7.The Tower of London
12 aprile 2019 ore 13.15, Londra
Per tutto il tempo dell'attesa fuori dalle mura della corte esterna della Torre di Londra, Zoe era stata silenziosa al mio fianco. Guardandola sembra una innocua turista, un jeans chiaro fascia le gambe lunghe e affusolate coordinato con una camicia leggera a pois dalle maniche a sbuffo e al collo fa bella comparsa una macchina fotografica. Spesso stringe le mani, come se naturalmente avvertisse la mancanza di qualcosa, un gesto che ho visto fare spesso a quelli che tentano di uscire dal tunnel del fumo, ma nel suo caso è dovuto alla mancanza di armi. I controlli sono stati minuziosi, metal detector che naturalmente ci hanno precluso la possibilità di comunicare con gli altri tramite delle ricetrasmittenti, guardie ad ogni angolo della struttura che non perdono d'occhio i turisti, anche le guide sembrano studiarci minacciosi.
Oppure è solo la mia impressione, cosa molto probabile visto che è la prima volta che mi trovo ad operare sul campo, non protetta dalla mia fedelissima rete informatica.
«Gisele, sono trentasette» sussurra.
Trentasette videocamere solo nel nostro perimetro, circa un quarto del complesso esterno. Solo di quel complesso.
Considerando che il livello di sicurezza aumenta nella seconda cinta di mura, dovrebbero essere almeno il doppio.
Modello IP H.265 POE MPX, motore zoom, autofocus e visione notturna.
Il raggio d'azione si interrompe esattamente dove inizia quello della telecamera successiva, questo significa che non c'è un angolo buio.
La guida, un uomo sulla quarantina con un evidente problema di alopecia già nel suo stadio culminante, ci esorta a proseguire il giro.
«Avrete certamente notato i corvi che abitano la Torre di Londra, questi sono i protagonisti di una curiosa leggenda, seconda la quale se i corvi volassero via dalla fortezza, la corona cadrà e con essa anche la Gran Bretagna. Proprio per questo per evitare che si allontanino troppo, il Ravenmaster, la guardia che si occupa di loro, taglia occasionalmente alcune penne di volo primarie e secondarie dei corvi». Di fronte alle proteste di un ragazzo per questa pratica la guida scoppia in una risata rauca. «Suvvia, non c'è mica bisogno di scomodare futili ragioni animaliste, per una tradizione che va avanti da secoli».
Di certo non ho dubbi su chi possa essere l'animale, tra lui e i corvi.
«Little Ease era una stanza grande poco più di un metro, dove era impossibile stare in piedi o stendersi. Il malcapitato al suo interno veniva torturato per giorni. La camera era situata nei sotterranei della White Tower, l'ampio castello medievale al centro della Torre di Londra; è risaputo il fatto che in passato la struttura sia stata anche una prigione, tuttavia la morte veniva inferta nella vicina Tower Hill. Uno dei più famosi prigionieri ad aver provato la Little Ease è stato Guy Fawkes, autore della "congiura delle polveri" del 5 novembre 1605, quando tentò, insieme ai suoi accoliti, di far saltare in aria il Parlamento inglese e il re Giacomo I d'Inghilterra».
Con uno sguardo Zoe mi fa cenno di allontanarci rapidamente e dirigerci verso il Waterloo Block, affrettiamo il passo mentre la guida si allontana con il nostro gruppo e quando la sua voce non è più a portata d'orecchio rallentiamo per non dare nell'occhio. Molti scelgono di entrare e girare liberamente, senza una guida, ma servendosi semplicemente di una mappa digitale, e il nostro compito è proprio quello di confonderci con questi. Anche se all'ingresso accodarci ad una comitiva è stato naturale, così nel momento in cui metteremo a segno il colpo, quando gli sbirri passeranno al setaccio le registrazioni degli ingressi per identificarci, saranno rallentati e noi guadagneremo tempo prezioso.
La caserma Waterloo è circondata da guardie su tutti i lati, undici in totale.
Mi addentro nell'aria centrale, quella che è visitabile e come immaginava Zoe l'interno dell'edificio non coincide con la pianta antica. Se infatti quella moderna è fedele al progetto, la gemella più antica non fa che smentirla. Sono abbastanza sicura che la piantina sia stata truccata per non rivelare la reale collocazione del caveau, ma le stesse modifiche non sono state riportate sul manufatto antico, per evitare di danneggiarlo. Come concordato mi avvicino ad una delle due guardie che sorvegliano la prima stanza del blocco, cercando di guadagnare tempo per Zoe.
Simon Davis, latin lover di professione, quella mattina aveva pianificato perfettamente la giornata che gli si presentava di fronte. Dopo il lavoro aveva tutta l'intenzione di godersi una serata al club con i suoi amici, fintantoché i suoi trentuno anni ancora glielo permettevano. Magari proprio in compagnia di quella graziosa ragazza che gli stava venendo incontro. I capelli corvini erano raccolti in una coda alta, che accompagnava i suoi movimenti rapidi ... a giudicare dal passo marziale doveva essere di fretta. Mette da parte lo smartphone che stava usando poco prima, gli occhi glaciali puntarono su di lui e una flebile speranza si accese nel suo petto. La felpa che indossava lo lasciò perplesso, la scritta "Flat Earth" la faceva da padrone. Il giovane sperò che la turista non fosse una di quei fanatici complottasti. Più la ragazza si avvicinava e più notava nel suo sguardo una nota addolorata.
La scena vista da fuori potrebbe apparire singolare, una ragazza che farnetica in francese rivolgendosi disperata ad una guardia che ha tutta l'aria di non stare capendo nulla.
«Excusez-moi, travaillez-vous ici? Doit m'aider! J'étais ici avec mon petit frère, j'ai été distrait pour répondre au téléphone et quand je me suis retourné, il était parti. S'il te plait, je suis désespéré!»
Stringo le mani della guardia con sguardo disperato, sperando che la mia interpretazione sia abbastanza convincente e dal suo sguardo confuso capisco di aver fatto centro. Rapida si avvicina anche la seconda guardia, una donna sulla quarantina che tenta di tranquillizzarmi.
«Signorina non la capisco, conosce l'inglese? Anglais ?» Mi chiede l'uomo calcando sull'ultima parola. La sua pronuncia mi fa sanguinare le orecchie.
«Je ne parle pas anglais, s'il vous plaît aidez-moi je dois trouver mon petit frère !»
«Va bene, adesso la mia collega chiama qualcuno. Lei stia calma, capito?» Mi indica a gesti, se la situazione fosse diversa lo troverei divertente. La donna prende la ricetrasmittente e chiama il collega della stanza più interna.
«Rob, sono Mathilde, per favore lascia la postazione e raggiungimi. C'è una ragazza, una francese, credo stia avendo un attacco di panico ma non capiamo cosa stia farneticando».
Pochi minuti più tardi Rob, che casualmente è la guardia affidata alla sala che conduce al caveau, raggiunge i colleghi. Lui, che al tempo del college era fresco di un anno di Erasmus nella città di Lione, aveva avuto l'ardire di mettere nel suo curriculum vitae la conoscenza del francese. Scontato il fatto che fosse il primo nome fatto dai suoi colleghi per risolvere il problema rappresentato dalla mia presunta ignoranza dell'inglese.
Siano benedetti i social media, la morte della privacy.
Cerco di rendere il mio francese più stretto possibile, per far guadagnare più tempo a Zoe. E quando il mio cellulare vibra lo sventolo davanti agli agenti, prima di ringraziarli profusamente per il loro presunto contributo alla causa. I tre mi sorridono, sollevati di non avere più una gatta da pelare, e riprendono le rispettive postazioni.
Sul display del mio cellulare campeggia la scritta "Frère".
«Allô? Où es-tu petit frère?» La voce di Zoe arriva squillante dall'altro capo del telefono. «Mi dispiace interrompere quella che è stata senza alcun dubbio un'ottima interpretazione, ma abbiamo un problema».
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