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Bow Bridge

Gli incontri avvengono sempre nei momenti in cui la mente è molto libera o molto affollata: nel primo caso avvengono per donare alla nostra anima qualcosa di nuovo, nel secondo per liberare la nostra vita da qualcosa di sbagliato.
(Osho)

10 Ottobre.
L'autunno quell'anno entrò più lento del solito, ma si poteva ben constatare dalle foglie secche che la primavera era un ricordo ben lontano.
Avevo appena finito il turno di pomeriggio e decisi di andare a vedere una delle parti più famose di New York: Central Park. Precisamente, Bow Bridge. Fin da piccolo desideravo andarlo a vedere, perché mia nonna Elinor, mi raccontava sempre della sua proposta di matrimonio su quel ponte. Così decisi di incamminarmi.
Procedetti in direzione sudovest su Central Park West, poi feci un'inversione a "U", svoltai a destra, poi a sinistra, poi ancora a destra e sempre così finché non arrivai al ponte.
La leggenda vuole che nessuna donna vi dirà di no, se la proporrete di sposarla sul Bow Bridge, nel mezzo del Lago. Avevo la consueta visita del San Remo. Il ponte fu completato nel 1862, e si tratta del ponte più lungo del parco, con i suoi 26 metri e mezzo di lunghezza. Era un ponte ad arco fatto interamente di ghisa. La ringhiera era decorata con cerchi legati fra di loro, con otto urne per piante in cima a pannelli decorativi in bassorilievo. Sotto l'arco potevano essere visti elementi e volute di arabeschi intricati. Il ponte era stato progettato da Calvert Vaux e Jacob Wrey Mould.
Mentre aspettavo il momento per fare lo scatto vidi delle persone correre o semplicemente camminare sul Bow Bridge.

@JonathanDeSanto 🌙

📍Bow Bridge: una fiaba che diventa realtà

Ammirai la foto che regnava sovrana sulla schermata home di Instagram: ero davvero fiero di tale meraviglia. Camminai avanti e indietro per il ponte annusando l'erba secca e l'odore della pioggia che era caduta la mattina stessa. Mentre continuavo a scorrere la home e a picchiettare, mettendo cuori ad estranei che seguivo, andai a sbattere contro una persona e bye bye telefono. Infatti quest'ultimo venne inghiottito dal lago. -Oh mio dio...- Pronunciò la figura davanti a me. Quando alzai lo sguardo lo notai.

Ero lo stesso ragazzo che lavorava allo Starbucks. Quel giorno era vestito con una canottiera nera senza maniche, dei pantaloncini corti e delle scarpe da ginnastica. Quando si tolse le cuffie, sentì perfettamente la canzone; era Hello di Adele. -N-non fa niente.- Dissi balbettando per poi ritornare in me. Non mi capacitai del perché avessi balbettato. Colsi la palla al volo. -Io sono Jonathan, comunque.- Tesi la mano e gli sorrisi. Cercai di "copiare" il sorriso che mi aveva rivolto la prima volta.

-Jacob, piacere mio.- Mi strinse la mano. La sua mano era forte e calda. Era come se possedesse la forza di cento uomini. Quando staccammo le mani notai i suoi bicipiti e rimasi a bocca aperta. Certo, anche io facevo palestra e il mio fisico non era per niente male, ma il bicipite del ragazzo sembrava una fusione tra quello di Ercole e quello di Goku. -È stato un piacere conoscerti, spero di rivederti.- Mi fece un'altro sorriso, questa volte più dolce e che durò più a lungo, poi si rimise le cuffie e riprese a correre per la sua strada.
Quell'incontro, alquanto bizzarro, aveva scaturito in me una specie di desiderio di incontrarlo di nuovo.

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