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Caffè




La notte trascorre lenta.

Succede quando non si riesce a dormire.

Manuel prende sonno per meno di un'ora e immagina sia perché il proprio corpo si è arreso alla stanchezza e gli ha permesso di chiudere gli occhi e smettere di pensare, almeno per un po'.

La mattina, prima del suono della sveglia, si ficca in bagno per una rapida doccia, poi indossa un completo blu, la camicia bianca e una cravatta celeste.

È pronto per il lavoro che odia e che deve tenersi.

Niente colpi testa.

Scende al piano di sotto e, come al solito, trova la tavola imbandita per la colazione, alla quale è accomodata soltanto Anita. Ha una mezza idea di uscire e prendere un caffè ad un bar, anche perché così può evitare Simone e la conseguente situazione che ha con lui.

Sta per farlo, ma la madre lo ferma con «Manuel?»

Ecco qua.

La vede invitarlo a sedersi con un cenno del capo e un premuroso sorriso. C'è soltanto lei, magari può rimanere giusto il tempo necessario per quel caffè e poi scappare, fuggire il più lontano possibile da lì.

Prende posto di fronte alla donna e si versa in una tazza di ceramica verde acqua la bevanda calda direttamente dalla moka.

Anita sospira, gira il tè fumante per fare sciogliere il miele che ci ha messo dentro. «Ho pensato a quello che mi hai detto, sul fare il meccanico» comincia «ma... tesoro, ci hai ragionato bene? Lo stipendio che hai ora è davvero buono, puoi mettere parecchio da parte, aprire un piano pensionistico, hai tutti questi benefit e...»

«Puoi sta' tranquilla, ma'» sospira Manuel e abbassa lo sguardo «non lascio il lavoro. C'hai ragione, 'sti colpi di testa li fanno i ragazzini.»

La madre si porta una mano sul petto e sorride, commossa. «Dio, Manuel, meno male!» esclama. «M'hai fatto pena' da quando me lo hai detto.»

«Tutto risolto, visto?» c'è del sarcasmo e spenta ironia nella voce del figlio, ma non viene colto.

Come potrebbe?

Anita pare contenta.

No, lo è per davvero: sollevata, lieta, amplia il sorriso quando stende della marmellata su una fetta biscottata.

A Manuel, invece, si è chiuso lo stomaco e il sorso di caffè che butta giù è pari ad acido che gli corrode le viscere.

Mezzo minuto di silenzio trascorre in fretta, poi è la donna a parlare di nuovo, seppur con la bocca piena: «Invece Dante mi ha chiesto una cosa, uhm—se hai parlato con Simone.»

Complici gli avvenimenti, Manuel ha quasi rimosso la conversazione con il professore riguardo al futuro del figlio, però basta poco per rammentare. Scrolla le spalle. «Sì, ma non è servito» sospira «il ragazzino non ascolta nemmeno me.»

La fine di quella frase coincide con un rumore sordo, il quale corrisponde al tonfo di un borsone che viene gettato a terra di peso.

Nessuno dei due presenti se ne è accorto: Simone è giunto nella stanza, rimane fermo per una frazione di secondo sulla soglia della porta. È un tempo breve e ridicolo, tuttavia sufficiente per far scontrare il suo sguardo spento con quello di Manuel che ne è l'esatto riflesso.

Quest'ultimo non sa quanto del discorso abbia sentito. A quel punto, neppure importa troppo. Smette di fissarlo subito, interrompe quel toccarsi senza farlo per davvero, scuotendo impercettibilmente il capo e tornando a concentrarsi sulla mezza tazza di caffè che gli è rimasta.

Invece Anita curva le labbra all'insù verso il nuovo arrivato, lo invita a prendere posto e aggiunge: «La moka è ancora calda, però me sa che ne faccio n'altra.»

Simone si limita ad annuire e si accomoda al solito posto, accanto all'altro ragazzo.

La padrona di casa si affretta ad alzarsi e cammina svelta verso la cucina, per preparare la seconda caffettiera della mattina.

Rimangono soli ed è tremendo.

Manuel tiene il capo basso. Il voltastomaco è peggiorato, intanto che nella sua testa rimbomba quella frase, quel "non provo niente per te" così lacerante, che gli ha fatto più male di quanto ha messo in conto.

