.»
Di male in peggio, ero messo così male?
Ero praticamente paralizzato da cinque minuti, senza riuscire a spiaccicare parola, avevo la gola secca e il cuore che voleva esplodere.
Sembravo una stupida femminuccia.
«Bene, allora io vado.»
Riuscii ad alzarmi e recuperai la maglietta in salotto, per poi dirigermi verso l'ingresso per uscire.
«Non devi avere paura di mostrare ciò che provi.»
Ma cos'era, all'improvviso era diventata la mia psicologa personale?
«Io non provo proprio niente.»
La guardai un'ultima volta, appoggiata allo stipite della camera da letto e uscii sbattendomi dietro la porta.
Non erano ancora le sette e mezza quindi decisi di andare a casa a cambiarmi, togliermi i vestiti del giorno prima e lavarmi via il profumo di Samantha addosso.
Arrivai a scuola in orario, poco prima delle otto e del suono della campana, mi appoggiai al muretto e mi accesi una sigaretta per smontare la tensione.
«Hey bro!»
Il saluto inconfondibile di Chris, il mio migliore amico, che mi si affiancò e buttò la cicca di sigaretta appena finita.
«Ciao.»
Gli dissi tra un tiro e l'altro, per fargli intendere che non avessi voglia di parlare.
«Brutta giornata eh?»
Grazie al cielo, riusciva a capirmi subito, quando c'era qualcosa che non andava non indagava oltre.
Annuii semplicemente mentre buttavo fuori il fumo, l'unica cosa che riusciva a rilassarmi.
«La Bucci ti sta fissando, anzi direi mangiando.»
Rise di gusto dandomi una gomitata nello stomaco.
Per fortuna non avevo fatto colazione altrimenti avrei sboccato l'anima.
«E quindi?»
Riuscii a dire, dovevo concentrarmi a non ricambiare lo sguardo, lo dovevo a lei e a me.
«Continua a guardarti e ora è arrivata anche la sua amichetta.»
Arianna, chiaro, mi avrebbe tenuto d'occhio, una ragione in più per non incrociare il loro sguardo.
Cazzo, pensavo fosse più semplice invece stavo soffrendo come un cane imprigionato.
Il suono della campana mi destò dai miei pensieri, buttai a terra la sigaretta e corsi in classe per evitare di incrociare gli occhi di Alice e di inciampare in qualche oca che volesse una sveltina in bagno.
Sentii dietro di me Chris imprecare in qualche lingua sconosciuta ma lo ignorai.
Niente e nessuno mi avrebbe distratto, doveva evitare sia l'una che l'altra, dovevo mettere a posto prima dentro di me e dopo avrei pensato a lei.
Magari Arianna si era sbagliata, io non piacevo ad Alice, anche se quando l'avevo toccata era stata tutta un fremito.
«Ma che cazzo c'hai oggi? Ti hanno infilato un razzo nel culo?»
Chris mi aveva appena raggiunto e si era seduto vicino a me di banco.
«Niente, voglio solo uscire il prima possibile da qui.»
Sbuffò ma non aggiunse nient'altro.
Non sarebbe stato facile, lei mi guardava, sentivo il suo sguardo addosso e dovevo far finta di niente.
Era una tortura non poterla guardare, toccare, baciare, provocare, ma sarebbe stato meglio così.
Cercavo di convincermi di qualcosa in cui non credevo neanche io stesso.
Agonia.
Supplizio.
Sofferenza.
Afflizione.
Tutto stonava con ciò che avevo fatto fino ad ora.
Duro.
Freddo.
Indifferente.
Stavo diventando una femminuccia sensibile del cazzo.
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro