Pop-up
Il treno delle 18:47 dovrebbe arrivare a Tivoli alle 19:21.
Manuel non ha trovato troppo traffico e riesce ad arrivare prima nella cittadina e fare il check-in in albergo.
Purtroppo non può mantenere la promessa di preparare anche la cena, considerando che la stanza prescelta non ha a disposizione una cucina, ma per quello troverà una differente occasione - tanto ne avranno parecchie.
Ha messo la camicia e una cravatta blu scuro. Stonano entrambe un po' con la giacca di pelle che ha sopra, tuttavia è pressoché sicuro che a Simone non importi l'abbinamento dei capi che indossa.
Il regionale prescelto fa ritardo di dieci minuti. Considerando i tempi di Trenitalia, corse cancellate e via discorrendo, è persino accettabile.
Manuel attende l'altro ragazzo fuori dall'Audi, appoggiato al cofano. Lo vede uscire dalla stazione con lo zaino su una spalla e la giacca di pile verde lasciata aperta. Sorride, di riflesso, e muove soltanto un passo nella sua direzione.
«L'hai messa davvero!» è la prima cosa che dice il più piccolo, il che vale come saluto.
«Me lo hai chiesto.»
«Pensavo lo prendessi come uno scherzo.»
«Lo era?»
Si sono avvicinati abbastanza da essere uno di fronte all'altro.
Scrolla le spalle e contorce le labbra in una smorfia. «Non proprio.»
«Allora semo a posto» conclude Manuel, ridacchiando. Si sporge in avanti per depositare un bacio veloce, rapido, sulle sue labbra. «Sali.»
L'hotel prescelto non è distante, ci impiegano un quarto d'ora ad arrivare a destinazione, cinque minuti per registrare il documento di Simone alla reception e tre per attendere l'ascensore e raggiungere il quarto piano.
Niente scale, grazie.
La camera non è molto grande: ha la moquette beige a terra che si interrompe alle mattonelle marrone scuro del bagno rettangolare, con una grande doccia priva di gradino e lo specchio circolare sopra al lavandino; il letto è matrimoniale, il materasso ricoperto da una trapunta rossa con ghirigori floreali oro e quattro cuscini. C'è persino una tv appesa alla parete, solo che probabilmente non funziona o comunque non la accenderanno e, dunque, non lo scopriranno mai.
Non è granché, ad essere onesti, Manuel lo riconosce e avrebbe voluto fare di più. È persino mortificato quando fanno ingresso nella stanza e si giustifica con «Giuro che dalle foto sembrava più bella.»
Simone si guarda intorno, mentre posa lo zaino a terra, davanti al comodino di legno lucido. «Perché? C'è una doccia enorme, non hai visto?»
«Sì, certo, però magari...»
«Manuel, va benissimo» tronca i suoi dubbi. «A me piace.»
«Sicuro?»
«Sicuro!»
Si disfa delle scarpe e della giacca, la quale abbandona sul bordo del detto. Poi si appropinqua all'altro, tenendo il capo inclinato su di un lato. «Manca solo una cosa, in effetti.»
Manuel lo osserva di sottecchi, intanto che istintivamente le proprie mani si posano sui suoi fianchi. Riconosce il suo sguardo languido, quello che, di recente, un briciolo si è ammorbidito.
C'è una sostanziale differenza rispetto all'inizio della loro relazione, quando ancora quell'etichetta non l'aveva, ossia che la loro voglia di stare insieme non sfocia subito nel sesso, nel semplice atto carnale.
No, c'è sempre qualcosa in più: un desiderio di scoprirsi, raggiungersi, donarsi a vicenda più pezzi di sé.
Ma c'è pure il resto e, in effetti, è passato tempo dall'ultima volta che al sesso si sono concessi.
Tanto tempo, secondo i loro standard, ovviamente.
«Che?»
«Sto morendo di fame.»
Okay, ha pensato male.
Da un lato, quella risposta se l'aspettava persino e gli sfugge una risata. Lo bacia piano sulla punta del naso. «Ordiniamo qualcosa.»
Può aspettare per quello, nessun problema.
Sull'app di Just Eat non c'è tanta possibilità di scelta in quella zona.
