Il vino nell'armadio
«Questa cosa è assurda, non possono essere seri!»
Simone non prende bene la notizia.
Non che Manuel si aspettasse il contrario, ma le sue guance arrossate e gli occhi sgranati sono evidenti.
Lui è più arrendevole, non perché non sia arrabbiato o deluso, al contrario, però è semplicemente troppo stanco e a pezzi per combattere in tale momento.
Sistema le proprie cose nelle valigie; quelle che ha recuperato a Bolzano non le ha ancora svuotate, per cui è più semplice.
«Invece me sa de sì» borbotta.
«Beh, e tu non farlo! Non andartene.»
«Simó, questa è casa loro. Se non mi vogliono qui, non posso restare.»
«È pure casa mia e io voglio che resti!»
È un punto, certo, ma non un buon punto. Vorrebbe fargli presente che sì, vive lì, eppure non ha alcun potere decisionale, non su un simile aspetto; il suo desiderio in tal frangente vale meno di zero.
Manuel ripone una felpa piegata dentro all'ultimo trolley e lo chiude, tirando la cerniera. Dopo, si avvicina all'altro ragazzo, evidentemente agitato. La porta è serrata, così prende il suo viso tra le mani e si solleva sulla punta dei piedi per depositare un bacio sulla sua fronte.
«Lasciamo sbollì 'n po' le cose, mh?» soffia.
Cerca di rassicurarlo un minimo, anche se è il primo ad essere sconvolto, allo sbaraglio, che non sa che fare una volta fuori dalla Villa.
Non vuole pensare al peggio.
Magari dovrà arrangiarsi per i primi tempi e poi ce la farà a trovare una soluzione.
Deve farcela, insomma, non ha alternative.
Simone sospira, si aggrappa alle sue braccia come se ciò servisse per mantenere l'equilibrio. «Vengo con te» biascica.
«Non ce pensa' neanche» Manuel deve frenarlo. «Tuo padre sta già a fa' er matto, ce manca solo che te spedisce in Scozia senza ritorno. Tanto io sto qua in giro. Ci vediamo comunque, ti giuro.»
«Sì, ma...»
«Ma niente!» il suo tono non è affatto brusco. Al contrario, è dolce e rassicurante. Accenna addirittura un sorriso, per quanto storto e privo d'entusiasmo. «Non te liberi di me così facilmente, mh? Ormai c'hai 'sta croce.»
«Mica mi voglio liberare.»
«Eh.»
«Sai dove andare?»
«Qualcosa trovo» taglia corto. Interrompe di malavoglia il contatto tra loro e fa mezzo passo indietro. In realtà non ha idea del luogo in cui rifugiarsi: a Roma non gli è rimasto nessun amico.
Col senno di poi, avrebbe potuto legare con qualche collega a lavoro per avere un appiglio, invece nulla. Chicca è troppo lontana per poter essere presa in considerazione e, oltretutto, il giorno dopo deve presentarsi in ufficio.
La situazione è abbastanza critica, lo deve ammettere.
Prova a non darlo troppo a vedere, non occorre cedere.
«Manuel...»
«Oh, me la so cavare, non ti preoccupare.»
Una menzogna, ad essere onesti. Ultimamente combina solo guai.
Simone scuote il capo e si stringe nelle spalle. «Posso chiedere a Laura, magari conosce qualcuno oppure a casa sua, se...»
«Non chiedere a nessuno, me ne occupo io.»
«Ma voglio aiutarti» insiste. «Ho fatto io 'sto macello.»
«Non è vero.»
«Sì che è vero! Ho—sono stato istintivo con mio padre, volevo che lo sapesse e basta, non ho pensato a... cioè, dovevo aspettarmelo per come è fatto e...»
È agitato, instabile.
Manuel se ne rende conto nell'immediato, dunque cerca e trova di nuovo il contatto tra loro. Serve ad entrambi per rimanere in piedi.
Assurdo come ciò funzioni, che se uno sta per crollare, l'altro ne è il diretto sostegno.
