Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

ed è abbastanza.

[è una os che forse non ha nemmeno senso, un po' personale, magari — è nata da una frase che mi ha detto la mia psicologa. Abbiatene cura così com'è, senza pretesa alcuna❤️‍🩹]






Fuori è una bella giornata: c'è il sole, nessuna nuvola copre un cielo azzurro e sereno, una leggera brezza muove le foglie verdi degli alberi.

È quel tipo di giornata che, in linea teorica, fa venire voglia di fare cose, uscire per una passeggiata, ridere e scherzare seduti ai tavoli esterni di un bar con gli amici, saltare, correre, andare al mare.

È quel tipo di giornata che fa venire voglia di vivere.

Eppure, per Simone sono soltanto le ennesime ore di agonia dove deve restare sveglio e funzionare, finché non sarà un orario consono per smettere di farlo.

Anzi, in quel giorno in particolare, ha limitato il proprio funzionamento ad un semplice alzarsi dal letto e fare colazione, per poi trascinare di nuovo i piedi fino alla propria stanza e rifugiarsi sotto le coperte.

«Non esci? È una bella giornata!» gli ha detto sua nonna Virginia, mentre beveva un tè caldo.

Simone si è limitato a scuotere il capo, arrangiando una scusa tipo che è stanco per gli allenamenti di rugby, per lo studio — sai, l'anno della maturità — e cose concrete che possono giustificare il suo essere sottotono.

Le persone tendono a comprendere di più se si affibbia il proprio malessere a qualcosa di fisico, di tangibile.

Mi sono rotto una gamba di certo ha più impatto e desta più preoccupazione di un "ho in testa un casino, tutto continua a cadere a pezzi, va in macerie e io non so più ricostruire nulla".

Nel primo caso, si preoccupano di metterti un gesso e attendere un tempo sufficiente per far sì che l'osso torni sano. In genere ci vogliono sei o otto settimane.

Nel secondo, molto spesso sei lasciato alla deriva, con frasi di circostanza stile "dai, è un momento, passerà, la vita è tosta, bisogna sopportare".

Un momento che passerà, certo, almeno finché non ti annienta.

Ad ogni modo, quando è nel letto, con le tende tirate per stare con quanta più assenza di luce possibile, apre i vari social network e perde almeno un'ora a guardare la vita degli altri che in tali frammenti appare perfetta, senza sbavature, il che lo fa stare soltanto peggio.

Lo fa sentire sbagliato su più frangenti, in qualche modo indietro rispetto a chi lo circonda, più triste, più afflitto.

Eppure è un circolo vizioso dal quale non riesce ad uscire: guardare la felicità altrui, spesso costruita o fittizia, e pensare di non poterne mai avere un pezzetto.

Che poi, a volte gli chiedono come sta e la sua risposta è sempre la stessa: abbastanza, così.

Non può dire bene perché è evidente che non stia bene — la sua faccia è piuttosto eloquente — ma nemmeno male altrimenti sorgerebbe spontanea la seconda domanda, ossia perché stai male?

E lui non ne ha idea.

Davvero, non lo sa.

Sì, certo, possono esserci dei fatti scatenanti, ma non sono quello il punto e non ha idea di come farlo capire.

A dire il vero, molto spesso non lo sa spiegare manco a sé stesso.

Passa delle ore davanti allo specchio a chiedersi come mai si sente in quel modo, vuoto, perso, come se non avesse più la terra sotto ai piedi e una risposta non la trova mai.

Vorrebbe averla.

Ci prova.

Con la psicoterapeuta che lo segue si pone dei quesiti, ma per ora le ipotetiche soluzioni lo lasciano con l'amaro in bocca.

La dottoressa gli ha detto che il processo di guarigione è lungo, tortuoso e pieno di alti e bassi.

Un giorno starai meglio è la sua frase preferita.

Perfetto, e nel frattempo che si fa?

Niente, nel frattempo si funziona e si aspetta con pazienza.

Il suo infinito scrollare viene disturbato — si fa per dire — dalla notifica che appare in alto sullo schermo.

