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Capitolo 5 - Sweet Night

Settle for a draw - Arctic Monkeys 

"Che significa che non verrai più in caffetteria? Tu adori la caffetteria del campus!" esclamò Lizzy mentre riempiva la borraccia al distributore d'acqua nell'atrio. Appoggiata al muro, con le braccia incrociate al petto Taylor rimase del tutto indifferente, non giudicando essenziale ulteriori delucidazioni. 
Come poteva spiegarle cosa le era accaduto appena la sera prima? Non poteva, ecco. L'unica cosa da fare era non dare troppo nell'occhio e cercare di non incappare più in quei sei trogloditi. Magari quel che ci voleva adesso era una pausa dal college. Sarebbe potuta tornare a casa, in Oregon da sua nonna.

L'idea l'aveva sfiorata più di una volta.

Amava scappare davanti ai problemi, di fatto era una delle sue qualità migliori assieme allo stalking e all'impacchettare regali di Natale. 

Si raddrizzò e seguì la sua amica fuori dall'edificio. Che continuava a domandarle cosa ci fosse sotto quella sua decisione.

"Non mi piace il cibo che servono." arronzò una scusa consapevole di non poterla ingannare. Tuttavia non aveva voglia di escogitarne una migliore e qualunque cosa avesse detto nulla le avrebbe mai fatto sospettare che il motivo della sua improvvisa decisione fosse il tentato rapimento commesso dalla sua stessa crush perché il suo stupido ficcare il naso l'aveva condotta a scoprire uno dei suoi torbidi segreti.

Mentre ci pensava non poteva fare a meno di scuotere la testa perplessa e ancora sconcertata dagli eventi del giorno prima.

"D'accordo non me lo vuoi dire, va bene..." si arrese la ragazza dai capelli corti, castano chiaro. Si sistemò gli occhiali sul naso e continuò a camminare in silenzio, gettando occhiate sospettose di tanto in tanto.
Taylor le ignorò di buon grado. Aveva altro a cui pensare, per esempio a come sopravvivere senza cellulare.

Al pensiero emise un sospiro a denti stretti mentre scendeva i gradini del palazzo, lo sguardo puntato a terra, sconsolato.

Ad un tratto però lo strombettio di un clacson attirò la sua attenzione. 
Sollevò gli occhi da terra, riparandosi la fronte con una mano pur di vedere nonostante il sole che picchiava accecante. 
Per poco non rotolarono giù dalle orbite.
Un'auto decappottabile viola era parcheggiata proprio davanti all'uscita del palazzo, aveva uno stile antico ma Taylor non se ne intendeva molto di auto d'epoca quindi per lei non era altro che l'attrezzo di tortura che l'avrebbe messa in imbarazzo davanti a mezzo campus poiché stravaccato sul sedile dell'autista con la nuca appoggiata e lo sguardo puntato al cielo, c'era niente di meno che Alexander Rymer.

"Cazzo" borbottò attirando l'attenzione di Lizzy. Quest'ultima guardò prima il ragazzo e poi la sua amica, più e più volte con la con la confusione e la sorpresa stampate addosso. 

"Taylor, ma che succede?" 

"E io che ne so." sbottò scendendo i gradini più in fretta che poteva, cercando di aggirare quel veicolo molesto. 

"Sembra che ce l'abbia con te..." 

"Catcalling" tagliò corto Taylor camminando a grandi falcate. 

Non era possibile.
Quando gli aveva detto "Ci vediamo domani alle cinque." non credeva che potesse presentarsi sulla soglia dell'università a prenderla lui stesso. Pensava di poter semplicemente sparire dalla circolazione ed evitare quel grosso inconveniente. 

Maledizione!

Avrebbe dovuto prendere il primo volo per l'Oregon e aspettare che si calmassero le acque.
Continuò a camminare per mettere quanta più distanza possibile tra sé e quel pagliaccio quando ancora una volta si ritrovò a immobilizzarsi sul posto.

"Taylor Sawyer...aaa...prova prova." La biondina fu colta da un tremolio nervoso all'occhio destro. 

Aveva davvero portato un megafono?