«Puoi... non fare così?» dice, a bassa voce. Non si gira nella sua direzione per osservare una ipotetica reazione.

«Non sto facendo niente.»

«Sei arrivato e m'hai ucciso co' lo sguardo, non direi che n'hai fatto niente.»

Non ottiene risposta, però scorge l'altro con la coda dell'occhio e lo vede fissare la tazza vuota davanti a sé per un attimo, prima di afferrare una merendina confezionata e stringerla fino a fare scoppiare l'involucro in plastica.

Si morde piano il labbro inferiore. «Se ce vedono comportarci in modo strano all'improvviso, ce chiedono che succede» prova a spiegare «vorrei evita' di risponne e inventare scuse der cazzo.»

«Non è un problema mio.»

«È un problema di tutti e due» cerca di non alzare troppo il tono di voce. Gira il capo nella sua direzione dopo aver ispezionato l'ambiente intorno ed essersi accertato che Anita sia ancora abbastanza lontana.

Nota che Simone non gli sta prestando troppa attenzione, al contrario inizia a sminuzzare la Nastrina che ha aperto e fare briciole sulla tovaglia.

«M'ascolti?» trilla. Nessuna risposta, di nuovo, solo ulteriori pezzi di brioche sparsi.

«Te comporti proprio da bambino!»

Non vorrebbe usare quella frase, soprattutto un simile termine. Se ne pente nel secondo esatto in cui lo pronuncia e vorrebbe ritrattare.

Prima che possa farlo, prima che possa anche solo schiudere le labbra e articolare una sillaba, con gesto rapido Simone afferra la mezza tazza di caffè ancora piena e rovescia il liquido sopra la sua camicia bianca.

Gli schizzi marroni macchiano il tessuto candido e si propagano un briciolo anche sui pantaloni.

Manuel abbassa lo sguardo, si affretta a cercare di ripulire il danno con un tovagliolo di stoffa. Mentre compie quel gesto, sente la sedia strisciare sul pavimento e si accorge che l'altro si è alzato e allontanato di corsa, interrompendo il loro dialogo – qualunque esso fosse.

Serra la mandibola, nervoso. Dovrebbe essere lui quello furioso e offeso, quello con il cuore spezzato, irritato e a pezzi, non il contrario.

In un primo momento, rimane fermo immobile, con il pensiero che adesso dovrà salire di nuovo in camera per cambiare abito, mettere qualcosa di pulito e chissà se la macchia verrà via.

In seguito, tuttavia, molla il tovagliolo sul tavolo e si mette in piedi con uno scatto. A passo svelto, percorre i metri dell'ingresso fino alla porta blindata. La apre, esce fuori senza cappotto sebbene faccia freddo. Gli basta poco per notare Simone con il casco in testa e in sella a Paperella, pronto per accendere il motore e sgommare via.

Gli si avvicina, di nuovo veloce, perché non può urlare, altrimenti Anita sentirebbe tutto. «Questo è proprio ciò che dovresti evità» sibila, a pochi centimetri da lui e con il capo inclinato su di un lato.

«È un po' di caffè, viene via» cerca di tagliar corto il più piccolo. È scostante, non riesce a mantenere un contatto visivo.

Manuel se ne accorge, ovviamente, e trattiene per un attimo il fiato. «Non m'importa del caffè» esclama «ma non puoi fa' così e basta.»

«Io non posso fare così? Tu mi smolli per una tua supposizione priva di senso e t'aspetti che me ne stia zitto e buono senza fare niente?»

«Non t'ho smollato per una supposizione.»

«E per cosa?»

Quello non è decisamente il momento per dirglielo, per aprirsi, non mentre stanno litigando, non mentre sono così lontani.

Ed è in tale istante che i loro sguardi si sfiorano per la durata di soltanto un battito di ciglia.

A Manuel pare di soffocare. Non ricorda di essere stato così mai per nessuno.

Mai così disarmato.

Si passa una mano sul viso, poi pone entrambi i palmi sui fianchi.

«Perché, Manuel?»

Perché non provi niente per me, mentre io provo fin troppo.

«Niente, lascia sta'.»

Fa un passo indietro. Osserva con fare distratto la macchia di caffè che ha sulla camicia. La lavanderia avrà un bel da fare.

Il più piccolo resta immobile per un attimo. Schiude le labbra, forse per dire qualcosa, chiedergli di nuovo un motivo, una ragione che non comprende. Alla fine, non emette suono, si limita a scuotere la testa, arrendevole. Gira la chiave per accendere il motore, dà gas con l'apposita manopola e va via, lasciandosi terra e fumo dietro.

Sono i medesimi elementi che Manuel percepisce intorno e in testa, pure mentre torna in casa, va in camera propria e cambia il completo.

Fugge via prima che Anita possa fermarlo e dirgli che il caffè è pronto e caldo.

Durante la giornata in ufficio, cerca di fare il possibile per distrarsi e ringrazia di avere due incontri su Teams che perlomeno lo tengono impegnato, anche se si parla di cose che non gli interessano, e persino Egidio che gli racconta di come ha trascorso la serata precedente con dei suoi amici della scuola di ballo che frequenta.

Quindi, fino alle cinque e mezza, ha successo nel non rimuginare su quanto accaduto. Non tocca nemmeno il telefono.

Tuttavia, quando raccatta l'apparecchio, trova delle nuove notifiche su WhatsApp.

Alcuni messaggi sono da parte di Chicca:

Ci hai parlato?
Famme sapere mi raccomando

Ai quali risponde frettolosamente:

Sì poi ti racconto

Sintetico, senza scendere troppo nel dettaglio. Una nuova conversazione con Chicca su tale argomento non saprebbe affrontarla in un simile stato.

Gli altri pop-up segnalano messaggi da parte del contatto Piccolè, mandati a distanza di tempo a partire dalle dieci della mattina fino alle quattro:

Scusa per il caffè addosso
Non volevo

Possiamo parlarne?

Non ti capisco

Mi fai innervosire

[Messaggio eliminato]

[Messaggio eliminato]

Stasera ci sei?

Trattiene il respiro a leggerli.

Si chiede cosa ci fosse in quelli cancellati, però non lo domanda, non digita nulla in risposta.

Lascia il visualizzato.

Ha l'istinto di cambiare il nome in rubrica e si sente davvero come un ragazzino alla prima delusione d'amore.

Ottimo.

Alla fine, comunque, non fa neppure quello.

Per quella sera non cena in famiglia, per ovvie ragioni: usa la scusa di un mal di testa e, per sua fortuna, Anita non fa troppe domande e gli dà una aspirina.

Strano, considerando com'è fatta.

La realtà è che non sarebbe in grado di sopportare un intero lungo pasto seduto accanto a Simone, con in tavola cose ben più ustionanti di un caffè.

Tanto non ha nemmeno fame.

Si stende sul letto, le cuffie nelle orecchie.

Non tiene un volume così alto da non sentire più cosa gli accade intorno e, infatti, il bussare insistente alla porta chiusa a chiave della propria camera gli arriva in maniera perfetta ai timpani.

Finge di non esserci – invano – tanto sa bene chi ne è l'artefice.

Il rumore continua per almeno tre o quattro minuti, poi cessa e lui tira un sospiro di sollievo: vuol dire che il ragazzino si è arreso.

Purtroppo non ha messo in conto l'alternativa.

I colpi ripetuti e continui si spostano sul vetro della porta-finestra.

Manuel si leva una cuffia, solleva di qualche centimetro il capo. Nonostante la tenda tirata, la figura di Simone è visibile da quel punto, fermo sul balcone e non crede abbia intenzione di arrendersi subito.

Più per timore che Anita e Dante possano svegliarsi e beccarli che altro, chiude l'applicazione di Spotify e si trascina giù dal letto per raggiungere l'anta vetrata, che apre con un cigolio.

Non riesce a dire assolutamente nulla poiché il più piccolo irrompe nella stanza come se nulla fosse e lui può soltanto serrare la porta-finestra alle proprie spalle in modo da isolare i suoni dell'ambiente.

«Hai finito di ignorarmi?» esclama Simone. Tiene i pugni serrati lungo i fianchi e resta in piedi, immobile, a qualche metro di distanza dall'altro.

«Non ti sto ignorando.»

«Non hai risposto ai messaggi.»