È un messaggio di WhatsApp.

Manuel
ci sei oggi? se vuoi ci becchiamo

Piuttosto si darebbe fuoco.

No sono stanco per allenamento
Magari un'altra volta

cazzate

??

eri stanco pure settimana scorsa e quella prima ancora
è na scusa

Sì vabbè come vuoi
Non mi va comunque
Ci sentiamo

sto venendo a casa tua

Non ti apro

tranquillo lo fa tua nonna

Manuel Ferro è la sua croce e non è tanto per dire.

È il primo ragazzo di cui si è innamorato, il primo che gli ha spezzato il cuore e, in qualche modo, continuerà sempre a farlo.

Simone ha l'abitudine di sbandierare di essere andato avanti, di non pensarlo più in quel senso, di ritenerlo soltanto un amico.

Laura gli fa notare di continuo che gli amici non si guardano nel modo in cui fa lui, con un'espressione affranta, gli occhi persi e vacui, feriti a vederlo in compagnia di qualcun altro, dell'ennesima ragazza che lo tratta male, non come merita.

Una soluzione sarebbe allontanarlo e basta ed è stato uno dei motivi per i quali ha insistito tanto affinché Manuel si trasferisse a casa del ritrovato padre Nicola. Ha spinto molto sul tempo perso, sul provare ad avere un rapporto sincero, quando la ragione era "così non ti ho vicino ventiquattr'ore su ventiquattro, che fa un male cane".

Fanno questo gli amici sinceri, no?

Quarantadue minuti dopo, Virginia apre la porta della Villa e, seppur nolente, Simone si ritrova in camera Manuel che apre le tende e fa entrare la luce del sole.

«Oh, ti avevo detto di no!» si lamenta subito. Non si è alzato dal letto, anzi, prova a coprirsi come può col lenzuolo per ripararsi dal fastidio.

«Sì, ma lo sai che la luce del sole fa bene? Aiuta a produrre vitamina D» borbotta Manuel in replica. Rimane fermo a qualche metro di distanza, con entrambe le mani sui fianchi.

«Ne farò a meno.»

«E uscire de casa pure, aiuta l'umore.»

«Io e il mio umore stiamo benissimo.»

Falso.

Simone chiude gli occhi. Spera che l'altro si arrenda e lo lasci in pace. Sbaglia i calcoli poiché Manuel tira coperta e lenzuolo e gli impedisce di tenere serrato il proprio rifugio.

Si costringe a sollevare le palpebre e lo vede seduto sul bordo del materasso, il capo inclinato su di un lato, che lo fissa, desideroso di spiegazioni.

Che palle.

Si tira su fino a che non appoggia la schiena contro la spalliera del letto. «Non hai di meglio da fare oggi?»

«No» asserisce Manuel e smorza un mezzo sorriso. «Mi dici che hai?»

«Niente.»

«Cazzata. Ne vuoi parlà?»

Con te assolutamente no, pensa Simone. Si limita a rispondere con un conciso «No» appena sussurrato.

«Dai, 'o sai che non te fa bene tenerti le cose dentro. Poi me dici sempre tutto, no?»

No, ad essere onesti, ha smesso di raccontargli tutto. A lui e a chiunque altro.

A volte è perché crede di essere insopportabile, altre di lamentarsi troppo, di farsi troppe paranoie, problemi che non esistono, insomma, di complicarsi la vita e basta. Allora prova a razionalizzare ciò che ha in testa, valutando se può confessarlo a qualcuno oppure no e la maggior parte delle volte, tiene tutto chiuso in un cassetto con tre giri di chiave altrimenti lo prenderebbero per pazzo o lo reputerebbero una brutta persona e via discorrendo.

Come può prevedere facilmente, Manuel non si arrende di fronte a quel rifiuto. Piuttosto, incalza: «Tanto posso restà qui finché non sputi fuori qualcosa! Mio padre non c'è, mia sorella nemmeno...»

«Quindi io sono la tua riserva perché non hai nessun altro?»