"Avanti Taylor abbiamo un accordo io e te." 

La ragazza notò come molti studenti si erano voltati nella sua direzione, cominciando a parlottare tra di loro. Anche Lizzy la guardava in modo interrogativo, in attesa di spiegazioni. 

A quel punto non poté evitare l'inevitabile. Si voltò verso il moro che la stava guardando da dietro quelle lenti scure circolari, i capelli castani smossi dal vento e spettinati, quell'abominevole megafono stretto in pugno. 

Lo odiava a morte.

Si avvicinò alla macchina dal lato dell'autista e appoggiò i palmi delle mani sulla portiera, stringendo rabbiosamente il metallo freddo a contatto con la sua pelle.

"Prendi il tuo stupido livido di macchina e sparisci dalla mia vista." 

"Non posso andarmene senza il pezzo forte." inarcò le sopracciglia e avvicinò il suo viso malizioso a quello di Taylor. "Te l'ho detto, tu sei mia adesso."

"Non puoi costringermi a lavorare per te." ringhiò.

"Su...sarà divertente!" 

Taylor si raddrizzò e sospirò, sull'orlo della disperazione, la fronte corrugata.

"Per favore..." supplicò.

Il sorriso di Alexander vacillò ma non demorse. "Non posso farlo." fece spallucce e gettò il megafono sui sedili posteriori. 
Taylor ritornò a guardarlo in modo truce per poi fare il giro e sedersi sul sedile del passeggero. Il modo in cui sbatté la porta per poco non fece fracassare tutto e con l'intelaiatura dell'auto anche il cuore di Alexander che emise un verso agonizzante.
L'istante successivo ingranò la marcia e partì.

[...]

Il vento le scompigliava i capelli, l'aria picchiava sul suo viso come una serie di aghi affilati. L'auto sfrecciava nel traffico ad una velocità fin troppo elevata superando decisamente i limiti consentiti e la pazienza della biondina che non poteva far altro che sentirsi un'idiota mentre sputacchiava ciocche di capelli che le finivano in bocca.

"Potresti chiudere questa fottuta decappottabile?" domandò a denti stretti lanciandogli un'occhiata di sbieco.

"E' rotta." cantilenò il moro con l'ombra di un sorriso addosso.

"Allora rallenta!" 

"Su col morale, siamo quasi arrivati." 

Sfortunatamente quella prospettiva non la allettava affatto. Pochi minuti dopo l'auto si immise in un vicolo laterale e se Taylor si fosse aspettata un rallentamento fu destinata alla delusione perchè se possibile Alex accelerò ancor di più tanto da far aggrappare la ragazza alla maniglia dello sportello. Ad un tratto egli sterzò, frenò, sterzò ancora di più...non capì più nulla impegnata com'era a vorticare come se fosse stata gettata nella centrifuga della lavatrice. Lo stridere delle ruote si mischiò all'odore di gomme bruciate.

L'auto effettuò una rotazione a centottanta gradi infilandosi nello stretto spazio tra altri due veicoli.

Il motore tacque e Alex si voltò verso la passeggera con il solito ghigno strafottente.

"Puoi scendere passenger princess

Ma Taylor non aveva ancora finito di metabolizzare; la chioma ridotta ad una balla di fieno, gli occhi strabuzzati, la mascella serrata. 

Deglutì e si voltò verso lo spericolato autista.

"Per caso" cominciò con un tono piatto e pacato. 

"Si?" 

"Per caso...nessuno ti ha insegnato...A FARE I PARCHEGGI AD S?" terminò la frase gridando per poi scendere sbattendo la portiera così come era entrata.

"Ma così è più divertente." ammise facendo spallucce e raggiungendola sul marciapiede. 
Taylor incrociò le braccia al petto seguendo l'allampanata figura del ragazzo all'interno di un anonimo edificio proprio lì davanti.
Da una rapida occhiata potè vedere semplicemente che l'esterno aveva vetrine semioscurate e un'insegna con scritto in corsivo "Sweet Night" che si illuminava di viola.

Il nome diceva tutto.

"Allora non entri?" domandò Alex sulla soglia della porta.

Taylor lo guardò per un istante di troppo, mascherando la sua agitazione dietro ad una maschera di fastidio e perplessità. 

Doveva proprio? Insomma, quale ragazza entrerebbe lì di sua spontanea volontà? La vita era stata generosa con lei, nessuna condizione socio-economica sgradevole gravava come un fardello sulle sue spalle e allora perché doveva entrare in quel posto.

Non possono farti lavorare come escort. 

Si ripeteva mentalmente. Sarebbe stato meglio essere rapita e chiusa da qualche parte piuttosto che quello.

"Ripensandoci forse dovreste uccidermi." indietreggiò di un passo. "Oppure rinchiudermi in una cantina...insomma, non è poi così male." 

Alex scoppiò a ridere, suscitando in lei una smorfia di disgusto.

"Oh Taylor, il tuo catastrofismo mi fa morire." si portò una mano al petto. "Ma non devi preoccuparti, è una fortuna che tu sia capitata nelle mie mani. Ti proteggerò come fossi fatta di cristallo." 

"Adesso muoviti, in ritardo al tuo primo giorno...il capo non ne sarà felice." 

Ella emise un verso di scherno annuendo tra sé ed entrò. 

Il posto era troppo bello per appartenere a quella marmaglia di cafoni. Interni neri e grigio fumo, dai sofà ai tavoli al lungo bancone in marmo in fondo alla grande sala. Luci led viola contornavano i margini del soffitto e del pavimento. L'arredamento era in stile moderno e pressocché ogni cosa variava dai toni del viola a quelli del nero, con qualche frammento di grigio e bianco. L'aspetto nel complesso era piuttosto buio, ma allo stesso tempo raffinato.

"Buonasera signori." salutò educatamente il suo capo passando accanto ad un tavolo con una coppia che degustava una cheesecake.

Lo Sweet Night era una pasticceria notturna. 

A detta dei comuni ingegui quella era una pasticceria gestita da un ventunenne stravagante che apriva dalle 17.00 fino alle 3.00 di notte. Ma ciò che si nascondeva nei meandri di quel palazzo era una tana di lussuria e libidine. 

"Allora questo è il bancone." disse avvicinandosi al fondo della sala.

"Lo vedo." rispose apaticamente la ragazza.

"E lui è Yuri." indicò il ragazzo che uscì da una porta dietro al bancone con un vassoio di cupcake con tanto di stelline e decorazioni colorate sopra. "Lui è il barman e il cameriere che ti farà da mentore." schioccò la lingua al palato sedendosi su uno degli sgabelli appoggiandosi con il gomito alla superficie lucida di marmo.

"Ehi" salutò brevemente Yuri per poi porgere il vassoio verso il ragazzo. "Capo, assaggia questi."

Alex ne prese uno indicando Taylor. "Yuri lei è la tua nuova apprendista. Servirà ai tavoli e preparerà i frullati o quello che è."

Taylor sollevò un sopracciglio totalmente inebetita. Per essere il proprietario di questo posto ne sapeva meno di lei.

"Mmh" commentò pulendosi l'angolo della bocca dopo aver addentato una di quelle squisitezze. "Sta volta Sara si è superata." 

"Lo so!" esclamò Yuri con gli occhi neri strabuzzati. Taylor si concesse un istante per scannerizzarlo, era alto ma non quanto Alex, forse sul metro e ottanta e aveva i capelli corti rasati di una pessima tonalità di biondo decolorato. Un Eminem che non ci aveva creduto abbastanza.

"Assaggia anche tu" ma probabilmente porgerglielo in modo normale non apparteneva al suo stile, poiché prima che potesse anche solo alzare una mano Alex le spiaccicò il cupcake in faccia, spalmandoglielo sulle labbra.

Dopo una breve occhiata truce Taylor ne addentò un pezzo. Ritrovandosi a dover cambiare espressione.
Era davvero buono. Uno dei migliori che avesse mai mangiato.

"Allora?"

"Insomma." rispose. 

A bocca piena il ragazzo alzò gli occhi al cielo portandosi una mano al cuore. 
"AAH" masticò ancora a bocca aperta "E' buonissimo." fece finta di asciugarsi una lacrima di commozione mentre Yuri annuiva di rimando.

