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Il compromesso




«Non capisco che problemi hai.»

Nemmeno Manuel lo capisce, in tutta sincerità.

Ha stampato quella proposta di lavoro perché leggerla sul telefono era un'impresa – caratteri troppo piccoli, tanto che dovrebbe mettere gli occhiali, ma anche no, non lo farà mai.

L'ha letta per tre volte e non c'è niente fuori posto: orario flessibile, possibilità di smart working, quattordici mensilità, bonus aziendali, stipendio netto sopra la media.

Sarebbe una follia lasciar perdere, dovrebbe firmare seduta stante, mettere il completo migliore che possiede e presentarsi in ufficio la mattina successiva.

Invece sta esitando con l'angoscia di commettere un errore madornale come fosse un patto eterno con una routine che lo ucciderà lentamente.

Sistemato sul proprio letto, con la schiena contro la spalliera rigida, guarda di sottecchi Simone, accomodato ai piedi del materasso.

Quest'ultimo tiene in mano i fogli della proposta di assunzione e in equilibrio tra le labbra una sigaretta che deve ancora accendere.

«Il primo è te devi mette' qualcosa addosso» sbotta Manuel e sposta con un piede il lenzuolo in modo da coprire l'altro in parte — con scarsi risultati.

«Perché?»

«Perché devo pensa' e me distrai.»

«Seh, è proprio questo il punto di stare nudo, sai?» Simone sorride, beffardo, e approfitta del momento per accendere la sigaretta. Aspira una volta e soffia il fumo verso l'alto.

«Sai che uno sportivo non dovrebbe fuma'?» rimbecca Manuel.

«Fatti i cazzi tua.»

Per reazione, si sposta. Prende i fogli ormai abbandonati sul materasso e li butta alla rinfusa sul pavimento — tanto li ha pinzati in un angolo e non rischia di disperderli. In seguito, sfila la sigaretta dalle sue dita e prende un tiro.

Simone osserva quel gesto, aggrottando le sopracciglia. «Non avevi smesso?»

«Fatti i cazzi tua» Manuel lo scimmiotta, usando l'accento romano dell'altro, non troppo credibile.

Davvero, pensa, come fa ad avere così poca cadenza, essendo nato e cresciuto lì?

Presume che le estati passate in un differente stato lo hanno influenzato o chissà.

Il più piccolo, comunque, non se la prende; piuttosto, provvede subito a girarsene una nuova con cartina e tabacco. «So' serio,» ribadisce «non era quello che volevi? Avrai fatto cinquanta colloqui, stando alla probabilità era abbastanza ovvio che qualcuno ti chiamasse.»

«Lo so.»

«Quindi?»

«Quindi—non so se me va de chiudemme in un ufficio a fa' roba contabile per il resto della vita mia.»

Aggrotta le sopracciglia. «Questo non fa parte del compromesso?»

Sì, è quello il punto, Manuel ne è ben consapevole.

Accettare quell'impiego è l'esatto esempio del compromesso che ha tanto decantato. Il punto è che se prima era così convinto da crederci a tal punto da sacrificare una parte di sé stesso, qualcosa dentro di lui si è incrinato, si è formata una crepa nelle sue convinzioni, quelle che gli hanno inculcato sin da piccolo, che si infilano nella testa di tutti, e in tale spazio minuscolo è nato il dubbio se accettare sia giusto o sbagliato e quali conseguenze potrebbe avere.

«Vabbè, poi ci penso» taglia corto. Non ne vuole parlare ad alta voce, i pensieri che ha bastano e avanzano e poi di sicuro il ragazzetto darebbe consigli dettati dalla libertà che sente un diciottenne — assolutamente non utile.

Si ha una diversa prospettiva della vita a quell'età.

Ah, disse dall'alto di una saggezza che non possiede.

«Questa è la tua risposta un po' a tutto» commenta Simone. È ancora nudo quando si mette in ginocchio sul materasso. Mantiene la sigaretta accesa tra indice e medio, attento a non far cadere la cenere sulle lenzuola, e si fa avanti a carponi, si avvicina all'altro sinuosamente. «Visto che ho sempre ragione e ormai lo hai appurato» comincia. Aspira del tabacco e poi soffia il fumo lontano. «Dammi retta: non accettare e vai a parlare con Giuseppe.»

Manuel rimane immobile davanti a Simone proteso verso di sé, che gli fuma in faccia. Ha anche lui una sigaretta tra le dita che si sta consumando a poco a poco, sebbene tutto ciò che desidera è baciare le labbra che ha davanti, rubare il fumo direttamente dalla sua bocca — avrebbe tutto un differente sapore. Non lo fa soltanto perché a breve torneranno Dante e Anita dai loro giri ed è sicuro li chiameranno al piano di sotto per aiutare.

«Chi sarebbe Giuseppe?»