Ha un nome questa cosa?
«E a me piace quando sei istintivo, mh?» soffia e sfrega un pollice contro il suo zigomo. «Però adesso dai retta a me: vado via da qui e lasciamo calmare le acque, okay?»
Lo vede ancora restio e deve ripetere: «Okay?»
Simone ci impiega qualche secondo a dare una risposta, la quale coincide con un cenno di assenso con il capo.
È poco, è davvero nulla, ma Manuel deve farselo bastare, proprio per non creare ulteriori casini — più di quello che ha in testa. «Tienimi d'occhio Pegaso mentre non ci sono, mi raccomando» gli intima. Lo vede annuire pure a tale richiesta e sforzare una risata.
Abbandonare Villa Balestra gli fa male.
Certo, non ha mai messo in conto l'idea di restare lì per sempre, stava già cercando un altro posto, solo che pensava di avere più tempo e di farlo in maniera pacifica, con un sorriso stampato sulle labbra e leggerezza nel cuore.
Invece, Anita neppure va a salutarlo ed è una ulteriore ferita che si apre sulla sua anima.
Avrebbe voluto un minimo di appoggio da parte sua.
Niente di tutto ciò è accaduto. Al contrario, è stata lei a spingerlo giù da un dirupo senza alcun preavviso.
Immagina che essere traditi dia quella sensazione: un vuoto al petto, una mancanza di fiducia verso chiunque altro.
Insomma, se addirittura la propria madre ha preferito una differente persona a lui, perché non dovrebbero farlo degli sconosciuti senza nessun legame di sangue?
Ottimo, ulteriori insicurezze e paranoie sbloccate.
Trovare una stanza, un monolocale, qualcosa a Roma con poco preavviso risulta arduo, una corsa ad ostacoli sui quali continua ad inciampare.
Per fortuna, non fa così freddo durante il giorno. Inganna il tempo con dei giri in città e infine un pezzo di pizza consumato seduto sul muretto.
Chiama Chicca, le racconta quanto accaduto. Per quanto la ragazza incarni la propria coscienza, in tale occasione non lo rimprovera, non gli sbatte in faccia una realtà dura e cruda. Al contrario, è comprensiva e gli indica qualche hotel a Roma che costa poco, giusto per qualche giorno.
Almeno è qualcosa.
Le promette di tenerla aggiornata su eventuali risvolti che spera non siano catastrofici.
La stanza d'albergo che sceglie è nella periferia della capitale, difficile da raggiungere e dalla parte opposta di dove lavora. Col senno di poi, una pessima scelta, considerando che la mattina successiva rimane imbottigliato nel traffico e giunge in ufficio con un'ora di ritardo.
Già è nervoso per conto proprio, tale evento peggiora solo la situazione.
Simone gli manda dei messaggi continui.
Come stai?
Hai fatto colazione?
Sicuro che non vuoi chiedere a Laura?
I suoi genitori hanno delle conoscenze
Fammi fare qualcosa
Pure se tramite testo, Manuel coglie la sua tensione, il suo malessere e sensi di colpa per quanto successo.
Non vuole che si accolli un simile peso.
Sto bene, piccolè
Sì al bar ho preso un cornetto
Non chiedere niente
Io sto solo pensando a che fare per il tuo compleanno
Non voglio festeggiare
Festeggiamo, invece
Non mi va
Non è importante
È importante per me
Ci sta pensando sul serio a quel giorno.
Manca poco — pochissimo — ed è decisamente indietro con degli eventuali preparativi.
In ufficio, seduto alla scrivania bianca, la sua testa è ovunque tranne che sui file in Excel che dovrebbe esaminare per qualche sorta di statistica inutile su delle vendite.
Non gliene frega nulla.
Vede soltanto numeri e tabelle che possono voler dire tutto e niente. Il telefono continua a suonare e lui lo silenzia perché non è in grado di rispondere in maniera consona.
Spera che chiunque sia dalla parte opposta si stanchi, si arrenda. Insomma, non è di certo una questione di vita o di morte.
«Manuel, mi ha contattato Elisa, mi ha chiesto se eri in ufficio, sta continuando a chiamarti e dice che non rispondi.»
Sì e c'è un motivo, vorrebbe urlare. La sua gamba trema, tamburella con le dita sulla superficie piana, mentre tiene gli occhi fissi sullo schermo del computer. Prova ad ignorare Egidio lì di fianco, che lo fissa con occhi sgranati in attesa di una risposta.
«Vuoi che le dica qualcosa? Magari che sei impegnato e la richiami più tardi.»
«Dio, se non rispondo c'è un motivo! Non c'è bisogno di chiamare venti persone!» sbotta, infastidito. Alza fin troppo il tono di voce, tanto che il collega sussulta e indietreggia di mezzo passo.
Notando la sua espressione, capisce che ha esagerato e, in fondo, l'uomo non ne ha nessuna colpa.
«Scusa» borbotta. «Scusa, okay, uhm—la richiamo dopo ad Elisa.»
«No, figurati» sibila Egidio, accennando un sorriso di circostanza. «Tu... tutto okay?»
A Manuel sfugge una risata isterica. Allenta appena il nodo della cravatta blu. «No, per niente» borbotta. «Ho dei... problemi a casa, devo—devo trovare un posto dove stare perché l'hotel costa troppo e le stanze le affittano solo agli studenti e penso che dovrò dormire in auto a breve.»
Non sa neppure perché gli stanno uscendo quelle parole di bocca. Probabilmente è una confessione dettata dall'isterismo, dalla stanchezza o chissà che.
Se ne rende conto nell'immediato e si pente di ciò che gli è uscito fuori di bocca
«Scusami, non t'interessa» rimedia e scuote il capo. «Dopo richiamo Elisa.»
Egidio non si è mosso. Si aggiusta gli occhiali sul naso con due dita. «Beh, mi spiace per i tuoi problemi» gracchia — e grazie tante — «quelli non posso risolverli, certo, però se hai bisogno di un posto dove stare, puoi venire a casa mia.»
Lo sguardo di Manuel, nel frattempo, è tornato sullo schermo del computer, tant'è che recepisce in ritardo una simile frase e quasi crede di averla immaginata. Sbatte rapidamente le palpebre e gli rivolge la completa attenzione. «Cosa?»
Il collega sbuffa una risata. «Casa mia» ribadisce «cioè, nell'ultimo periodo mi sono trasferito da mia madre, sai, è anziana, ha i suoi acciacchi. Ha una badante che però non resta durante la notte e almeno ci sono io. Quindi, casa mia è vuota e se vuoi, se ti serve, è a disposizione.»
Ancora Manuel non è convinto di aver capito bene. Schiude le labbra, si aspetta che qualcuno salti fuori dal corridoio ad informarlo che è uno scherzo.
Si illude di nuovo.
«Grazie» dice. Suona più come una domanda che un'affermazione. «Cioè, non—perché?»
«Perché... cosa?»
«Perché mi stai dando una mano? Nel senso, noi a stento ci parliamo, non siamo nemmeno... amici.»
Egidio amplia l'eterno sorriso che gli curva le labbra. «Passiamo otto ore al giorno nello stesso posto, fianco a fianco» attesta. «Non per nostra scelta, vero, ma succede. Ti racconto sempre dei miei weekend, anche se tu non mi ascolti e non mi dici mai nulla dei tuoi, immagino che sei un tipo riservato e, ah! A Natale ti ho portato una bottiglia del vino del contadino» — che lui ha lasciato nell'armadio, senza mai portarlo a casa — «magari non siamo mai usciti fuori per un aperitivo o che so, però un po' siamo amici.»
In maniera razionale, Manuel è ben conscio che non funziona in quel modo, che lavorare insieme non rende le persone degli amici. Tuttavia, per quanto pesante e, delle volte, sopra le righe possa essere il collega, riconosce la sua gentilezza, la sua pazienza.