Qualcosa trovano.
Anzi, qualcosa trova Simone che fa l'ordine per entrambi e, quaranta minuti dopo, sono seduti sul materasso, a gambe incrociate con davanti uramaki, sashimi, ravioli a vapore e nuvole di drago.
Manuel ha dei problemi nell'uso delle bacchette e si maledice per non aver detto di no quando l'altro gli ha chiesto se doveva prendere o meno le posate. È davvero negato e gli cade ogni boccone, il che è pure meglio, considerando che...
«Non ti piace?» borbotta Simone. Un rivolo di salsa di soia gli cola sul mento.
Manuel si premura di raccattare un tovagliolo e lo pulisce con delicatezza. «No, no» replica «cioè, sì, nel senso...»
È una risposta un po' incerta e arronzata, piena di esitazione.
È chiaro per Simone cosa significhi. «Ma me lo potevi dire che non ti piaceva, prendevo qualcos'altro!»
«Mi piace, non ne vado troppo pazzo per... boh, il pesce crudo. Mangio i ravioli, però!»
«Perché non me lo hai detto?»
Manuel sospira. Infilza uno di quei ravioli di carne al vapore con una sola bacchetta e scrolla le spalle. «Perché te stavano a brillà gli occhi mentre lo sceglievi, me pareva brutto.»
«Mi dovevi avvertire comunque, scemo.»
«Ao, t'è presa bene a chiamarmi così mo'!» commenta, mentre butta giù il boccone prescelto.
«Vuoi che smetto?»
«Nah, è caruccio.»
Lo pensa sul serio. Si sbilancia all'indietro, in modo da appoggiare la schiena alla spalliera imbottita del letto. «Che scusa hai inventato co' tu' padre?» domanda in seguito. «Pe' venì qua, intendo.»
Simone scrolla le spalle con noncuranza, intanto che ingurgita un pezzo di salmone bagnato con la salsa di soia – troppa salsa di soia. «Che andavo fuori con degli amici del rugby» spiega. «Tanto non ne conosce mezzo, non può indagare.»
«Ti stressa ancora con... il college e medicina?»
«Certo, ogni giorno. È il suo chiodo fisso.»
«Beh, tanto prima o poi saprà che mica te lascio partire. Dovrà passare sul mio cadavere» Manuel prova a sdrammatizzare e aggiunge pure una mezza risata, la stessa che interrompe non appena nota l'espressione seria e un pizzico rassegnata del ragazzo seduto a pochi centimetri e lui che ha abbassato il capo.
Rimane in silenzio, non vuole chiedere cosa c'è che non va, pensa sia evidente.
Come accade spesso, però, il silenzio tra di loro si trasforma in qualcosa, nel lasciarsi lo spazio giusto per aprirsi, per sfogarsi, per farsi capire.
«Mio padre è un bravissimo professore, a scuola lo amano tutti» confessa Simone, giocherellando con un bordo del contenitore in alluminio. «Peccato non si possa dire lo stesso come genitore.»
Manuel si acciglia. Ha un bel ricordo di Dante ai tempi del liceo: gli ha sempre dato ottimi consigli, confortato nei momenti peggiori e...
Se ci pensa bene, è stato lui a spingerlo verso Nina nel loro primo momento di crisi e se non fosse stato per il suo intervento, probabilmente la loro storia sarebbe morta entro l'anno scolastico.
Ecco, forse la propria memoria lo inganna alquanto.
Spesso capita di idealizzare qualcuno, vedendo soltanto una faccia, mentre dietro c'è un mondo intero.
Si guardano le persone come si fa con la luna.
«È per qualcosa in particolare?» pone quel quesito.
Simone scuote il capo. «No, cioè...» borbotta. «È che lui è... assente, la maggior parte delle volte e poi pretende di avere il controllo totale della mia vita e non è solo per la scuola, è pure per gli amici che ho, per la musica che ascolto, per come mi vesto, per... tutto. E alla fine c'è il suo must, i ricatti.»
«Ricatti?»
