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VIII - alberi in fiore, la pedina

Chan uscì dalla casa di riposo dove aveva trovato il suo secondo lavoro. Serviva la colazione e il pranzo alla mensa, niente di che, ma almeno con quel secondo lavoro sarebbe riuscito a pagare anche l'affitto.

Erano quasi le tre di pomeriggio quando finì di sistemare i piatti puliti negli scaffali. Si cambiò velocemente e salutò il capo della mensa, una donna sui sessant'anni abbastanza in carne. Chan volò fuori dall'ospizio, desiderando subito una doccia per lavarsi via l'odore di vecchio che gli si era appiccicato addosso.

Camminò per diversi minuti, attraversando la piazza principale di quel quartiere, ma c'era qualcosa che non andava. Con la coda dell'occhio vedeva sempre una figura, come se lo seguisse. Girò dentro una via, così ebbe la possibilità di vedere: era lo stesso tizio che era entrato nell'ufficio di Changmin dopo di lui. Di nuovo quella sensazione, quella di averlo già visto ancora prima.

Mentre continuava a camminare si ricordò. Aveva incrociato Jisung fuori dalla palestra, mentre si recava dal signor Shim per chiedergli di posticipare il pagamento. Il tizio con il cappellino nero stava dall'altra parte della strada, seduto a uno dei tavolini esterni del bar.

Mi sta seguendo realizzò. Chan accelerò il passo e svoltò in una stradina, fermandosi rasente il muro. Non passò molto tempo che il ragazzo con il cappellino facesse la sua comparsa. Chan allungò il piede facendolo inciampare; Changbin cadde rovinosamente a terra.

«Perché mi segui?» domandò Chan, con un tono abbastanza aggressivo.

«Come se stessi seguendo solo te...» mormorò l'altro, mettendosi a sedere.

«Rispondi.»

Changbin si alzò sotto gli occhi di Chan, spolverandosi i vestiti con le mani.

«Il signor Shim mi ha detto di controllarti, di vedere se stai trovando un modo per guadagnare ciò che ti serve» disse, omettendo parte della verità.

«E perché dovrebbe importargli ? Alla fine vuole solo i soldi da me.»

«Sì, ma odia che la gente vada a piagnucolare davanti a lui.»

Chan si sentì subito offeso nell'orgoglio. Lui non aveva piagnucolato. Il suo essere permaloso lo aiutò a legarsela al dito, facendo un proprio un bel fiocchetto.

«Cosa intendi dire?»

«Niente, riferisco e basta» rispose Changbin con un sorrisetto. Si rimise il cappellino con la visiera dritta e sparì velocemente nella strada da cui era arrivato.

***

Ogni anno, qualche settimana prima di Pasqua, si teneva in città la Festa di Primavera: c'erano esibizioni di artisti di strada, illusionisti e un sacco di bancarelle ai lati delle strade del centro. Era un evento di tre giorni e moltissime di persone venivano a visitarlo; in più, se faceva abbastanza caldo da far fiorire gli alberi, era quasi impossibile camminare da tanta gente.

Quell'anno la festa capitava nel pieno della sessione di esami ma Jisung ci sarebbe andato a ogni costo: riunì la compagnia (un po' buffo chiamarla così) e si incontrarono verso sera, quando iniziavano tutti gli eventi e le bancarelle aprivano.

Il luogo dell'appuntamento era il parcheggio del supermercato, già chiuso a quell'ora. Minho e Nayun arrivarono per primi, seguiti poi da Felix, Jisung con Seungmin e Yunha, Chan per ultimo.

«Finalmente ti fai vedere!» disse Felix, salutandolo.

«Già, sono riuscito a liberarmi.»

Salutò il resto del gruppo e tutti si guardarono, in attesa di andare a scoprire il festival di quest'anno. Jisung si guardava l'orologio al polso.

«Possiamo andare» continuò Minho, facendo due passi.

«Ehm, ragazzi aspettate» lo interruppe il biondo, grattandosi la testa.

«Ho invitato un'altra persona. E' un po' in ritardo.»

Minho sentiva il suo cattivo carattere scalpitare come un cavallo. Aveva avuto una brutta giornata ma vedere i suoi amici, in particolare, lo aveva rallegrato. Chi si doveva intromettere, adesso? Si sforzò di continuare a respirare piano e profondamente, cercando di calmare quella cosa ingarbugliata che si agitava. Non davanti a loro si ripeteva, anche se per lui "loro" era una persona e basta.

Changbin arrivò quasi correndo nel parcheggio; vide Jisung e gli fece un cenno, che ricambiò.

«Eccolo che arriva!»

Chan vide una figura familiare avvicinarsi, ma con il buio della sera riuscì a distinguerla solo quando venne illuminata dai lampioni del supermercato.

«Non ci credo» mormorò, senza che nessuno potesse sentirlo.

Changbin arrivò e salutò Jisung per primo, dato che era l'unico che conosceva ufficialmente. In realtà sapeva vita, morte, miracoli e scheletri nell'armadio di ognuno di loro.

«Lui è Changbin, un mio amico dell'università» disse entusiasta.

Tutti si presentarono. Quando Changbin incrociò lo sguardo di Chan, però, trovò una barriera più ostile dei pellerossa verso i colonizzatori. Chan serrò la mascella. Questo verme.

«Adesso possiamo andare.»