Forse neppure la merita.
Accenna un sorriso, questa volta sincero. «Appena risolvo questo casino» dice «te lo offro davvero un aperitivo.»
«Certo, sarebbe un piacere!» replica Egidio e annuisce. «Beh, allora... quando usciamo, posso farti vedere la casa.»
«Sì, uhm... io non posso darti molto, però, ho...»
«Non devi darmi niente. Aspetterò l'aperitivo. Mangio parecchio, di sicuro faccio un secondo giro!»
Manuel è ancora incredulo, un briciolo scosso. «Grazie» ripete «davvero.»
«Servono a questo gli amici, no?»
Lo vede, in seguito, allontanarsi e tornare alla sua scrivania.
Lui lancia un'occhiata verso l'armadio bianco alla propria destra. Deve ricordarsi di prendere quella bottiglia di vino.
La giornata trascorre appena più veloce con quel peso in meno.
Manuel va addirittura a pranzo con altre persone dell'ufficio al solito posto e non si trova neppure così male. Certo, non è il massimo, il prezzo per un secondo con contorno è decisamente elevato, ma per quella volta può andare.
Alle cinque e mezza spaccate, abbandona il luogo di lavoro e, una volta recuperati i pochi effetti personali dalla camera d'albergo che lo ha ospitato la notte precedente e aver effettuato il check-out, segue la Panda grigia di Egidio fino a casa sua.
L'appartamento si trova al terzo piano di un condominio privo di ascensore.
È un alloggio datato, delle mattonelle beige del pavimento sono scheggiate e l'arredo è composto da mobili di recupero diversi uno dall'altro. C'è una camera, un bagno lungo e stretto, una minuscola cucina e due balconi.
Può andare.
«È piccolino come posto» esclama Egidio «ma io sono una persona sola, per cui...»
«No, va benissimo, davvero, grazie. L'alternativa sarebbe dormire in auto.»
«Beh, questo è di gran lunga meglio» ridacchia. «Il frigo è vuoto. Avessi saputo prima avrei fatto un po' di spesa e...»
«Decisamente non un problema» lo interrompe Manuel. Si guarda intorno. C'è un quadro di Padre Pio appeso ad una parete nel disimpegno all'ingresso, forse unica nota negativa. «Grazie, di nuovo. Resto per poco, giuro, il tempo di—mettere da parte qualcosa per la caparra di una casa da qualche parte, giuro.»
«Non ti preoccupare. Tanto qui è vuoto!» Egidio sorride. «Ti lascio le chiavi, io ho un secondo mazzo.»
«Oh, okay.»
«E per qualsiasi cosa, il mio numero ce l'hai.»
«In realtà no.»
«Lo trovi scritto sotto al telefono in camera. Una buona serata!»
Il proprietario di casa si congeda in quel modo, lasciando all'altro le chiavi dell'alloggio.
Manuel lo saluta con un cenno del capo e un rinnovato sorriso, sincero e grato.
Ha le valigie in auto. Scende in strada per raccattarne una che contiene indumenti comodi e pigiama.
In seguito, seduto su un divano scomodo a due posti e un intenso odore di naftalina, manda un messaggio a Simone:
Posso chiamarti?
Le spunte diventano blu poco dopo e giunge una risposta:
Tra 10 min
Ne aspetta tredici, giusto per sicurezza. Poi avvia la chiamata.
La cornetta viene sollevata con un briciolo di ritardo: «Ehi.»
C'è uno strano fruscio di sottofondo. «Piccolè?» esclama Manuel. «Tutto okay? Dove sei?»
«Ho preso Paperella e mi sono allontanato da casa. Mi si era incastrato il casco, tutto okay.»
«Ah.»
«Mio padre se metteva a origliare, non lo sopporto.»
«Ti ha detto ancora qualcosa?»
«Niente di rilevante. Tu dove sei?»
Sì guarda intorno come se volesse catturare qualche dettaglio per descriverlo meglio, ma non c'è molto: la luce è soffusa, colora ogni cosa di un pallido arancione e lo sportello della credenza è tenuto su da un pezzo di scotch.
«Un collega mi ospita a casa sua» taglia corto. «Cioè, lui non ce sta, mi ha lasciato solo la casa.»
«È stato gentile.»
«Fin troppo.»
Fa una breve pausa, appoggiandosi meglio allo schienale del divano. «Ho pensato che—cioè, magari puoi venire qui al tuo compleanno? Se non fai nient'altro, insomma. Posso cucinare per te, è... è il mio regalo.»
Gli sembra una buona proposta, anche se non è un regalo equiparabile ad una moto. Un briciolo di sente persino in colpa, soprattutto quando non ottiene subito una risposta. «Simó?» sussurra.
«Mh-m?»
«Ti va? Di venire qua, intendo.»
C'è una leggera esitazione nella sua voce. «Sì, certo che mi va.»
«Sicuro? Se non ti va, non mi offendo, davvero, non...»
«Piantala, scemo. Non vedo l'ora.»
«Allora... poi ti mando la posizione.»
«Va bene.»
«A tra due giorni.»
«Due giorni» Simone sospira. «Manuel?»
«Mh-m?»
«Ti amo.»
Non considerando la volta da ubriaco, quella è la prima occasione in cui lo pronuncia ad alta voce.
Manuel sorride, anche se non può essere visto. Non sa quantificare come lo fa stare bene udire quelle parole dopo le ultime quarantotto ore.
Almeno ha la certezza del suo amore.
«Ci vediamo presto, piccolè» sussurra e poi la chiamata viene chiusa.
🏍️🏉
Due giorni di attesa non pesano troppo su Manuel, stranamente.
Li trascorre tra lavoro, chiamate con Chicca, messaggi con Simone e la creazione di un menù ad hoc per il compleanno di quest'ultimo.
Dopo pochi ragionamenti, decide di preparare della pasta al pesto, con quest'ultimo fatto rigorosamente con le proprie mani, arrosto con funghi e, anche se non c'entrano molto, delle patatine fritte.
Non è molto gourmet ad essere onesti, però sono tra i cibi preferiti dell'altro ragazzo. E poi ha preso una torta con panna e pistacchio.
Ah, ha portato a casa la bottiglia del vino tenuta da mesi nell'armadio a lavoro: è un rosso speziato che sta bene con la carne.
Come promesso, invia al ragazzo la posizione. Alle otto in punto, Simone bussa alla porta.
Per l'occasione, Manuel ha indossato un completo con la cravatta blu, giusto perché sa che all'altro piace e vuole che ogni cosa sia perfetta.
Gli apre con un sorriso dipinto sul volto, lo stesso che vede sul suo, come se si stessero guardando allo specchio. Ancora sull'uscio, deposita un casto bacio sulle sue labbra e su di esse soffia: «Buon compleanno!»
Cenano nella minuscola cucina dell'appartamento di Egidio. L'unica lampadina del luogo lascia la stanza in un ambiente soffuso e hanno dovuto socchiudere la portafinestra per evitare che faccia troppo caldo.
Sono seduti uno davanti all'altro ad un tavolo quadrato.
«Ti fa schifo?» chiede ad un tratto Manuel quando nota che l'arrosto nel piatto di Simone è stato a malapena toccato dalla sua forchetta.
Quest'ultimo sbatte con rapidità le palpebre e scuote il capo. «No, è buono» borbotta «mi sono riempito di pasta prima.»
«L'hai lasciata.»
È un particolare che a Manuel non è sfuggito.
Certo, non può pretendere che tutto vada bene e l'umore sia alle stelle, considerata la situazione. Ha solo sperato che, almeno per quel giorno, potessero lasciare il mondo fuori insieme ai casini che sono piombati loro addosso.
Invece, a quanto pare, non possono.
«Simó,» lo richiama, piano «che c'è?»
Allunga una mano sul tavolo per sfiorare la sua.
Simone non si ritrae, anzi, fa in modo che le loro dita si tocchino e intreccino appena. «Niente, non mi piace il mio compleanno» prova a tagliar corto.
«Lo so. Ce sta altro?»
La domanda è retorica.
È ovvio ci sia altro.
Manuel ne è consapevole e fin troppo sicuro. «Simo...» prova ancora.
«Mio padre ha detto che va bene se continuo a giocare a rugby e non vado al college.»
«Beh, è fantastico e...»
«A patto che vada a farlo a Padova.»
Si acciglia, solo per un breve istante. «Padova non è poi così lontano.»
«E che ti lasci.»
Okay, quella frase è sufficiente a levargli il mezzo sorriso che ha mantenuto fino a quel momento. «Ah» è l'unica cosa che gli viene fuori dalla bocca.
Quasi avrebbe dovuto aspettarselo, da quando l'altro gli ha confidato che il professore è avvezzo al ricatto, a compromessi forzati. «E tu...» fa per dire, che una conclusione già l'avrebbe e sarebbe logica.
Dalla parte opposta, Simone scuote il capo. «Non ho intenzione di lasciarti perché lo vuole lui» attesta.
«Ma è il rugby, Simó, il sogno tuo, quello che ti ostacolava in ogni modo e adesso non avresti nessun problema.»
«Posso giocare a rugby in ogni caso, in qualche modo. Tu sei tu.»
Manuel non possiede una maniera consona di reagire. Nella sua testa c'è un vortice di pensieri che lo fa vacillare ed è abbastanza sicuro che non sia a causa del vino che ha bevuto.
Per un attimo, il contatto tra le loro mani è perso.
Lo guarda di sottecchi e striscia la sedia all'indietro sul pavimento. «Vie' qua» lo invita, battendo piano tre dita sulla propria gamba.
«Ti faccio male.»
«Non me fai male, vieni.»
Simone gli obbedisce, seppur con qualche frammento di esitazione. Si alza con lentezza, trascina i piedi per mezzo metro e prende posto seduto sulle cosce dell'altro ragazzo.
In effetti, un po' pesante lo è, constata Manuel, ma è tollerabile. Avvolge le braccia attorno al suo busto per tenerlo in equilibrio e deposita un bacio sulla sua spalla. «Non voglio che rinunci al rugby o a qualsiasi altra cosa per me» soffia.
«Manuel...»
«No, ascolta: se lo fai, poi a lungo andare l'odierai e mi odierai.»
«Non ti odierei mai.»
«Dici così adesso, ma tra qualche anno non la penserai più così e mi vedrai come colui che t'ha impedito di inseguire i tuoi sogni.»
Simone evita il suo sguardo. Ha preso a giocherellare con il bottone sul polsino della sua camicia per distrarsi. «E tu, evidentemente, non mi ascolti bene» attesta.
«Ti ho ascoltato, invece.»
«No, se dici 'ste stronzate!» lascia perdere il bottone e cerca con volontà i suoi occhi. «Trovo un altro modo per giocare a rugby, mica mi arrendo. Ci sono squadre anche in Scozia, posso studiare come vuole mio padre e giocare quando...»
«Il tuo piano non era giocare a rugby in Scozia, ma qui in Italia.»
«È solo un po' diverso, va bene uguale! E appena finisco gli studi, torno che gli sarà passata e faccio il resto.»
Manuel non ne è convinto: come potrebbe? Si è trovato dalla parte opposta, a fare rinunce per qualcuno, a mettere da parte ciò che era per compiacere qualcuno.
Sì, può paragonarsi a Nina, per nessuna ragione al mondo tratterebbe Simone come lei ha fatto con lui per anni, però...
È complicato.
È più che complicato.
«Non sono venuto qui per dirti che ti lascio» sussurra Simone ad un tratto. Con le dita sfiora la sua guancia, percependo sotto ai polpastrelli la barba ispida che sta ricrescendo. «Se mio padre pensa che spedendomi in Scozia io possa mollarti, è fuori strada. 'Sta cosa la voglio affrontare con te.»
