Sotto ogni stella del cielo
Simone è cocciuto e Manuel lo ha sempre saputo, per cui non è una sorpresa per lui quando, tre giorni dopo, sollevando lo sguardo dalle ripetitive tabelle in Excel, trova l'altro ragazzo sulla soglia della porta, lo zaino in spalla e un'espressione indecifrabile in viso.
«Che ce fai qua?» dice, in un sussurro. «Non dovresti essere a scuola?»
In ufficio è solo in quel momento: Egidio si è allontanato per la sua fissa pausa caffè delle dieci.
«Dimmelo tu» replica Simone, deciso. «Sono tre giorni che mi eviti.»
«Non è vero.»
È verissimo.
Purtroppo, Manuel ha la cattiva abitudine di chiudersi in sé stesso quando qualcosa non va e le persone che ha intorno ne pagano le dirette conseguenze.
Una parte di lui sa che potrebbe risolvere la questione parlandogliene, che sarebbe logico, che è stato il primo a dire che si può affrontare tutto, problema dopo problema.
Il punto è che lo scoglio che ha davanti pare insuperabile, quel problema troppo grosso che a buttare giù si creerebbero conseguenze gravi.
È una trappola, un labirinto senza via d'uscita e senza un filo di lana ad indicarla.
Simone sospira ed entra nella stanza, chiudendosi la porta di vetro alle spalle. «Sì che è vero» ribadisce. «Mi spieghi che succede?»
«Niente.»
«Niente? Ti inventi che stai male quando me sembra che stai benissimo, non rispondi ai messaggi o alle chiamate, non mi parli.»
«So' giorni un po' frenetici qui e...»
«Cazzate.»
La sua voce è ferma. I suoi passi continuano lenti finché non è di fianco all'altro. Lo fissa per un attimo, mordendosi l'interno della guancia, poi si piega sulle ginocchia in modo da essere più o meno alla stessa altezza.
Manuel fa di tutto per evitare il suo sguardo, con poco successo.
Ed è micidiale.
Schiude le labbra per poter rispondere — con cosa non ne ha idea — ma ciò gli viene impedito dal ritorno di Egidio, il quale gracchia un saluto in direzione dell'ospite in ufficio.
Decisamente quella conversazione non può continuare lì.
«Andiamo di là» suggerisce, dunque. Fa un cenno con il capo e si alza dalla sedia girevole, facendosi seguire dal più piccolo lungo il corridoio spoglio.
Cammina spedito verso il bagno, l'unico posto privo di vetrate che può garantire loro un po' più di riservatezza, anche se le pareti sono sottili.
«Ora mi spieghi che succede?» Simone incalza subito.
Manuel muove qualche passo nervoso nel nuovo ambiente, una stanza minuscola con due lavandini e un lungo specchio rettangolare sopra. «Niente, davvero» ripete.
«È per quello che ti ho detto l'altra sera, vero? Ti sei spaventato, poi mio padre è venuto alla partita e...»
«No, non è per quello.»
«Certo che è per quello! Ti conosco ormai, sei strano da quel momento.»
Purtroppo per lui, è la realtà: Simone lo conosce fin troppo, fin dentro le ossa.
Assurdo sotto certi aspetti, ma è così, e odia mentirgli, odia essere evasivo, infantile da quel punto di vista. In linea teorica, dovrebbe essere quello più maturo tra i due, però risulta l'esatto contrario in quel frangente.
Alla fine, nessuno ti insegna davvero come affrontare determinate situazioni.
È la prima e unica vita per tutti, indipendentemente dall'età anagrafica.
«È tutto okay» sospira. «È che sta succedendo tutto insieme ed è tanto da gestire.»
«Lo so, ma se ti chiudi con me come pensi che possiamo farcela?»
In maniera inevitabile, la distanza tra di loro è diminuita. Sono uno di fronte all'altro.
Manuel percepisce la ceramica del lavandino premere contro la parte bassa della schiena e si appoggia ad esso con entrambe le mani, giusto per avere un supporto e non cadere, dato che percepisce le gambe deboli.
Non dice nulla, si fa avvolgere dal silenzio perpetuo. Si lascia scrutare dai due occhi scuri e profondi che ha davanti, nei quali, come al solito, annega. Da essi si fa trasportare e si sporge in avanti, a far collidere le loro labbra.
Probabilmente non dovrebbe, non con il casino che ha in testa.
