Il problema
Ci va.
Ci impiega del tempo, ha numerosi ripensamenti e fissa la conversazione su WhatsApp con Laura per minuti che paiono eterni.
Addirittura digita più volte "chiama Dante", ma non invia mai.
Ad arrivare alla meta, a Manuel occorrono venti minuti circa.
Non deve fare troppi giri per trovare un parcheggio, grazie al cielo, con la moto non serve.
Suona il citofono che riporta il cognome Tommasi, come gli è stato indicato.
Non prende l'ascensore, sale a piedi i quattro piani fino all'appartamento. Se ne pente al secondo quando ha già il fiatone.
«Perché non hai preso l'ascensore?» è la prima domanda che pone Laura, ferma sulla soglia della porta, non appena lo vede giungere.
Manuel finge di non essere fisicamente devastato dalle rampe salite. Scrolla le spalle. «Me tengo in forma» taglia corto e in forma non lo è da almeno cinque o sei anni.
La ragazza strabuzza gli occhi e accenna una risata. Poi si scansa e lo invita ad entrare.
L'alloggio è grande. L'ingresso dà su un ampio disimpegno dove appaiono cinque porte bianche, tre di esse sono serrate, una aperta e una socchiusa.
«I miei sono fuori città, per fortuna» spiega la padrona di casa «altrimenti non avrei saputo dove andare.»
Manuel annuisce, mentre si guarda intorno e si leva la giacca. Fa davvero molto caldo lì dentro, evidentemente i termosifoni sono ancora accesi. La segue a passi lenti finché lei non spinge l'anta socchiusa che conduce ad un bagno dalle mattonelle di un rosa pallido e una fioca luce che proviene da l'applique vetrata sul soffitto.
Simone è seduto sul pavimento, un braccio appoggiato al water aperto e il viso nascosto. Non si può vedere la sua espressione, ma, considerata la posizione e i versi infastiditi e sommessi che emette, si può facilmente immaginare come e quanto sia devastata.
Manuel riconosce quello stato, ci è passato parecchie volte, soprattutto da adolescente. Abbandona la giacca sul bordo della vasca e «Ce l'hai del caffè?» chiede a Laura, a bassa voce. La vede fare cenno di sì con la testa. «Bene, ce ne servono litri.»
«Vado a farlo.»
«Seh, ce penso io qua.»
Resta solo.
Solo, con Simone.
Esita, in piedi a due metri da lui, i pugni stretti lungo i fianchi. Gli sembra minuscolo in quel momento, più che vulnerabile.
A pezzi, una versione così lontana da ciò che ha sempre visto, dal ragazzo spavaldo, audace, sicuro, quello che gli ha buttato addosso il fatto che non prova niente, che fa le cose solo per divertirsi, che è rimasto zitto quando erano uno di fronte all'altro in una stanza che più volte ha visto i loro corpi unirsi.
Avanza in maniera fiacca finché non è abbastanza vicino per potersi piegare sulle ginocchia ed essere più o meno alla stessa altezza.
Soltanto in quel momento, sudato e con i capelli incollati alla fronte, Simone gira il capo e intravede il nuovo arrivato. Dalla sua bocca esce un mugolio infastidito e «Perché sei qui?» mugugna.
«Mi ha chiamato la tua finta fidanzata.»
«Non doveva... farlo.»
«Eh, ormai il danno è fatto.»
Si tira su quel che basta per potersi sedere meglio e appoggiare la schiena contro la parete di mattonelle. Ha le vertigini e deve strizzare le palpebre più volte per evitare di avere troppo fastidio, anche se le luci e i colori intorno paiono mescolarsi e gli arrecano disturbo.
Nel frattempo, Manuel raccatta un asciugamano azzurro degli ospiti, lo bagna appena con l'acqua del rubinetto e lo piega lungo il lato lungo. Si china di nuovo di fronte all'altro ragazzo e glielo sistema attorno al collo, così da donargli un briciolo di sollievo — perlomeno, con lui, anni fa, lo faceva ogni tanto Chicca e funzionava.
Dal sospiro che ode, presuppone sia utile anche in quella occasione.
Si siede sul bordo della vasca, il busto in avanti e i gomiti appoggiati sulle cosce. Da tale posizione, può essergli d'aiuto per ogni evenienza.
