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La maschera della Serenità -#3

Mi ritrovo pensierosa tra i corridoi della mia abitazione, vagando tra i miei pensieri a braccia conserte. Mi incammino, lentamente ma a passo sicuro verso l'uscita principale, aspettando impaziente il mio team di bodyguards pronti per farmi da scorta durante la mia giornaliera permanenza al Sovereign Hall, pronta (per dire) ad un nuovo incontro e dibattito su argomenti praticamente inutili e noiosi come sempre. Tiro un sospiro, guardandomi intorno.

Le pareti ornate di ritratti dei miei antenati sembrano osservarmi con sguardi severi e giudicanti. Mi chiedo spesso cosa penserebbero della mia vita attuale, del matrimonio forzato e delle tensioni che si nascondono dietro ogni sorriso di circostanza.

Finalmente, i bodyguards arrivano, portando con loro la più totale energia ed aria autoritaria. Mi salutano chinando leggermente il capo, per poi accompagnarmi verso la limousine nera parcheggiata all'ingresso. Il tragitto verso il Sovereign Hall è breve, ma ogni volta sembra durare un'eternità. La città scorre oltre il finestrino, un miscuglio di modernità e tradizione che riflette perfettamente dicotomia dei miei pensieri. Passano imperterriti gli edifici dei casinò colmi di gente, portando con loro un immagine spensierata quanto difficile e pericolosa. Il mio sguardo si sofferma su uno dei casinò in particolare, il "Bellagio," dove ho passato molte serate incantata dai tavoli verdi e dalle carte che volano tra le mani dei giocatori.

Il poker è sempre stato più di un semplice gioco per me; è una fuga, una sfida intellettuale e un modo per sentirmi padrona del mio destino, almeno per qualche ora. Mentre gioco, ogni carta che tengo, ogni mossa che faccio, mi offre una parvenza di controllo, un lusso che nella mia vita quotidiana raramente posso permettermi. La strategia, il bluff, la lettura degli avversari – tutto nel poker mi ricorda una danza delicata tra verità e inganno, non molto diversa dalla mia esistenza nel mondo dell'alta società. Ogni sorriso finto, ogni parola misurata durante gli eventi sociali è come una mano di poker, dove la posta in gioco è la mia dignità e il mio futuro. Il pensiero mi conforta e mi turba allo stesso tempo; se solo la mia vita reale fosse così facilmente controllabile come un mazzo di carte...

Il tempo scorre imperterrito, senza preavviso, tanto è vero che non mi accorgo di essere arrivata al Sovereign Hall. In meno d'un secondo, il driver spegne il motore della limousine e si muove verso la portiera del mio lato, per poi aprire la porta. Scendo dal veicolo, per poi sistemarmi i capelli e il completo. Al mio arrivo, l'aria di professione e serietà mi accoglie immediatamente. Le luci scintillanti, i vestiti eleganti e le chiacchiere professionali creano un'atmosfera opprimente.

Gli altri partecipanti sono già immersi nelle conversazioni, scambiando opinioni su questioni che, a mio avviso, sono tanto vuote quanto le loro risate forzate. Mi faccio strada attraverso la folla, mantenendo un sorriso educato sul volto, e saluto con un cenno del capo coloro che mi rivolgono uno sguardo.

All'ingresso della grande sala del Sovereign Hall, noto la presenza del signor Hartman, uno degli uomini più influenti del parlamento. Si avvicina a me con passo sicuro, il suo sorriso è cordiale ma i suoi occhi tradiscono una curiosità incessante.

"Buongiorno, signorina Adeline," mi saluta, tendendomi la mano. "Spero che il viaggio sia stato piacevole."

Sorrido cordialmente. "Salve, signor Hartman. È sempre un piacere essere qui," rispondo, stringendogli la mano con fermezza.

"Bene, non ci resta che procedere nella Camera 013, allora," continua Hartman, prima di indicarmi di seguirlo. Annuisco e proseguo, a passo deciso. "La informo che l'argomento di oggi tratterà di riforma fiscale. Il consigliere richiede i suoi interventi.", mi informa, professionalmente.