Manuel lo fissa e si lascia fissare dai suoi enormi occhi scuri, quelle due pozze nelle quali vorrebbe sprofondare ogni volta.
È in tali momenti che sente che, forse, per davvero può fronteggiare qualsiasi cosa.
Che prima era solo, che lo è sempre stato, invece ora ha qualcuno che lo tiene per mano e non vuole lasciarsi scalfire dall'esterno, dalle intemperie che possono sopraggiungere.
Quello è l'ennesimo problema che devono risolvere che coincide con la distanza, ma possono gestirlo.
Sforza un sorriso e allunga il collo per poterlo baciare piano sulla bocca. «Ti ho preso pure la torta» cambia discorso, cercando comunque di fargli capire che sì, sono loro due, insieme, contro qualunque difficoltà.
Simone lo capisce, ovviamente. «Anche le candeline?»
«Diciannove, tutte rosa.»
«Rosa?»
«Eh, l'hai detto 'na volta che ti piace quel colore.»
«Ma quando?»
«Non lo so, una mattina che ce semo svegliati insieme.»
«Non credevo stessi ascoltando.»
«Guarda che ogni tanto la memoria funziona bene pure a me! Non sarà come la tua fotografica, però manco da butta' via!»
La torta che Manuel ha preso — avrebbe fatto anche quella, ma le sue abilità di pasticceria lasciano a desiderare — è piccola, di forma rotonda, ricoperta di panna, ove punta la scritta "buon compleanno" fatta con il cioccolato fondente.
Avrebbe voluto aggiungere un "Piccolè" dopo, si è fermato ritenendolo cringe.
Le diciannove candeline ci stanno a malapena sopra e impiega un'infinità di tempo ad accenderle, tanto che la cera di alcune di esse comincia a colare.
Alla fine, comunque, ha successo.
«Esprimi un desiderio» suggerisce, mettendo il dolce davanti all'altro ragazzo. Sono tornati nelle posizioni iniziali attorno a quel tavolo.
Lo vede socchiudere gli occhi per un paio di secondi, inspirare a fondo e, poco dopo, soffiare sulle candeline rosa fino a spegnerle tutte.
Non gli chiede quale sia il desiderio, altrimenti non si avvera.
Tuttavia, è pressoché sicuro che assomigli ad uno dei propri.
🏍️🏉
Fanno l'amore in un letto matrimoniale cigolante e con il materasso per nulla comodo, il che fa ridere entrambi in più occasioni — gesto che viene interrotto da rinnovati baci.
Hanno appurato entrambi, comunque, che la loro parte preferita viene dopo quando possono stare accoccolati sotto le coperte, con Simone che mantiene il capo sul petto di Manuel, a farsi cullare dai battiti del suo cuore.
Stanno in silenzio, non parlano e va bene così.
A Manuel piace l'assenza di suono se può condividerla con Simone.
Ció nonostante, è la vibrazione del telefono di quest'ultimo appoggiato sul comodino che interrompe bruscamente l'idillio.
«Non rispondi?» domanda il più grande, lanciando un'occhiata all'apparecchio.
«Non mi va.»
«Squilla da cinque minuti, magari è qualcosa di urgente.»
«È solo mio padre che vuole controllare dove sono.»
Giocherella con un riccio dei suoi capelli, attorcigliandolo intorno a due dita. «Che gli hai detto?»
«Che andavo da Laura, tanto siamo amici.»
La scusa potrebbe essere plausibile, eppure il telefono continua imperterrito a vibrare. «Dovresti risponne.»
«Perché?»
«Perché è meglio se non te metti di più nei casini.»
Simone ci impiega qualche secondo e ulteriori cinque squilli del cellulare per seguire quel consiglio. Di malavoglia, si tira su, si mette a sedere sul materasso e risponde alla chiamata: «Pronto?»