Annuisce. «In pratica, spesso se vuole ottenere qualcosa da me, minaccia di togliermi qualcos'altro. Tipo quando da piccolo mi levava il computer se non pulivo la mia stanza, roba così, nel senso... è iniziata così, con cose di poca rilevanza, ed è peggiorata. Per continuare a giocare a rugby, ho dovuto fare un sacco di... patti e compromessi con lui per convincerlo a pagare la tassa d'iscrizione. L'ultimo anno è stato un disastro, adesso se ne è uscito che se non vado a Edimburgo, mi taglia ogni fondo e dovrò cavarmela da solo.»
Fa una breve pausa. Lascia perdere il suo torturare i contenitori di cibo mezzi vuoti e accenna una risata priva di reale entusiasmo.
«Laura mi dice sempre che è soltanto—un padre con la mania del controllo, che vuole, non so, proiettare su di me quello che non ha avuto lui e che c'è di peggio, insomma, che nel male mi è andata bene. E io lo so perfettamente che c'è di peggio, ma... c'è anche di meglio.»
Manuel lo ascolta in silenzio. Di certo non è stata sua intenzione riempire il momento di quei temi delicati, di creare malessere e un briciolo se ne pente, soprattutto quando si trova di fronte ad una versione di Dante che non ha mai conosciuto e di questo si rammarica.
Si chiede persino se le cose sarebbero andate in maniera diversa se fosse rimasto a Roma, ma forse si sta dando eccessiva importanza.
«Mi dispiace» dice, non trova frasi migliori «per questo e per... averti reso triste e...»
«Non sono triste» si affretta a frenarlo Simone. Accenna un sorriso sincero. «In questo momento, in questa stanza... io non sono triste.»
«Sì, ma...»
«Ma... non dobbiamo parlare di me. Siamo qui per altro, no? Il tuo divorzio. Quando è... prevista la nuova sentenza?» cerca di cambiare argomento, sollevando lo sguardo.
Però è in tale istante che Manuel viene rapito dai suoi occhi grandi e sgranati, che il suo senso di protezione nei suoi confronti dilaga e prova il desiderio di metterlo sotto una campana di vetro per evitare che qualcosa gli faccia del male.
Del divorzio rimandato non gliene importa nulla, così come di Dante a casa e il suo piano del college di Edimburgo.
In quell'istante, ci sono loro due da soli in una stanza di Tivoli, come è accaduto a Ostia qualche tempo prima.
Il resto è lontano.
Il mondo può tacere, almeno per un po'.
Sposta le vaschette di alluminio sul comodino accanto al letto, per evitare che gli avanzi cadano sulla trapunta.
«Vie' qua» lo invita. Stende e divarica appena le gambe per concedergli spazio e farlo sedere in mezzo ad essere, con il proprio petto che preme sulla sua schiena.
Lo stringe a sé, depositando un bacio sulla sua tempia. «Quando e se tuo padre farà qualcosa» sussurra «lo affrontiamo insieme, mh?»
Simone socchiude le palpebre. «Lo so» soffia. «Problema dopo problema, no?»
«Problema dopo problema.»
A Manuel fa un po' paura quell'aspetto, come se l'idillio fosse già finito, troppo presto, e si trovasse subito ad affrontare mille ostacoli, mille peripezie.
Teme la reazione del professore quando la loro relazione verrà fuori, si chiede se quei ricatti potrà metterli in atto anche con lui. È terrorizzato da come può prenderla sua madre e dalle frasi che potrebbe scaricargli addosso, mettendogli in testa ulteriori paranoie di cui non ha bisogno.
È paralizzato dalla sola idea di ciò che potrebbe accadere a Roma.
Torna a galla pure la paura della sentenza di divorzio che non è arrivata e di cosa potrebbe ulteriormente inventarsi Nina.
Ma poi gli basta scostare appena il viso, osservare quello di Simone, perdersi nei suoi occhi, profonde pozze scure che lo scrutano da così vicino per realizzare che vale la pena affrontare qualsiasi cosa: conseguenze, discussioni, litigi. Non gli importa finché stanno insieme.
«Manu?»
«Mh-m?»
«Ti ricordi quando mi hai chiesto di spogliarmi per te?»
Gli sfugge una risata. «Vagamente» rimembra benissimo. «Perché?»
«Lo fai tu per me?»