Gli esce fuori di getto, senza ragionarci. Se ne pente mezzo secondo dopo.

Gli succede spesso, di parlare e rendersi conto di ciò che ha formulato a voce alta, un pensiero destinato soltanto al proprio cervello che riesce a sfuggirgli e ad avere suono. Non lo controlla.

Ma ci sta lavorando.

«Cosa?» rimbecca allora l'altro ragazzo.

«Niente, lascia stare.»

Simone cerca di far morire il discorso prima che possa cominciare. Si mette in piedi con uno scatto, facendo tremolare il materasso e un po' fatica a liberarsi dall'intreccio delle coperte. Cammina con distrazione verso la scrivania, un punto ideale per far finta di avere qualcosa da fare — tipo mettere in ordine i mille fogli sparsi — e dargli le spalle, non incrociare i suoi occhi.

«No che non lascio stare!» di nuovo, Manuel non si arrende. Non lo fa mai. Si alza pure lui, cerca di diminuire la distanza che li separa. «Davvero pensi questo?»

Sì, purtroppo sì.

Simone accartoccia un foglio con una mano. C'erano solo scarabocchi sopra, di quando ha provato a disegnare ed è soltanto una delle mille cose che ha iniziato e mai finito. Sono quelle attività che si impunta di cominciare, di voler imparare, ma che poi molla se non gli riescono e puntualmente giunge alla conclusione di essere un incapace sotto ogni punto di vista.

«Simó» si sente ancora chiamare. «Pensi sul serio che te uso come ruota di scorta?»

Scrolla le spalle. «Boh, non lo so.»

«Lo hai detto, quindi un po' lo pensi.»

«Magari un po'» sussurra. Si gira con lentezza e si appoggia con la parte bassa della schiena alla scrivania. Gli serve come ancora per non cadere poiché un briciolo gli gira la testa. «Ma non è—cioè, non sei tu, è che... è complicato.»

«Spiegamelo.»

«Ti scocci se te lo spiego.»

«Sto qua e te l'ho chiesto. Me interessa, altrimenti me ne sarei già andato.»

Vero, però lui è diffidente pure su un simile aspetto. Lo è sempre, suo malgrado.

Rilascia un sommesso sospiro e scuote il capo. «È... è qualcosa che succede qui» mormora e con un dito si indica una tempia. «Presente quando hai l'impressione di essere uno spettatore nella tua vita e non il protagonista?»

Manuel lo fissa per mezzo secondo e fa cenno di no con la testa.

Non comprende perché non ha mai provato una simile sensazione e Simone ne è quasi lieto: non augurerebbe ciò nemmeno al suo peggior nemico.

«È quando vedi tutti andare avanti» prova a proseguire «fare progetti, gioire, ridere, fare cose, insomma, e tu rimani fermo, bloccato, sempre allo stesso punto. E ci provi, eh! Ci provi pure tu ad entrare in questo meccanismo in perenne movimento, a salire sulla giostra che gira, solo che non ci riesci mai. Resti lì, immobile, mentre il resto del mondo va veloce e tu non ci stai dietro. Allora cominci a farti mille domande, se... se c'è qualcosa di sbagliato in te, se vai bene per gli altri oppure no e subentrano ulteriori dubbi. Paranoie, più che altro.»

«Che genere di paranoie?»

«Paranoie su ogni cosa. Su quello che dici, su quello che fai. Rimani in trappola in questo meccanismo di auto-sabotaggio che ti porta a chiederti costantemente se hai risposto bene, se quello che hai detto ha ferito qualcuno o può essere frainteso, se... se tutti segretamente ti odiano e se starebbero meglio senza averti intorno perché tu sei sbagliato, sei lo spettatore in un film che va a scatti, che non è nitido, spesso si inceppa pure il nastro.»

Ha il fiatone. Essere in apnea avrebbe lo stesso effetto.

Ha bisogno di sedersi. Torna vicino al letto, si adagia con lentezza sul materasso.