Dopo aver attuato il nostro ingresso nell'aula di discussione, ognuno prende la propria posizione, sedendosi sui rispettivi posti assegnati. Il brusio delle conversazioni si affievolisce quando il campanello suona, segnalando l'inizio della sessione. Le porte della grande sala di discussione si aprono e tutti iniziano a prendere posto nei loro rispettivi seggi. La camera è imponente, con soffitti alti e decorazioni elaborate che testimoniano la storia e il prestigio dell'istituzione. Il presidente del parlamento prende la parola, aprendo la sessione con un discorso formale. Introduce l'argomento del giorno: la riforma fiscale. Il mio cuore batte più forte, sapendo che questo dibattito sarà lungo e complicato.

Man mano che i vari oratori si alternano al podio, presentando le loro argomentazioni, mi ritrovo a prendere appunti e a considerare attentamente ogni parola. Il linguaggio è tecnico, pieno di termini economici e giuridici che richiedono la massima concentrazione. Ogni proposta viene analizzata sotto la lente della sostenibilità e dell'equità, e le discussioni diventano sempre più accese.

Uno dei consoli inizia a parlare. Presenta un'analisi dettagliata, sottolineando i benefici della proposta di riforma per il medio e lungo termine. Quando termina, la sala si riempie di mormorii e approvazioni. È evidente che la sua presentazione ha avuto un impatto.

La discussione continua, con vari membri del parlamento che si alzano per esprimere il loro sostegno o le loro preoccupazioni. Alcuni fanno commenti pungenti, cercando di mettere in difficoltà i loro avversari. Ogni intervento è una mossa strategica, e io osservo attentamente, cercando di capire le dinamiche del potere che si svolgono davanti a me.

La sessione procede con ritmi serrati, ma finalmente, dopo ore di dibattiti e discussioni, il presidente del parlamento annuncia la conclusione della giornata. Mi alzo dal mio posto, raccogliendo i documenti con cura e cercando di mantenere un'espressione di calma e professionalità. Mi dirigo verso l'uscita, seguita dai miei bodyguards che mi scortano con la consueta professionalità. Una volta fuori, l'aria fresca della sera mi colpisce il volto, portando con sé un sollievo momentaneo.

La limousine nera mi aspetta all'ingresso principale. Il mio autista, sempre impeccabile, mi apre la portiera con un gesto cortese. Salgo in macchina, lasciandomi andare contro il sedile di pelle morbida. Mentre la limousine si allontana dal Sovereign Hall, chiudo gli occhi per un momento, cercando di raccogliere i miei pensieri. Il tragitto verso casa è avvolto in un silenzio ovattato. La città, con le sue luci scintillanti e il traffico incessante, scorre oltre il finestrino. Ripenso agli eventi della giornata, alle parole scambiate e alle decisioni prese. C'è una stanchezza che mi penetra fino alle ossa, una sensazione di vuoto che solo la casa può colmare, almeno temporaneamente. Passiamo di nuovo davanti ai casinò, e questa volta il mio sguardo si sofferma sul "Bellagio" più a lungo. Il pensiero del poker mi offre un momento di distrazione, un ricordo di serate in cui le carte erano l'unica cosa che contava. Ogni partita era una danza di strategia e fortuna, una sfida che mi faceva sentire viva e in controllo, a differenza della mia vita quotidiana.

Finalmente, arriviamo a casa. I cancelli si aprono automaticamente, e la limousine entra nel viale principale. L'autista si ferma davanti all'ingresso, e uno dei bodyguards mi apre la portiera. Scendo dalla macchina, inspirando profondamente l'aria della sera. Le luci della mia residenza brillano calorose, accogliendomi in un abbraccio familiare.

Entro in casa, togliendomi il cappotto e consegnandolo a Clara, che mi accoglie con un sorriso gentile. "Bentornata, signorina Adeline. Come è andata la giornata?"

"Stancante, come sempre, Clara. Grazie per avermi aspettato."

Mi dirigo verso il salotto, dove un fuoco crepita nel camino, creando un'atmosfera accogliente. Mi siedo sul divano, cercando di rilassarmi finalmente dopo una giornata interminabile. Penso all'evento della sera, al mio incontro con Aaron e a tutte le maschere che dovrò indossare ancora una volta. Ma per ora, prendo un momento per me stessa, lasciando che il calore del fuoco mi riscaldi e il silenzio della casa mi avvolga.


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"Ecco, così dovrebbe essere perfetto. Cosa ne pensa, signorina Williams?".

La voce di una delle mie domestiche mi riporta alla realtà, garantendomi di ammirare la mia figura che riflette nello specchio. Noto che Clara è ancora concentrata sui ritocchi presenti sull'orlo del vestito che indosso. E' un vestito elegante, lunghezza che precede le caviglie, tessuto seta, in tonalità champagne. Si presenta morbido, stretto sul punto vita nei posti giunti, in modalità giusta, con scollo asimmetrico. Tutto si conclude con un paio di Luboutin color rosa, in modo da essere coerenti cromaticamente. I miei capelli sono avvolti in un'acconciatura morbida, elegante allo stesso tempo. Mi osservo attentamente, notando che l'abito sembra fatto apposta per essere indossato da me. Non è né troppo, ma di sicuro non può passare inosservato grazie alla sua semplicità.

Mi volto verso le mie domestiche, prima di sorridere leggermente. "Grazie, ragazze. E' stupendo", dico, con gentilezza. Mi ricambiano il sorriso, prima di annuire in approvazione, rivolgendomi uno sguardo gentile e dolce.

Annuisco leggermente a mia volta, prima di muovermi verso l'uscita della mia camera, trattenendo l'istinto di tornare indietro e gettarmi nel letto.

Mi incammino verso le scale principali, scendendo con grazia e compostezza, prima di notare una schiena immensa come un armadio, il braccio poggiante sul rilievo del passamano delle scale. Mi acciglio, inclinando leggermente la testa al lato, ma tutto accade troppo velocemente, quando noto che Aaron si volta, guardandomi al di sopra della sua spalla mentre continuo la mia discesa.

Aaron indossa un elegante completo grigio scuro su misura, con una camicia bianca impeccabilmente stirata e una cravatta color antracite che completa l'outfit. La giacca mette in risalto le sue spalle larghe e il taglio della camicia aderisce perfettamente al suo corpo tonico. I pantaloni, anch'essi su misura, cadono perfettamente sopra le sue scarpe nere lucide. I suoi capelli sono pettinati all'indietro, conferendo al suo aspetto un'aria di autorità e controllo.

"Adeline," dice con voce calma ma fredda, senza alcuna traccia di calore o affetto. I suoi occhi, di un grigio glaciale, mi scrutano con una miscela di impassibilità e distacco.

"Aaron," rispondo, cercando di mantenere la mia compostezza. Scendo l'ultimo gradino e mi fermo a pochi passi da lui. "Non mi aspettavo di trovarti qui."

"Sono qui per portarti all'evento," spiega lui, mantenendo il suo tono formale. "Penso che sia meglio se arriviamo insieme.". Tipico atteggiamento di Aaron: risposte chiare, semplici e coincise, esprimendo con pochissimo sforzo i suoi pensieri privi di filtri.

"Capisco," rispondo, incrociando le braccia in un gesto difensivo. "Tutto è già stato organizzato nei minimi dettagli. Non c'è nulla di cui preoccuparsi."

Aaron annuisce lentamente, il suo sguardo non si sposta dal mio volto. "Preferirei obiettare. Ogni qual volta che sei presente, succede sempre qualcosa."

Mi acciglio, corrugando le sopracciglia. "Mi stai accusando?", dico, in difensiva. Lui scuote semplicemente il capo, mantenendo saldo il contatto visivo. "Sto semplicemente appurando la realtà dei fatti, non preoccuparti.". Schiocco la lingua, riluttantemente. Giro gli occhi al cielo, prima di scuotere la testa in rassegnazione.

Il silenzio si stende tra di noi per qualche secondo, pesante e pieno di parole non dette. Alla fine, è lui a rompere il momento. "La macchina è pronta. Dobbiamo andare.", dice, quasi frettolosamente, prima di voltare le spalle e di incamminarsi verso l'uscita, lasciandomi sola indietro.

