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Glasgow




«Simo, sei sicuro di stare bene?»

La voce di Laura è flebile, risulta lontana e riecheggiante.

Alle orecchie di Simone, perlomeno, suona così.

Forse perché ha la testa tra le nuvole, ha sonno, ha finito due pacchetti di sigarette e il coach non ne sarebbe per nulla contento.

Ma non deve saperlo per forza.

Ne tiene una tra indice e medio anche in quel momento, seduto sul muretto di mattoni davanti al liceo Da Vinci.

Dovrebbero cominciare ad entrare, la campanella suonerà a breve.

Non ne ha assolutamente voglia.

Butta la cenere a terra e soffia il fumo verso l'alto. «Sto bene» taglia corto.

È una bugia, lo sanno entrambi.

La ragazza si guarda intorno con fare distratto. Una moltitudine di studenti parla in maniera troppo forte, ride, schiamazza. Loro due paiono essere all'interno di una bolla grigia e cupa, al confronto.

«Hai provato a chiamarlo?» osa chiedere.

Non è necessario esplicitare chi.

Simone le ha raccontato che è successo – in modo approssimativo, certo, però lo ha fatto – le cose che M... l'innominabile gli ha detto.

Non vuole pronunciare il suo nome, lo fa stare male e non ha intenzione di darlo a vedere.

Fanculo.

«No» risponde, secco.

«Perché no?»

«Non vedo a cosa possa servire, ha deciso così.»

«Lo hai detto pure tu che sono cazzate, che quelle cose non le pensa.»

«È ancora peggio.»

«Peggio?»

Aspira una ulteriore boccata di fumo, che trattiene per un periodo prolungato tanto da sentire i polmoni bruciare. «Seh» sbotta.

«Che intendi?»

«Che di sicuro mio padre ha fatto un ricatto dei suoi e lui ha ceduto.»

«Non è colpa sua in quel caso.»

«Lo è!» il tono della sua voce si alza.

La sigaretta è consumata per metà, ma la spegne contro il muretto e getta il mozzicone a terra, tra i ciottoli. «Ha preferito lasciarmi e andarsene» attesta, poco dopo. «La via più facile.»

Pronuncia l'ultima frase in modo più graffiato.

Laura sospira. Allunga una mano e la appoggia sulla sua gamba come gesto di conforto. «Sai com'è fatto tuo padre, però. Se è arrivato a fare questo, chissà con cosa lo ha minacciato.»

Simone ha messo in conto numerose ipotesi. Lo ha fatto per una settimana intera, scrivendo messaggi su messaggi al contatto denominato Manu🤍.

Ha scritto frasi brevi o interi paragrafi, eppure non ha mai premuto sul tasto invio.

Parole al vento, ogni cosa cancellata.

Pareva troppo disperato e odia esserlo.

Odia tutto, a dire il vero.

Odia essersi arreso ad un sentimento che ha sempre negato, tenuto lontano e Dio, c'era un motivo per il quale non voleva innamorarsi.

Fa male.

Fa schifo.

«Qualsiasi cosa sia, non è rimasto» giunge a tale conclusione, abbassando lo sguardo. Si stringe nelle spalle. «Non ne vale la pena con me, no? Sono soltanto... un ragazzino.»

Ripete le parole di...

Le sue parole, quelle che lo hanno colpito dritto allo stomaco al pari di una palla di cannone.

«Perché non me lo hai detto?» pigola, in seguito.

Laura aggrotta le sopracciglia. «Che cosa?»

«Che fa così male» bofonchia Simone.

Un'altra cosa che odia: cedere, mostrarsi fragile.

Lui non è così, lui è il tipo strafottente che fa sarcasmo su ogni cosa, che cambia un partner alla settimana, che mette like su Grindr a degli sconosciuti e ci flirta solo perché è annoiato.

Quasi non si riconosce.

Ha il magone, il vuoto nel petto, laddove porta un palmo quasi potesse colmarlo. «Perché... perché fa male? Perché mi sento... a pezzi, distrutto a terra senza la forza di alzarmi come se avessi tutte le ossa rotte?»

A tale esternazione, Laura accenna un sorriso sincero e premuroso. Sposta la lieve carezza che gli sta riservando sulla sua guancia.

«Proprio perché non è facile» attesta. «Amare non è facile, chi dice il contrario è soltanto un folle. Amare è complicato, delle volte atroce, ti trasforma, ti porta a fare e dire cose che prima non ti sarebbero mai venute in mente. Ed è fatto di alti e bassi, non è lineare, non sarebbe umano.»

Fa una breve pausa. Con un pollice, asciuga una lacrima solitaria che scorre sullo zigomo dell'amico. «Hai sempre sostenuto che Simone Balestra non si innamora e in cuor mio ero convinta del contrario. Tu sei capace solo di amare, Simo.»

