IV. Come le foglie in autunno
Se c'era una cosa che Selena stava cominciando ad apprezzare del territorio troiano, era la frescura serale.
A Londra, anche in estate, di sera bisognava uscire con una maglione mentre lì faceva caldo.
Ma non il caldo soffocante che aveva provato durante una vacanza fatta in Italia con sua madre, anni prima.
Un caldo piacevole perchè mitigato da un fresco venticello.
I pasti venivano consumati insieme, nell'accampamento acheo, in piccoli gruppetti.
Ci si sedeva intorno ad un falò, adagiato su tronchi cavi – sempre gli stessi da nove anni – e si arrostiva sul fuoco scoppiettante ciò che dei soldati che erano andati a caccia avevano preso.
Era la prima sera per Selena.
Patroclo aveva detto che le avrebbe fatto conoscere dei soldati che solitamente usavano sedersi con lui ed Achille.
Per ora, però, erano solamente lei e il Meneziade ad essere seduti.
"Achille dovrebbe arrivare a momenti" commentò, guardandosi intorno.
Il Pelide era andato nell'agorà – la parte centrale dell'accampamento – a prendere ciò che spettava al loro falò per la cena.
"Cosa si mangia di solito?" domandò Selena.
Non ne aveva assolutamente idea, visto che nell'Iliade non se ne parlava.
Erano trascurati un sacco di dettagli della vita quotidiana, nel poema omerico, a dirla tutta.
"Cinghiale o piccoli uccelli" le rispose Patroclo "se siamo fortunati cervo"
Per fortuna non era vegetariana, pensò lei.
Il giovane poi, scorgendo probabilmente l'amico in lontananza, si chinò a ravvivare le braci del fuoco con un bastone che c'era lì vicino.
"La cena" annunciò poi Achille, mettendo il cinghiale – che fece attraversare dall'asta – sopra le braci.
Un ragazzo si unì a loro.
"Lui è Automedonte" lo presentò Patroclo.
Selena gli sorrise e il giovane arrossì.
Doveva aveere su per giù la sua età.
"C'è posto per una vecchia volpe?" domandò una voce profonda.
Gli occhi azzurri di Achille si illuminarono e un sorriso si dipinse sul suo volto.
"Ulisse" disse "unisciti a noi"
Selena alzò lo sguardo di scatto e riconobbe l'uomo che, al suo arrivo come schiava di guerra, l'aveva guardata divertito.
Non riuscì a trattenere un sorriso – che cercò di nascondere – alla vista del suo personaggio preferito nella letteratura greca.
Ulisse, re di Itaca, si sedette accanto alla giovane.
La guardò con un sorrisetto in volto.
"Devo farti i complimenti per la tua mira" le disse, facendola arrossire "e dirti che non c'è stato un solo sovrano presente in quel momento, tranne forse Menelao di Sparta, che non sia stato contento di vederti sputare in faccia ad Agamennone. Perciò grazie, a nome di tutti i piani alti"
Selena rise.
"Credo di essere stata troppo sfrontata" ammise.
Vide con la coda dell'occhio che Achille la stava osservando con l'ombra di un sorriso in volto.
Doveva esserselo immaginata, si disse.
"Ulisse?" lo chiamò Patroclo.
L'uomo si voltò a guardarlo.
"Ci racconti una storia?"
Le fiamme del fuoco sembravano ballare riflesse negli occhi castani del re di Itaca.
Lui sorrise.
"Vi racconterò di quando mi hanno costretto a partire per questa guerra"
E raccontò della terra brulla di Itaca, di quando aveva deciso di fingersi pazzo per poter rimanere a casa con sua moglie Penelope e il loro figlioletto Telemaco.
Di quando, vedendo arrivare Agamennone, Menelao e Palamede per fare in modo che rinnovasse la promessa fatta il giorno in cui Elena la bella aveva scelto il suo sposo, aveva sparso del sale sulla terra della sua patria e aveva guidato un aratro con due buoi e un asino al contrario per giustificare la sua pazzia, un cappello da contadino dismesso in capo.
Di quando però Telemaco era stato brutalmente strappato dalle braccia dell'intelligente Penelope e posato sulla rotta dell'aratro, costringendo Ulisse a fermarsi per non uccidere il figlioletto, smascherando il suo inganno.
"Saresti dovuto partire subito per la guerra, Ulisse" osservò Achille.
Il Laerziade sorrise, scuotendo la testa, come se sapesse cose che il Pelide ignorava.
Cosa molto probabilmente vera.
"No" rispose "avrei fatto di tutto e di più per poter restare con mia moglie e mio figlio"
"Ma la guerra porta gloria" ribattè Achille, testardo "ci sono forse cose più importanti che essere ricordato per i secoli a venire?"
