Buon compleanno
«Auguri, vecchio!»
La videochiamata con Chicca si apre in quel modo.
Manuel intravede il suo viso in primo piano nello schermo, seduto in auto prima di entrare all'inferno — pardon, l'ufficio, ma la similitudine è molto precisa.
Abbozza un sorriso privo d'entusiasmo.
Un tempo, il proprio compleanno gli piaceva. Al liceo organizzava sempre una grande festa con fontane di birra (del discount, il budget basso non permetteva di più), mille risate, scherzi, giochi con gente che ora non vede nemmeno più, a parte sui loro profili Instagram dove perpetua vede scorrere la loro vita, all'apparenza serena e priva di intoppi.
Sì che sui social le persone tendono a mostrare solo quel che vogliono, come registi in un film che proiettano soltanto i momenti belli e positivi, ragion per cui non dovrebbe pensare che a loro vada tutto bene mentre lui annega: è solo apparenza.
Eppure si trova ogni volta ad invidiarli e autocommiserarsi.
Ottimo.
Oggi, nella maniera più cinica possibile, reputa il giorno di celebrazione della nascita come un anno in meno da passare sul pianeta, uno in meno verso la tomba e il riposo eterno.
Ecco, dunque, non è nello stato d'animo adatto per festeggiare.
Tuttavia, non vuole sembrare scortese o rovinare la mattinata anche alla migliore amica, per cui «Grazie» esclama «anche se te sei più vecchia di me.»
Chicca corruccia le labbra in una smorfia. «Di cinque mesi, cinque! Non smetterai mai di ricordarmelo, vero?»
«No, mai, mi spiace.»
Ridono entrambi. Poi lui chiede: «Elena?»
«Stamattina la porta Matteo all'asilo, sono già usciti. Ma ti ha fatto un bel disegno per il compleanno, il mese prossimo te lo portiamo.»
«Venite a Roma?»
«Sì, per le feste. Mia madre vuole vedere sua nipote.»
«Me pare giusto.»
La ragazza annuisce e sistema meglio l'inquadratura. «Allora, come festeggi stasera?»
Manuel si affretta a scuotere il capo. «Non festeggio.»
«Come non festeggi?»
«No, so' uscito de casa prima che me vedesse mi' madre o chiunque altro, spero nessuno si ricordi che giorno è oggi.»
«Manuel, sono i tuoi trent'anni, non puoi non festeggiare!»
«Guarda che me lo hai detto tu che non cambia nulla e che il vero cambiamento è tra i venticinque e i ventisei.»
«Vero, ma è comunque un cambiamento ed è un compleanno. I compleanni si festeggiano sempre, è una regola.»
Chicca è il suo opposto: le piacciono quegli eventi, quando arriva quello di sua figlia organizza feste enormi con palloncini, clown, una volta ha persino richiesto una scimmietta ammaestrata — col senno di poi, pessima idea per dei bambini di tre anni.
Quindi, ovvio che insista così tanto.
Manuel non se la sente neppure di rimproverarla o lamentarsi, del resto non può pretendere che il proprio cinismo sia universalmente condiviso. Sospira. «Vabbè, magari andiamo fuori per una pizza» prova a rimediare.
Non è sufficiente poiché Chicca sgrana gli occhi, indignata. «Ma che tristezza» commenta.
«Ma che vuoi? Compleanno mio, decisioni mie.»
«Non hai nessun programma neppure con chi so io?»
«Chi?»
«La pischelletta co' cui te stai a divertì.»
Manuel si morde piano l'interno della guancia e fa cenno di no col capo. «Nah, non sa nemmeno che è il compleanno mio» attesta.
In effetti, non ha idea se Simone ne sia a conoscenza o meno. Magari sì, glielo avrà detto Anita – anzi, di sicuro glielo ha detto lei – ma immagina non faccia differenza e neppure importa molto.
«Non approvo 'sta cosa, 'o sai, ma se questa riesce a toglierte 'sta faccia da funerale, je devo un favore, solo per oggi.»
Un secondo sorriso gli sfugge. Una mezza idea di come possa rallegrarlo ce l'ha e non prevede dei vestiti addosso. «Te farò sapere se ce riesce.»
Chicca ride e si copre il viso con una mano. «Basta che me eviti i dettagli.»
Non sai quanti.
🏍️🏉
Il giorno del proprio compleanno, secondo Manuel, non si dovrebbe lavorare.