«È il meccanico che di solito aggiusta Paperella. Gli ho parlato di te e la magia che hai fatto, ti vuole conoscere. Dice che hai le mani d'oro.»

«Nessuno t'ha chiesto di farlo.»

«È capitato. Allora? Pensi pure a questo?»

C'è un tono di scherno e sarcasmo nella sua voce, lo coglie alla perfezione. Non risponde a parole. Cede al desiderio che ha frenato qualche secondo prima. Allunga il collo e lo bacia sulle labbra con impeto, percependo il sapore del tabacco.

«Famo che mentre penso, possiamo distrarci in altro modo, mh?» soffia.

«Abbiamo poco tempo» pigola Simone.

«Ce lo famo basta'.»

🏍️🏉

Di solito, riescono a calcolare bene i tempi — o meglio, ci pensa Simone che conosce a memoria ogni abitudine di suo padre e Anita.

Per esempio, quel giorno sono usciti per andare a rinnovare l'assicurazione dell'auto, cosa che potrebbero fare online, solo che il professore non si fida di quelle diavolerie e preferisce affidarsi ad un suo vecchio amico che lavora in un'agenzia e gli fa pagare una cifra esorbitante, e dopo si recano al supermercato per la spesa. Ad occhio e croce, ha calcolato che resteranno fuori per almeno quattro ore e in quel momento mancano ancora cinquanta minuti allo scadere di tale periodo.

Tecnicamente.

Quarantanove minuti e cinquantadue secondi, ma il rumore della chiave che gira nella toppa riecheggia in tutta la Villa.

Manuel sgrana gli occhi.

C'è un problema.

Una serie di problemi, a dire il vero.

Il primo è che sono nudi nella sua stanza. È seduto sul materasso e Simone oscilla i fianchi su di lui, lasciandosi penetrare in maniera sempre più cadenzata, portandolo pericolosamente vicino all'orgasmo.

Tiene una mano sulla sua vita, una a percorrere la schiena. «Simó» bofonchia, con la voce rotta dal piacere.

«Siamo tornati! Ci siete?» esclama Anita dal piano inferiore.

Manuel trattiene un gemito. «S-Simó, ce... ce dovemo fermà.»

Ma Simone non ha alcuna intenzione di fermarsi. Al contrario, aumenta il ritmo e gli strappa un lamento più profondo. Resta in silenzio mentre gli ferma il volto con una mano, piazzandola sulla sua guancia.

«Ma siete usciti? Ohi? Abbiamo bisogno di una mano!»

Si fa guardare dritto negli occhi, sorride. Poi lo bacia sulle labbra intanto che abbassa più che può i fianchi e lo porta al culmine.

Manuel è disarmato. Anche se volesse, non riuscirebbe a compiere gesto alcuno a causa dei fumi dell'orgasmo che gli annebbiano la vista, dal tremore del proprio corpo e lo sforzo che deve fare per trattenere un grido, serrando le labbra.

In quella confusione totale, Simone si sporge in avanti e «Vestiti» gli sussurra in un orecchio.

«C-cosa?» riesce a biascicare, ma è talmente stordito che non è in grado di connettere con la realtà, non del tutto. Quindi non si accorge di ciò che accade dopo, di Simone che si sposta, raccatta i boxer, il pantalone della tuta e la t-shirt bianca e sgattaiola fuori usufruendo della porta-finestra.

Sul balcone?!

Strizza le palpebre, incredulo.

«State facendo finta di non esserci, per caso?» la voce di Anita trilla ancora e si ode l'eco di quelle di Dante che sostiene che "possono farcela da soli".

Sì, vorrebbe aggiungere Manuel, potete tranquillamente.

Il fulcro della sua attenzione, tuttavia, è ben presto catalizzato altrove: sulla tenda bianca mossa dal vento, ad esempio, sul fatto che Simone è uscito su quel balcone e lo ha lasciato lì da solo, con un orgasmo da smaltire e l'ennesima scusa da inventare.

«Sei un maledetto» commenta, tra i denti. Scatta in piedi con leggera fatica e si mette addosso gli abiti che trova. Si accorge all'ultimo, mentre sente i passi di sua madre far cigolare le scale di legno, dell'involucro blu del preservativo sul pavimento.

Con impulsività, lo calcia sotto al letto — non sa dove sia finito il contenuto, di sicuro non sulla propria erezione a stento scemata, però si è perso dei passaggi degli ultimi quaranta secondi della sua vita, ragion per cui non si fa domande; si accerta soltanto che non sia in giro e visibile e no, non c'è.

Si passa una mano sul volto e comprende di aver fatto appena in tempo a darsi una sistemata che Anita prova a smuovere la maniglia della porta e, non avendo successo, sbuffa e bussa sull'anta.

Lui spera di non avere troppo il fiatone quando le apre. «Ohi, ma'!»

«Ohi, ma'?! Ma dov'eri? Non sentivi che ti chiamavo?»

«Seh, avevo, uhm—le cuffie.»

È davvero pessimo a mentire, ragione per cui, di solito, ci pensa Mister Ho una finta relazione etero da due anni a sistemare le cose. Solo che stavolta lo stronzo se ne è lavato le mani.

La donna si stringe nelle spalle e nel suo cardigan bordeaux. Non sembra interessata alle scuse, piuttosto alla spesa che attende al piano inferiore di essere sistemata tra credenza e frigorifero. «Vabbè, c'è la roba de sotto da mette' a posto» ribadisce e fa un passo indietro. «Comincia a scendere, io avverto Simone.»

Lo sguardo di Manuel guizza per una frazione di secondo verso il balcone e la porta-finestra lasciata socchiusa, consapevole del fatto che Simone è là fuori e non in camera. Pertanto «No, ma—penso sia uscito!» esclama. Così ferma la donna prima che possa bussare alla porta della stanza accanto.

«Sì?»

«Sì, uhm, aveva allenamento.»

Sì pizzica la lingua con i denti. Non gli pare una scusa plausibile, considerata l'ora, e infatti Anita scrolla le spalle e replica: «A quest'ora?»

«Beh, con il campionato, le partite, sai.»

«Controllo, va'. Ho preso gli integratori che m'ha chiesto, deve dirmi se vanno bene altrimenti faccio un salto a cambiarli.»

Cerca di non lasciarsi prendere da una irrazionale paura, di mantenere una facciata sicura.

Eppure, qualche suo gesto lo tradisce, tipo mordersi forte l'interno della guancia intanto che aggiunge: «Nel caso li vede dopo, vado io a cambiarli!»

Anita accenna una risata divertita e un briciolo esasperata. «Scendi a dare una mano a Dante, arrivo subito» ripete. Il suo pugno si solleva, pronto a battere sull'anta di legno ricoperta da vernice bianca.

Manuel suda freddo: sa che non otterrà alcuna risposta, a dire il vero, e fin lì non c'è alcun problema; esso potrebbe sopraggiungere dopo, per infiniti motivi.

Dio, si sente così stupido.

Quelle sono cose da ragazzini, a che diavolo stava pensando?

Magari, pensa, dopo può inventare che Simone era chiuso in bagno e non li ha sentiti.

Sì, può reggere, se non fosse che ha affermato con convinzione che l'altro è uscito.

Già lo ha detto che è pessimo con le bugie?

Ha complicato una situazione semplice e stupida che poteva essere risolta in modo tranquillo e sereno.

Un genio.

Serra la mandibola, non accenna a muoversi e obbedire alla madre. Una parte di lui gli suggerisce di farlo e in fretta. Trattiene il respiro.

Finché la porta della stanza accanto alla sua viene aperta. Sulla soglia ne spunta Simone, con i capelli arruffati, gli occhi stropicciati, una maglietta bianca e un paio di pantaloni neri con l'elastico in vita.

«Siete tornati» dice. La sua voce è impastata e si passa una mano sul viso. «Mi sono addormentato, uhm. Che succede?»

Manuel è confuso e un po' perplesso. Per istinto, il suo sguardo guizza verso la porta-finestra socchiusa e le tende mosse dal vento.

Come ha fatto?

Immerso in congetture varie a snocciolare la scia degli eventi, si perde il breve dialogo tra Anita e l'altro ragazzo.

Torna in contatto con la realtà soltanto quando la madre gli passa accanto e di nuovo gli intima «Oh, ti muovi?» prima di accingersi a raggiungere le scale per tornare al piano inferiore, dove il povero professore sta aspettando tutti loro.

«Chiudi la bocca, te entrano le mosche» ode Simone dire.

Gli basta girare di poco il capo per vederlo fermo, a gongolare col suo solito sorrisetto furbo stampato sulle labbra.

«Come...» fa per chiedere e subito: «Ho scavalcato» viene spiegato.

Incrocia le braccia al petto, solita postura da difesa. «È impossibile» attesta.

Intanto, Simone si è avvicinato ed ora sono nel corridoio poco illuminato, uno di fronte all'altro. Si tira su le maniche della maglia. «Non è vero» esclama «i balconi sono comunicanti.»

«C'è almeno un metro di distanza!»

«Un saltello e hai fatto.»

Manuel aggrotta le sopracciglia. Prova a ragionare: sa come è fatto l'esterno, i due balconi sono abbastanza vicini, ma non troppo, più una serie di piante rampicanti avvolgono pure una parte della ringhiera. Lui sarebbe caduto in mezzo secondo.

«Sei allucinante» commenta.

Simone schiocca la lingua sul palato. «Me lo hai già detto, ma ti ricordo che f—»

«Fingi da due anni 'na relazione etero, 'o sappiamo.»