Le sue parole lo confortano soltanto in parte, non del tutto.

Tira su col naso. «Però non è bastato» mormora.

«Non per colpa tua e nemmeno di Manuel. Era soltanto una cosa più grande di voi.»

Sì, lo sa.

Simone ne è consapevole e lo è pure mesi prima, nel momento in cui ha realizzato che con l'altro ragazzo non era più solo sesso, ma che provava qualcosa, all'epoca indefinito.

Complicato, la parola che lo ha accompagnato per tutto quel tempo.

Ma, per quanto lo fosse, ha davvero accolto la filosofia del problema dopo problema, ci ha creduto fino in fondo, in ogni minuto.

Non è bastato nemmeno quello.

Lascia che il dialogo con la migliore amica si concluda in quel modo. Non saprebbe che aggiungere, si è già mostrato fin troppo vulnerabile e non è una sua caratteristica.




Quando torna a casa quel pomeriggio, purtroppo non è giorno di allenamento di rugby.

Da un lato, ringrazia, poiché non è nella condizione ottimale per essere al meglio della forma fisica e con tutte le sigarette che ha fumato, avrebbe il fiatone dopo solo qualche metro.

Dall'altra, è micidiale, dal momento che, non appena varca la soglia di Villa Balestra, trova suo padre ad attenderlo, seduto in salotto sulla poltrona e la lampada accesa per leggere un libro. «Simone?» sente la sua voce chiamarlo e vorrebbe tanto — tantissimo — ignorarlo, fuggire su per le scale e chiudersi in camera.

Agisce quasi in quella maniera, sale un gradino, ma è allora che «Simone!», Dante tuona di nuovo.

Il ragazzo percepisce la sua presenza dietro alle proprie spalle e si gira con lentezza. Tiene le mani nelle tasche della giacca di jeans. «Che c'è?»

«Mi ha fermato Lombardi oggi, nell'intervallo.»

Il suo professore di latino, che gioia.

«Quindi?»

«Hai preso quattro nell'ultima versione.»

«Capirai, ho la media del nove.»

«Un quattro te la abbassa!»

«Non è una tragedia.»

«Simone, la maturità è imminente! Se vuoi la lode, devi...»

«Non me ne frega un cazzo della lode, papá!» sbotta. È sincero, non gli interessa.

In generale, non gliene frega niente dei successi accademici. Se non fosse per la memoria fotografica, è sicuro che lo avrebbero rimandato o bocciato già da tempo.

Dante non si lascia scalfire. Piuttosto, incrocia le braccia al petto e sospira. «Modera il linguaggio.»

«Altrimenti? Non mi fai uscire? Mi vieti di andare ad allenamento? Che altro mi vuoi togliere?»

È di sfida il tono che utilizza, ben conscio che potrebbe essere un'arma a doppio taglio, che davvero il padre sarebbe in grado di togliergli qualunque cosa, può diventare persino creativo.

Del resto, è abbastanza convinto gli abbia tolto Manuel.

«Non ricominciamo con questo discorso» lo sente borbottare — che è una settimana che tra loro è una lite continua, più del solito.

«Esatto, non ricominciamo» conclude, allora. Si volta con uno scatto, riprende a salire le scale di corsa e alle orecchie gli giunge qualche altra parola dell'uomo, un eco distanza che sceglie di ignorare.

Raggiunge la propria camera che ha il respiro affannato e non è causa dei gradini.

Chiude la porta a chiave, si leva la giacca, gettandola sulla sedia della scrivania, si sfila le scarpe e striscia i piedi a terra fino a che non cade di peso seduto sul letto, sul quale poi si sdraia. Fissa il soffitto per un attimo, prima di socchiudere le palpebre.

Da adolescenti ogni cosa pare la fine del mondo, anche quando non lo è.

È vero, a volte.

Altre, come la sua vita ora, è l'apocalisse e non sa in che modo fronteggiarla.

Trascorrono dei secondi che tramutano in minuti, poi almeno un'ora.

Dopo quel lasso di tempo trascorso in silenzio, Simone torna a mettersi a sedere, stavolta a gambe incrociate.

Raccatta il telefono dalla tasca anteriore dei pantaloni.

Ha un sacco di notifiche, ma nessuna che gli interessa davvero.

Infatti, quando apre WhatsApp, la chat con Manu🤍 è vuota.

Clicca con l'indice sopra la sua foto profilo: c'è quella con il cappellino grigio, la stessa a cui ha messo mi piace lui per la prima volta.

Gli piace pensare di esserne il motivo.

Che stupido.

Sei davvero stupido da innamorato, Simone Balestra, lo rimbecca la propria coscienza.