«Ero a lavoro, non ho visto.»

«E non sei sceso a cena perché eri troppo stanco, certo!»

«Simó...»

«No, Simó niente! Io mi comporto da bambino, ma tu in questo momento non sei da meno!»

Il suo tono di voce è forte in tal frangente, il che obbliga Manuel a guardarsi intorno per accertarsi che porte e finestre della stanza siano serrate bene e non facciano udire nulla all'esterno e anche a intimare: «Vuoi abbassare la voce?»

«Non la abbasso se non mi spieghi che succede!» insiste il ragazzo. Non ci pensa minimamente a seguire quel consiglio. «Sono uscito con un tipo che mi stava addosso, una volta... basta! Non ci ho fatto niente.»

«Non è quello il punto!» replica Manuel. Pure lui usa un volume elevato e lo è abbastanza — stizzito — da portare l'altro ad ammutolire e sgranare gli occhi.

Si passa una mano sul volto, prima di porre entrambi i palmi sui fianchi. «E non devi...» prosegue, a fatica «non devi nemmeno giustificarti con me, ci si giustifica se si sta insieme e noi non stiamo insieme.»

Pronuncia l'ultima frase con una fitta allo stomaco. È buffo pensare che stava cercando un modo per dirgli che lo ama e, invece, ora smonta ogni convinzione che ha, pezzo per pezzo. Butta giù il castello di carte che ha costruito soffiandoci semplicemente sopra.

Prova a decifrare l'espressione di chi ha di fronte, si ripete in testa che, magari, quella è la volta buona e coglierà un segnale, qualcosa sul suo viso che gli suggerisce che la razionalità non ha senso, che si sta sbagliando e possono cancellare ogni dubbio con un bacio.

Che il castello di carte può reggere, ancora.

Tuttavia, ciò non accade perché sul volto del più piccolo scorge soltanto dei tratti spenti, degli occhi vuoti, tanto che vorrebbe prenderlo per le spalle, scuoterlo, urlargli "dimmi qualcosa".

Invece, solo silenzio.

La comunicazione è già difficile di per sé, con Simone è peggio di una montagna russa, un ammasso intricato di informazioni che non riesce a decifrare, un intreccio che non è in grado di sciogliere.

«Eravamo... era il nostro accordo» riesce solo a bofonchiare quest'ultimo. «Ci distraiamo finché...»

«Lo so.»

«E allora non capisco che è cambiato.»

«Tu hai avuto il desiderio di uscire con un'altra persona perché era divertente, io no. È chiaro che significa, no?»

Abbassa lo sguardo subito dopo aver pronunciato l'ultima frase. Rammenta ciò che gli ha detto Chicca: non farti troppo male.

Quando lo rialza, può vedere soltanto l'altro ragazzo che evita di nuovo che i loro occhi possano accarezzarsi, annuisce e poi borbotta uno stentato «Okay.»

Si morde piano il labbro inferiore e stringe i pugni lungo i fianchi.

Non farti troppo male.

«A meno che non me vuoi dì qualcosa, non...» bofonchia e indica la porta con un cenno della testa, per invitarlo ad andar via, sebbene una parte di lui, minuscola e speranzosa, stia urlando "resta".

Simone esita, manda giù a fatica della saliva e ha stretto talmente tanto la presa da conficcare le unghie nei palmi, rischiando di sanguinare.

Manuel nota quel gesto, la sua esitazione, il fatto che sembri vacillare ed essere sul punto di cedere, di crollare in tanti pezzi che lui vorrebbe raccogliere e rimettere insieme.

«Non me devi dì niente, vero, Simó?» chiede allora, insiste, che forse ha captato un...

«No. No, niente.»

Niente.

Si è sbagliato di nuovo.

«Buonanotte, Manuel» sospira Simone, infine. Accenna un sorriso mesto e prima che l'altro possa aggiungere qualcosa, abbandona la stanza, stavolta usufruendo della porta, se la chiude piano alle spalle.

L'altro rimane fermo, immobile, a fissare l'anta di legno.

Scusa, Chì, il danno è fatto.

🏍️🏉

La mattina successiva è sabato e la sveglia non suona.

Manuel apre gli occhi che il sole è già alto nel cielo.