Subito dopo Alex tornò serio e fece il giro del bancone facendo cenno alla biondina di seguirlo. Taylor controvoglia gli andò dietro, infilando la porta poco prima che le si chiudesse in faccia. Si affacciò ad un corridoio, con altre tre porte.

"Questa è la sala dedicata al personale." disse indicando la porta subito di fronte. Ancora una volta Taylor gli scagliò un'occhiata di sbieco, assolutamente interdetta. La porta in legno era decorata da una miriade di adesivi e un cartello con su scritto "Ingresso riservato al personale autorizzato." 

"Trovi gusto nel sottolineare cose ovvie?" 

"Ah ah ah" Alex scosse un dito avvicinandosi a lei con aria contrariata, con le labbra contratte come fosse pronto a farle una ramanzina. "Trovi gusto nel sottolineare cose ovvie, capo. Si professionale, Sawyer.

Detto ciò aprì la porta mostrando una stanza molto più grande di quanto si aspettasse. L'interno era fatto prevalentamente di legno, al centro un tavolo da ping pong pieno di cianfrusaglie sopra e con alcune sedie attorno. Sulla parete a destra c'era una sfilza di armadietti mentre su quella di sinistra un letto a castello. C'era persino un'altalena e un albero di Natale. La copiosa quantità di oggetti che straripava da quella stanza la confuse. 

"Oh..." disse guardando i suoi vestiti. "Già ti serve la divisa." commentò scocciato per poi andare verso uno degli armadietti da cui cominciò a frugare senza ritegno. Taylor sbatté più volte le ciglia perplessa seguendo la traiettoria degli indumenti che il suo capo stava lanciando in aria alle sue spalle. 

Finirono a terra e sul tavolo da ping pong, ma lui non se ne curò affatto. 

Insomma, quei vestiti forse erano di qualcuno? Riflettè sempre più perplessa dai suoi modi di fare.

"Ah-ah!" esclamò traendo una maglietta color viola dalle rifiniture nere. "Su provala." ordinò tirandogliela in testa per poi accomodarsi su una sedia girevole mezza sgangherata.

"Continua così e te la ficco su per il culo questa maglietta di merda" borbottò adagiando lo zaino a terra e appoggiando la giacca su una sdraio a pochi centimetri dalla sedia su cui era seduto Alex. Quest'ultimo seguì i suoi movimenti con un sorrisetto stampato in faccia  e le braccia incrociate. 

"Ti ho sentito."

"Meno male, pensavo di dovermi ripetere." 

Infilò la maglietta sopra il dolcevita nero e si guardò seccata, mentre il capo emetteva ambigui grugniti divertiti, come a voler trattenere una risata.

Le calzava enorme, forse tre taglie più del necessario.

"Ti sta benissimo." commentò sarcastico.

"Dici?" domandò altrettanto ironica la biondina. "Non lo so, forse un po' troppo stretta in vita."

"Oh si, ti fascia le curve al punto giusto."  

A quel punto Alex si alzò di scatto adagiando lo zaino della sua nuova recluta su una sedia per non farlo sporcare a terra e si diresse verso la porta.

"Non hai qualcosa di più piccolo?" domandò Taylor andandogli dietro per il corridoio scarsamente illuminato, tenendo il tessuto della t-shirt come fosse un grembiule. 

"Fidati lucciola, in un posto come questo meglio non indossare cose troppo attillate." 

Lucciola?

E questa da dove gli saltava fuori.

Non fece in tempo a controbbattere che infilò l'ultima porta in fondo al corridoio. Sta volta l'ambiente apparve molto più chiaro, anzi, era la prima volta da quando aveva messo piede in quello strano edificio che vedeva bianco in così grandi quantità.
"Ed ecco la cucina, da dove ti toccherà fare un bel via vai temo." 

"Non dovrò cucinare vero?" 

"Oh, no no. Non temere noi abbiamo Sara e Felix." annunciò orgoglioso indicando due figure che armeggiavano con una serie di attrezzi da cucina.