Scuote il capo, lascia perdere l'immagine. Si passa una mano sul viso e preme il tasto per registrare un messaggio vocale.

Ci impiega qualche secondo per cominciare e la sua voce gracchia un briciolo, all'inizio: «Io ti ho... scritto un sacco di messaggi perché lo sai che non mi arrendo mai, cioè... dovresti saperlo ormai» ride, senza entusiasmo «ma non ne ho inviato nemmeno uno.»

Sospira.

«Uhm, io–lo so che le cose che ti sono uscite di bocca non le pensi e so il motivo, nel senso... che c'è una ragione per cui sei arrivato a questa conclusione e un po' mi fa incazzare. Più di un po', sono arrabbiatissimo con te. Un sacco, vorrei prenderti a pugni, coglione che non sei altro. Se me ne parlassi, potremmo risolverla in qualche modo. Problema dopo problema, no?»

Un mantra.

«Per me ne vali la pena, Manuel» sussurra «e so che per te è lo stesso, so leggere i tuoi occhi. Lo so fare, lo giuro. È una delle prime cose che ho imparato di te, a decifrare i tuoi codici.»

Ne è davvero convinto, non ha nessun dubbio a riguardo. «Oggi Laura mi ha detto che amare non è facile» va avanti «ed è vero. Innamorarmi di te è stato... come salire sulle montagne russe e pensavo non mi piacesse, all'inizio, che mi facesse venire soltanto la nausea e volevo scendere. Però poi ha cominciato a piacermi l'adrenalina della salita, il cuore in gola al momento della discesa. Era bello» sospira. «È bello.»

Di nuovo una pausa e un mesto sorriso gli appare sulle labbra. «Non so cosa sia successo, che ti ha detto mio padre, ma se hai ceduto c'è sicuramente un motivo e puoi dirmelo, d'accordo? Problema dopo problema, Manuel. Per favore, non scordarlo. Ti giuro che mi passa persino l'incazzatura, lo prometto. Ti capirei, Manu. Davvero.»

Invia il messaggio.

Qualche secondo dopo ne avvia un secondo: «Ti aspetto, okay? Com'è che dici sempre? Che ti farò uscire di testa per quanto sono testardo? Ecco. Sto qua. Ti amo.»

Manda anche quello.

Fissa lo schermo per dei minuti interi, sebbene questo diventi nero e si affretta a sbloccarlo.

Procede per un paio di volte finché non vede il contatto andare online, le spunte dell'audio diventare blu e, alla fine, l'immagine profilo sparire.










Quattro mesi dopo


A Glasgow fa più freddo rispetto a Roma, il che per Simone è vantaggioso poiché può indossare la felpa anche ad agosto.

È in una blu quella nella quale è avvolto quel giorno, seduto sul dondolo in vimini sotto al portico della villetta a schiera dove abita la madre.

Gli piace quel posto: ci sono le pareti azzurro pastello e il tetto rosso, e c'è quiete intorno.

La donna sostiene che è a causa della stagione, che nei giorni normali nemmeno i doppi vetri la proteggono dal caos del luogo.

Lui ci crede poco.

«Vado al negozio un attimo. Ti serve qualcosa?»

È proprio Floriana che esce dalla porta dell'abitazione indossando un vestito a fiori con un cardigan leggero e la borsa a tracolla appesa ad una spalla.

Il figlio fa cenno di no con il capo.

«Nemmeno i Nesquik?»

Gli sfugge una risata. I brick con cannuccia di latte e Nesquik sono la migliore invenzione di sempre. «Magari quelli sì.»

La madre sorride con dolcezza. «D'accordo, allora vado.»

«Ma'?»

Simone, però, la ferma quando lei ha mosso soltanto due passi e «Vuoi anche le caramelle alla liquirizia?» viene chiesto.

«No, no, io...» borbotta e si rabbuia. «Cioè, tu non sei arrabbiata perché non vado al college di Edimburgo, vero?»

Floriana sospira. Le sue labbra sono ancora piegate in una curva rassicurante. «Tesoro, a me avrebbe fatto piacere perché ti avrei avuto più vicino, tutto qui. Più che altro era una fissa di tuo padre! Per me puoi fare ciò che vuoi, ti appoggerò qualsiasi sia la tua scelta.»

Con sua madre, i rapporti sono diversi. Magari incide la lontananza, il fatto che la veda soltanto durante le feste e per il resto dell'anno ci sono le videochiamate e basta, però non ha mai pensato che la donna lo costringesse a fare qualcosa, che imponesse le sue decisioni sulla propria vita.

Per questo parlarle è stato più semplice.

Quando è giunto a Glasgow per l'estate, le ha raccontato di ogni aspetto dell'essere omosessuale, di come ha capito di esserlo, di ciò che è nato dopo con... lui.