Al piano inferiore, la tavola è ancora apparecchiata per la colazione, ma non c'è nessuno. Guarda l'ora sul telefono: Dante e Anita sono andati a fare le loro commissioni solite del weekend e la spesa.

Simone...

Non lo sa.

Non c'è, comunque, ed è meglio così.

Beve del tè anche se gli fa schifo e mangia dei biscotti all'avena sebbene abbia lo stomaco chiuso. Sa che è peggio se non butta giù nulla.

In seguito, sparecchia, infila tazze e posate in lavastoviglie, raccoglie le briciole con l'aspirapolvere. Lascia tutto in perfetto ordine.

È pure quello un modo per distrarsi, per quel che vale.

Ne ha uno più grande, se ci pensa bene, e infatti non trascorre ulteriore tempo prima che, dopo aver indossato una comoda tuta e una felpa blu con il cappuccio, vada in garage dalla moto che ha iniziato a riparare.

È rimasto un po' indietro con i lavori da fare sul mezzo: i pezzi gli sono arrivati tutti, ha già cambiato le gomme — quelle sono costate di più di ogni altra cosa, non se ne capacita.

Allora si butta a capofitto su quello: pulisce le candele che ha sostituito, i filtri dell'aria, controlla gli iniettori che andavano ancora bene, regola la catena, sostituisce i fusibili dei fari.

Si sporca le mani, ovviamente, a volte si tocca il viso e qualche traccia scura rimane sulle guance.

Non ha importanza.

Per lui sono azioni belle, che lo fanno stare bene.

Difficile spiegarlo a parole, complicato farlo capire alle altre persone.

«Non ti ho mai chiesto dove l'hai presa questa.»

Una voce femminile riecheggia nell'ambiente.

Manuel è impegnato a stringere un bullone. Lancia un'occhiata distratta verso il portellone aperto per vedere la madre in piedi, stretta in un cardigan beige e le braccia conserte al petto.

«Non vi ho sentito arrivare» replica, distratto, continuando la propria opera. «Ve serve 'na mano?» devia del tutto l'argomento «ho quasi finito, se me date cinque minuti.»

Anita scuote il capo. «No, abbiamo preso poco, Dante può cavarsela da solo a 'sto giro» dice e muove un singolo passo in avanti. «Allora?»

«Allora che?»

«La moto! Dove l'hai presa?»

La moto è uno dei mille gesti di Simone che ho frainteso, sarebbe la risposta più corretta, che non può fornire. Quindi, accertatosi che il bullone sia abbastanza stretto, molla la chiave utilizzata nella cassetta degli attrezzi, si pulisce le mani con un panno bianco e scrolla le spalle. «In uno sfascio» taglia corto «la volevano buttare, per cui...»

«Ti ha aiutato Simone a portarla a casa?»

Soltanto sentire il suo nome pronunciato da una persona esterna gli provoca una fitta al petto.

Ottimo, è peggio di quanto pensasse.

«Seh» replica, secco.

«E ci hai litigato?»

«Co' chi?»

«Co' Simone.»

«No» sintetico, glaciale. «Perché?»

La madre scrolla le spalle. «Non so, ieri sera mi è sembrato di sentirvi urlare e allora ho pensato...»

«Non c'ho litigato.»

«Sicuro?»

«Sicuro.»

Pare bastare, non indaga oltre. Avanza con lentezza nella sua direzione, guardandosi intorno con fare curioso. «Stavo pensando» borbotta «magari questa cosa del meccanico, cioè... puoi averla come hobby, no? Se è 'na cosa che te piace.»

Manuel non ha intenzione alcuna di tornare sull'argomento. Annuisce e basta, spento, arrendevole. Gli sembra di essere tornato a qualche mese prima quando tutta la sua vita è andata a rotoli.

Una storia che si ripete.

Che poi lo sa che, in generale, la vita è fatta di alti e bassi, di momenti positivi e negativi e che non si resta costantemente da un lato o dall'altro, solo che, come ovvio, i momenti no sono quelli che hanno più impatto e ha l'impressione che il fato si diverta a prenderlo a pugni e che lui debba convivere con il fatto che è mezzo rotto.

«Invece con quella ragazza?» sorge un nuova domanda da parte di Anita e Manuel non sembra afferrare subito: «Chi?»