«Già, eppure sembri sempre così sempre così sorpreso!» ridacchia. Si sporge in avanti, quel che basta per sussurrare ad un suo orecchio: «Senza di me che penso a tutto, saresti spacciato.»

Manuel sbuffa e lo spinge appena per allontanarlo. «Seh, te piacerebbe.»

«Dico solo la verità.»

«Te stai a' allargà troppo, piccolè.»

«Continui a usare 'sto nomignolo, ma ti sei accorto che sono più alto di te?»

Assottiglia lo sguardo. «Non famme esse' volgare.»

«Perché? Non ne sei capace? Oppure ti vergogni?»

Scuote il capo. La realtà è che gli verrebbe fuori una battuta da terza media e non crede sia il caso. Fa un passo indietro. «Scendiamo o ce danno per dispersi» svia il discorso «e comunque potevi rimane' senza fa' l'acrobata, ce inventavamo n'altra scusa!»

Vede che l'altro sta per rimbeccare, così si affretta a camminare verso le scale e dirigersi di sotto.

Che poi, in effetti, del loro aiuto Dante e Anita avrebbero potuto farne a meno.

Manuel vorrebbe evidenziare tale fatto.

Alla fine, desiste perché non ha voglia di discutere e anche perché non è nella posizione tale da lamentarsi.

🏍️🏉

Il resto del pomeriggio lo trascorre da solo — poiché Simone ha sul serio allenamento quel pomeriggio — seduto sul divano in vimini del porticato della Villa. Tiene il telefono in mano, apre più volte la chat di WhatsApp con Chicca.

Vorrebbe chiederle un consiglio sull'offerta di lavoro, però è abbastanza sicuro che l'amica troverebbe folle non accettare.

E di fatto lo è.

Sarebbe uno stupido non cogliere al volo una simile opportunità, solo che ha il pensiero di poter essere qualcosa di diverso, di poter osare in qualcosa che ha messo da parte per priorità che non condivideva.

Eppure, ancora una volta la pressione sociale sul giudizio che la gente potrebbe avere nei suoi riguardi lo blocca, in primis sua madre.

Anita gli urlerebbe addosso qualsiasi cosa se si tirasse indietro.

Pertanto, non scrive a nessuno.

Si limita a rimuginare su cose che ha già appurato e conclusioni che ha già tratto.

Sono le quattro in punto quando, con un grosso sospiro, si alza in piedi e comincia a camminare nell'immenso giardino dell'abitazione: ci sono ampi spazi lì, alcuni poco sfruttati; se avesse a disposizione un posto così grande, ci farebbe qualcosa — tipo un allevamento di alpaca, secondo la sua umilissima opinione, sarebbe una miniera d'oro.

Muovere dei passi distratti e senza una vera meta lo aiuta, quasi quanto cucinare.

Si guarda intorno: l'erba è ingiallita, l'autunno spiana la strada all'inverno, sebbene le temperature siano ancora troppo elevate per la stagione.

Una volta odiava quel periodo, segnava la fine dell'estate e il ritorno sugli odiati banchi di scuola.

Col senno di poi, rimpiange il periodo durante il quale era soltanto un liceale e nessuno si aspettava fosse pure altro.

Il suo unico compito era studiare e prendere voti decenti. Non ci riusciva sempre, ad essere onesti, però è stato in grado di prendere il diploma e portare a termine quel percorso.

Poi si cresce e aumentano le aspettative che spesso finiscono con l'essere irraggiungibili e irrealizzabili.

Ottimo.

Senza accorgersene, è di nuovo nei pressi della Villa e non in un punto qualsiasi: si trova sotto al balcone della propria stanza. Osserva la ringhiera, le foglie intorno alle sbarre di ferro che salgono su fino al corrimano. Di fianco, c'è quella del balcone della camera di Simone. Non si è sbagliato, c'è sul serio un metro o poco più a separarli e non vede nulla a cui aggrapparsi.

Si ripete che è impossibile scavalcare senza cadere e rompersi l'osso del collo.

Tuttavia, preso da chissà quale impeto, irrazionale voglia di rivalsa o che, prende un respiro profondo e con grandi falcate compie il giro dell'edificio. Entra in casa, sbattendosi la porta alle spalle — tanto Anita non c'è per rimproverarlo — sale di fretta le scale fino alla propria stanza. Molla il telefono sul letto al quale ha cambiato le lenzuola per necessità e si ritrova fuori a quel maledetto balcone e la distanza da quello accanto che è diventata il suo illogico tarlo.

Non deve dimostrare nulla a nessuno, chiaro, eppure pare quasi sia un obbligo quello di provare a scavalcare e riuscirci, un traguardo che in quel preciso momento rappresenta una meta ambita, tipo "vedi, so farlo pure io".

È una competizione priva di senso.

