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15. La battaglia (2).

- Mi dispiace - le sussurro, con le lacrime agli occhi.
Le si dipinge sul volto un'espressione delusa, ma subito dopo inclina il viso, come a dire "Lo capisco".
Mena un un ultimo colpo e poi riceve una mazzata in testa. Due mietitori l'afferrano per le braccia e iniziano a trascinarla via, verso Mount Weather.
Una lacrima mi solca involontarialmente il volto.
Tutto ció avviene in pochi istanti. Mi riscuoto e corro ad aiutare Lincoln.
Con un urlo di guerra che mi sale dallo stomaco, fino ad arrivare in gola, mi fiondo sul mietitore che sta incalzando Lincoln a terra.
Il bastardo è voltato di spalle, cosí lo uccido facilmente con un colpo solo, proprio in mezzo alle scapole.
Mi volto appena in tempo e mi ritrovo inondata da una pioggia di colpi da parte del mietitire zoppicante.
Son costretta ad arretrare. Ancora, penso. Ma stavolta non è per molto.
Il mietitore fa un passo falso e la sua gamba cede sotto il peso del suo corpo, mentre lui geme.
Scatto.
Porto il piede destro avanti e miro al suo fianco, facendo ben intuire la mossa.
All'ultimo secondo cambio posizione, ruoto la spada sopra la mia testa e miro dritta alla sua gola.
Lui però è più veloce. E più allenato, e più forte, e più alto, e più grosso, mi elenca la mia coscienza.
- ...E più morto! - mi rispondo con rabbia.
Stacco la spada dalla sua e mi allontano con un balzo. Lui sogghigna.
- Klaf stee platzur! - "Vieni qui uccellino", gli dico sprezzante.
Urlo di nuovo, alzo la spada e carico. Miro al suo cuore, sono cieca di rabbia.
Lui solleva la sua spada e, quando sono finalmente ad un palmo dal mio obiettivo, mi apre un lungo squarcio sul braccio sinistro.
Il sangue comincia a scorrere e con lui se ne va la mia forza. Ormai è solo l'adrenalina a tenermi in piedi. L'adrenalina e il desiderio di salvare Lincoln.
Devo vincere, devo proteggerlo.
Getto un rapido sguardo dietro di me e consto che è messo male, molto male. No!
Inizio a girare intorno al mietitore e lo stesso lui con me.
Mi guarda fisso negli occhi. Ma se c'è una cosa che non farò mai, quella è abbassare lo sguardo.
Scatta in avanti e cerca di colpirmi una gamba, ma lo fermo.
Intanto, il taglio sul braccio destro continua a perdere sangue, procurandomi non poco dolore.
A un certo punto la spada mi cade, troppo pesante da reggere con una mano sola.
E in un secondo sono a terra, sotto il suo piede, con la sua spada puntata alla gola.
Non ci penso due volte: prendo il pugnale che ho alla cintura e glielo conficco nella caviglia. Il terrestre cade in ginocchio, e io gli pianto il pugnale nella gola, veloce come un temporale estivo.
Una, due, tre volte, finché i suoi occhi diventano di vetro.
Lo guardo un'ultima volta mentre muore, e poi corro da Lincoln.

Finalmente mi ricongiungo a lui.
- Devo dire che mi sei mancato.
- Perdonami, Octavia, non avevo tempo di avvertire... - mi fa lui.
- Non importa. Ora siamo qui, insieme. Questo importa.
Mi avvicino lentamente al suo viso e lui al mio, ma quando le nostre labbra si stanno per toccare sentiamo un rumore di rami spezzati. Un'ombra si proietta sul mio viso e Lincoln è lesto a sguainare il pugnale, ancora impregnato del sangue di un mietitore.
Ma la figura che si avvicina non si comporta da nemico. Non cerca neanche di tenersi nell'ombra, anzi, esce allo scoperto.
- Oh Nyko, sei tu - esclama Lincoln, tirando un sospiro di sollievo - Dov'è Etria?
...Etria?!

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