La domanda viene sussurrata quasi avesse timore ad uscire fuori, ma gli strappa un sorriso. «Ora?»
«Beh, sì, così camicia e cravatta non vanno sprecate.»
Simone si sposta, si mette in ginocchio ai piedi del letto.
Manuel tentenna un briciolo, tentato da rifiutare anche perché ha appena mangiato. «Non so' bravo in 'ste cose, ho...»
«Chi se ne frega» è subito interrotto. «Tanto non sarà vero come il resto. Vai, veloce.»
«Non me da' ordini!»
Scuote il capo, sta ridendo.
Assume la medesima posizione, dal lato opposto del materasso. Un po' è in imbarazzo, lo si nota dalle sue guance appena arrossate, il che è assurdo perché si sono visti nudi innumerevoli volte, la loro storia è nata dal sesso più passionale, eppure quando entrano in gioco i sentimenti è...
È come se fossero per davvero nudi, senza difesa alcuna.
Forse è lì che sta la differenza.
Così, a poco a poco, si slaccia la cravatta, il nodo si scioglie con facilità. Intercetta lo sguardo dell'altro ragazzo e vede il suo sorriso sghembo stampato sulle labbra.
Inclina la testa su di un lato e gli lancia l'accessorio — quasi lo colpisce in faccia senza farlo di proposito.
Simone lo afferra, sgranando gli occhi, e lo posiziona attorno al collo, mentre si siede ora a gambe incrociate per stare più comodo.
Manuel si pizzica il labbro inferiore con gli incisivi per mezzo secondo. Poi prende a sbottonare la camicia, anch'essa con lentezza, sfiorando con i polpastrelli asola dopo asola.
L'altro ragazzo analizza a fondo quel gesto: guarda bene il tessuto che scivola via dal suo corpo, i tatuaggi che ha sotto il costato e sulle braccia, la poca peluria che compare sul petto e appena sotto l'ombelico fino ad arrivare alla cintura dei pantaloni. Trattiene il respiro di riflesso.
Manuel lo nota. «Stai bene?» chiede, retorico. Lo vede annuire e rispondere: «Dovresti andare in giro nudo più spesso.»
«Ah, sì, questo me lo puoi insegnare.»
Continua a rimuovere gli indumenti uno per volta e siccome vede il più piccolo fremere e contorcersi leggermente, non aumenta il ritmo, anzi, al contrario prosegue quella dolce tortura finché non rimane soltanto con i boxer grigi e attillati.
Soltanto allora si sporge in avanti, lo raggiunge a carponi e si ferma quando può depositare un bacio sulla sua bocca.
«Ti affidi a me?» gli chiede.
Spesso, sempre, i gesti di Simone sono dettati dalla foga e da un controllo che non vuole perdere. In quel momento, gli chiede di lasciargli le redini.
La risposta coincide con un cenno di consenso col capo e nulla più. Non ce n'è bisogno.
Manuel lo bacia una seconda volta, soffia sulle sue labbra e appoggia un palmo sul lato del suo collo.
Con delicatezza, lo fa sdraiare e come ha spogliato sé stesso, spoglia anche lui, non trattenendosi dal baciare ogni nuova parte che scopre, che essa sia la spalla, l'addome, la coscia.
Lo bacia ovunque può arrivare.
E Simone, di tanto in tanto, ride, sorride, sospira: lo lascia fare, portando le proprie mani ai lati della testa e socchiudendo gli occhi.
Si lascia andare.
Si lascia amare per la prima volta nella sua vita.
Sono nudi entrambi, nudi per davvero, poco dopo.
Fa un po' freddo in quella stanza, il sole è già calato e le luci dei lampioni si riflettono timidi attraverso il vetro della finestra chiusa.
Ma lì dentro, in un letto matrimoniale, i loro corpi si uniscono ancora una volta.
Manuel copre il corpo di Simone, sopra di lui, come se fosse un guscio, uno scudo contro il mondo, quello che dovrà affrontare a breve, quello che è pronto ad inghiottire chiunque, in modi crudeli, atroci, in una vita che vuole annegare chi tenta in ogni modo di restare a galla.
In fondo, è ciò che vuole: proteggerlo da chi gli vuole fare del male. È un desiderio che è nato d'improvviso e si è fatto largo in lui, fino a prenderne residenza, anche se sa che, in realtà, non si può proteggere qualcuno per sempre.
Però può provarci.
«Te batte forte il cuore, piccolè» soffia ad un tratto. Sono fronte contro fronte, mentre affonda dentro di lui muovendo i fianchi, con cadenza regolare e le loro dita sono intrecciate sul materasso.
Simone emette un gemito che soffoca con una flebile risata. «È perché... ho mangiato poco» sussurra.
Manuel scuote appena il capo, quel poco che gli è possibile, prima di baciarlo piano sulla bocca, di nuovo.
Quella volta, può dirlo — possono dirlo entrambi — che sono chiusi in una stanza a fare l'amore e in quello stesso posto c'è esattamente ciò di cui hanno bisogno.
🏍️🏉
La mattina dopo, l'alba giunge presto.
Seppur svegli da un po', rimangono stretti tra lenzuola e coperte, in silenzio, risulta superfluo parlare.
Spesso, Manuel si è fatto problemi, in passato, sul fatto di tacere in compagnia di qualcuno. Aveva la testa colma dalla paranoia di poter essere noioso o che, cosa che gli ripeteva spesso la sua ex moglie.
Invece, con Simone potrebbe stare per ore senza dire nulla e saprebbe con estrema certezza che anche i loro silenzi sono eloquenti e quanto di più simile ad una carezza.
Decidono di abbandonare l'albergo soltanto quando lo stomaco comincia a brontolare e si dirigono in un piccolo bar per la colazione.
A Tivoli c'è molta calma. È sabato mattina, la temperatura è mite.
Manuel c'è stato parecchie volte in quel posto, Simone un po' meno.
Lontano da Roma, di qualche chilometro, dove nessuno li conosce, camminano per le strade mano nella mano, ogni tanto si baciano.
Arrivati a Villa d'Este, Manuel scatta qualche foto di Simone che, ovviamente, non si nasconde e si mette in posa, prima di strappargli il telefono dalle dita e cominciare a fare dei selfie ad entrambi.
Per quanto il più grande sia riluttante, alla fine cede.
La foto più bella è, probabilmente, quella in cui Simone fissa in camera con il naso arricciato e Manuel, abbracciandolo da dietro, gli mordicchia una guancia.
Starebbe bene come sfondo del telefono, pensa quest'ultimo.
Trascorrono gran parte della giornata nella cittadina.
Poi, in auto, Manuel accompagna Simone alla stazione.
«Guarda che possiamo tornare insieme, ce inventiamo 'na scusa» esclama il primo, appoggiato al cofano dell'Audi.
«Ho lasciato la moto alla stazione» taglia corto l'altro ragazzo. «È più semplice così, ci vediamo a casa.»
«Okay, ma scrivimi quando arrivi a Termini.»
«Sì, te scrivo.»
Si salutano con un bacio veloce, che magari potrebbero pure prolungare.
Manuel attende che il treno sia partito per andare via, convinto che il viaggio di ritorno sarebbe meglio con qualcuno seduto sul lato passeggero.
Giunge a Villa Balestra molto prima rispetto a Simone e l'unico messaggio che riceve corrisponde ad un:
Ritardo
... accompagnato da uno sticker con un gatto arrabbiato.
Grazie Trenitalia🤣
Parcheggia l'auto al solito posto e raccatta lo zaino.
Le valigie no, può scaricarle in un secondo momento.
L'abitazione non è vuota e se lo aspetta: trova Anita nel porticato, con davanti uno stendino che sta man mano svuotando, intanto che piega i vestiti e li sistema sul tavolo.
Dà una rapida occhiata e «Ma', li avevo messi da parte i miei, li posso lavare da solo!» annota quando vede proprie felpe e pantaloni sulla superficie piana.
La madre scrolla le spalle. «C'è stato un po' di sole in 'sti giorni, ne ho approfittato. Non me costa nulla» taglia corto.
«Vabbè, grazie» conclude il figlio, tanto non ha molto senso discutere e ricordarle che non è necessario fargli da balia, può gestire ciò che lo riguarda in casa.
«Il viaggio tutto bene? Avevo detto che tornavi ieri.»
«Seh, uhm... me so' fermato di più per sbrigare delle faccende, salutare vecchi amici.»
Che non ha, ma dettagli.
Anita annuisce e tenta di togliere delle pieghe che si sono create su una sua gonna marrone. «Quindi per il divorzio devi tornare su?»
«L'avvocato sistema delle cose e poi sì, dovrei.»
«Non è che ci hai ripensato?»
«A cosa?»
«Alla separazione.»
«Assolutamente no!» Manuel ci tiene a precisare e sgrana gli occhi. «Non vedo l'ora sia finita, questo è solo un rallentamento.»
«Mh-m.»
Osserva come il suo modo di pizzicare il tessuto dell'indumento si sia fatto appena più nervoso e dunque chiede: «Perché?», conscio che ciò potrebbe aprire un dibattito su un argomento che vuole evitare.
La donna scrolla le spalle, gli rivolge uno sguardo fugace. «Ma no, niente, pensavo...»
«Che pensavi?»
Esita ancora per qualche secondo. Rinuncia a togliere le pieghe della gonna e la getta malamente sullo schienale della sedia. «Nulla, te vedo un po' strano in 'sto periodo e ho pensato che... magari era perché la sentenza si avvicinava e volevi provare a riallacciare i rapporti con Nina.»
A quel punto, Manuel non trattiene una risata che è divertita, sorpresa al contempo, e pure sollevata dal fatto che i sospetti della madre cadano su quello. Si passa una mano sul viso e scuote il capo. «Ma', t'assicuro che non tornerei con Nina manco in un altro universo» replica ed è la più sincera verità.
Una volta ha compiuto un simile errore, una seconda sarebbe masochismo.
Tuttavia, Anita non ne sembra convinta tanto che si stringe nelle spalle e incrocia le braccia al petto. «Beh, non è questo, ma c'è qualcosa» insiste. «Non lo so, sei—allegro, sorridi spesso e...»
«Ed è... un male?»
«No! No, chiaramente non è un male! Però... c'hai 'sta luce negli occhi, io non te l'ho mai vista, nemmeno da ragazzino. Non è che hai... conosciuto qualcuno? Magari tramite Simone visto che state sempre insieme e...»
Okay, Manuel sta capendo dov'è il dialogo sta andando a parare. «Perché finiamo sempre a parla' della mia vita sentimentale?» chiede, retorico e fiacco.
«Perché io sono tua madre e una madre certe cose le sa, c'ha un sesto senso.»
«N'è che ultimamente ha funzionato bene 'sto sesto senso! Te ricordi co' chi volevi piazzarme mesi fa?»
«Che c'entra, quello era per aiutarti, darte 'na spinta, Marta è una brava ragazza e...»
Alza gli occhi al cielo e solleva entrambe le mani in cenno di resa. «Okay, okay, 'famo così» la frena. «'Famo che te dico che sto frequentando una persona, ma... saprai chi quando e come lo decido io, va bene?»
Non ha neppure idea del motivo per il quale esterna una simile confessione, una mezza bugia impacchettata e servita.
Immagina sia per tastare il terreno, per prepararla ad un'eventualità del genere, sebbene sia abbastanza sicuro che niente e nessuno potrà davvero renderla pronta a tale rivelazione.
Anita sorride alla notizia, si porta platealmente un palmo al petto. «Vedi! Lo sapevo! Che bello, non vedo l'ora!»
«Seh, uhm, ma te devo ricordà di non impicciarte.»
«Lo so, l'ho promesso.»
«Eh, ricordate!»
Manuel è un briciolo più sollevato nel sentirla parlare in quel modo, quantomeno non ha sospetti più fondati che possano portarla ad una determinata conclusione e, per il momento, è meglio così.
«Me vado a fa' 'na doccia» conclude e si sistema meglio lo zaino sulla spalla.
La madre fa cenno di sì con il capo e riprende a sistemare i panni, affermando una maglia di Dante che è pure bucata e andrebbe buttata. «Okay, resti a cena?»
«Resto.»
«Bene, ce sta la lasagna.»
Niente roba leggera.
Quasi quasi rimpiange il sushi.
Sale le scale verso la propria camera con lentezza. Giunto al piano superiore, posa lo zaino a terra vicino al letto, si leva la giacca, intanto che ne estrae il telefono.
Nessun nuovo messaggio da parte di Simone.
Controlla la chat con Chicca: la ragazza gli ha risposto con un audio al proprio riassunto su quanto accaduto a Bolzano, più che altro rassicurazioni sul futuro prossimo e che c'è solo da pazientare, nulla che non sappia già. Ha messo soltanto una reazione e poi non ha avuto più il tempo di replicare ulteriormente.
Gli viene istintivo, però, invece di scriverle qualcosa sulla giornata trascorsa, di mandarle una foto, una di quelle che ha scattato con Simone. Sceglie la sua preferita, quella che metterebbe come sfondo.
La invia senza commenti, senza descrizioni, a parte un cuore bianco.
In seguito, si accorge che la batteria è arrivata al 10%, colpa sua che non ha caricato lo smartphone in auto per tutto il viaggio e lo ha usato per ascoltare la musica.
Così si affretta a recuperare il caricatore e attacca l'apparecchio alla presa di corrente vicino al comodino.
Verifica un'ultima volta eventuali messaggi da parte di Simone — ancora nulla — ma, del resto, si tratta di Trenitalia, non si aspetta recuperi di ritardo clamorosi, semmai un aumento esponenziale del tempo di attesa per l'arrivo.
Sospira e abbandona il telefono lì per dare ad esso il tempo di ricaricarsi mentre lui si fionda in bagno per la doccia.
Il getto d'acqua calda è rigenerante.
Non che faccia freddo, anzi, per essere primavera la temperatura è abbastanza accettabile, anche se inizia a temere l'arrivo del caldo afoso che lo fa sudare e diventare il migliore amico del Polase.
Dio, in questi casi si sente davvero molto vecchio.
Permane nel piccolo ambiente abbastanza minuti per fare appannare vetri e specchi, gli stessi che si premura di pulire e asciugare soltanto per non sentire le lamentele della madre a causa degli aloni.
Indossa l'accappatoio, strofina il cappuccio sui capelli, intanto che, a piedi scalzi, torna in camera per potersi vestire.
Ricorda di aver socchiuso la porta.
Non ha girato la chiave nella toppa, ma considerando l'intervallo in cui sarebbe stato lontano dalla stanza, non lo ha ritenuto necessario.
Il suo sesto senso, uno che pare funzionare, si attiva non appena varca la soglia e nota delle sue maglie e pantaloni appoggiati su una sedia, perfettamente piegati ed è sicuro che prima non ci fossero, così come non c'era sua madre, vicino al letto, vicino al comodino.
«Ma'? Che stai a fa'?» osa chiedere.
Anita gli dà le spalle. Si volta soltanto in un secondo momento. Ha in mano lo smartphone del figlio, ancora attaccato con il filo del caricatore. «Dimme che uno scherzo, Manuel» dice, con voce tremante.
Lui si acciglia, non comprende.
Non ha nulla di compromettente sul telefono, ha pure evitato di mettere quella foto come sfondo, nonostante il desiderio fosse elevato, di pari passo al rischio.
Si avvicina alla donna con lentezza, cercando di non lasciarsi travolgere troppo da ansie e paranoie.
Le toglie l'apparecchio dalle mani, prova a non essere brusco ed è allora che può leggere le anteprima delle notifiche pop-up, una da parte di Chicca e una da Piccolè:
Hai una luce diversa con lui sono contenta
La prossima volta vengo in macchina con te altroché treno almeno ti bacio quando voglio e ti faccio ascoltare musica decente
Non sa a quale sensazione lasciare prendere sopravvento, se la preoccupazione per esser stati, in qualche modo, scoperti, o arrabbiarsi per il fatto che la madre abbia sbirciato sul proprio telefono, rompendo per l'ennesima volta la promessa di non impicciarsi.
Quindi, vorrebbe sbraitare, dirle di non frugare nella propria stanza, ma schiude la bocca e si scontra con l'espressione adirata della donna, che di nuovo ribadisce: «È uno scherzo? Dimme che uno scherzo, Manuel!»
E lui non ha la benché minima idea di cosa rispondere.
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