«'O sai che darti all'alcol non te fa bene?» esclama. «Primo, come sportivo dovresti evita' e lo sai. Secondo, non te porta via i problemi, qualunque essi siano.»
Simone brontola qualcosa di poco comprensibile. Ha la nausea. «Sei... sei tu il mio problema» borbotta.
Manuel sogghigna e contorce le labbra in una smorfia di sorpresa e pure disappunto.
È una classica frase da adolescente con una sbronza, tipo una di quelle che si sente nei film o nelle serie tv, a volte scadenti. «E perché sarei io?»
Non ottiene risposta, soltanto ulteriori versi senza senso, finché non lo vede socchiudere gli occhi, deglutire e «La—la smetti di muoverti?» lo sente dire.
«Non mi sto muovendo.»
«Sì, sì, stai... girando tutt'intorno, stai... stai fermo.»
«Sono fermo.»
È una strana consapevolezza che avvolge Simone in quell'istante ed è la medesima che sfiora pure Manuel in seguito.
«Oh, no» mugugna il più piccolo. Scuote il capo e per fortuna si trova vicino al water: gli è sufficiente un singolo movimento per mettersi in ginocchio e rimettere dentro la tazza.
In un primo momento, Manuel non si muove. Una parte di lui si costringe a restare immobile. Dura poco, ovviamente, meno di quanto gli ci è voluto per decidere di recarsi in quella casa a seguito della chiamata di Laura.
Si direbbe debole.
Ma è soltanto irrimediabilmente, incondizionatamente, assurdamente innamorato.
Allora si affretta a mettere una mano sulla sua fronte per reggergli la testa, intanto che con l'altra gli accarezza la schiena, per confortarlo, per tranquillizzarlo. Sfiora con le dita le sue vertebre al di sotto della t-shirt bianca e la camicia di flanella a scacchi. Non proferisce parola, tanto in quella situazione non servirebbe. Aspetta che finisca di vomitare, tra colpi di tosse e lamenti.
«Va un po' meglio?» osa chiedere.
«No» soffoca Simone.
Manuel vorrebbe ribadire che è uno dei motivi per cui non bisogna bere tanto, dato che le conseguenze sono terribili e durano troppo. Presume che la lezione sia già stata imparata e non occorre infierire.
Con la coda dell'occhio, scorge Laura sulla soglia della porta. Le rivolge l'attenzione e non smette con le carezze.
«Il caffè è uscito» annuncia lei.
«Me sa che non serve più. Meglio se dorme.»
«Può mettersi nella stanza dei miei, poi cambio le lenzuola. È qui accanto.»
«Okay, lo porto di là. Ce l'hai 'na bacinella?»
«Ho un secchio. Lo lascio vicino al letto.»
«Seh, ottimo.»
La ragazza annuisce e si dilegua nel corridoio buio.
Simone ha smesso di tossire e i conati sono cessati.
Manuel sposta il lieve contatto sulla nuca, tra i suoi ricci, e toglie la mano dalla fronte per raccattare l'asciugamano che è caduto sul pavimento e che usa per pulirgli gli angoli della bocca. «Ce dobbiamo alza'» sussurra. In replica sopraggiunge un ennesimo lamento e un biascicato: «Non ci riesco.»
«Sì che ce riesci, t'appoggi a me.»
«No.»
«Simó, vedi che non è bello passa' la notte sur pavimento, t'assicuro.»
Lui ne sa qualcosa. In passato, gli è capitato in più di un'occasione di ubriacarsi fino a star male, rimettere e addormentarsi stremato nel bagno di casa; sua madre lo trovava soltanto la mattina successiva.
Non deve insistere troppo con Simone per essere ascoltato, sebbene qualche difficoltà la incontra a farlo alzare in piedi, fargli mettere un braccio intorno alle proprie spalle.
Per fortuna, il percorso fino alla stanza accanto è breve.
Riesce a sistemarlo sul letto, sotto la coperta di pile rosso e lenzuola azzurre. «Ce sta il secchio qua se devi vomitare di nuovo, mh? Non andartene in giro da solo» si raccomanda. Scruta il volto dell'altro. Le sue palpebre sono calate, probabilmente l'unica fonte luminosa presente nella stanza, la lampada posta su un comodino di legno lucida, lo disturba.