Non si è sentito giudicato neppure per un minuscolo istante.

Le ha raccontato la loro storia, come è nata, come è finita, il vocale inviato al quale non ha mai ricevuto mezza risposta.

Di come l'altro si sia dissolto e basta e le loro strade non si siano mai incrociate mezza volta in quei mesi.

«Io ero così sicuro di quello che volevo fare» confessa, dunque «avevo un progetto nella mia testa e funzionava. Ma adesso non... non lo so più se va bene. C'ho solo confusione in testa.»

«Confusione su cosa fare dopo la scuola?»

«Anche. Cioè, io... sto mettendo in discussione se restare a Roma, se... se mi fa bene restarci, se magari non è meglio venire qui, qui dove ci sei tu e io sto meglio con te che con papà.»

Floriana lo ascolta in silenzio, muovendosi finché non va a sedersi al suo fianco sul dondolo. «Non è che in questa confusione c'entra Manuel?»

La domanda è retorica.

La risposta la conoscono entrambi.

Simone si mette sulla difensiva nell'immediato. «Avevamo detto che non si parlava di lui» puntualizza.

«Sì, ma mi pare evidente che in questo caso sia di molta rilevanza.»

«Tanto comunque al college non vivrei in questa casa, non mi avresti in giro tutti i giorni, solo nel fine settimana» devia il discorso, cercando di focalizzare l'attenzione su altro.

Agita le mani, la sua gamba trema.

Tale movimento è fermato dalla donna ne pone un palmo sopra. Aspetta che si calmi un briciolo e attesta: «Se vuoi andare davvero al college ad Edimburgo, siamo ancora in tempo, ma solo se lo vuoi davvero e non come scusa per fuggire da qualcuno.»

Il petto di Simone sussulta.

Certo che è una scusa.

Roma è sinonimo di Manuel e restare in quella città è una tortura.

Credeva di non essere capace di amare.

Falso, è in grado di farlo.

Ciò di cui è ignaro è come rimettere insieme i pezzi di un cuore spezzato.

Floriana pare capirlo. Si alza in piedi con lentezza e si sporge in avanti a depositare un bacio lieve sulla sua fronte. «Pensaci un po' mentre sono al negozio» soffia. «Appena torno, se lo vuoi ancora, chiamo il signor Morrison e mi faccio mandare i moduli.»

Simone si limita ad annuire e mormorare un «Grazie» a malapena udibile.

Quando rimane solo, poco dopo rientra in casa.

La villetta è abbastanza spaziosa: il salotto e la cucina sono al piano inferiore, il parquet scricchiola; ci sono delle ripide scale che conducono di sopra dove si trovano due stanze e il bagno rettangolare.

A vivere lì ci si vede.

Non è mai stato nei suoi programmi, però questi possono sempre cambiare.

Del resto, è abbastanza convinto che stare lontano il più possibile dalla capitale italiana possa, in qualche modo, far guarire più in fretta le proprie ferite.

Trascorrono venticinque minuti durante i quali perde tempo, accomodato su una poltrona di finta pelle marrone, a sfogliare quel romanzo thriller che prova a leggere da sei settimane. Non è mai andato oltre il terzo capitolo e non perché non sia bello, il contrario, il problema è lui che è bloccato.

Nella lettura ed in qualunque cosa faccia, ad essere onesti.

Al minuto ventisei, sente bussare alla porta.

Evidentemente Floriana ha scordato le chiavi come al solito.

Sbuffa e trascina i piedi ricoperti da calzini sottili sul pavimento di legno per andare ad aprire.

«Ma le chiavi non le hai p...»

Ecco.

A quanto pare, Roma è davvero vicina a Glasgow.

Fin troppo vicina.

«Ciao» sente mormorare.

La voce di Manuel gli giunge alle orecchie in modo gracchiante, un eco che diventa più chiaro solo verso la fine.

Lui è lì sulla soglia, con la barba perfettamente rasata, i capelli sistemati anche se un po' più lunghi di quanto ricordava, e un profumo inebriante di...

Non sa dirlo, è un odore particolare.

È il suo profumo e basta.

Il respiro un briciolo gli manca.

C'è Roma davanti a lui.

A Glasgow fa meno freddo.

«Ciao.»

***

[Note autore:

Ciao a tuttə e grazie per aver letto questa storia!

Sì, è un finale aperto a mille cose.
Sì, con il pov Simone.
Da qui in poi, ogni cosa che potete immaginare può succedere — e se vi va di dirmela, a me fa solo molto piacere.

Vi ringrazio ancora per aver seguito questo viaggio dei #tortini
Per me sono dei figli speciali.

Vi mando un bacio.

Lilith.]

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