"Non è elegante lasciare una donna alle spalle, dovresti saperlo", dico, mantenendo il mio tono composto, cercando di placare l'ira. Mi guarda per qualche secondo sopra dalla sua spalla, di nuovo, prima di fermarsi e di spostarsi leggermente di lato. "Prego, padrona. La prego di camminare cortesemente avanti. Non si preoccupi di non essere avvisata in precedenza per eventuale rischio di cadere a faccia per terra, ardendo di rovinare il suo bel faccino. Faccia pure", dice, con una vena sarcastica palesemente evidente, mantenendo il suo tono basso e serio allo stesso tempo.

Gli tiro un'occhiata, mordendomi il labbro inferiore per evitare esplosioni omicide - molto vicine. Con un respiro profondo, mi avvio verso l'uscita principale. Aaron mi segue, e insieme attraversiamo il corridoio ornato di ritratti dei miei antenati, che sembrano osservarci con sguardi severi e giudicanti. La loro presenza mi ricorda costantemente il peso delle aspettative che porto sulle spalle.

Arriviamo alla porta principale, dove il team di bodyguards ci aspetta. Aaron apre la porta della limousine e mi fa cenno di entrare per prima. Salgo in macchina, sistemandomi il vestito mentre lui prende posto accanto a me. La portiera si chiude con un suono sordo e il motore si avvia silenziosamente.

Il tragitto verso l'evento è avvolto in un silenzio teso, il percorso per arrivare all'evento intraprende una strada diversa, seguendo Las Vegas Strip. Un lungo silenzio cade tra di noi, pesante e pieno di tensione. In lontananza, vedo il Caesars Palace apparire all'orizzonte, le sue luci brillanti che ci accolgono come una promessa di una serata lunga e impegnativa.

La limousine nera si ferma dolcemente davanti all'ingresso del maestoso Caesars Palace, illuminato da luci scintillanti che mettono in risalto la sua architettura imponente. Attraverso il finestrino, vedo la folla di giornalisti, curiosi e ospiti ben vestiti radunarsi all'esterno, pronti ad accogliere ogni arrivo con un'esplosione di flash e sussurri.

Aaron esce per primo, la sua figura imponente cattura immediatamente l'attenzione. I flash delle fotocamere illuminano il suo elegante completo grigio scuro, evidenziando la sua aria di totale controllo. Con movimenti fluidi e sicuri, si volta verso di me e mi offre la mano. Prendo un respiro profondo e accetto la sua mano, scendendo dalla limousine con grazia. Sento i flash intensificarsi, il loro bagliore quasi accecante mentre cerco di mantenere un'espressione serena e imperturbabile. Il mio abito lungo di seta color champagne scivola perfettamente lungo la mia figura, e percepisco gli sguardi ammirati della folla su di me. La presa di Aaron è ferma e sicura, mentre i nostri sguardi si incontrano occasionalmente, comunicando una tacita comprensione del ruolo che dobbiamo interpretare.

Attraversiamo l'ingresso del Caesars Palace, lasciandoci alle spalle il brusio della folla e l'assalto dei flash. Dentro, ci aspetta un'altra lunga serata di formalità e apparenze. La mia mente è già concentrata su ciò che verrà, su ogni sorriso finto e parola misurata che dovrò pronunciare. Ma per ora, abbiamo compiuto il nostro primo dovere: arrivare insieme, impeccabili e uniti, davanti agli occhi di tutti.

Mentre entriamo nel lussuoso atrio del Caesars Palace, mi concedo un ultimo respiro profondo, preparandomi mentalmente per la serata che ci aspetta. Le luci scintillanti e l'atmosfera opulenta mi circondano, ricordandomi ancora una volta il peso delle aspettative che porto sulle spalle. Ma sono pronta, come sempre, a indossare la mia maschera di serenità e a giocare la mia parte in questo interminabile spettacolo sociale. L'interno del Caesars Palace è ancora più sfarzoso di quanto ricordassi. I lampadari di cristallo pendono come gioielli dal soffitto, illuminando la sala con una luce calda e dorata. Il pavimento di marmo risplende sotto i nostri piedi mentre ci dirigiamo verso la sala principale, dove si svolgerà l'evento.