Come già appurato, non perché ci tenga particolarmente a tale ricorrenza, piuttosto preferirebbe essere altrove per far passare il tempo davanti ad un film o una serie tv, così da farlo scorrere più veloce e passare alle ventiquattro ore successive, evitando le pratiche d'ufficio e, soprattutto, i messaggi di auguri da gente che non sente mai e ai quali deve rispondere con falsa cortesia.
L'unico un po' più accettato è quello da parte della madre, accompagnato da una dozzina di gif animate con i brillantini.
Alle 12:30 circa, l'inizio della sua pausa, mentre è ancora seduto alla scrivania, il proprio cellulare si illumina e una notifica di WhatsApp appare sullo schermo.
Manuel è pronto a trascinarla su di un lato e scordarsene, considerando che teme essere l'ennesimo messaggio di auguri copiato e incollato — magari risponderà in serata quando quella tortura avrà fine.
Tuttavia, prima che possa agire, scorge il mittente e allora cambia le intenzioni. Va a cliccare sull'anteprima del messaggio, senza aprirlo ancora del tutto:
La giornata sarà lunga, oggi ho pure allenamento, ma quando torno possiamo festeggiare
[Foto]
Per vedere l'immagine deve per forza premere sul pop-up con un dito, accidenti.
Ispeziona l'ambiente intorno furtivamente: Egidio si è congedato un minuto prima dell'inizio della pausa, con la sua solita frase "per un'ora tolgo il disturbo, faccio un giro al mercato, a dopo" — ringrazia che non l'abbia invitato.
Così può aprire la notifica e, di conseguenza, la foto effimera che Simone gli ha mandato: corrisponde ad un suo autoscatto, dove si intravede solo una parte della mandibola definita; il fulcro dell' inquadratura è posto sul colletto della camicia lasciato sbottonato e tale indumento tirato verso il basso dalla sua mano insieme al maglione blu con scollo a V. In realtà, la posizione del selfie e la poca luce non gli fanno vedere molto, però quei piccoli particolari sono comunque in grado di smuovere qualcosa in Manuel e far tornare alla ribalta il solito brivido.
Risponde:
Questo compleanno ha finalmente un senso😁
Che faccina da boomer
È solo uno smiley
Appunto
[Foto]
Segue una nuova foto, stavolta un primo piano rubato — Simone è in classe, sgrana gli occhi ad emulare un'espressione scioccata e contorce le labbra in una smorfia.
Manuel si lascia sfuggire un sorriso. Prova l'impulso di baciarle, quelle labbra.
Okay, niente più smiley
Ci vediamo stasera, piccolè
Ancora co sto nomignolo????
Sì ora ti cambio pure il nome in rubrica
Non ti azzardare😡😡😡
Non avevi detto niente smiley?😀
Vecchio!!!
A stasera, PICCOLÈ😘😘😘
🏍️🏉
In effetti, per arrivare finalmente a sera, Manuel fa addirittura il conto alla rovescia. Di norma, quando si aspetta qualcosa di bello ed eccitante, il tempo pare non scorrere mai, il che è molto peggio se ci si trova in un luogo dove non si vuole stare, tipo l'inf—ufficio.
A causa del traffico, torna alla Villa alle sette meno un quarto, esausto, sfinito da quella giornata caratterizzata da urgenze stupide e call con argomento aria fritta.
Che spreco di vita, ore, minuti preziosi di esistenza che nessuno gli darà più indietro.
La sua mente è rimasta focalizzata sulla sera, sulla foto che Simone gli ha mandato e sul pensiero di avere, accarezzare, percepire il suo corpo quella notte.
Quando varca la soglia di casa, però, il ragazzo non c'è, per cui la sua attesa deve per forza essere prolungata.
Quel che ode, dopo aver posato le chiavi nello svuota-tasche e rimosso il cappotto, è il rumore di stoviglie che proviene dalla sala da pranzo. È in tal luogo che si dirige, allentando appena il nodo della cravatta.
Scorge Anita, indaffarata ad apparecchiare con il servizio buono — segno d'allarme. Gli ci vuole poco a contare i coperti e notare che ce ne sono due in più rispetto al solito.
Altro allarme.
Incrocia le braccia al petto. «Abbiamo ospiti?»
La madre solleva il capo e nota soltanto allora la presenza del figlio. Lo accoglie con un ampio sorriso. «Tesoro, auguri!» esclama. Ha ancora delle posate in mano intanto che allarga le braccia e lo raggiunge per stringerlo a sé e scoccare due baci sulle sue guance. «Stamattina sei fuggito, non ho fatto in tempo a dirti niente!»