Agisce comunque come se fosse un bisogno vitale, una necessità senza la quale non può continuare ad esistere.
È un bacio profondo, sebbene duri poco.
Quando si stacca, rimane abbastanza vicino da far sfiorare la punta dei loro nasi e percepire il suo respiro sulla pelle.
Simone socchiude le palpebre per un breve istante e appoggia i palmi sul suo petto. «Non spezzarmi il cuore, Manuel» dice, in un sibilo. «Ti prego, non... non saprei cosa fare.»
È fragile, malleabile, creta nelle sue mani. Si mostra in quel modo senza nasconderlo più, mettendo in mostra ogni paura che possiede, senza provare a nasconderla.
Lui non sta fuggendo.
Manuel, invece, sì.
Quest'ultimo non parla, fa soltanto cenno di no con il capo, spera che sia sufficiente, ma «Lo giuri?» insiste l'altro ragazzo.
«Lo giuro» dice.
Mente.
«Sotto ogni stella del cielo?»
Dio.
«Sotto ogni stella del cielo.»
Porta una mano sul suo viso. Con la punta delle dita sfiora piano i suoi tratti partendo dal sopracciglio sinistro, a scendere sullo zigomo e, infine, sui contorni delle labbra.
Ha imparato a conoscerli, li sa a memoria, potrebbe disegnarli.
«Quanto sei bello, piccolè» soffia. In realtà, gli pare di averlo solo pensato, invece la frase viene esternata.
Simone abbozza un sorriso. «Pure tu non sei male» sussurra. Aggiunge una risata, priva di alcun entusiasmo come se in quel luogo non potesse esserci, non ora.
Manuel vorrebbe tanto riavvolgere il tempo, tornare indietro, non per impedire che tutto ciò che c'è stato tra loro accada; al contrario, vorrebbe tornare ai giorni più leggeri, quelli in cui impazziva per le sue provocazioni, quando lo vedeva girare nudo per casa e doveva nascondere le guance rosse.
E poi fermarsi lì, in un limbo di risate e baci rubati.
Ora gli sembra di vivere sulle macerie di ciò che è stato.
Pare che abbiano commesso un crimine, quasi.
Da quanto amarsi lo è?
«Vai a scuola, mh? Non devi fa' troppe assenze» sibila. Non ha smesso di accarezzargli una guancia.
«Tanto c'è educazione fisica le prime due ore, non mi perdo niente.»
«Vai lo stesso.»
Simone è titubante, non vuole interrompere il contatto. È lo stesso che, però, Manuel spezza poco dopo, allontanandogli le mani e costringendolo a fare un passo indietro.
«Mi chiami più tardi?» sussurra il più piccolo.
«Mh-m.»
«Ci conto.»
🏍️🏉
Più tardi lo chiama, in effetti.
La conversazione dura poco, ci sono più silenzi che altro e, di solito, anche quelli sono belli.
Di solito.
In questo caso, l'assenza di suono risulta più opprimente, piena di segreti e cose che non si vogliono dire.
Verso sera, quando è già rientrato nell'appartamento di Egidio, solo sul divano, è una diversa chiamata che sopraggiunge.
Il nome sullo schermo riporta Mà❤️ e, in un primo momento, non vuole nemmeno rispondere.
Non è il prototipo di persona che serba eccessivo rancore — dipende dai casi, ovvio — solo che per davvero Anita lo ha ferito, assumendo quel comportamento.
Un minimo di supporto da parte della madre se lo aspettava, magari non completo, magari un briciolo, invece...
Non ha mai messo in contro una simile tragedia.
Si impunta a ignorare la donna per un po', ciò che è sufficiente a farle capire la gravità della situazione.
Purtroppo, però, Anita è il suo punto debole e lo sarà sempre. Ha trascorso una vita intera a vederla lottare, a patire sofferenze, che l'idea di esserne la causa lo annienta.
E dunque: «Pronto?», dice dopo trenta secondi.
«Pensavo non mi rispondessi» la voce della madre è sommessa.
Manuel immagina che si è nascosta da qualche parte per effettuare quella chiamata. «C'ho pensato.»
Ode un suo sospiro. «Lo so, io... mi dispiace.»
«D'avermi cacciato di casa o che altro?»
«Pe' tutto, Manuel. Tu... cioè, è 'na situazione complicata, lo capisci?» specifica Anita. Fa una breve pausa durante la quale il figlio rimane in silenzio. Dopo prosegue: «Se tu me ne avessi parlato prima...»