«Il weekend a Ostia! Non sei andato lì per una ragazza?»

Ulteriore colpo al petto.

In una camera a Ostia stava quasi per confessare un sentimento troppo grande e vasto e, soprattutto, non ricambiato.

Col senno di poi, meglio non averlo fatto, almeno non si è reso ridicolo.

Si è quasi del tutto dimenticato della scusa utilizzata. «Non è andata bene» taglia corto.

«Oh» sospira Anita, pare dispiaciuta «Vabbè, magari potresti...»

«Ma', non—non ricominciare.»

«Non ricomincio, solo... ti farebbe bene avere qualcuno.»

Quella conversazione sta toccando nervi scoperti nel momento meno adatto, Manuel riconosce. Da un lato, se fosse del tutto sincero, le direbbe che pensava di averlo trovato, ma si è accorto di essersi sbagliato ad un tratto e ora ci sta malissimo e crede di essere uno stupido, idiota e che poteva essere più cauto nel lasciarsi andare.

Solo che la sincerità non è ammessa, non ora, non con lei.

Allora scrolla le spalle e conclude con un banale: «Arriverà.»

E, di nuovo, è sufficiente.



Il resto della giornata, tra gli ultimi ritocchi alla moto e una lunga doccia calda, trascorre abbastanza rapido.

Riesce a non pensare a Simone, non troppo.

Quest'ultimo non è presente a cena e lui ha l'istinto di scrivergli solo per accertarsi che stia bene, dannato istinto di protezione.

È strano perché ricorda che quando Nina lo ha lasciato, l'ha odiata.

Lo ha fatto nell'esatto istante in cui l'ex moglie ha pronunciato la frase "è finita", ma forse lo faceva pure prima senza davvero ammetterlo.

Con Simone non è così, anche se il ragazzo gli ha detto in faccia che non prova nulla.

Non lo odia sebbene gli abbia spezzato il cuore.

Non sa che può voler dire, però gli interessa avere la certezza che non si metta nei guai per chissà quale motivo.

È che gli sembra di aver visto un briciolo di devastazione sul suo volto l'altra sera nella propria stanza, che, magari, il colpo lo ha accusato pure lui – oppure è un ulteriore equivoco di cui si fa carico.

Alla fine, origlia che è arrivato un messaggio a Dante dove il figlio lo informa di essere con Laura e che avrebbe dormito da lei.

Quindi, sta bene, pensa.

Dopo il pasto, dopo aver insistito per sparecchiare e rassettare nonostante l'opposizione della madre, Manuel è nuovamente in garage.

Stavolta ci va indossando un paio di jeans con uno strappo sulle ginocchia, un maglione grigio e un giubbotto spesso di pelle — lo ha comprato di recente, meglio del cappotto nero classico.

Porta la moto fuori, senza fatica alcuna, e chiude il portellone del garage della Villa.

L'ha sistemata bene, ne è soddisfatto, ma il mezzo ha bisogno di un giro di rodaggio (e un nome, deve pensarci) e lui non ha per nulla voglia di stare a casa.

Monta in sella, mette il casco e gira la chiave: il motore romba.

Produce un bel rumore e Manuel sorride, fiero e soddisfatto del proprio operato. Gli sembra di sentire della musica quando gira le manopole per dare gas e allora sorride, tira giù la visiera e parte.

Non ha una meta, non gli occorre.

Gli è sufficiente sfrecciare tra le strade di periferia con le luci che diventano scie intorno, la velocità e l'adrenalina che essa gli dona.

Viaggia per mezz'ora, pure nel lieve traffico che incontra quando giunge in città e schiva le auto in coda.

Si ferma quando è davanti al Colosseo, monumento che ha visto così tante volte da conoscere a memoria ogni mattone, ogni imperfezione che lo rende un'opera d'arte. Non ha mai smesso di prestare attenzione alla meraviglia che lo circonda nella capitale, pur abitandoci per anni: è sempre come la prima volta di fronte a simili capolavori.

Si siede su un muretto, con una birra fredda in mano che sorseggia mentre osserva la gente passeggiare tranquilla, con un gelato in mano anche se le temperature sono ancora basse. C'è una strana tranquillità per essere sabato sera, a dire il vero, o forse è lui che percepisce quiete poiché di quella ha bisogno.