Manuel lo segue dapprima con lo sguardo, dopo lo raggiunge e prende posto al suo fianco. Non sa con esattezza cosa dire o il modo in cui farlo. In genere, va in tilt quando ciò succede e la sua tecnica è sempre una: fuggire.

Tuttavia, si tratta di Simone e non può lasciarlo solo. Glielo ha promesso, a volte con un suono, altre in maniera silente, ma lo ha fatto.

«Non è vero che ti odiano tutti» sussurra. È la prima frase di senso compiuto che gli viene in mente.

A Simone sfugge una risata sull'orlo dell'isterismo. «Certo, come no.»

«È vero. Io non ti odio, ad esempio.»

Manuel è sincero. Non lo ha mai odiato, pure in terza liceo quando sbandierava il fatto di non sopportarlo e si azzuffavano nei corridoi senza apparente motivo. «E come me, un sacco di altre persone» prosegue. «Ci sono i tuoi genitori. Tuo padre delle volte è un po' fuori dalle righe, ma non è male, tutto sommato. Mia madre ti adora, vorrebbe te come figlio molto spesso.»

Gli tira un leggero colpo con il gomito, nel vano tentativo di strappargli un sorriso. «I nostri compagni di classe? Non ce ne sta uno che non ti vuole bene, se preoccupano tutti pe' te quando non ci sei e mia sorella m'ha fatto 'na testa tanta su di te e su quanto sei gentile con lei.»

Sono parole corrette, in realtà.

In linea teorica, Manuel non sbaglia nulla: analizza la situazione attraverso un differente punto di vista, utilizza una lente diversa, la propria.

Il problema rimane nel fatto che Simone non riesce a raggiungere quel determinato punto di vista e la sua lente è distorta. L'immagine che arriva al suo cervello ha colori diversi, bordi meno nitidi.

Simone vede di spalle ciò che Manuel vede frontale ed entrambi pensano di avere ragione.

Infatti, non vi è alcuna sorpresa quando la reazione del primo alle frasi udite corrisponde ad un sonoro: «Non capisci.»

Perché non può davvero.

Non può capire ciò che non può vedere.

«Spiegamelo meglio, allora» insiste Manuel.

Simone scuote il capo. «Non posso» bofonchia. «È così e basta. Sono cose che provo ogni volta e che mi bloccano, io non so spiegarle meglio.»

Non sta mentendo. Non c'è una definizione corretta, parole nero su bianco e argomentazioni da snocciolare al comando.

«D'accordo, allora posso provare a farti delle domande?»

«Che domande?»

«Per cercare di capire almeno un po'. Magari tu non ci riesci, ma ci arriviamo poco a poco.»

Manuel solleva entrambe le mani, in cenno di resa. «Oh, non so' 'a dottoressa tua, di sicuro lei sa molte più cose di me, però possiamo provare. Almeno solo per... sapere che fare quando stai così.»

«Non devi fare niente.»

«No, ma voglio. Ce stai?»

Simone non ne è molto convinto, gli pare una perdita di tempo.

Le domande gliele fa già la sua terapeuta.

Scrolla le spalle. È abbastanza certo che l'altro non si arrenderà con facilità, di nuovo, ragion per cui si costringe ad annuire. Assume poi la sua posizione di difesa, se così si può chiamare, ossia sedersi con le gambe incrociate e chiudersi quanto più possibile a riccio.

Manuel può soltanto osservarlo di sbieco e sospirare. «D'accordo, uhm» comincia «quand'è che pensi che tutti ti odiano?»

«Sempre.»

«Beh, ma ci sarà qualcosa, un particolare che te fa scatta' e cominciare a dirti oh, forse me odia

Simone corruccia le labbra in una smorfia. «Non lo so» borbotta. «Tipo se non sento una persona da giorni e... penso di aver fatto qualcosa e che ha iniziato ad odiarmi.»

«E tu hai fatto qualcosa?»

«No. Cioè, non volontariamente, qualcosa che ho fatto o detto che magari ha ferito qualcuno, ma io non lo so che cosa.»