«Ma', non riuscivo manco a dirti che me piacevano gli uomini per paura della reazione tua! E considerando come l'hai presa, facevo bene ad averne.»
«Non è così» si affretta a puntualizzare lei. «Sei mio figlio, per me non cambia niente se ti piacciono gli uomini.»
«Anche gli uomini.»
«Eh, quello! A me non fa differenza, è solo che...»
«Che?»
«Che è Simone, Manuel. Perché... perché tra tutti, proprio lui?»
Se lo è chiesto, ovviamente, Manuel, più di una volta, durante i suoi tentennamenti, i mille problemi sul trovare una spiegazione a ciò che sentiva, le paranoie, i dilemmi interiori.
Se lo è chiesto il perché Simone e non Fabrizio, Marco, Giampaolo, Luca, Bruno o chiunque altro con cui è andato a letto da quando il matrimonio con Nina è finito.
Persino perché non Marta.
Un motivo non lo ha trovato.
L'unica risposta che ha, quella che è esterna, coincide con «È successo senza che potessi controllarlo», che è la verità più assoluta.
Il punto è proprio questo: non si controlla di chi ci si innamora, è un sentimento complesso sul quale le persone si interrogano, ne ricercano le origini da millenni e nessuno è mai giunto ad una conclusione che accontentasse il mondo intero.
Semplicemente, l'amore esiste, come fanno la Terra, la Luna, il Sole e il resto dei pianeti.
È fuori da ogni logica, a volte pure dalle leggi morali.
E loro, forse, non ne hanno mai rispettata una.
Dalla parte opposta c'è silenzio per un po'. Forse, pensa Manuel, Anita sta cercando un modo consono per reagire, qualcosa di sensato da dire.
Sopraggiunge una sua replica poco dopo: «Manuel, io... se fosse stato chiunque altro, chiunque, non mi sarebbe importato, ma... Dio, è il figlio di Dante e se a lui non sta bene, io non posso, non...»
«Lo so. Perché Dante è tutta la vita tua, no?»
Ulteriore silenzio, un lungo sospiro. «In questo caso sì» sussurra la donna.
Manuel neppure si aspettava una risposta differente.
Gli torna alla memoria la domanda che gli ha posto Chicca, se è da egoisti voler essere felici.
Ed ecco, in quel caso, può affermare che è così.
Per essere felice lui, dovrebbe rovinare la vita della madre e quella di Simone, di conseguenza.
Non sa se ne vale la pena, se può avere la supponenza di essere così importante.
Un sorriso mesto appare sulle sue labbra, intanto che la consapevolezza di ciò che deve fare si fa più strada in lui, diventa più chiara.
Saluta la madre in seguito alle ennesime assenze di suono. Le dice che la chiamerà nei prossimi giorni sebbene non crede che ne sarà in grado.
Perché poi nei prossimi giorni è tutto un macello.
Si sente in trappola, sulla linea sottile tra cosa è giusto e cos'è sbagliato e ha la sensazione che qualunque cosa farà sarà sbagliata in qualche modo.
L'unica sua certezza, quella imprescindibile, ferma, immobile, è che non è una persona egoista.
Può definirsi in mille modi, ma quello mai.
Ha sempre messo gli altri prima di sé stesso e ciò non è mai cambiato.
Non cambia neppure ora.
Quel giorno esce prima dal lavoro. Ha ancora un sacco di ore di permesso. Egidio gli augura un buon pomeriggio, lui che non sa che sarà il peggiore della vita del collega.
Guida fino a casa con l'Audi, la parcheggia a due isolati di distanza dal portone. In seguito, chiama un taxi e gli fornisce l'indirizzo di Villa Balestra.
Il traffico non è spropositato a quell'ora, ragion per cui raggiunge la meta in un tempo decisamente breve.
Peccato, per una volta avrebbe voluto che il tragitto durasse un po' di più, giusto per avere più tempo per... pensare.
Ma forse avere più tempo sarebbe corrosivo.
Paga il taxi con il bancomat, trattenendo il respiro finché la transizione non è valida. Saluta con cortesia e abbandona il veicolo.
Anche le sue gambe sono pesanti mentre si trascina fino alla porta e bussa.
Qualche secondo dopo, è Dante ad aprire.