Allunga una mano, sposta dei ciuffi di capelli dalla sua fronte. «Sto di là se te serve qualcosa.»
È in procinto di andarsene, di far precipitare la stanza nell'oscurità in modo da permettergli di riposare e riprendersi più in fretta – serve quello, del resto, una lunga dormita e il buio.
Tuttavia, mentre sta per premere due dita sull'interruttore della lampada, Simone lo trattiene, afferra un lembo di stoffa della manica della sua felpa e lo tira con forza, per quel che può.
Lui non oppone resistenza alcuna, si limita a sospirare. Gli occhi dell'altro sono ancora chiusi, però la bocca si schiude e un flebile sussurro ne viene fuori: «Stai qui.»
È un clichè.
Presume che se la propria vita fosse un film, lo spettatore tratterebbe il fiato durante quella scena.
Forse lo spettatore è lui poiché sta annaspando.
«Stai... stai qui» riecheggia una seconda volta, più flebile, a stento percettibile.
Manuel tentenna, indeciso se spegnere la luce e andare via, come se nulla fosse, oppure rimanere.
Il punto è che è stato quello che scappa per troppo tempo, soprattutto da ragazzino, e i tempi per fuggire dovrebbe lasciarseli alle spalle.
Resta.
«Okay» soffia.
La lampada è ancora accesa mentre lui si toglie le scarpe, gira intorno al letto e si infila sotto alle coperte dal lato opposto — ha i vestiti che ha indossato fuori, ma tanto le lenzuola andranno cambiate.
Si sdraia in posizione supina, appoggia il capo sul cuscino, a fissare il soffitto ove spuntano rilievi floreali.
Poco dopo, senza che se ne accorga davvero, percepisce Simone muoversi, avvicinarsi e sente il suo respiro infrangersi nella porzione di pelle tra il collo e la spalla.
Ce lo ha addosso, come è successo in differenti occasioni. In questa, un briciolo esita a stringerlo a sé.
Sfiora i suoi capelli con i polpastrelli, sono ruvidi e crespi al contatto, complice il sudore derivato dalla sbronza.
Non proferisce parola. Ha intenzione di rimanere immobile e farlo dormire, tutto qui.
Se ci ragiona, i ruoli dovrebbero essere invertiti, considerando chi è quello con il cuore spezzato, ma tant'è.
«Perchè... ti amo.»
Gli sembra di averlo immaginato. Lo ha pensato così tanto, così a fondo dopo quel "io non provo niente" che di sicuro la sua mente gli sta giocando un cattivo scherzo. Si dà addirittura un pizzico sul fianco per rendersi meglio conto che no, è sveglio e ha udito veramente tali parole.
«Come?» sussurra. Con l'altro addosso, è impossibile muoversi e da una simile posizione non può scorgere il suo viso.
«Ed è un problema» Simone non risponde alla domanda, continua la frase iniziale con tono più biascicato e a malapena udibile.
Ti amo ed è un problema.
Cliché, di nuovo.
Anche se, per Manuel, amarsi non dovrebbe essere un problema.
Vorrebbe rispondere, chiedergli perché lo è, però pensa pure a quanti se ne è fatti lui prima di convincersi che andasse bene e basta, prima di smettere di premere sul tasto reset nell'illusione potesse passare.
Non passa ed è un problema.
Ad ogni modo, non ha occasione di porre alcun quesito: il respiro di Simone si fa più pesante, capisce che si è addormentato.
E sarà l'unico a farlo per quella notte.
🏍️🏉
Come previsto, Manuel non chiude occhio.
Fissa i ghirigori sul soffitto, quasi li impara a memoria, mentre Simone è adagiato su lui, incollato al proprio corpo.
Non lo muove di un millimetro, non vuole disturbarlo. L'unico gesto che si concede è di accarezzargli i capelli e giocherellare con i suoi ricci.
Sceglie di non pensare, pone un freno al proprio inconscio. Ha qualche difficoltà nell'impresa, ma ci riesce abbastanza. Forse, la stanchezza è utile ad annebbiare la sua mente.