Dall'espressione che gli vede dipinta in viso, comprende che lo ha soltanto confuso, più di prima. «Senti, lascia stare, te l'ho detto che è complicato.»

«No, non è per quello. Nel senso... mo' c'ho n'altra domanda.»

«Sarebbe?»

«Pensi mai che... qualcuno ti ama e basta?»

Assolutamente no.

Scuote il capo, in cenno di diniego.

«Perché no?»

«Perché uno sano di mente dovrebbe amare uno come me?»

«Perché non dovrebbe?»

Gli scappa una risata, fiacca, arrendevole. «Non ho...» pigola. «Non faccio niente per essere amato, sono... mi lamento sempre di tutto, non sono presente, non faccio regali costosi, non sono interessante, niente di quello che mi riguarda lo è. Non c'è nessun motivo per amarmi.»

Manuel lo ascolta in silenzio. Quelle frasi gli paiono folli, ma, come appurato prima, lui non possiede la lente.

«Simó, non esiste una ragione per essere amati» sussurra. In maniera inconscia, allunga una mano, cerca e trova quella dell'altro ragazzo, tremolante e screpolata.

Ne accarezza piano il dorso con la punta delle dita. «Non devi pensare di guadagnarti l'amore, non è una cosa che va a meriti, non è un qualcosa basato su una stupida classifica. Una persona ti ama per il semplice fatto che tu esisti.»

Tali frasi giungono con un leggero ritardo alle orecchie e al cervello di Simone.

Prima, quest'ultimo è focalizzato su quel gesto delicato dei polpastrelli di Manuel, sul minuscolo contatto che c'è tra loro e che gli fa tremare il petto, il cuore e tutti i muscoli del corpo.

Quando solleva lo sguardo, trova i suoi occhi assottigliati a fissarlo, mentre un fascio di luce del sole che attraversa la finestra si posa sul suo viso.

«E tu esisti, mh?» lo sente ancora dire. «Esisti ed è abbastanza.»

Il corpo di Simone trema ancora. È diverso da quei movimenti involontari che lo attanagliano di solito, quelli incontrollabili che lo costringono a chiudersi in bagno finché non passano, che gli annebbiano la vista o gli fanno perdere la vista.

È una vibrazione diversa che va più in profondità, che tocca una parte inesplorata della sua anima, quella in cui nemmeno crede per davvero.

Cerca di metabolizzare ciò che ha sentito, le parole uscite dalla bocca dell'altro che sono sincere, hanno quella musica che non sa di compassione, sono soltanto vere.

Vere e basta.

E poi ci sono le carezze che non sono cessate e gli fanno venire la pelle d'oca.

E poi ci sono i suoi occhi marroni che lo ipnotizzano e un po' pure sorridono.

E poi sarà questo miscuglio di sensazioni vecchie e nuove, quel "tu esisti ed è abbastanza" che riecheggia nella sua testa e caccia via il perenne "tu non vali, tu non sei niente"...

Sarà per tutto che quel corpo che trema non lo controlla nemmeno più e Simone si spinge in avanti con il busto e con il capo, preme le labbra su quelle di Manuel.

Non è la prima volta che lo bacia.

È già successo, in quella che sembra un'altra vita: la sera del suo compleanno, con le luci rosse, sotto al ponteggio di un cantiere.

È stato un bacio irruento, al quale se ne sono susseguiti altri, con denti che cozzavano, lingue che si scontravano e troppa foga.

Ora il gesto è ben più delicato, lento, gli respira addosso.

Quando solleva le palpebre, si accorge che avrebbe dovuto avere quel controllo che ha perso.

Si stacca con uno scatto e si alza in piedi, nervoso. «Scusa» soffoca. Trema di nuovo, ma il motivo è un altro. «Scusa, scusa, scusa! Non volevo.»

Manuel rimane immobile. Per qualche secondo, fissa un punto vuoto di fronte a lui. Si convince soltanto un istante dopo a seguire con lo sguardo la figura di Simone, il quale, intanto, è in pieno panico. «Non fa niente» sussurra. Tuttavia, il tono di voce che utilizza è così basso da non poter essere udito.