Manuel rimane immobile, ad osservare la sua schiena nuda piena di nei. Allunga una mano e traccia con i polpastrelli delle linee immaginarie che uniscono quelle minuscole macchie, come costellazioni nel cielo.
Un clichè, un'immagine più che romantica e smielata, quella di vedere delle costellazioni sulla sua pelle.
Tende comunque un orecchio alla conversazione che sta avvenendo al telefono, anche se può sentire soltanto una parte, frasi sconnesse che provengono dalla bocca del più piccolo: «No, sono fuori con Laura, te l'ho detto» pausa «Che significa?» pausa «Vabbè, quindi?» pausa, sospiro «No» sospiro più profondo «Più tardi» pausa lunga «Perché devi fare così?»
Dalla parte opposta, probabilmente sopraggiunge una risposta secca, decisa, alla quale Simone non replica più.
La chiamata cade e il ragazzo scruta lo schermo del telefono finché non diventa nero.
«Tutto okay?» domanda Manuel. La risposta è abbastanza scontata.
Simone scuote il capo. Abbandona lo smartphone di nuovo sul comodino. «Ha casualmente incontrato Laura in giro» borbotta «e ora vuole che torno a casa.»
«Vai.»
Sbuffa una risata nervosa. «Mi vuoi cacciare?»
«No,» replica l'altro e si mette a sedere, premendo la schiena contro la spalliera rigida «fosse pe' me ti terrei sempre qua, però come t'ho detto, non è il caso di farlo arrabbiare di più.»
«Così gliela diamo vinta.»
«Non è una battaglia.»
«A me lo sembra.»
A volte lo è davvero.
Si sporge appena in avanti per depositare un bacio sulla sua spalla. «Vai» gli intima di nuovo. «Noi ci sentiamo.»
Simone non ne è convinto, per niente. Sospira sommessamente, socchiudendo gli occhi. «Vieni alla partita domenica?»
Manuel sorride. «Sarò quello che fa il tifo più forte.»
E quella, lo sanno entrambi, non è affatto una bugia.
A rivestirsi, Simone ci impiega un tempo decisamente lungo e Manuel è piuttosto convinto abbia rallentato di proposito, il che non gli dispiace, per cui non si lamenta.
Considerata la grandezza dell'appartamento, non è necessario che lo accompagni alla porta, ma lo fa, come un'ombra, tenendo una sua mano fino alla soglia.
Su di essa, Simone si ferma poco prima di mettere piede sul pianerottolo. Si volta verso l'altro, un mezzo sorriso appare sulle sue labbra, un po' storto, un po' spento.
Si sporge in avanti e lo bacia sulla guancia. Non è un gesto casuale, neppure rapido poiché preme la bocca sulla sua guancia per otto secondi.
Manuel li conta tutti e non saprebbe spiegarlo a parole, trovare una definizione, gli sembra solo che ci sia qualcosa in quel bacio, un differente significato che non riesce a decifrare.
Vorrebbe chiederglielo.
Non lo fa poiché una parte di lui teme la risposta.
«Buonanotte, piccolè» sussurra soltanto.
«Ho diciannove anni adesso, non sono così piccolo.»
«Cretino.»
Simone sogghigna. «Buonanotte, scemo» conclude. Si sistema lo zaino sulla spalla e si avvia verso le scale.
Manuel rimane immobile finché non sente il rumore del portone di sotto che sbatte e viene chiuso.
È frastornato da un sacco di cose e pare che ogni giorno qualcuno si impegni per prenderlo a schiaffi e trovare nuovi modi per tramortirlo.
Fantastico.
Serra la porta con lentezza.
È da poco passata la mezzanotte.
Non è troppo tardi e il vino che ha lasciato per mesi nell'armadio ora è in frigorifero. Decide di finire ciò che resta, un bicchiere e mezzo o poco più, sperando che ciò possa annebbiare almeno un po' la sua mente fino al giorno dopo.
***
[Note autore:
Grazie per aver letto fin qui.
Un bacio.
Lilith.]
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro