Prologo. Una seconda luna
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"Forse le storie che leggiamo, scriviamo e raccontiamo non sono altro che una seconda luna, inventata dagli umani per sconfiggere il buio nelle notti di tempesta"
-Alessandro Baricco
Grecia, prima della guerra di Troia.
Achille parò con noncuranza l'affondo del compagno.
Patroclo si passò una mano tra i capelli bagnati di sudore appiccicati al collo, frustrato.
"Potresti almeno fingere di essere un pochino in difficoltà!" esclamò, tentando di colpire di nuovo l'altro.
Achille rise.
"No" gli rispose, allontanandosi con passi leggeri "altrimenti non ti stimolerei a migliorare"
"Così mi abbassi solo l'autostima..."
Il ragazzo dai capelli castani chiuse gli occhi per un istante.
Fu immediato il colpo del biondo con l'elsa della spada sul fianco destro del compagno.
"Ahia! Per tutti gli dei, Achille, non mi devi ammazzare!" borbottò.
"Rimani sempre in guardia" lo istruì "mai abbassare lo sguardo"
Si allontanarono l'uno dall'altra.
"Un solo passo falso, una sola mossa sbagliata e sei morto"
Patroclo alzò il mento.
"Non ho paura della morte. Tutti dobbiamo morire" disse.
"È il modo in cui moriamo che conta. La morte... la morte è la cosa migliore per coloro i cui nomi rimarranno scritti nella storia"
Achille si chinò ad allacciarsi meglio il nodo dei gambali.
Patroclo tentò, ovviamente invano, di coglierlo di sorpresa.
Gli andò contro con la spada tesa, ma l'altro fu talmente svelto da rigirarla tra le mani del moro e farlo cadere a terra.
"Io rinuncio" dichiarò Patroclo, steso a terra e con il respiro pesante.
Achille si sdraiò accanto a lui.
Sembravano tornati anni e anni indietro, quando non erano che due bambini che si divertivano a giocare con spade di legno e piccoli soldatini.
"Credi che sia questo lo scopo degli uomini?" domandò dopo un po' Patroclo "Fare la guerra e basta?"
"Non c'è nessuna guerra in corso, Patroclo"
"Lo so, ma ho un presentimento"
Gli occhi scuri del ragazzo erano fissi sul cielo sereno che sovrastava i due, come quei sacerdoti che osservano il volo degli uccelli per interpretare i segni degli dei.
"Le guerre sono necessarie perché la gente ricordi ciò che le ha scatenate ed eviti di commettere lo stesso errore una seconda volta. Le guerre portano gloria a chi le combatte"
Patroclo si voltò a guardare il compagno, che tanti anni prima lo aveva scelto.
"Se mai scoppierà una guerra" disse, deciso "voglio combattere"
Achille scattò a sedere.
"Assolutamente no" disse risoluto.
"Perché? Sono pronto!"
"Non lo sei affatto"
"Ma mi hai insegnato tutto quello che sai, ho avuto il migliore dei maestri!"
Il Pelide si voltò verso l'altro e lo prese per la tenuta d'allenamento.
"Sei una delle persone a cui tengo di più, non posso rischiare di perderti" disse, gli occhi azzurri dentro quelli castani di Patroclo "non capisci che se io non sapessi che sei al sicuro qui a casa, non riuscirei a combattere?"
"Scusami"
Achille lo lasciò andare.
Si voltò verso il mare cristallino poco distante da loro.
"Credi che un giorno troveremo l'amore?" domandò il Meneziade.
Il Pelide non lo guardò.
"Non dire idiozie, Patroclo" gli disse, la voce fredda come gli scogli davanti a loro "tu potresti, ma io... io sono un guerriero. E i guerrieri non conoscono l'amore"
Il citofono della casa squillò con un suono acuto.
Selena Holmes lo sentì nonostante fosse in camera sua, con la porta chiusa, al secondo piano.
Sospirò, girando la pagina seguente del libro.
Continuò a leggere per qualche secondo ancora, prima che una voce la chiamasse.
"Tesoro?" gridò sua madre "Vieni giù! C'è il signor Wright!"
La ragazza si girò a pancia in su e sperò di sprofondare fra le coperte blu del suo letto.
Osservò il soffitto della sua camera, dove da piccola aveva fatto mettere un enorme carta da parati decorata con tutte le costellazioni conosciute all'uomo, che si illuminavano ogni volta che le luci venivano spente, come se la sua stanza fosse un planetario.
Non che non le fosse simpatico il signor Wright, anzi.
Era un uomo anziano, con i capelli tutti brizzolati.
Lo conosceva fin da quando era piccola, e già allora adorava stare per ore e ore nella sua biblioteca situata all'angolo di Hyde Park.
Era come entrare ogni volta in un mondo nuovo, eretto su più piani.
Era la biblioteca più grande di Londra.
In più, tutti i libri che prendeva in prestito e che finiva sempre per avere in regalo erano in quel momento in casa sua grazie al signor Wright.
"E va bene" borbottò, con un mezzo sorriso.
"Arrivo!" urlò.
Aprì la porta della sua camera con un click e prese a scendere le scale.
"Selena" le disse subito l'uomo "ho appena concluso di leggere l'Iliade in greco! Un lavoro faticoso, ma è stato bellissimo"
"Sono felice per lei, signor Wright" gli sorrise "io temo di dover aspettare ancora un po'. Io e mamma siamo un po' indietro con le lezioni di greco antico"
"Quante volte ti ho detto che ciò che noi studiamo è..." cominciò la signora Holmes, con una ciocca di capelli neri spruzzata di bianco che le ricadeva sul viso.
"Il dialetto ionico-attico del quinto secolo avanti Cristo" concluse Selena, esasperata "lo so, mamma"
Il signor Wright, che aveva mimato la risposta della ragazza con la bocca, si affrettò a far finta di nulla.
La donna, tutt'ora stimata professoressa di latino e greco nell'università di Oxford, sorrise soddisfatta.
"D'altronde" riprese "la scuola le porta via un sacco di tempo"
"Quando diventerai più brava, Selena, promettimi che leggerai l'Iliade in lingua originale"
Il signor Wright le prese le mani tra le sue.
"Devo ammettere di essermi commosso quando Achille vede in sogno Patroclo" rivelò.
"Pure io, signor Wright" gli diede corda la ragazza "ma non per Achille. Continuo a chiedermi perché tutti lo idolatrino tanto, essendo solo un viziato"
L'anziano scoppiò in una risata divertita.
"Fin da quando era bambina ha sempre preferito Ettore eppure tifato per gli Achei" sua madre la guardò con uno sguardo pieno di dolcezza "una contraddizione eterna"
Selena fece un piccolo sorriso, chinando gli occhi grigi.
Sua madre le aveva sempre detto che i suoi magnifici occhi dello stesso colore della superficie lunare erano identici a quelli di suo padre.
Selena non aveva ricordi di lui, poiché era morto quando lei era troppo piccola per avere ricordi che avrebbe conservato per sempre.
Però le piacevano i suoi occhi.
Sapeva che almeno, così, un parte di suo padre sarebbe vissuta per sempre in lei.
Suo padre le aveva trasmesso anche un'altra cosa: l'amore per la letteratura.
Non c'era poema epico che i due non conoscessero.
Una volta, la ragazza - che all'epoca aveva circa cinque anni - aveva chiesto a sua madre il perché di un nome così inusuale.
Selena non si sentiva tutti i giorni.
"Il tuo nome ha un'etimologia greca" le aveva sorriso la donna, carezzandole la guancia destra.
"Cosa significa etimologia?" aveva domandato curiosa la bimba.
La signora Holmes, allora senza neanche un capello bianco, aveva riso.
"L'etimologia spiega l'origine di una parola. Selenē in greco significa luna. Non appena hai aperto gli occhi e io e tuo padre abbiamo visto di che colore fossero, abbiamo capito come avremmo voluto chiamarti"
Ora, notò con la coda dell'occhio che il signor Wright la stava guardando, lo sguardo indecifrabile.
"Ho qualcosa per te, Selena" disse ad un tratto "vado a prenderla"
"Ma signor Wright" tentò la signora Holmes "è quasi pronta la cena"
"Ci metterò poco Lizzy" promise.
Poi uscì dalla porta d'ingresso.
Selena si voltò verso sua madre, il sopracciglio scuro inarcato.
"Lizzy?" l'apostrofò "Da quando Elizabeth Holmes si fa chiamare con un nomignolo?"
Elizabeth scosse la testa facendo un mezzo sorriso, e andò in cucina.
"Mi ha sempre chiamata così" spiegò, mentre cominciava a posare i piatti di pasta in tavola "da quando mi ha conosciuta, quando ero poco più che una bambina"
"E non ti dà fastidio? Tu impedisci a tutti di chiamarti con un soprannome"
La donna diede alla figlia un cesto con dentro il pane.
Alzò le spalle.
"No, lui... non ci si può arrabbiare con il signor Wright" spiegò.
Selena poggiò la cesta al centro del tavolo.
"Hai ragione" le sorrise.
Poi osservò la tavola scrupolosamente.
"Dovremmo continuare davvero con le lezioni, mamma" disse, mettendosi una ciocca di capelli scuri come la notte dietro l'orecchio.
"In latino sei perfetta, è greco che è il tuo tallone d'Achille" disse Elizabeth.
La ragazza sbuffò.
"Capisco che Achille sia il tuo personaggio preferito, però potresti smetterla di citarlo? Sai che non lo sopporto"
"È solo una storia, Selena"
"Niente è solo una storia, mamma"
Si guardarono per qualche istante.
Gli occhi della donna erano di un nocciola che rasentava il colore del miele.
Luna contro sole.
"Ti farò cambiare idea, Selena" s'intromise una voce, da dietro di loro.
Le due interruppero il contatto visivo e si voltarono.
"Signor Wright!" esclamò Elizabeth "Mi ha fatto prendere un colpo!"
L'anziano fece un sorriso di scuse.
Selena notò che in mano aveva qualcosa, avvolto in una specie di coperta.
"Che cos'è?" volle sapere.
Era sempre stata una ragazza curiosa, come suo padre.
Sua madre, scherzando, diceva che doveva essere figlia di Ulisse tanto era curiosa verso le cose che non conosceva.
Il signor Wright sorrise.
"È per te" disse, porgendole il misterioso oggetto.
Selena fece per aprirlo, ma venne subito interrotta.
"No! Aspetta!" esclamò l'anziano "È meglio... forse è meglio che tu lo apra in camera tua, una volta sola e in tranquillità"
Elizabeth inarcò un sopracciglio, ma non disse niente.
"Oh... ehm, si va bene" balbettò la ragazza, incerta su cosa dire "grazie mille"
L'uomo le sorrise incoraggiante.
"Andiamo a tavola?"
***
Selena rientrò nella sua stanza, e si chiuse la porta alle spalle.
Il libro dell'Iliade era ancora aperto sul suo letto, nel punto dove l'aveva lasciato.
Il suo cervello continuava ad elaborare sempre più domande e sempre meno risposte.
Cosa intendeva dire il Signor Wright?
Ti farò cambiare idea, Selena.
Scosse la testa.
Probabilmente era solo un vecchio pazzo.
Lei non avrebbe mai cambiato idea.
Se lei odiava un personaggio, lo odiava per sempre.
Se invece lo amava, lo amava per sempre.
E Achille, figlio di Peleo, era compreso nella prima categoria.
Un sacco di volte, a scuola, durante le lezioni di letteratura greca, la professoressa aveva posto la tanto attesa domanda: Ettore o Achille?
E tutti - Selena esclusa ovviamente, ne sarebbe andato del suo orgoglio - avevano risposto in coro il nome del Pelide.
Perché nessuno capiva che era meglio Ettore?
Colui che si è sacrificato per la sua patria.
Che ha rinunciato a vedere crescere suo figlio Astianatte per proteggere Troia.
Invece no.
Tutti sceglievano Achille.
Il personaggio più viziato e arrogante che la piuma di Omero avesse mai creato, la ragazza soleva definirlo così.
Sospirò.
Lanciò uno sguardo verso il regalo del signor Wright, ancora avvolto nella coperta bianca.
Si avvicinò e lo prese tra le mani.
Fu quando fece per togliere la coperta e scoprire cosa ci fosse sotto di essa che accadde.
Il grosso orologio in legno di quercia - questo era il misterioso dono - intagliato nella parte più alta con decorazioni corinzie, scivolò dalle mani di Selena andando ad infrangersi sul letto, proprio sopra il libro aperto.
Non fu la parte in legno a spaccarsi, quanto piuttosto la parte che segnava l'ora.
Il vetro si spaccò, provocando un urlo da parte della ragazza.
Le lancette non si staccarono.
Presero anzi a girare, girare e girare.
Come se avessero preso vita e ora stessero facendo una danza sfrenata, come quella che i sacerdoti Salii facevano in onore del Dio Marte, nell'antica Roma.
Selena per un istante osservò meravigliata l'evento che le stava davanti.
Poi una scheggia di vetro la colpì.
La ragazza, a dirla tutta, non aveva neanche sentito l'impatto.
Fece solo qualche passo indietro, confusa, sfiorandosi con una mano la fronte.
Poi, mentre cadeva in avanti senza un reale motivo, le tenebre l'avvolsero.
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