"In verità" si intromise Selena, avendo immaginato centinaia di volte la conversazione nella sua testa "ci sono altre cose per cui varrebbe la pena essere ricordati, soldato, non per aver vinto una guerra"
Il semidio la guardò, inarcando un sopracciglio biondo.
"Ad esempio?" domandò in tono annoiato.
La giovane incrociò le braccia sotto il seno, in una perfetta imitazione di sua madre.
"Ad esempio per aver evitato una guerra" rimbeccò.
"Sciocchezze"
"Io non penso proprio"
"Ci sono molte cose su cui la pensiamo diversamente, ragazza"
"Ma non per questo ciò che dico io ha meno valore di ciò che dici tu, come sottintende il tuo tono, soldato"
"Achille si è già reso conto di amarla?" bisbigliò Ulisse all'orecchio di Patroclo, mentre gli altri due continuavano a battibeccare.
Il Meneziade fissò attonito il re di Itaca.
"Amarla?" ripetè.
"E' lampante, temo, giovane Patroclo" spiegò l'altro "lo vedo nei suoi occhi. Brillano quando parla con lei"
Il giovane sentì una fitta al cuore.
***
"In questo momento vorrei essere ancora tra le braccia di Morfeo" commentò Achille, le braccia conserte sul petto muscoloso.
Patroclo soffocò una risata
"Hai sempre avuto il vizio di dormire troppo" lo rimproverò affettuosamente.
Il Pelide lo guardò con tanto d'occhi.
"Io lo chiamerei diritto!"
Patroclo alzò gli occhi al cielo e fece per replicare qualcosa, quando vide gli occhi azzurri del compagno aguzzarsi.
"Hai visto qualcosa?" gli chiese, curioso.
Achille affilò ancora di più la vista, potenziata dal suo essere in parte divino.
"Un vecchio" spiegò "si sta avvicinando. Sembra un sacerdote... ha un bastone bianco in mano, avvolto da bende"
"Viene in pace" commentò Ulisse che si trovava accanto ai due.
"Stavi origliando?" lo punzecchiò il Pelide, un sorrisetto beffardo in volto.
Il re di Itaca alzò le spalle, con fare innocente.
"Per essere i migliori consiglieri bisogna, oltre all'astuzia naturale, avere anche un po' di furbizia ed essere sempre aggiornati" spiegò.
"Come fai a sapere che venga davvero in pace?" chiese invece Patroclo "E' di sicuro un sacerdote troiano"
Ormai il vecchio era sempre più vicino, e molti altri sovrani si erano accorti di lui mentre altri erano ancora intenti a chiacchierare tra loro, in attesa dell'arrivo di Agamennone che avrebbe spiegato l'ordine del giorno.
"I sacerdoti vengono sempre in pace" disse Ulisse "in più il bianco è il colore della pace"
Il vecchio sacerdote ora era visibile a tutti.
Si fermò e osservò la folla di Achei, riprendendo fiato.
"Atridi!" chiamò.
Ci fu un movimento nella tenda accanto al palco dove solitamente Agamennone saliva, insieme al fratello, e dava ordini per le seguenti battaglie o strategie di guerra.
Ne uscì un uomo, con i capelli rossi scompigliati come se si fosse appena svegliato.
Menelao, re di Sparta, si guardò intorno confuso.
"Atride" continuò il sacerdote "chiedo di aver udienza con tuo fratello, Agamennone, re di Micene"
"Eh?" replicò il fratello minore "E tu chi saresti, vecchio?"
"Crise, sommo sacerdote di Apollo" fece un lieve inchino.
"E' il padre di Criseide, la schiava di Agamennone, che è arrivata con Selena e l'altra ragazza" bisbigliò Achille, all'orecchio di Patroclo.
"E chiedo, davanti a tutti gli illustri e nobili sovrani della Grecia, udienza con il re dei re, Agamennone l'Atride" ripetè, alzando lo scettro e facendo oscillare le bende in aria.
Agamennone uscì dalla sua tenda.
"Cosa succede qui?" guardò il fratello che alzò le spalle, sempre più confuso.
Crise si avvicinò al re di Micene, salendo gli scalini che portavano al palco.
Ora i tre erano visibili a tutti.
"Sommo re dei re" il sacerdote fece un piccolo inchino sotto lo sguardo sprezzante di Agamennone "chiedo la restituzione di una figlia ad un padre, con in cambio grandissime ricchezze. Chiedo la restituzione di Criseide"
Le risate dei due Atridi proruppero nel silenzio che aleggiava intorno alle parole del sacerdote.
Crise sembrò raddrizzarsi sul corpo indebolito dall'età, lo sguardo fermo.
"Mi è stata ingiustamente strappata" continuò "è solo una bambina"
"E' abbastanza grande per soddisfare i miei desideri, vecchio" osservò Agamennone, ridendo e umidificandosi le labbra.
"Che essere ignobile" bisbigliò Patroclo all'orecchio di Achille.
"Vi prego" il tono di Crise era paziente "restituitemela, in cambio avrete enormi ricchezze"
"No, vecchio, questa è la mia risposta" sibilò il maggiore degli Atridi "e vedi di non tornare più qui altrimenti non sarò più così compassionevole nei tuoi riguardi"
Il sacerdote alzò lo scettro come se fosse un'arma.
"Apollo!" invocò "Proteggi il tuo servo fedele e punisci l'oltraggio da me subito! Aiuta il tuo messaggero. Una pestilenza si abbatterà su di voi, o Achei, per ogni giorno che passerò senza mia figlia, sangue del mio sangue. Apollo ha ormai scagliato la sua freccia avvelenata sul vostro accampamento e ora siete segnati, poichè non mi avete dato ascolto. Che gli dei abbiano pietà di voi, Atridi"
Poi si voltò e, lentamente, abbandonò l'accampamento, mentre nell'aria ancora aleggivano le sue minacce.
"E voi? Cosa avete da guardare?" sbottò Agamennone.
Con un ultimo sguardo irato, si rifugiò nella sua tenda, mentre la folla di sovrani andava dissipandosi.
***
Selena non si ammalò subito.
A dirla tutta, non furono gli uomini i primi ad ammalarsi.
Ma gli animali.
Il giorno seguente, la giovane lanciò un urlo alla vista dei muli afflosciati contro le staccionate e i cani riversi a terra, gli occhi vuoti e muco giallo che cadeva dalle loro bocche.
"Patroclo!" chiamò "Corri!"
Sapeva che le parole di Crise – riferitele dai due Mirmidoni con cui condivideva la tenda – erano veritiere e che una terribile pestilenza, per dieci giorni, avrebbe flagellato l'accampamento acheo.
Non aveva pensato alla possibilità che si sarebbe potuta ammalare anche lei.
Dopotutto, aveva fatto tutti i vaccini che nella sua epoca era obbligatori.
Ma ovviamente, questi non prevenivano una pestilenza dovuta da un dio in un poema omerico.
"Per tutti gli dei dell'Olimpo" sussurrò lui, osservando la strage che gli si parava davanti con gli occhi castani spalancati.
Anche Achille li raggiunse, perlustrando con occhio critico ciò che li circondava.
"Questo è di sicuro opera di un dio" osservò.
"Ricordi cosa ha detto il sacerdote?" il Meneziade guardò il compagno "Apollo ci avrebbe punito"
"Devo parlare con mia madre"
"Sta' attento" disse Selena, prima di riuscire a fermarsi.
Sbattè le palpebre un paio di volte, sorpresa da ciò che aveva appena detto.
In quale strano universo parallelo era finita?
Perchè era questo che doveva essere successo.
Non era possibile che nella realtà lei avesse potuto dire ad Achille di stare attento.
Achille la guardò con un sorrisetto beffardo in volto.
Si posò teatralmente una mano sul cuore.
"Certamente, tutto per non farti stare in pensiero per la mia misera vita" disse.
La giovane alzò gli occhi al cielo.
Il Pelide tornò quella sera, il volto pallido.
"Cosa ti ha detto Teti?" domandò Patroclo.
Achille si avvicinò alla bacinella piena d'acqua e si sciacquò, stringendo poi le mani sul bordo di essa fino a che le nocche non gli diventarono bianche.
"Abbiamo ragione, Crise non mentiva" spiegò.
Selena sentì un brivido che le saliva su per la schiena.
"Speriamo si abbatta solo sugli animali" commentò Patroclo, alzando lo sguardo verso l'amico.
Ma, dal suo tono, la giovane capì che non ci credeva nemmeno lui.
"Io ne dubito" s'intromise quindi "si abbatterà anche su di noi"
"Come fai a saperlo?"
"Ho un presentimento"
E un poema in greco antico dedicato alla vostra storia che me lo conferma, aggiunse nella sua mente.
"Sarà meglio andare a riposare" aggiunse poi "per prepararci domani, nel caso dovremmo dare una mano a Podalirio e Macaone"
Fu la mattina dopo che accadde.
Selena venne brutalmente strappata dalle braccia di Morfeo cominciando a tossire.
Achille le fu accanto con uno scatto impossibile a qualcuno senza una discendenza divina.
"Stai bene?" le chiese, posandole una mano sulla schiena.
Patroclo si alzò, i riccioli castani scompigliati.
Selena rivolse gli occhi grigi allarmati su quelli azzurri del semidio, allontanando la mano che si era portata alla bocca.
Era macchiata di sangue.
"Dobbiamo portarti nella tenda di Podalirio, subito" Patroclo era in piedi e tendeva una mano verso al giovane, attendendo che lei la prendesse.
"No" gli occhi di Achille scintillavano "rimarrà qui"
"Achille, non è il momento di fare gli eroi"
"La controllerò personalmente, starò costantemente con lei, ma voglio che rimanga qui"
I due si squadrarono.
Nella mente di Patroclo ritornarono alla mente le parole di Ulisse.
Achille si è già reso conto di amarla?
Forse lui no, ma il Meneziade si.
Sospirò.
Guardò un'ultima volta Selena, che aveva gli occhi rossi e bagnati.
"D'accordo" disse "prenditi cura di lei, io torno appena posso. Devo aiutare Podalirio"
E uscì dalla tenda.
Achille si voltò verso di lei.
"Sdraiati" le disse con un tono dolce che mai lei gli aveva sentito usare "e cerca di dormire un po'"
La giovane annuì piano, e si sdraiò.
Si sentiva la testa pesante e la gola le bruciava.
Il giovane le posò una mano sulla fronte e la ritrasse subito, nascondendo l'ombra che gli era passata in volto.
Si alzò e immerse un panno nell'acqua della bacinella.
"Ho la febbre, non è vero, soldato?" sussurrò lei, la voce roca.
Achilel tornò al suo capezzale.
Notò che il bellissimo grigio delle iridi di Selena era quasi del tutto inghiottito dal nero della pupilla.
"Non molto alta" le disse.
"Bugia"
Selena chiuse gli occhi con un sospiro.
Doveva solo aspettare dieci giorni.
Resistere dieci giorni.
Poi Achille avrebbe convocato un'assemblea tra i sovrani achei e Criseide sarebbe tornata tra le braccia di suo padre.
E Apollo sarebbe stato placato.
I giorni passarono e le condizioni di Selena non miglioravano.
Un lato positivo c'era, certo.
Era ancora in vita, mentre tutti gli altri soldati che erano stati colpiti dalla pestilenza cadevano come le foglie in autunno, per citare Ungaretti.
E con la febbre costante, arrivò anche il delirio.
Durante la notte, capitava che Selena cominciasse a parlare, in uno stato tra la veglia e l'incoscenza.
Nella tenda, da nove giorni a quella parte, erano solo lei ed Achille a dormire lì.
Patroclo passava tutte le ore della sua giornata ad aiutare come poteva nella tenda dei figli di Asclepio.
Oramai nemmeno Achille dormiva più, passando la notte ad osservare il respiro regolare di Selena e il suo petto che si abbassava e si alzava.
"Papà..." sussurrò ad un certo punto lei, la nona notte, in una lingua che lui non conosceva.
Lui le fu subito accanto e le prese le mani tra le sue, carezzandogliele per rassicurarla.
"Va tutto bene" le disse.
"Mi manchi tanto" continuò Selena, parlando in inglese.
Il Pelide non sapeva cosa fare, non capendo niente di quello che la giovane stava dicendo.
"Mamma" disse poi "mi dispiace tanto di averti lasciata da sola"
Poi, con uno scatto, si alzò a sedere aprendo gli occhi grigi.
Però erano occhi che non vedevano davvero quello che la circondava.
"Selena, devi sdraiarti..." con delicatezza, Achille la fece stendere di nuovo.
"Soldato" sussurrò poi, questa volta in greco.
"Sono qui" le bisbigliò lui.
"Non lasciarmi"
"Starò qui fino a che non starai di nuovo bene" le strinse la mano "quando ti sveglierai sarò al tuo fianco e vi rimarrò fino a quando non mi caccerai a forza, guardandomi male come fai sempre e dicendomi qualcosa di tagliente"
Gli occhi grigi erano puntati su di lui, ma senza vederlo veramente.
"Ho freddo..." mormorò Selena.
Achille, con delicatezza, si mise nel giaciglio accanto a lei e la circondò con il cerchio delle sue braccia, riscaldandola con il calore del suo corpo.
Non rischiava di ammalarsi anche lui, sua madre Teti lo proteggeva.
"Va meglio?" le domandò "Ora cerca di dormire"
Selena chiuse gli occhi.
"Agli ordini, soldato" bisbigliò, mentre l'alba del decimo giorno sorgeva all'orizzonte.
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