Socchiude le palpebre, respira a fondo.

La sua testa è piena di tutto e niente: accade quando ci si sente persi, alla deriva, ed è una sensazione che sta sperimentando troppo spesso e non gli piace.

Distratto, il suo sguardo ricade su un gruppo di ragazzi a pochi metri di distanza: sono giovani, sedici anni all'incirca, ridono tra loro e si scattano delle foto con il Colosseo sullo sfondo.

Nulla di eclatante, ma si trova a desiderare di tornare a quell'età per compiere scelte diverse.

Presuppone che la propria vita sarebbe differente.

Magari quel casino con Simone neppure sarebbe successo e sarebbe stato meglio.

Oppure si sarebbero incontrati in un universo differente, uno dove hanno la stessa età, vanno a scuola insieme e chiacchierano e si baciano seduti sul muretto davanti alla scuola.

Magari in una realtà parallela ciò accade sul serio, senza problema alcuno.

Immerso in tali riflessioni, il chiacchiericcio intorno si fa appena più imponente e un differente suono gli arriva alle orecchie, quello del telefono che tiene nella tasca interna della giacca. Lo tira fuori. L'apparecchio ha smesso di squillare, ma la notifica pop-up sullo schermo riporta tre chiamate perse dallo stesso numero che non ha memorizzato.

Pensa sia un call center che vuole attivare qualche offerta e sta per bloccare il mittente. Tuttavia, suona di nuovo, nel frattempo. Sospira, arrendevole, e risponde, mettendo già in conto che lancerà qualche maledizione: «Pronto?»

«Dio, grazie al cielo hai risposto!» è una voce femminile dalla parte opposta.

Aggrotta le sopracciglia. «Chi parla?»

«Sì, scusa... sono Laura!»

«Ah, uhm... ciao! Perché mi stai—»

«Simone.»

La spiegazione è abbastanza logica e scontata. «Simone che?»

«Senti, io non so che sia successo con precisione, Simo non mi ha voluto raccontare niente, anche se posso immaginare, considerando tutto. Però siamo usciti, era strano, ha iniziato a bere qualsiasi cosa e lui non beve mai! Gli è bastato poco per andare su di giri.»

«E io che c'entro?»

«Non ne ho idea, ma è da mezz'ora che ripete il tuo nome e non so che fare.»

Manuel ascolta in silenzio. Ubriacarsi, bere per dimenticare, gli atteggiamenti tipici che adottava anche lui a quell'età per fuggire dai problemi. Non che adesso sia troppo diverso, c'è soltanto un briciolo in più di autocontrollo.

«Dove siete?» domanda.

«Giulio e Aureliano mi hanno aiutato a portarlo a casa mia, non mi sembrava—non so... saggio rimanere in giro.»

«No, avete fatto bene.»

«Ti mando la posizione?»

«Laura, io—non credo di essere la persona più adatta, forse dovresti chiamare suo padre e...»

«Vuole te, non suo padre.»

Socchiude le palpebre per mezzo secondo: Dante combinerebbe un gran macello, lo metterebbe in punizione o peggio. Dal lato opposto, lui non ritiene di essere in grado di soccorrerlo in seguito alla loro ultima conversazione.

Insomma, non lo odia, vero, ma lo ama troppo da stare male ed è probabilmente peggio.

Cogliendo la sua esitazione, Laura aggiunge: «Io te la mando comunque. Scegli tu, ma spero verrai.»

Chiude la chiamata.

Manuel sposta il telefono, sullo schermo del quale, qualche secondo dopo, compare una notifica su WhatsApp dal medesimo numero sconosciuto e la posizione, come promesso.

Fissa il pop-up come se l'apparecchio potesse esplodere nella sua mano, intanto che si chiede se fare un secondo casino oppure no.





***

[Note autore:

Grazie per aver letto fin qui e per continuare a seguire questo viaggio.
Fatemi sapere che ne pensate — qui, su Twitter (usiamo #tortini ecco 👉🏻👈🏻), è davvero molto bello e imp per me 💜

Manuel andrà in soccorso di Simone oppure avvertirà Dante?

Lo scopriremo presto.

Un bacio.
Lilith.]

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