Le prime luci dell'alba filtrano dalla finestra e, nel giro di meno di un'ora, sono alte nel cielo. Per fortuna, le persiane chiuse evitano che l'intera stanza sia riempita dal tiepido sole di fine inverno.
La porta di legno della camera, lasciata socchiusa, si apre con un cigolio. Dall'uscio, ne spunta Laura, vestita e preparata, con già il cappotto addosso. «Siete svegli?» chiede in un sussurro.
«Solo io» replica Manuel, a bassa voce.
«Devo andare a ritirare delle cose per mia madre, se non lo faccio, ne fa una tragedia.»
«Sì, non preoccuparti.»
«In cucina c'è qualsiasi cosa, se volete fare colazione.»
«Grazie. Tra un po' lo sveglio.»
«Non c'è fretta. Torno tra un'ora, se riesco. A dopo.»
La ragazza si congeda in quel modo, in silenzio.
Manuel ode la serratura dell'ingresso scattare e capisce che sono rimasti da soli.
Permane nel letto, nel tepore delle coperte, per ulteriori quindici minuti. In seguito, sgattaiola fuori in maniera lenta, cercando di non smuovere troppo il materasso. Ne ottiene un mugolio infastidito da parte di Simone, ma non il suo risveglio — meno male.
È indolenzito quando si reca in bagno e allo specchio nota che ha un aspetto terribile. Si sciacqua il viso con dell'acqua fredda. Non serve a molto a curare l'aria stanca.
Ha bisogno di dormire, dubita, però, che riuscirebbe nell'intento.
Allora si cimenta in quei gesti che, di solito, lo calmano e lo distraggono abbastanza, anche se nella propria testa torna a rimbombare "ti amo ed è un problema" e non può fare a meno di chiedersi se questo problema sia il riflesso di tutto ciò che ha affrontato lui in precedenza prima di arrivare ad una conclusione fin troppo semplice.
Si fionda in cucina.
Il frigorifero, come preannunciato, è pieno di qualunque leccornia. Non essendo a casa propria, non vuole approfittarne troppo o usare eccessivi ingredienti, per cui si limita a prendere uova, pane e latte per preparare dei french toast — e, oh, una quantità eccessiva di burro. Mentre la padella si scalda, mette su un fornello anche la moka per il caffè.
Procede con calma, ogni suo movimento è lento sia a causa della stanchezza, sia perché non vuole produrre eccessivo rumore e svegliare Simone.
Tentativo vano poiché, qualche minuto dopo, con il burro che non si è ancora sciolto, quest'ultimo compare sulla soglia: ha gli occhi gonfi, i capelli arruffati.
Un aspetto terribile, insomma.
Manuel ci impiega un attimo a rendersene conto, lo fa mentre imbeve la prima fetta di pane nell'uovo.
«Ehi, buongiorno» lo saluta, prova ad essere cordiale. Una parte di lui vorrebbe andare dritta al punto. Si frena. Almeno deve concedergli di riprendere un minimo di contatto con la realtà ed essere più lucido.
«Buongiorno» borbotta Simone, in risposta. La sua voce è rauca.
«Siediti, sto preparando la colazione.»
«Non ho molta fame.»
«Lo so, ma dopo una sbronza conviene mangiare qualcosa, per cui...» Manuel lascia la frase in sospeso. Gli dà le spalle per mettere il french toast sul fuoco, ragion per cui non si accerta del fatto che l'altro gli dia retta o meno. Presuppone di sì, dai rumori che sente.
Non si sbaglia, in effetti: otto minuti e quaranta secondi dopo, sono accomodati su degli sgabelli alti, alla penisola bianca della cucina, con una colazione francese davanti e tazze fumanti di caffè.
Manuel divora mezzo toast in pochi secondi perché ha davvero fame. Con la coda dell'occhio, nota che chi gli è accanto sta solo giocherellando con il cibo, senza metterlo in bocca. Comprende che con nausea e postumi sia più difficile buttar giù qualcosa.
«Non te piace?» domanda. In realtà, sta soltanto provando ad avviare una conversazione frivola e non permettere ad un opprimente silenzio di farsi largo nella stanza.