Taylor spostò lo sguardo nel punto da lui indicato.

Non poteva credere a ciò che aveva davanti.

No, davvero.

Strabuzzò persino gli occhi un paio di volte pur di cercare una traccia di errore nella sua prima impressione. Ma non ce n'era.

"Ragazzi, salutate Taylor. La nuova cameriera."

"Ciao." dissero all'unisono totalmente disinteressati. 

"Tu non saluti?" domandò Alex fissandola ghignante.

Taylor aveva la bocca spalancata e nemmeno se ne era resa conto. Guardo lui, poi di nuovo loro due, poi di nuovo lui indicando i due.

"Quelli sono umpa lumpa vero? Dimmi che lo sono."

"Uh questa mi piace, non ci avevo mai pensato." ammise colpito. "Ragazzi da oggi vi chiamerò i miei umpa lumpa personali."

"Va bene." 

Taylor afflosciò le spalle e si avvicinò ai due.

"Ma questi sono bambini!" esclamò sconcertata indicandoli con entrambe le braccia.

In quella cucina, colei che veniva chiamata Sara era una ragazzina asiatica con due codini corti e una pinzetta a reggerle le frangia sulla fronte. Il viso ancora paffutto sembrava non aver nemmeno sperimentato la pubertà. Stava sfornando e infornando teglie alla velocità della luce, come un robot. Poco più in là, un bambino nero, che sembrava ancora più piccolo, strofinava uno strofinaccio raccogliendo la farina da un bancone con talmente tanto scrupolo da far pensare che avrebbe raccolto i granelli uno ad uno.

"Pff ti sbagli." Alex si avvicinò a Sara mettendole le mani sulle spalle per farla voltare in direzione della biondina. "Sara è semplicemente cinese, per questo sembra più giovane di quanto non sia in realtà." specificò come se la sua logica non facesse una piega. "Infatti ha sedici anni." annuì come se la conclusione della sua argomentazione si fondasse su premesse incredibilmente solide.
"Ne ho tredici." corresse Sara reggendo una teglia di cupcake.

"Sedici" ripetè per poi passare a Felix agguantandolo per la spalla. "Invece Felix ..." lo guardò dall'alto, incrociando i suoi occhi scuri dubbiosi. Lui non era asiatico, ma afroamericano per cui probabilmente accampare una scusa per lui era più difficile.

"Lui...beh..." sollevò lo sguardo puntandolo su un punto imprecisato del muro. "E' affetto da nanismo?" 

Lo disse come se nemmeno lui ne fosse pienamente convinto, ma l'istante successivo se ne uscì con un sorrisetto soddisfatto che si dissolse l'istante stesso in cui incontrò l'espressione omicida della sua nuova dipendente.

"Sei un imbecille."

"Bada a come parli ragazzina." 

"Mi sa che ti stai confondendo con quella che TI STA CUCINANDO I FOTTUTISSIMI CUPCAKE, RYMER." 

Silenzio. 

Tutti e tre interruppero ciò che stavano facendo fermandosi a fissarla come se fosse una pazza.

"Be' non c'è altro, puoi iniziare andando a prendere le ordinazioni o qualunque altra cosa faccia un cameriere. Vi saluto." 

"Ciao Alex." salutarono i due bambini.

"Papà vi vuole bene." rispose di rimando il ragazzo sgattaiolando fuori come un topo.

"Aspetta aspetta aspetta!" esclamò Taylor andandogli dietro. Lo agguantò per una manica della giacca un secondo prima che varcasse la soglia della porta che dava sulla sala del locale. 

Egli si voltò incrociando uno sguardo del tutto nuovo, meno ruvido, meno arcigno.

"Cosa c'è?" 

"Quindi... tutto quel che devo fare è servire ai tavoli?" bofonchiò con un barlume di sospetto misto alla speranza nella voce.

Alex sorrise facendo un verso di scherno. 

"Non obbligherei nessuna donna a prostituirsi, mai." 

Di fronte a quelle parole Taylor non seppe bene cosa dire, quindi tacque rimanendo immobile a guardarlo scomparire oltre la porta. 

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