«Mi stavi soltanto... aiutando e io... non so cosa mi è preso, cioè, non... lascia stare, okay?» prosegue Simone. In un delirio senza senso che non viene recepito, comincia a fare su e giù per la stanza, si passa le mani sul viso e tra i capelli. «Fingi che non ti abbia detto nulla, è... anzi, dovresti tornare a casa e non... scusa, scusa, mi dispiace.»

Manuel lascia scorrere le sue parole, frattanto che si mette in piedi anche lui e trascina i piedi sul pavimento. Si ferma solo quando lo raggiunge e lo costringe a frenare quel cammino che non lo sta portando da nessuna parte.

Si trovano uno di fronte all'altro.

«Ho detto che non fa niente» soffia. Le sue labbra si piegano in un sorriso.

Simone trattiene il respiro. I suoi occhi si sono arrossati e fatti lucidi. «Non è vero» biascica.

Non è vero perché fa tutto.

Perché pensa che ora Manuel lo odia, dato che lo ha baciato e ci avevano entrambi messo una pietra sopra a quella storia.

Così doveva essere.

Così si era deciso.

Invece si è lasciato andare, trasportato da poche frasi, in un momento in cui la sua testa è soltanto un grande casino.

«Dovresti andar via» borbotta.

«Dovremmo andarci a fare un giro.»

«Non voglio.»

«Allora restiamo qua, possiamo andare giù. Ci sediamo vicino alla piscina, fumiamo qualcosa.»

«Manuel, non...»

Non si spiega perché non lo odia. Ha compiuto un gesto che urla ciò.

«Non ti odio» lo sente affermare.

«Cosa?»

«Non ti odio. Lo so che lo stai pensando e ti voglio assicurare che non è così. Non hai fatto niente di sbagliato.»

Manuel fa un passo indietro e scrolla le spalle. «Andiamo?»

Simone è interdetto. Stringe i pugni lungo i fianchi e le sue palpebre sfarfallano. «Ti ho baciato» esclama. Ha l'impressione che l'altro non lo abbia realizzato.

«Seh, come se non l'avessimo mai fatto prima.»

«Non è lo stesso.»

Non lo è.

Nel frattempo sono successe un sacco di cose, tante da perderne il conto.

Sì sono allontanati, sono stati con altre persone, si sono riavvicinati, son capitati casini, tragedie, pianti.

Però in quel momento, ora, adesso, sono di nuovo loro in una stanza.

Manuel lancia un'occhiata verso la finestra e le tende che svolazzano. In seguito, riporta l'attenzione su chi ha di fronte. «Andiamo in giardino a fumare» dice e non è più una domanda. «Mi racconti quello che vuoi e io ti ripeto fino allo sfinimento che non ti odio e che tu esisti.»

Tale frase rimane sospesa nell'aria.

Per un attimo, Simone si perde nei suoi occhi, nei tratti del suo viso che conosce bene, sulla barba incolta che costella le sue guance, le labbra sempre screpolate che vorrebbe baciare ancora.

Dopo lo vede indietreggiare e camminare verso la porta. «Ti aspetto giù» lo sente dire.

Nel tempo di un battito di ciglia, Manuel non è più sulla soglia; si è dileguato nel corridoio.

Simone esita a seguirlo, qualcosa lo blocca.

Il caos che ha in testa non si è dileguato. Non potrebbe, non così velocemente, non con così poco. Tuttavia, pare quietarsi.

Fa meno rumore.

Forse dovrebbe approfittare di quel silenzio.

Immagina che sia temporaneo.

Inspira a fondo.

Approfitta di quel silenzio, della calma che la sua mente gli concede.

Lo fa raggiungendo Manuel in giardino, seduti sul bordo di una piscina vuota.

Il fumo di una sigaretta che condividono aleggia sulle loro teste.

Manuel mantiene la promessa, gli ricorda che non lo odia ogni volta che serve.

Simone sorride.

Si accorge che esiste e che, davvero, può essere abbastanza.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro