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00; Prologo




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Tongyeong, Corea del Sud,
Sabato, 03/09/2016

Lo scroscio della pioggia e il rumore dei tuoni, quel pomeriggio di fine estate nella cittadina di Tongyeong, non promettevano niente di buono.

Ma ancor meno prometteva un'altra cosa, o meglio, un'altra persona, che con un paio di squilli attirò l'attenzione di Ji An sul suo cellulare, al quale la ragazza si vide costretta a rispondere.

«Socia, ho una brutta notizia» esordì una giovane voce maschile, dall'altro capo del filo.

«Non tanto brutta come questa giornata, spero» gli fece l'eco Ji An, già di malumore per altri motivi, come ad esempio il fatto che, mentre si accingeva a tornare a casa dopo il corso di pianoforte, le si fosse rotto l'ombrello proprio qualche minuto prima, così da essere costretta a camminare facendo lo slalom fra le gocce di pioggia, per poi arrivare a destinazione bagnata fradicia.

«Sai, per Star Wars, per dopodomani tutte le sale del cinema solo già sold out... Quindi non possiamo chiudere l'ultimo giorno di vacanze estive in bellezza» le spiegò lui, con voce depressa, cosa che Ji An non percepì affatto, a causa del baccano esterno, e occupata per di più a non farsi scivolare il cellulare dalle mani.

«Oh, grazie al cielo» bisbigliò la ragazza, convinta di non essere stata sentita dall'amico.

Già, perché la verità era che Oh Ji An, nonostante i quotidiani lavaggi del cervello su Star Wars e altre saghe da parte del suo amico, aveva sempre odiato qualunque cosa riguardasse la fantascienza, o il fantasy, o, più in generale, tutto ciò che aveva a che fare con il paranormale.

«Come sarebbe a dire grazie al cielo?!» esclamò il ragazzo, sconvolto.

Ji An non lo poteva vedere in faccia, ma sapeva che in quel momento sicuramente Yuta stava tenendo gli occhi sgranati dall'incredulità.

«Ma che hai capito, scemo! L'ho detto perché temevo che la presunta brutta notizia sarebbe stata molto peggio di così!» si affrettò a giustificarsi la ragazza, con una finta risatina.

«Ah, ecco!» si rianimò Yuta, con un sorriso.

«Beh... e quindi?» lo incalzò Ji An, aspettandosi di nuovo che quella chiamata avrebbe avuto un senso che lei, zuppa fin sopra i capelli, non aveva ancora trovato.

«E quindi... beh, ecco, pensavo che tu magari potresti trovare il modo di hackerarlo da qualche parte per poterlo vedere insieme, oppure...» cominciò Yuta, speranzoso, dal momento che col computer era sempre stato un tantino impedito. O meglio, era Ji An quella brava.

Peccato che lei lo interruppe proprio sul più bello.

«Guarda, Yuta, in questi ultimi giorni di vacanza tu non sai quanto già mi tocchi sgobbare, tra il dare ripetizioni al vicino, andare ai corsi di pianoforte, aiutare la vecchietta della palazzina accanto con le pulizie, finire i compiti e badare a che mia sorella faccia lo stesso. Per cui non ho mai neanche un attimo di tempo libero»

«Ma Ji An-ah... nemmeno per me?» le chiese Yuta, simulando dei tenerissimi occhioni dolci in stile gatto con gli stivali di Shrek; peccato che Ji An non potè vederli, altrimenti avrebbe subito ceduto.

«Yuta, avanti... avremo tutto il tempo per-» provò a spiegargli, senza però riuscire a terminare la frase.

Infatti accadde che, col marciapiede terribilmente scivoloso, la ragazza ad un tratto perse l'equilibrio ed andò a sbattere contro un palo della luce, lasciando la presa sul suo cellulare, che fece un gran volo fino alla corsia stradale più vicina, per poi frantumarsi dopo pochi secondi sotto la ruota di un'automobile di passaggio.

«Ji An-ah?» chiese nel frattempo Yuta, ancora in attesa che la sua socia finisse la frase.

«Ji An-ah, ci sei ancora?!» disse di nuovo, preoccupato, continuando a non udire alcuna risposta. Dopodichè sentì uno strano suono, come di un tonfo, e la comunicazione venne interrotta.

"Ma che cavolo...? Deve essere caduta la linea. Proverò a richiamarla più tardi, quando avrà sbollito il nervoso!" constatò, non avendo tutti i torti, per poi accasciarsi annoiato sul divano a fare zapping in televisione, in attesa che anche quegli ultimi giorni di vacanza trascorressero in assoluta noia.

In effetti, in un certo senso non vedeva l'ora di ricominciare la scuola. Non perché avesse così tanta voglia di continuare a frequentare un faticosissimo ultimo anno delle superiori, continuandosi a preparare all'esame finale come aveva dovuto fare assieme ai suoi coetanei sin dall'inizio, ma perché voleva vedere Ji An tutti i giorni, cosa che durante quelle vacanze aveva potuto fare ben poco.