«Ti posso parlare?» evita i saluti.
Il professore non dice nulla, si limita a scostarsi per lasciargli lo spazio sufficiente ad entrare in casa, dove non c'è nessuno, a quanto pare.
Tanto meglio.
Manuel cammina nell'abitazione quasi fosse un intruso, un estraneo. È una strana sensazione, in effetti, visto che pochi mesi prima ha definito quel posto come "casa". Trascina i piedi fino al salotto ove è presente una luce soffusa che tinge ogni cosa di un colore caldo e tenue.
Non è il colore che dovrebbe esserci, pensa, è qualcosa di troppo accogliente per quel momento.
Ci starebbe bene un blu, qualcosa di più freddo, di glaciale.
«Che vuoi dirmi?» esclama Dante. Mette le mani in tasca, fermo a qualche metro di distanza dal ragazzo. «Spero buone notizie.»
Manuel stringe i pugni lungo i fianchi. «Io c'avevo un altro ricordo di te e di 'sto posto» attesta e si guarda intorno, a scrutare l'ambiente. «Me ricordo del mio professore che me dava lezioni di vita tramite la filosofia coi suoi insegnamenti un po' fuori dalla norma, che mi ha evitato di finire in brutti giri, che è venuto in soccorso nostro quando c'hanno sbattuto fuori casa. Ed era un bel ricordo, qualcosa a cui mi aggrappavo nei momenti in cui vedevo tutto nero. Immagina scoprire che è tutta 'na bugia e che—la persona che più stimavo al mondo invece è uno stronzo che pretende di avere il controllo sulla vita degli altri.»
È schietto, diretto, magari fin troppo, eppure Dante non ne sembra affatto scalfito. Al contrario, abbozza una risata ironica e muove due passi nella sua direzione. Si ferma a pochi metri di distanza. «Tengo solo al bene di mio figlio e avere una relazione con un uomo adulto, con un divorzio alle spalle, non rientra nel meglio che può avere» sentenzia, letale.
Anche a Manuel sfugge una risata, più isterica. «So' cazzate» ribatte. «La tua è solo una mania del controllo, specialmente su di lui. Se ci tenessi per davvero, non avresti toccato le sue passioni, non l'avresti messo co' le spalle al muro, lo avresti lasciato libero di scegliere ciò che vuole e chi vuole.»
«No, perché Simone è un ragazzino accecato dalla follia della sua età. Non è razionale, per questo gli serve qualcuno che gli mostri la giusta via.»
«Simone è molto più che razionale, c'ha solo un padre che è un po' 'na merda.»
Forse quel colpo va leggermente più a segno. Perlomeno è ciò che deduce Manuel dall'espressione che vede dipingersi sul volto del professore.
Stringe i pugni lungo i fianchi. Si sente soffocare. «Però Simone è anche... cocciuto. Davvero, è la persona più testarda del mondo, se si mette in testa qualcosa, non gliela togli. Ed è questo il punto. Se sta con me, lo spedisci in Scozia, in quel college, e lui ci andrebbe, rinuncerebbe a tutto e si arrenderebbe e non deve.»
«Tu non avvicinarti più a lui e in Scozia non ci va.»
«E questo è un ricatto.»
«È un compromesso.»
Manuel ne ha fatti tanti nella sua vita, quasi da perderne il conto: la sua convinzione, del resto, è che l'intera esistenza si basa su un unico, grande, eterno compromesso e ciò che ha davanti sarebbe l'ennesimo e pure quello più doloroso.
«Allora facciamone un altro» esclama. «Se io lo lascio, tu lo fai rimanere qui a Roma, niente Padova, niente Scozia. Lo supporti in ogni passo con il rugby, andando alle sue partite, facendo il tifo, dando un sostegno economico finché non entra in nazionale. Non lo fermi, non lo costringi a fa' medicina, ingegneria o che altro.»
«Ho già detto di sì, se gli stai lontano.»
«Promettilo, lo voglio sentì. Voglio sentì che lo lasci libero e che non spezzi il cuore a mia madre.»
Dante non ha levato l'espressione rigida e strafottente che ha tenuto in faccia per tutto il tempo. Intreccia le mani dietro alla schiena e muove dei passi lenti verso il ragazzo. Si ferma quando è lontano da lui soltanto pochi centimetri. «Lo prometto» sibila e un sorriso storto e soddisfatto compare sulle sue labbra sottili.