Simone sospira, abbandona la forchetta nel piatto pieno. «Possiamo... saltare la parte in cui fingo di non ricordarmi cosa ho detto stanotte e tu cerchi di farmelo capire in qualche modo oppure dobbiamo continuare la recita?»
Ecco, il punto lo centra in pieno lui, così forte che a Manuel fa girare la testa e rischia di strozzarsi con un boccone. Si pulisce le labbra e il mento con un tovagliolo di carta e annuisce. Si gira nella sua direzione, trova i suoi occhi grandi già a fissarlo. «Quindi te lo ricordi» attesta.
«Certo, l'amnesia post sbronza è solo 'na roba molto comoda di cui la gente fa abuso.»
«In realtà ci sono molti studi che...» prova a sdrammatizzare, ma lo sguardo tagliente del più piccolo lo mette subito a tacere. «Okay» sospira e posa anche lui la forchetta nel piatto. «Allora posso farti subito la prima domanda.»
«Sarebbe?»
«Mi ami?»
Diretto, forse fin troppo, considerando le palpebre di Simone che sfarfallano e lui che pare perdere l'equilibrio pure da seduto. Tuttavia, annuisce in cenno affermativo. «E tu?»
«Io cosa?»
«Tu mi ami?»
«Toccano a me le domande, no?» Manuel non gli risponde di proposito. Gira sullo sgabello, fa in modo che l'altro ragazzo agisca di riflesso, così da essere faccia a faccia. Le loro ginocchia si sfiorano. «Se mi ami, perché sei uscito con un'altra persona?»
«È una storia lunga.»
«Abbiamo tempo.»
Nessuna replica, solo assenza di suono per dei secondi che paiono interminabili. E dunque: «Simó, semo io e te qua. T'ho tenuto la testa mentre vomitavi stanotte, t'ho raccolto col cucchiaino da terra. Non c'è niente che tu possa dire che possa sconvolgermi, te lo giuro.»
A Simone ha iniziato a tremare una gamba e ha preso a torturarsi le dita delle mani. È nervoso ed è evidente.
Manuel si accorge di quel gesto ed è pronto a porre un palmo sulla sua coscia per fermare il movimento convulso. È di nuovo strano rapportarsi con la sua versione fragile.
È diverso, strano, ma pure bello. È una sfaccettatura differente che vuole cogliere.
«Posso dì 'na cosa io, se vuoi» sussurra. Lo vede annuire e basta e allora prosegue: «Okay, uhm—quando me so' accorto che co' te non era più solo sesso, continuavo a ripetermi che era sbagliato perché... perché c'hai diciotto anni, io sono troppo grande per te, ma più tentavo di reprimere ciò che provavo, più 'sta cosa veniva fuori e me colpiva dritto in faccia finché non ho smesso di combatterla e basta. Me so' reso conto che qualunque cosa facessi per fingere che non fosse così, era inutile.»
Muove piano un pollice, per accarezzargli la gamba e fargli notare il proprio sostegno. Abbassa appena il capo, per guardarlo sottecchi ed intendere un muto "ora tocca a te".
Simone si morde piano il labbro inferiore. Se è possibile, è più agitato di prima. «Tu sei...» soffoca «tu eri davvero solo un gioco, mi divertivo un—un sacco a stuzzicarti, mi faceva ridere vederti in panico per le piccole cose che facevo e credevo... credevo sarebbe stato così sempre. Era una cosa divertente che finiva là e basta, no? Solo che più passavano i giorni e mi accorgevo che—che se tu non c'eri, io ti cercavo perché mi mancavi e ti cercavo in ogni momento, ovunque andassi.»
Fa una breve pausa, ha il fiatone. Tira su con il naso. Dopo riprende: «E Laura mi ha fatto notare che... che se quando una persona non c'è e ti manca, allora vuol dire qualcosa e ci ho messo poco capire cosa davvero fosse. È stato più chiaro quando sono uscito con Thomas e lui mi ha baciato e io per tutto il tempo volevo solo che fossi tu a baciarmi.»
C'è una seconda interruzione, stavolta più duratura. Una singola lacrima gli scivola lungo una guancia. Non è tristezza, è tensione che si allenta al seguito di una confessione. Il tremolio alla gamba è cessato.
Manuel allunga l'altra mano e con un pollice gliela asciuga. «E qual è il problema?»