Un po' perché Ji An era la ragazza impegnata per eccellenza (tranne che in fatto di fidanzati), e un po' perché anche Yuta aveva avuto parecchio da fare, quell'estate, avendo dovuto trascorrere ben cinque settimane in Giappone dai suoi parenti.

A circa tre chilometri di distanza, nel frattempo, Ji An giaceva ancora inerte (e più zuppa che mai) in posizione prona sul marciapiede, la mano destra protesa in avanti e gli occhi chiusi.

E, sebbene Tongyeong non fosse affatto una di quelle città super iper affollate da una popolazione menefreghista e che continua per la propria strada anche se scoppia la terza guerra mondiale, le poche persone che passavano di fianco a Ji An non la degnavano nemmeno di uno sguardo, o perché avevano il naso incollato al cellulare o perché erano completamente impegnati a nascondersi sotto ai loro ombrelli.

Ad un certo punto, tuttavia, qualcuno si fermò, piegandosi accovacciato affianco a Ji An e prendendo a scuoterla leggermente per la spalla.

«Ehi, signora, si sente bene?» le chiese la figura, non riuscendo a vederla bene in faccia per distinguere che in realtà Ji An era ben lontano dal poter già essere considerata una signora, con i suoi 16 anni appena compiuti e un visino che ne dimostrava sì e no 13.

«Signora?» continuò a richiamarla la persona, voltandole il viso con una mano e scoprendo - oltre alla sua giovane età - che aveva già un enorme livido violaceo all'altezza della tempia.

«Per l'amor del cielo, credo proprio che dovrò chiamare un'ambulanza» mormorò, con espressione allarmata, mentre tirava fuori il proprio cellulare dalla tasca anteriore dell'impermeabile.

«Pronto? Sì, ho trovato una persona distesa a terra, priva di sensi, in via...» informò l'ambulanza di tutti i dettagli utili, non appena venne stabilita la comunicazione telefonica.

Una volta terminata, ripose via il cellulare e aspettò, sempre accovacciato affianco alla ragazza.

Intanto, numerose erano le persone che passavano sullo stesso marciapiede, additando la scenetta con fare curioso, senza mostrare un minimo di compassione.

Quando l'ambulanza arrivò, creando un po' di scompiglio in giro, Ji An fu caricata a bordo in barella, mentre al presunto testimone vennero chiesti tutti i dettagli della scena, che però purtroppo non sapeva.

«Ha per caso preso lei il suo cellulare?» gli venne domandato, ottenendo in risposta un segno di diniego.

«Lei è un parente o conoscente della ragazza? Oppure è in possesso del numero di telefono di qualcuno che potrebbe essere informato dell'accaduto?»

Altro segno di diniego, questa volta a testa bassa.

«Bene, grazie comunque per la sua disponibilità» si congedò infine il paramedico, una volta che Ji An fu sistemata in ambulanza con la dovuta assistenza.

Dopodiché il veicolo partì a spron battuto, accompagnato dal terribile suono della sirena, e in pochi secondi sparì dietro l'angolo, sotto lo sguardo ancora attonito della misteriosa persona.


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«Lesione al braccio, ematoma nella zona in corrispondenza della tempia, e una distorsione alla caviglia. Per un mese dovrà tenersi a severo riguardo, signorina» sentenziò il dottore, riempiendo la stanza d'ospedale con la sua presenza autoritaria, ed uno stuolo di tirocinanti universitari dietro di lui annuì all'unisono, prendendo rapidamente appunti.

«Mi state dicendo che dovrò stare fuori combattimento per un mese, qui in ospedale?! Niente più scuola, o pianoforte? Come farò?!» biascicò Ji An, disperata al solo pensiero.

Si era risvegliata da pochi minuti, confusa come non mai, accorgendosi di avere un gesso al braccio sinistro, una benda intorno alla testa e di trovarsi stesa su un letto con minimo quindici persone che la fissavano con un misto di curiosità e timore: non poteva andare peggio di così.

«Signorina, stia calma, non ho detto questo. Domani stesso lei uscirà di qui, e potrà tornare a svolgere le sue quotidiane attività di studentessa, eccezion fatta per quelle sportive o che implicano un grosso sforzo del braccio, ovviamente. Per il resto, dovrà tenersi riguardata e fare una visita di controllo qui ogni settimana.»

Ji An parve leggermente sollevata, ma mai tanto quanto aveva sperato. Avrebbe dovuto comunque saltare le lezioni di ginnastica per un mese, per non parlare del pianoforte, e, soprattutto, di quanto a scuola l'avrebbero presa in giro per i corridoi per via di quel suo aspetto ridicolo.

«Ora, se non le dispiace, gradirei informarla di un ulteriore dettaglio: mi hanno riferito che la persona che l'ha salvata non ha trovato il suo cellulare per avvisare i suoi parenti, quindi... le dispiacerebbe farlo ora, magari utilizzando il cordless dell'ospedale, se non ha il cellulare? Sa, ci sono certe faccende che dovremmo sistemare con i suoi genitori, o con chi ne fa le veci» le propose poi il dottore.

«Uh... certo, prendo subito il cellulare» farfugliò Ji An, protendendo istintivamente il braccio ingessato verso il giacchino appoggiato sulla sedia lì affianco, ed ululando di dolore non appena lo sentì sbatacchiarsi dentro l'ingessatura.

«Stia ferma, per carità! Non sforzi e dica a me dov'è, glielo prendo io» parlò il dottore, con voce allarmata.

«Sì, scusi... ecco, dovrebbe essere...» riflettè Ji An, cominciando a ripercorrere ogni singolo fatto accaduto prima di perdere i sensi, quando si rese conto dell'inevitabile.

«Merda! Ora ricordo!» non si trattenne dall'esclamare, dandosi una pacca in fronte, e lanciando di nuovo un grido per aver beccato proprio il punto dolente.

«Qualcosa non va?» domandò il dottore, piegando la testa di lato.

"Non c'è niente che vada bene!" avrebbe voluto rispondergli Ji An, ma si trattenne dal farlo, con un grosso sforzo, e invece gli narrò l'accaduto:

«... quindi quasi sicuramente deve essermi scivolato dalle mani mentre cadevo, e magari è andato proprio a finire... no, oddio, meglio non pensarci. Era costato un occhio della testa, quel cellulare! Aish! Mia madre mi ucciderà!»

«Stia tranquilla, signorina, può sempre chiamare utilizzando il telefono dell'ospedale» cercò di rassicurarla il dottore, anche se invano.

Ji An infatti, una volta in possesso del cordless, gemette, lasciandosi prendere dallo sconforto, e riuscendo a malapena ad avvisare i suoi genitori, Yuta e Park Eun Chan - un'altra sua amica - (gli unici di cui sapeva il numero a memoria), che accorsero tutti in ospedale in fretta e furia.

«Ji An-ah, tesoro! Ne hai combinata un'altra delle tue!» la rimproverò la madre, non dopo averla abbracciata, e la sorella piccola le fece l'eco.

«Anche ai più forti come mia figlia può capitare qualche caduta, non è vero, Yuta-san?» scherzò invece il padre, che amava mostrarsi stravagante, dando una gomitata a Yuta e ottenendo in risposta un sorrisetto imbarazzato.

«Compare, non preoccuparti, ti passerò io tutti gli appunti se non riesci a scrivere!» la rassicurò Eun Chan (purtroppo tutt'altro che brava a scuola), dandole una pacca sulla spalla con un sorrisone a trentadue denti.

«Eun Chan-ah... guarda che io scrivo con la mano destra» specificò Ji An, scuotendo la testa e sollevando il braccio buono bene in vista, mentre il sinistro le giaceva inerte in grembo.

La scenetta provocò un moto di risarella in tutti i presenti, come le uscite di Eun Chan facevano sempre, del resto.

Ad un certo punto, mentre Ji An era impegnata in un acceso dibattito familiare, Yuta prese da parte Eun Chan e le sussurrò qualcosa, attento a non farsi sentire troppo dagli altri.

«Yah, Eun Chan-ah. Che ne dici di organizzare qualcosa per domani sera, come ultima serata libera prima dell'inizio della scuola? Che ne so, magari una pizzata da me?»

Eun Chan sgranò gli occhi.

«Solo tu ed io?! Ma sei pazzo?! E chi mai ti vuol-» urlò, senza rendersene conto, tanto che Yuta si vide costretto a tapparle la bocca con la mano.

«Non solo tu ed io, scema! L'ho detto apposta perché l'ospite d'onore dovrà essere Ji An, che dovremo tirare un po' su di morale dopo tutto quel che le è successo... altrimenti perché mai avrei dovuto proportelo?» le spiegò Yuta, ma Eun Chan continuava a mugolare innervosita, agitando le braccia, a tal punto che tutta la famiglia Oh si voltò confusa verso la fonte di tale rumore.

«Ehm... niente, niente. Eheheh, fate pure come se non ci fossimo» sorrise Yuta, togliendo la mano dalla bocca di Eun Chan e dandole una pacca sulla spalla imbarazzato.

Ji An, assieme alla sua famiglia, scosse la testa divertita, e finalmente riuscì a rendersi conto che in tutta questa catastrofe una cosa positiva c'era stata: aveva riunito tutti insieme la sua famiglia e i suoi due migliori amici, insomma, le persone a lei più care, e questo era qualcosa che non accadeva dalla notte dei tempi.

In fondo poi, se il prezzo da pagare era stato soltanto un paio d'ossa rotte e una distorsione alla caviglia, perché non riprovare un'altra volta in futuro?

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