Manuel serra la mandibola. Ha fatto la cosa giusta, ma si sente in balia delle onde.
Si limita ad annuire, a mantenere uno sguardo duro sebbene dentro si stia sgretolando. Sbatte rapidamente le palpebre cacciando via delle lacrime che non vuole versare, non in quel momento.
Indietreggia, instabile, e da quel luogo vuole andarsene e basta. Allora, è in procinto di abbandonare la stanza. Si ferma prima sulla soglia della porta del salotto.
«Per quel che vale, so' davvero innamorato di tuo figlio e non smetterò di farlo, non è mai stata 'na cosa da niente» attesta. «Se fa così quando si ama veramente, la felicità dell'altra persona viene sempre più della propria.»
Quella frase resta sospesa nell'aria. Non vuole una replica, non se ne farebbe assolutamente nulla.
Con un ultimo cenno del capo, si congeda dalla Villa ed è probabile sia per l'ultima volta nella sua vita.
In garage, recupera Pegaso.
Se deve rinunciare a tutto, almeno un pezzo vuole portarselo via.
Peccato non aver agito come colui che ha donato il nome alla sua moto: dal destino, lui si è lasciato travolgere e basta, senza opporsi – o quasi.
Indossa il casco, accende il motore e lo fa rombare.
Quando sfreccia lungo la carreggiata, tiene la visiera aperta e il vento gli accarezza il volto e gli fa pizzicare gli occhi.
Guida per delle ore, perde un po' la cognizione del tempo, tanto che, nel momento in cui giunge al chiosco di Antonello, il sole è in procinto di tramontare.
Le gambe gli dolgono mentre smonta dalla sella. Rimuove il casco dalla testa e lo abbandona sopra il sedile.
Fa caldo, d'improvviso. Dei ricci ribelli si sono incollati alla sua fronte.
Tira fuori il telefono dalla tasca interna della giacca, soltanto per aprire WhatsApp e inviare un messaggio al contatto denominato Piccolé:
Sono da Antonello, raggiungimi per favore
Devo parlarti
Invia, pensando di essere, forse, troppo brusco, troppo freddo.
Ma così deve essere, in tal modo deve recitare.
Di cosa?
Di una cosa
Vieni e basta
Okay
Dammi venti minuti
Di minuti, in effetti, Simone ce ne mette quindici; ha corso, quasi sicuramente.
Manuel trattiene l'istinto di rimproverarlo per essere stato così sconsiderato, intanto che lo vede spegnere il motore di Paperella, mollare il casco nel bauletto posteriore e avanzare nella propria direzione, strisciando i piedi e smuovendo i ciottoli.
«Che faccia seria» è la prima cosa che dice il più piccolo, smorzando una risata nervosa. «Devo preoccuparmi?»
L'altro scuote appena il capo. «No, no, non devi» mente.
«Che devi dirmi di così urgente?»
Durante il lungo tragitto su Pegaso, ha provato a prepararsi un discorso, qualcosa di sensato da dire, di abbastanza convincente. Tuttavia, è ben conscio che qualunque frase gli verrà fuori, per Simone non sarà sufficiente, non si arrenderà e proverà a cercare una soluzione.
Lo sa che è fatto così, che non si arrende, altrimenti non sarebbero mai arrivati a quel punto.
Suo malgrado, Manuel teme di dover rompere la promessa che gli ha fatto.
Infila le mani nelle tasche della giacca, per trattenere ogni istinto che ha di toccarlo, accarezzarlo, baciarlo. Deve sforzarsi di non incrociare i suoi occhi. «Senti, c'ho pensato in 'sti giorni e, in effetti, c'era qualcosa che non andava.»
«E cosa?»
«Beh, è... è evidente! Cioè, 'sta cosa non può continuare, mh? Non c'ha senso, tuo padre e mia madre hanno ragione.»
Gli risulta persino strano, folle parlare in quel modo, pronunciando parole che non reputa vere. Risulta contraddittorio, di sicuro pazzo.
Simone non è stupido, tutto il contrario. Aggrotta le sopracciglia, perplesso. «Che–che stai dicendo?»
«Lo hai sentito.»
«Ho sentito! Hai preso 'na botta in testa?»
«Simò, non me va de scherzà.»
«Nemmeno a me, soprattutto se te ne esci con 'ste stronzate.»