«Di cosa?»
«Hai detto che mi ami ed è un problema» specifica. «Qual è?»
Simone esita ancora. Ha premuto talmente forte gli incisivi nel labbro inferiore che rischia di sanguinare. I loro occhi si incrociano in quel momento ed è come riconoscersi di nuovo. «Ce ne sono parecchi» soffia.
«Dimmene uno, quello più grande.»
Sospira più a fondo. «Io non ce l'ho mai avuto un ragazzo» sibila.
Tra le mille ragioni che Manuel ha messo in conto, una simile non l'ha prevista.
Insomma, uno grosso può essere la differenza di età, i loro genitori che stanno insieme e potrebbero opporsi ad una eventuale relazione, soprattutto a lui preoccupa come potrebbe prenderla Dante.
Quello è il meno grave, davvero.
Un mezzo sorriso gli appare sulle labbra. «Beh, nemmeno io» replica, in sincerità.
Simone fa una smorfia. «Non è vero, tu sei stato sposato.»
«Sì, ma co' te è diverso» a Manuel viene fuori in modo naturale, spontaneo.
Pare una frase fatta, quasi di circostanza, ma davvero pensa sia diverso.
Era innamorato di Nina, vero, non può negarlo, suo malgrado.
Però è innamorato di Simone e il sentimento è più forte e devastante di prima.
Sarà che è in un'età diversa, che ha avuto occasione – purtroppo – di sperimentare tutto ciò che non vuole in una relazione.
Sarà che con Simone viene fuori soltanto il suo meglio, tornano alla ribalta i sogni, le speranze, la luce e i colori.
Sarà che con Simone vede la vita da una prospettiva differente.
Sarà che è Simone e basta e nessun altro può reggere un confronto.
«Ma io non so se sono capace» lo sente biascicare, la sua voce è impastata.
«Non sei capace di far che?»
«Di amare.»
Aggrotta la fronte.
Non è d'accordo, per niente. Al contrario, crede che Simone ami in modo incondizionato, con le cose che fa, che dice o non dice, quando è sufficiente la sua sola presenza a portare pace nel proprio cuore.
«Perché dici così?» soffia.
L'altro si stringe ancora di più nelle spalle. «Perché sono bravo a divertirmi, a stare con qualcuno una notte e poi dimenticarmene.»
«Ma con me ci sei stato più di una notte o sbaglio?»
«Sì, ma...» esita, mordendosi piano il labbro inferiore «non so come...» prova a dire e fatica a parlare «non so nemmeno come gestirla questa cosa. Mi fa... uscire pazzo, mi fa sentire... debole la maggior parte delle volte e io non sono mai stato così e ho paura. Ho un sacco paura. Paura di non sapere come amarti bene, come ti meriti e poi... poi che succede se non sono capace e basta e tu te ne vai? Se ti accorgi che non ti va di stare con un ragazzino per sempre e dovrei—cadrei a pezzi e come... come faccio se...»
Manuel prende il suo viso tra le mani, in maniera delicata, mettendo un freno a quel fiume di parole. Sfrega i pollici sui suoi zigomi e si avvicina abbastanza per sfiorare la punta del suo naso con la propria.
«Nessuno le prevede 'ste cose, piccolè» dice, a bassa voce. Cerca di confortarlo per quel che può. «Può andare bene, come può andare male, ma mica ce ne dobbiamo preoccupare adesso, mh? Possiamo fare una cosa alla volta. Affrontiamo un problema alla volta.»
Sposta il capo, quel che è sufficiente per depositare un bacio sulla sua fronte — e Simone socchiude le palpebre a tal gesto.
«Se questa è la tua più grande paura» continua «la possiamo risolvere insieme, mh? Anche se penso che tu... sappia amare in un modo che è solo tuo ed io non mi sono mai sentito più visto, capito e amato prima d'ora. Mai con nessuno.»
Simone ascolta in silenzio. I suoi occhi grandi sono sgranati e lucidi. «Non è vero» soffoca.
«È vero. Ti fidi?»
«No.»
«Come no?»
Manuel smorza una risata, cercando di strapparne una anche all'altro. Non ci riesce e allora torna serio. «Non te dico bugie io» gracchia. «Io pure ho avuto paura, 'sta intera situazione fa paura, ma possiamo... possiamo gestirla. Io e te.»
Il battito del cuore di Simone ha cominciato ad essere forte e irregolare, tanto che lo fa sussultare ed emettere un singhiozzo. È davvero la prima volta che un sentimento del genere lo travolge ed è evidente.
Tuttavia, come già appurato in precedenza, Manuel è lì per tenere insieme i suoi pezzi. «Io e te, mh?» gli ripete.
Il più piccolo è ancora titubante. Ci impiega qualche secondo a reagire e fa cenno di sì con il capo, per quel poco che può muoversi. «Ti vorrei baciare» dice «ma puzzo di vomito, non so se ti conviene.»
Anche Manuel ride, mentre gli porta un riccio di capelli dietro ad un orecchio. «Magari su come rispondere ad una dichiarazione ci lavoriamo, mh?»
Lo vede annuire una seconda volta e stavolta scorge un mezzo sorriso sulle sue labbra.
Se Simone crede di non saper amare, lui è disposto a dimostrargli che si sbaglia e se qualche cosa non sa farla, può insegnargliela, sebbene sia piuttosto convinto che conta di più il contrario.
Del resto, da quel ragazzino ha già imparato tanto, più di quanto l'altro possa immaginare.
«Mo' mangia però, che 'sti cosi freddi fanno schifo» gli intima poco dopo. Lo bacia sulla punta del naso e interrompe il contatto, per quanto non voglia.
Torna anche lui alla propria colazione, che è quasi finita.
Simone sposta lo sguardo sui french toast che ha sminuzzato. Non ha fame per davvero e teme di vomitare di nuovo. Ciò nonostante, gli viene da sorridere. D'istinto, allunga una mano: cerca e trova quella della persona che ha accanto, sotto la penisola, va ad intrecciare le sue dita.
Manuel non si volta, può soltanto osservare tale gesto, il quale lo cura più di qualsiasi altra cosa.
Che lo fa sentire amato anche da chi non crede di esserne capace.
Un'ora dopo, Laura non è ancora tornata, ma manda un messaggio per dire che farà tardi, che possono restare a casa finché vogliono e che, nel caso decidessero di andare, si raccomanda di tirare semplicemente la porta alle loro spalle.
Manuel si è premurato di lavare ogni stoviglia usata, spazzare a terra in cucina, in seguito ha levato le lenzuola dal letto dove hanno dormito e le ha riposte nel cesto della biancheria sporca; ne avrebbe messo anche delle pulite, ma non ha voluto rovistare negli armadi per trovarle — spera che la ragazza lo perdoni; per sicurezza, glielo scrive per messaggio, che non si sa mai.
Simone, invece, si fa una doccia, anche se deve indossare gli stessi vestiti di prima, però non ha un cambio dietro. Quando esce dal bagno, ha ancora i capelli bagnati. Regge in mano il proprio telefono e raggiunge l'altro, in salotto, seduto sul divano.
Fissa lo schermo dello smartphone con la bocca che si contorce in una smorfia. Ci sono diciannove chiamate perse.
Come ovvio, Manuel si accorge della sua espressione e domanda: «Tutto okay?»
«Mio padre mi uccide.»
«Perché? Non l'hai avvisato che non tornavi a casa?»
«No, gli ho detto che ero con Laura, non che non sarei tornato a casa.»
«Vabbè, scrivigli ora, mica si arrabbierà per questo.»
«Non lo conosci» ammette Simone e infila il telefono nella tasca posteriore dei pantaloni. Poi abbozza una risata fiacca. «Questo è un altro dei problemi.»
A tal punto, Manuel si alza in piedi. Riduce la distanza che li separa con lentezza. «Allora è solo n'altra cosa che possiamo risolve' a poco a poco» prova a rassicurarlo. «Proviamo a farla funziona', no?»
Simone si limita ad annuire, non replica in alcun modo a parole.
C'è qualcosa fuori posto, qualcosa che non va e che lo turba. Manuel lo sa e non si tratta soltanto di un sospetto, ciò nonostante decide che possono discuterne dopo, poi.
Per quel giorno, hanno già affrontato abbastanza.
«Comunque... mi sono lavato i denti» annuncia il più piccolo ad un tratto. «Cioè, ho usato un dito perché non avevo lo spazzolino, ma—così, per informarti.»
«Ah, sì?»
«Mh-m, e ho dalla mia anche una doccia calda durata quindici minuti, per cui...»
«Per cui?»
«Beh, magari potresti f—» sta per continuare e viene interrotto da un bacio che l'altro gli dona, prendendogli il viso tra le mani e sfregando i pollici sui suoi zigomi.
Sorride durante quel gesto. Non gli è mai capitato prima d'ora.
Manuel si accorge anche di quello — ora Simone gli appare più chiaro, sotto una luce differente, con un linguaggio che riesce a capire e lui sa che quel bacio è diverso per un motivo: perché è la prima volta che le loro labbra si toccano sapendo che un sentimento reciproco le lega e non c'è niente di meglio.
Decidono di lasciare casa di Laura prima di pranzare, giusto per non approfittarne troppo.
Quando scendono in strada, Simone scruta con fare curioso la moto alla quale si avvicina Manuel, per raccattare il casco dal bauletto dietro — ne ha due, per ogni evenienza e per fortuna.
Rimane a poca distanza, intanto che un lieve sorriso gli curva le labbra. «Allora l'hai riparata per davvero» esclama.
Manuel strizza le palpebre a causa dei raggi del sole per quel giorno eccessivamente caldi per il periodo. «Certo!» conferma. «Che è 'sto tono sorpreso?»
«Non è sorpreso, sapevo che ce l'avresti fatta» replica l'altro e si avvicina un briciolo di più al mezzo, abbastanza per poter recuperare il casco che tiene in mano. «Le hai già dato un nome?»
«Non ancora.»
«Dovresti. Quella che avevi al liceo come la chiamavi?»
«Non era un nome vero e proprio, cioè—dicevo tipo bambina.»
«Uh, cringe.»
«Ecco, appunto» ridacchia Manuel. Scrolla le spalle. «Sceglilo tu un nome.»
«Io?»
«Dall'inventore di Paperella possono uscire soltanto altri capolavori.»
«È una grossa responsabilità.»
«Seh, quindi stai attento a quel che dici.»
«Ci penserò bene.»
Annuisce e sta per indossare il casco per poi salire in sella, ma è poco prima che Simone lo frena: c'è la moto che si interpone tra di loro, però non ferma quest'ultimo dallo sporgersi su di essa, attirare l'altro ciò che basta per poterlo baciare delicatamente sulle labbra, di giorno, alla luce del sole.
Quando si distacca, rimane ancora abbastanza vicino al suo viso da percepire il suo respiro sulla pelle. «Proviamo a farla funzionare» dice, forse è una domanda, forse no «problema dopo problema.»
Manuel sorride, sfrega la punta del proprio naso contro la sua. «Problema dopo problema» soffia.
Un po' ne ha paura, non può negarlo.
Ad alta voce non dice nulla, non per il momento. Non serve a nessuno dei due procurarsi ulteriori angosce.
Quelle ci saranno in un futuro che non è nemmeno troppo distante.
Per la prima volta, Manuel guida la moto che non ha ancora un nome con Simone che si aggrappa al proprio busto, che gli appoggia i palmi sul petto e il mento su una spalla. Non può voltarsi per vederlo, tuttavia lo immagina socchiudere gli occhi intanto che il lieve vento dell'avvicinarsi della primavera accarezza i loro volti attraverso la fessura della visiera del casco lasciata alzata.
È la migliore sensazione al mondo: lui, la moto, una strada su cui sfrecciare e Simone che lo stringe a sé.
Così i problemi sembrano meno e, per ora, può bastare.
***
[Note autore:
Grazie per aver letto fin qui!
I nostri eroi ce l'hanno fatta ad ammettere di provare qualcosa l'uno per l'altro, ma...
Problema dopo problema, giusto?
A volte il solo amore non basta per far filare tutto liscio.
Chissà come Dante e Anita potrebbero prendere questa relazione e quanto tempo ci metteranno a venirlo a sapere.
Ricordo che un commento è sempre molto gradito.
Alla prossima con.. fidanzatini in segreto!!
Un bacio.
Lilith.]
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