Ne esistono tante nella vita, del resto, una lotta verso nemici invisibili che spesso corrispondono al riflesso nello specchio.

La coordinazione nei movimenti non è mai stata il suo punto forte. Il professore di educazione fisica — si chiama ancora così la materia? — glielo ribadiva in ogni occasione, in particolar modo quando dovevano utilizzare le pertiche in palestra, ossia un legale strumento di tortura.

Sono trascorsi anni e niente è cambiato.

Manuel ci prova, davvero, riesce persino a salire sulla prima ringhiera, però poco dopo neppure sa dove mettere i piedi o le mani e le piante rampicanti gli arrecano fastidio e lo pungono. Non si dà per vinto.

Scruta il balcone di fianco. Da tale prospettiva, la distanza sembra inferiore.

Dai, ce la fai, si ripete in testa.

Prova uno slancio, una volta, due.

Tre.

No, come non detto.

Oltre a non avere coordinazione, non possiede neanche equilibrio e ciò lo porta a non avere nulla a cui aggrapparsi, a scivolare e...

Sbam.

Cade rovinosamente al suolo, battendo la parte bassa della schiena.

Per sua fortuna, l'atterraggio viene attutito dal terriccio morbido e dagli stralci di erba ancora verde — ringrazia non sia presente una pavimentazione di cemento, poteva andargli peggio.

Sì, ma il dolore che prova è comunque acuto e gli smorza il respiro.

Soltanto quando è a terra, a fissare il cielo ancora azzurro e privo di nuvole, realizza quanto è stato stupido quel gesto.

Perché il suo istinto lo istiga a certi comportamenti auto-distruttivi? Si odia a quel punto?

Sì.

«Manuel? Manuel, ma che stai combinando?! Stai bene?»

La voce di Anita arriva alle sue orecchie come un eco.

Strizza le palpebre e il viso della donna appare sfocato davanti ai suoi occhi.

Forse è ancora un po' stordito.

«Dio, ma—quando sei tornata?» chiede. Il tono che gli esce fuori di bocca è gracchiante e rispecchia il male che sente alle schiena.

«Ora e ho sentito un tonfo! Che stai a fa'?»

Ottima domanda.

Non lo sa.

Oddio, una mezza idea ce l'avrebbe, ma spiegarlo sarebbe leggermente complicato.

Così manda giù a fatica della saliva e «Me so' sporto troppo e so' caduto» dice.

«Te sei—Dio, Manuel, sei scemo?»

«Me dai 'na mano a alzarme invece de urlà?»

Anita scuote il capo, interdetta. Molla la borsa in finta pelle marrone a terra e sbuffa. «Ma vedi te che me tocca fa', vedi» continua a lamentarsi intanto che aiuta il figlio a rimettersi in piedi.

Lo guida pure a fare il giro della villetta fino al portico, dove Manuel prende posto sul divano in vimini.

Ha preso una bella botta e, per quanto voglia fare lo spavaldo, non è in grado di nascondere la smorfia di dolore che appare sul suo volto. Per un attimo, perde di vista la madre, però la sente trafficare dentro casa.

La osserva tornare con in mano un pacco di piselli surgelati e uno strofinaccio bianco.

«Non abbiamo del ghiaccio» si giustifica la donna senza che lui chiede nulla.

A Manuel sfugge una risata e non sa se a causa della situazione, dell'isterismo, dei cavolo di piselli surgelati che posiziona sulla parte della schiena che ha sbattuto. Forse un insieme di queste cose.

«Guarda qua, te sei macchiato tutta la maglia de terra» nota Anita. Incrocia le braccia, lo fissa con rimprovero e anche un velo di preoccupazione.

Sì, Manuel se ne è accorto: ha tracce di terriccio anche in faccia e sui pantaloni, in realtà, ma quelle sulla maglia grigia chiara sono più evidenti. «Seh, dopo me cambio» borbotta.

«Te prendo qualcosa di pulito.»

«Non serve, faccio...» prova a fermarla. Tuttavia, prima che la frase possa terminare, Anita è già nuovamente sparita dentro casa. «... dopo» conclude, ormai in maniera inutile.

Lascia perdere e non si arrabbia, tanto il dolore che prova gli fa passare la voglia di provare a discutere, a ribattere.

Socchiude le palpebre. La maglia che indossa, oltre che ad essere sporca, si bagna pure a causa della confezione del surgelato, nonostante lo strofinaccio che la avvolge. Non importa, visto che deve cambiarla.

Qualche minuto dopo, Anita fa ritorno. Ha raccattato una t-shirt a righe blu e bianche, un po' troppo leggera, considerando il calo delle temperature, a dire il vero. «Ecco» dice, porgendogliela.

Manuel afferra l'indumento, ringrazia con un cenno del capo. Si accorge ben presto che non è l'unica cosa che sua madre regge tra le dita. Apre la bocca per poter dire qualcosa, però viene preceduto dalla donna che chiede: «Questo che è?»