Manuel sospira. «Non so' stronzate, ti sto parlando seriamente» afferma ancora. «Me so' fatto prendere dalla situazione, me so' invaghito! Non sono stato lucido, c'hai presente? Un colpo di testa che m'ha fatto uscire dai binari, non m'ha fatto più vedere quello che voglio.»
«Quello che vuoi?»
«Seh, io–insomma, dai, sono un uomo di trent'anni, c'ho 'na carriera e...»
«A te non frega un cazzo della carriera!»
«Invece sì! Perché te l'ho detto che non se campa di sogni! C'ho 'na vita da ricostruire!» aggiunge una finta risata. «Credere di essere innamorato di te... è stata una follia da sconsiderato. Voglio dire... sei un ragazzino, non posso ave' un futuro con un ragazzino.»
Simone si irrigidisce un briciolo. «Hai parlato con mio padre?» è una domanda, ma non suona come tale. «Ti ha obbligato lui a dirmi queste cose perché io non ti lasciavo e c'ha provato con te. È così?»
Sì, come ha già appurato più e più volte, Simone è intelligente, Simone capisce sempre tutto, Simone gli sta leggendo in faccia l'incertezza e la paura, smascherando la sua recita.
Ma Manuel non può cedere. «Non c'entra niente tuo padre.»
«C'entra! Con cosa ti ha ricattato? Che ti vuole togliere?»
«Niente! È tutta roba mia, t'assicuro.»
«Non lo è» si impunta il più piccolo e scuote il capo. «Non sei... non sono cose che pensi, non vengono dalla tua testa.»
«Invece sì, so' cose mie, questo so' io. Evidentemente non me conosci abbastanza.»
«Questo non è vero e lo sai! Lo sai perché ti escono parole fuori dalla bocca e nemmeno mi guardi in faccia.»
Vero, certo, non riuscirebbe a vedere i suoi occhi scuri, il suo viso, la sua fronte aggrottata intanto che tira fuori una menzogna dopo l'altra. Come già appurato, nelle questioni più delicate, è un pessimo attore.
Deve prendere una serie di respiri profondi, fissare per un tempo imprecisato i ciottoli a terra e, infine, si convince a sollevare lo sguardo, a scontrarsi con quello dell'altro ragazzo.
Comprende che, pian piano, ci sta riuscendo a spezzargli il cuore.
«Sono cose che penso» ribadisce. «Mi sono sbagliato a credere il contrario. Sei un ragazzino, non fai per me. Ce stanno problemi che se possono affrontare, ma con te non ne vale la pena.»
Riesce a pronunciare tali frasi mantenendo un contatto visivo, per quanto sia micidiale, avvilente, massacrante, per quanto si senta morire dentro a vederlo crollare, a scrutare quegli stessi occhi profondi che tanto ama che si svuotano, mentra la sua espressione cambia e diviene affranta, rotta, lontana da ciò che è sempre stata.
Che schifo spezzare le promesse.
Sono crollate tutte le stelle del cielo.
Si pente di ciò che gli è uscito di bocca, perché non sono pensieri che gli appartengono, non sono concetti che ha mai formulato. La sua opinione è del tutto contraria, tuttavia, se deve allontanare il più piccolo, quello è l'unico modo: essere meschino, colpire un punto debole, una ferita scoperta.
Eppure, dentro sta morendo pure lui, tanto da fare un passo indietro.
«Mi dispiace» sussurra e forse un briciolo lo tradisce la voce che si rompe.
Deduce che, se rimanesse ancora per dei minuti davanti all'altro ragazzo, se gli permettesse di rispondere, con molta probabilità gli direbbe la verità e non può permetterselo.
Ci sono aspetti molto più importanti in ballo.
Non essere egoista, gli suggerisce la propria coscienza e non suona come Chicca, ha più il tono di sé stesso a vent'anni, una sua versione passata che non è così diversa da come è lui ora.
«Manuel...» gli sente dire soltanto, ma si è già voltato, camminando dritto verso la moto sulla quale sale. I gesti mentre indossa il casco e gira la chiave sono frenetici, tremolanti.
Manuel va via.
Simone non lo ferma.
E quel sogno di rivalsa, di un'altra vita, di speranza, svanisce.
Come fanno le illusioni, solo che loro non sono stati quello.
Loro finiscono lì, vicino ad un muretto, alla fioca luce del chiosco di Antonello, con mille parole da dire ancora che rimangono mute.
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