***

Camminarono tra la folla, tutti uniti in un gruppo più o meno compatto. A volte dovevano camminare in fila indiana per riuscire a passare, o si fermavano alle bancarelle a comprare cibo come caramelle, zucchero filato e ogni tipo di ben di Dio diabetico, oltre a patatine fritte, spiedini e colesterolo.

«Allora, Changbin» esordì Felix, amichevole come sempre. «Che facoltà frequenti?»

«Faccio architettura, sono al secondo anno» sorrise.

«Wow. E' vero che c'è una rivalità tra architetti e ingegneri? O è una faida stile tè alla pesca o al limone?»

Changbin, Nayun e lo stesso Felix scoppiarono a ridere. Jisung si era fermato a una bancarella per prendere delle mandorle caramellate e Minho si era fermato con lui, per non lasciarlo da solo mentre il gruppo andava avanti. La donna dietro il banco aveva detto loro che erano finite e le stava cucinando, perciò avrebbero dovuto fermarsi lì qualche minuto ad aspettare.

I due si misero di fronte alla pentola di rame, che sembrava più una betoniera. Girava e girava, caldissima, e le mandorle rimanevano attaccate ai lati fino ad un certo punto, prima di ricadere giù come una cascata. Jisung tese le mani per scaldarsele un po', come davanti a un fuoco.

«Non c'è Festa di Primavera che io abbia saltato» disse, guardando Minho.

«Venivo sempre con i miei e mio papà mi caricava sulle spalle per non perdermi nella folla. Vedevo tutte le teste delle persone e riuscivo a vedere anche gli alberi in fiore. Dev'essere per questo che mi piacciono i posti alti» concluse.

Ormai si sentiva a suo agio con il moro, specialmente dopo la notte che avevano passato insieme quando gli avevano scassinato la porta di casa.

«Alti tipo?»

«Non lo so... cime degli alberi, cime dei palazzi, cime delle montagne. Tutti i posti da dove si può vedere lontano.»

A Minho venne un capogiro solo a pensare di salire fino all'ultimo piano di un grattacielo.

«Tu sei malato, non soffri di vertigini?» La sua espressione fece ridere il piccoletto, che scosse la testa.

«Tu sì?»

«Come una ragazzina che ha paura dei ragni.»

Jisung scoppiò a ridere, immaginandosi Minho in piedi su una sedia, cercando di colpire i ragni con una scopa.

«E le mandorle? Anche quelle hanno un ruolo?» chiese il moro.

«Certo che sì! La mamma me le comprava sempre. E la cosa bella è che potevo mangiarle tutte io, l'unico momento all'anno in cui potevo abbuffarmi di zuccheri.»

La gente che passava li aveva spinti piano piano sempre più avanti, vicino alla casseruola rotante delle mandorle. Jisung non se n'era accorto e fu Minho a tirarlo indietro prima che si bruciasse le mani.

«Scusa, rischiavi di ustionarti» disse, giustificando il suo gesto così brusco.

La donna spense la betoniera, che si fermò, e con cautela divise le mandorle in vari sacchettini di carta, per poi distribuirle alle persone che avevano aspettato per averle. Le diede anche a Minho e a Jisung, che si ributtarono nella calca.

Era difficile rimanere uniti, perciò Minho diede il suo sacchetto al più piccolo e si mise dietro di lui, tenendo le mani sulle sue spalle. Si chinò in avanti e parlò all'orecchio di Jisung, altrimenti non lo avrebbe sentito con tutto il frastuono.

«Tu vai avanti, ti guido io. Altrimenti ci perdiamo» disse.

«Che protettivo che sei stasera» rispose l'altro, anche se era più un pensiero ad alta voce.

«E' come se tu fossi il mio fratellino.»

Alla parola fratellino, Jisung sentì dentro come una corda di chitarra che salta, che emette quel suono acuto e un po' sgradevole. Fu solo un momento, che si scrollò di dosso velocemente, e insieme raggiunsero gli altri.

Chan aveva sfruttato il casino e il disinteresse momentaneo della compagnia per parlare con Changbin.

«A che gioco stai giocando?» gli chiese con tono duro. L'altro fece finta di nulla, mescolando il suo frappè con la cannuccia.

«Di cosa stai parlando?»

«Non fare il finto tonto. Lo sai benissimo. Solo fare il lavoro sporco di Changmin ti rende in automatico un criminale.»

Changbin lo guardò. Chan non aveva assolutamente idea di che pressione stesse subendo l'altro, di quali erano i veri piani del signor Shim. Tutti loro, Changbin compreso, avrebbero dovuto godersi quei momenti perché la pace non sarebbe durata per sempre.

A Chan, invece, lo sguardo e il momento di silenzio di Changbin sembravano solo quello di un pesce lesso; era molto irritato dalla sua presenza.

«Dovresti andartene e lasciare stare Jisung. Dovresti lasciar stare tutti noi. Ora» continuò a minacciarlo Chan. Changbin sorrise.

«Perché dovrei andarmene? Mi sto divertendo un sacco» disse, bevendo un altro sorso di frappè dalla cannuccia.

«...»

hello,

changbin si sta infiltrando ovunque ma chan deve fargli capire chi è il capo della piazza lol.

abbiamo superato le 400 visualizzazioni e non potrei essere più contenta. grazie a tutti, ai lettori silenziosi e i commentatori seriali che mi rallegrano le giornate.

a presto! un besito

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