Lo sa bene che è. Non sono fogli alla rinfusa o casuali, purtroppo. «Hai frugato nella mia camera?» esclama e glieli sfila con poca delicatezza di mano.

«No, erano sul letto in bella vista. Non frugo nella tua stanza, non più, almeno.»

Sorvola su l'ultima precisazione. Scuote il capo. Non vorrebbe dirle niente poiché ben conscio di come andrebbe a finire: lo sa, è una storia scritta e definita per filo e per segno.

Si morde piano il labbro inferiore, poi sospira.

Anita lo sta fissando, in attesa di una risposta.

Manuel è abbastanza convinto che la conosca già e che è inutile far finta di niente. Scuote il capo. «Niente» esclama «m'hanno mandato 'na proposta d'assunzione dopo un colloquio che ho fatto.»

«Beh, fantastico, no? Quando cominci?»

Ecco, appunto.

«Mai.»

«Mai?»

«Mai, ma'!» sbotta e scatta in piedi, probabilmente in maniera troppo veloce, tanto da procurarsi una fitta alla schiena. Butta i fogli sul divano e regge — male — il ghiaccio improvvisato sulla parte lesa. Muove qualche passo distratto e fa l'errore di notare l'espressione corrucciata e sul principio della delusione.

Il suo nervosismo torna, prorompente. «Ce devo pensa'» prova a tagliar corto.

La madre stringe le spalle e incrocia le braccia al petto. Si muove piano nella sua direzione, fermandosi a meno di un metro di distanza. «A che devi pensa'?» esclama «È 'na proposta perfetta, hai letto quant'è lo stipendio? Io me lo sognavo all'età tua.»

Sì, lo sa.

Manuel lo sa benissimo, considerato che, prima di trovare Dante, arrancavano per arrivare a fine mese, Anita era alle prese con mille impieghi poco remunerativi e, come ultima cosa, sono stati pure sfrattati.

Certo che lo ricorda e all'epoca quello stipendio sarebbe stato una manna dal cielo.

Lo è pure in quel momento, considerando ciò che deve affrontare — pagare l'avvocato, la casa, la macchina e via discorrendo — ma...

C'è quel ma grosso e potente, che rappresenta un desiderio di cambiamento, che profuma come i sogni che aveva a diciotto anni e che a quasi trenta non hanno smesso di esserci, sono solo un po' sbiaditi.

Sono gli stessi che vengono infranti dallo sguardo di Anita, dalla sua supplica e speranza e finisce, di nuovo, ancora, sempre, ad arrendersi di fronte alle sue aspettative.

«Seh,» sussurra «seh, io—valuto ancora n'attimo, okay?»

«C'è davvero poco da valuta', non perdere questa occasione.»

Glielo direbbe pure Chicca. Percepisce la stessa intonazione di voce.

Si ritrova, suo malgrado, ad annuire e dalla bocca gli esce: «Non la perdo, uhm... tanto pensavo di accettare.»

Mente.

In tali circostanze, sbagliate, ne è capace.

Tuttavia, nel preciso istante in cui pronuncia quella frase, scorge uno spiraglio di luce nello sguardo della donna, un sorriso di orgoglio che quando era più piccolo significava ogni cosa. Adesso il terrore di deluderla in maniera definitiva lo blocca e non lo fa neppure gioire.

Anita allunga una mano, gli accarezza una spalla. «Bravo, tesoro, bravo» esclama, contenta.

Manuel desidera avere lo stesso entusiasmo. Purtroppo per lui, esso è assente per quanto lo riguarda perciò neanche riesce a compiacersi del sorriso della madre.

Pensa che non potrebbe andare peggio, ma, in effetti, va peggio.

«Che succede?»

La voce di Simone trilla nelle sue orecchie e gli basta spostare di qualche centimetro lo sguardo per vedere il ragazzo giungere all'ingresso della Villa, con il borsone da rugby retto su una spalla.

Ha evidentemente perso la cognizione del tempo se è già a casa e non ha fatto caso al rumore prodotto dalla moto.

Apre la bocca per poter parlare, viene preceduto dal tono allegro di Anita, la quale annuncia: «Manuel ha trovato lavoro!», il che va ben oltre il suo "ci penso".

Si morde piano il labbro inferiore e inconsciamente abbassa lo sguardo, quasi temesse persino il giudizio di Simone.

Quest'ultimo, però, scrolla le spalle, accenna un sorriso ed esclama: «Beh, congratulazioni!»

Manuel è abbastanza avvezzo per riconoscere il velo di sarcasmo in tale frase – minuscolo, leggerissimo e presente.

Contorce le labbra in una smorfia e, per la seconda volta, la madre parla al suo posto: «Un gran bel lavoro, tra parentesi» – buffo, pensa, poiché è pressoché certo lei abbia fatto caso soltanto alla cifra del compenso e al fatto che sia un contratto a tempo indeterminato, in pratica un ergastolo.

«Uh, sapete cosa?» prosegue la donna «Stasera festeggiamo! Preparo una bella cenetta e dico a Dante di passare a prendere del vino in quella cantina che conosce. Bisogna brindare!»

Si congeda in quel modo, con quella euforia travolgente che non la abbandona, ed entra dentro casa, recandosi subito in cucina.

Simone si accerta che Anita sia abbastanza lontana da non poter più sentire ciò che avviene al di fuori dell'abitazione e da quel lato può ringraziare gli spessi muri della Villa.

Lo guarda, inclinando il capo su di un lato. «Che hai combinato?» dice e fa un cenno al pacco di piselli surgelati che Manuel ancora preme sulla propria schiena.

L'altro scrolla le spalle, finge indifferenza. «Niente.»

«Hai provato a scavalcare e sei caduto, vero?»

«Assolutamente no.»

«Guarda che bastava chiedere se volevi sapere come si fa, t'insegno.»

«Non me devi insegna' niente, piantala.»

È quasi offeso e per un attimo si scorda della proposta di lavoro e come è degenerata la situazione con un nonnulla.

Torna presto alla realtà dell'argomento, dopo che il sorrisetto di Simone affievolisce a poco a poco e «Allora ci hai pensato e hai accettato il lavoro» attesta il ragazzo.

«È la cosa più giusta da fare» taglia corto Manuel.

Giusta per chi?

Simone si limita ad annuire. «Capisco» commenta e si aggiusta il borsone sulla spalla. «Avremo un nuovo posto dove possiamo andare.»

«Possiamo?»

Si sporge appena in avanti, a ridurre ulteriormente la distanza che li separa. Assottiglia lo sguardo. «Sì» conferma «abbiamo un posto nuovo per scopare.»

A Manuel sfugge una risata un briciolo isterica. «In ufficio te lo scordi.»

«Paura d'essere scoperto?»

«D'esse' licenziato prima che firmo.»

Non gli dispiacerebbe, ad essere onesti, e dall'espressione che assume Simone, appura che lo capisce senza il bisogno di esternare nulla.

🏍️🏉

La cena per festeggiare di Anita comprende una prima portata a base di amatriciana e un secondo di arrosto al brandy con patate arrosto – anche stasera, roba leggera.

Manuel deve ammettere che la cucina della madre è ottima ed è addirittura migliorata negli anni; forse ha preso il dono da lei.

Può solo aver preso da lei, considerato che non sa e non ha mai saputo quali fossero gli interessi e le passioni di suo padre.

A quindici anni aveva il desiderio di incontrarlo.

A ventinove, non vuole più saperne e sta bene così.

Non vuole conoscere l'uomo che ha abbandonato la propria famiglia con blande scuse e nessun contatto e ha sempre fatto una promessa a sé stesso: che se mai fosse diventato genitore, sarebbe stato il padre migliore del mondo, presente e attento ad ogni esigenza e sogno del nascituro.

Con Nina avevano parlato di metter su famiglia, ad un certo punto, ma sembrava non essere mai il momento. Col senno di poi, è contento di non aver affrettato le cose anche in tal frangente, almeno nessuna creatura innocente è finita in mezzo al loro uragano.

Ad ogni modo, quando ha messo in bocca l'ultimo pezzo di carne e sta per deglutire, con la coda dell'occhio vede Simone, al posto di fianco a lui, scattare in piedi e cominciare a raccogliere i piatti.

«Metto io il gelato» lo sente annunciare, il che lo lascia interdetto perché non a conoscenza della presenza del dessert. Non paiono sorpresi Dante e Anita, che annuiscono e sorridono nella direzione del ragazzo che si affretta a sparecchiare.

Manuel rischia di soffocare quando Simone gli sfila da davanti le stoviglie – insomma, stava finendo!

Non fa neppure in tempo a dire "ti aiuto" che l'altro è già scomparso in cucina, lontano dalla sala dove stanno cenando. Beve un sorso di vino per riprendersi.

«Quindi, nel dettaglio, di cosa ti occuperai?» domanda Dante, ad un tratto. In effetti, stanno brindando da tutta la sera, però nessuno ha parlato per davvero della nuova mansione.

Da un lato, Manuel ha ringraziato mentalmente, dal momento che meno ci pensa, meglio sta. Tuttavia, è inevitabile l'argomento. «Uhm, non so» borbotta «devo andare lunedì a firmare il contratto definitivo e vedremo. Roba di contabilità, comunque.»

Che gioia, preferirebbe spararsi nelle ginocchia, giusto per essere fini.

«Per quello stipendio, potrebbe pure fare fotocopie tutto il giorno, guarda» aggiunge Anita.

Intanto che la sua frase giunge al termine, il telefono nella tasca di Manuel vibra. Di solito, non usa il cellulare a tavola – capita di rado – per educazione, però ha davvero la necessità di estraniarsi da quella conversazione il prima possibile e spera non sia una stupida e-mail come la stupida ultima volta che ha compiuto quel gesto.

Afferra l'apparecchio, picchietta con il pollice sullo schermo per scoprire una notifica su WhatsApp:


Mi inginocchierei sotto al tavolo in questo momento per farti vedere ancora una volta quanto so usare bene la bocca



Il secondo sorso di vino che cerca di buttare giù gli va di traverso e comincia a tossire. Del liquido alcolico gli cade sul mento e gli sporca la maglietta.

«Oh, Manuel, attento!» esclama Anita, mentre gli porge un tovagliolo.

«Non mi sembrava facesse così schifo il vino» commenta, invece, Dante.

Manuel si affretta a scuotere il capo, bloccare il telefono e riporlo in tasca, onde evitare di avere altri guai. Tossisce ancora. Vorrebbe spiegare, inventare una scusa, però riprendersi necessita di qualche secondo in più.

In tale lasso di tempo, Simone torna nella sala con un vassoio dove ha sistemato quattro coppette di gelato pistacchio e nocciola. «Tutto okay?» domanda. La sua disinvoltura è disarmante.

Manuel prova l'impulso di urlare. Non può davvero farlo e allora si limita a fulminarlo con lo sguardo, ottenendo in risposta il solito sorriso irriverente che cela malamente un "sei tutto rosso e la causa sono io."

«Oggi me sembri un po' maldestro, eh» interviene ancora Anita. «Meno male che la giornata è quasi finita.»

«Seh, ma', meno male» conferma Manuel. Lancia un'ulteriore occhiata a Simone che ha ripreso posto sulla sedia accanto e con gentilezza gli porge il dessert.

Maledetto.

A fine della cena, dopo che i piatti sono stati messi in lavastoviglie e la cucina rassettata, il silenzio torna ad occupare Villa Balestra.

Manuel si accerta che Dante e Anita siano nella loro stanza per recarsi in quella di Simone, dove quest'ultimo si è già rintanato subito dopo aver terminato la porzione di dolce.

Per sua fortuna, non gli sono arrivati ulteriori messaggi, altrimenti avrebbe dato di matto.

Bussa sulla porta e, quando l'anta viene aperta, non attende alcun invito ad entrare e varca la soglia, fulminando l'altro con lo sguardo.

«Quello che era?» esclama, truce. Mette le mani sui fianchi, fermo al centro della camera.

Simone è tranquillo, per nulla scosso. Impassibile, chiude la porta alle proprie spalle. «Quello cosa?»

«Lo sai benissimo! Non... Dio, c'avevo tu' padre davanti.»

«E allora?»

«Me lo chiedi pure?»

Sospira, mentre muove qualche passo distratto fino a che la distanza che li separa corrisponde a pochi centimetri. «Era un messaggio innocente» trilla.

«Non era innocente manco pe' niente.»

«Non ho neppure usato parole volgari. Avrei potuto.»

Manuel sta iniziando a sudare e non è neppure certo di quale sia il motivo. Manda giù a fatica della saliva. Come accade di solito, l'attrazione che prova per colui che gli sta di fronte è fatale, devastante.

«Non farlo mai più» sentenzia «non davanti a loro.»

«E non davanti a loro?»

Si morde piano il labbro inferiore. «I messaggi no.»

«Perché no?»

«No e basta» attesta ancora. Il suo tono è fermo, deciso, il che sorprende ed intriga Simone.

Questo, invece di ribattere o tentare invano di convincerlo, sorride, poi annuisce. «Resti qua?»

Manuel lo fissa per un breve istante. In realtà, quel genere di messaggi gli piace pure, è solo che...

Lasciamo perdere.

«Vie' tu di là» conclude e fa un passo indietro.

«Io?»

«Seh, così se serve devi scavalca' tu.»

«Quindi ammetti che ci hai provato.»

«E preferirei non rischiare più di rompermi l'osso del collo» si congeda con ironia. «T'aspetto de là, muoviti.»

Simone lo osserva allontanarsi, aprire la porta che ha serrato dopo il suo ingresso e sparire nel corridoio.

Non lo farà aspettare molto, può torturarlo in altro modo.

***

[Note autore:

Ed eccoci qui!

Diciamo che Anita non si sa proprio fare gli affari suoi e soprattutto riesce a convincere Manuel a fare ciò che non vuole.

Quindi...

E intanto quasi scoperti o qualcosa del genere.

Li beccheranno sul serio prima o poi?

Grazie per aver letto fin qui.

Fatemi sapere che ne pensate.

Un bacio.

Lilith.]

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