Le conversazioni si abbassano di tono mentre entriamo, gli sguardi si voltano verso di noi, valutando ogni dettaglio del nostro aspetto e del nostro comportamento. Aaron mantiene la sua espressione impassibile, il volto di un uomo sicuro di sé e del proprio posto nel mondo. Io seguo il suo esempio, offrendo sorrisi misurati e cenni di saluto agli ospiti che incontriamo lungo il cammino.

"Adeline, carissima!" esclama una voce familiare. Mi volto e vedo la signora Davenport, una delle matrone più influenti della nostra cerchia sociale, avanzare verso di me con un sorriso affettato. Il suo abito di seta dorata brilla quasi quanto il suo collier di diamanti.

"Signora Davenport," rispondo con un sorriso altrettanto affettato. "È un piacere vederla."

"Siete entrambi splendidi stasera," continua lei, lanciando un'occhiata apprezzativa ad Aaron. "Siete davvero la coppia perfetta."

"Grazie, signora Davenport," risponde Aaron con il suo tono diplomatico. Ogni conversazione accaduta, era esattamente un'azione monotona. "Bellissima coppia!", "Grazie, apprezziamo molto". Che grande rottura di palle.

Aaron ed io ci muoviamo tra la folla, io con il mio sorriso sereno e lui con il suo sguardo imperturbabile. La tensione tra di noi è palpabile, ma nessuno dei due fa un passo per romperla. Ogni conversazione sembra seguire un copione prestabilito: complimenti, commenti superficiali e promesse di future collaborazioni. Ci avviciniamo a un gruppo di persone che discute animatamente di affari e politica, e mi ritrovo a partecipare meccanicamente, le parole scivolano fuori dalla mia bocca senza che io debba pensarci troppo. Proseguiamo tra la folla, salutando altre figure note, ciascuna con il proprio commento superficiale e sorriso di circostanza. Le parole si mescolano in un brusio indistinto, un sottofondo costante che riempie la sala.

Passiamo il resto della serata così, tra una conversazione e l'altra, ogni incontro una recita ben orchestrata. A un certo punto, Aaron mi offre un bicchiere di champagne, e accetto con un sorriso. Sorseggio la bevanda frizzante, apprezzandone il gusto ma consapevole che non posso permettermi di bere troppo. Devo restare lucida e composta.

La musica cambia ritmo, diventando più soft. Alcune coppie iniziano a danzare al centro della sala. Aaron mi guarda, e per un momento, mi chiedo se mi chiederà di ballare. Ma poi distoglie lo sguardo, e il momento passa. Non sono sicura se sentirmi sollevata o delusa. Tiro un sospiro, prima di voltarmi verso di lui.

"Puoi scusarmi?", mi affretto a dire e, senza aspettare una risposta, mi incammino verso un qualsiasi posto degno di permettermi una boccata d'aria fresca. Furtivamente, ma con cautela, mi incammino tra i corridoi, guardandomi attorno.

Le luci soffuse dei corridoi del Caesars Palace creano un'atmosfera surreale, quasi onirica, mentre cerco un angolo tranquillo dove poter respirare lontano dagli sguardi inquisitori e dai sorrisi finti. Ogni passo risuona leggermente sul pavimento di marmo, un eco che si perde nel vasto silenzio intorno a me.

Non passa molto tempo, quando sento una voce alle mie spalle.

"Adeline," dice una voce maschile, una voce che riconoscerei ovunque, anche nei miei incubi più oscuri. Il mio cuore salta un battito e mi sento paralizzata per un istante, poi mi costringo a girarmi lentamente.

Il corridoio sembra improvvisamente più stretto, il suo respiro si confonde con il mio, riempiendo l'aria di tensione palpabile. Il mio stomaco si contorce in un groviglio di ansia mentre mi trovo di fronte a lui, il mio passato incarnato.

E tutto ciò che posso fare è rimanere lì, immobile, mentre il passato ritorna a reclamare la sua parte di me.

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