Manuel sforza un sorriso, ricambia il gesto d'affetto. «Seh, c'avevo delle cose da sbriga'.»
Non aveva assolutamente nulla da fare, ma questo è un segreto di cui solo lui è a conoscenza. «Quindi?»
«Quindi che?»
«Avemo ospiti?»
Anita smorza una risata nervosa che non promette nulla di buono. «Sì, io, uhm–è il tuo compleanno!» squittisce e la sua voce si fa fastidiosamente stridula.
«Sì e...?»
«Beh, ho preparato una cena per l'occasione e invitato delle persone» l'ultima parte della frase è pronunciata in fretta, mentre si allontana e torna vicino al tavolo per finire di sistemare piatti e bicchieri.
Manuel resta fermo, la fronte aggrottata e una lieve preoccupazione che si fa largo nel suo petto. «Chi... avresti invitato?» teme quasi di porre il quesito poiché la risposta che si aspetta è terrificante.
Ha un cattivo presagio.
La donna evita il contatto visivo, usando la scusa di essere concentrata sul dover apparecchiare per bene. «Flavia» biascica.
«Sarebbe?»
«La mia estetista.»
Già quello dovrebbe bastare come ultimo e definitivo campanello d'allarme, se unito al suo essere sfuggente.
Manuel unisce i punti molto presto: tra la parola estetista e i due posti in più, la conclusione è piuttosto semplice. Spalanca la bocca e allarga le braccia, con esasperazione. «Ma', starai scherzando, spero!»
Ma capisce dal modo in cui la madre si blocca, dal mezzo sorriso forzato sulle sue labbra e l'espressione finta dispiaciuta che no, non sta affatto scherzando.
«Come diavolo ti è venuto in mente di invitare Marta qui stasera?!» la sua voce si incrina.
Anita scrolla le spalle, riprende la propria attività come se nulla fosse, ignorando il fatto di aver gettato il figlio nel più totale sconforto, che unito al malessere che lo accompagna dalla mattina, non giova assolutamente.
«L'altro giorno ero a rifare le unghie, stavamo a parla' ed è uscito il discorso» spiega «così tra le chiacchiere m'è uscito che è il compleanno tuo e... beh, tra poco arrivano, ho fatto lo sformato di zucca, ti piace, no?»
A Manuel viene voglia di urlare. Si trattiene, mordendosi la lingua. «Dio, ma', ho smesso de risponne ai suoi messaggi da settimane, probabilmente me odia e tu hai la brillante idea d'invitarla a cena al compleanno mio?!»
Lei sospira e tira un filo sfuggito ad un tovagliolo di stoffa. «Sono sicura che non ti odia» afferma.
«Non è questo il punto!»
«È solo una cena, non ci devi fare nulla.»
«Una cena, certo! Assolutamente non l'ennesimo tentativo tuo d'accoppiarme!»
Sbuffa, infastidita – lei è infastidita, da che pulpito!
«Te farei solo un favore, in quel caso» attesta, stizzita. Incrocia le mani al petto.
Manuel sta per rispondere, furioso. Vorrebbe dirle che non ha bisogno di alcun favore, che sta bene così – più o meno – che quella forzatura è diventata patetica e squallida.
Tuttavia, ancora una volta è arrendevole di fronte all'espressione della madre che si congeda senza dire nulla e si dirige in cucina a ultimare gli antipasti.
Poi, poco dopo, il campanello suona e segna l'inizio della fine.
🏍️🏉
Manuel si è sbagliato: l'inferno non è l'ufficio, ma è una cena a base di sformato di zucca ad un tavolo dove è costretto a sedersi di fianco a Marta e sua madre e con davanti Simone che continua a fissarlo con il capo piegato su di un lato mentre mangia.
Come se fosse colpa sua!
Non ha avuto neppure il tempo di spiegargli qualcosa, di stare un attimo da soli. Di conseguenza, di festeggiare.
Ed è frustrante, imbarazzante, scoraggiante.
Desidera sparire e basta.
Ci sono chiacchiere a quel tavolo di cui non gli interessa niente ed è come se le ore di tale giornata si fossero allungate e la mezzanotte dà tutta l'impressione di essere troppo lontana.
Inoltre, non sopporta il casuale contatto fisico e i continui sorrisi che Marta gli rivolge, accompagnati da quelli di Anita che non fa che elogiare il figlio per traguardi della sua adolescenza — è sicuro che qualcuno se lo stia inventando, tipo che era un genio a scuola... non è vero, ha rischiato pure di essere bocciato in terza superiore e ha superato l'anno per un soffio.
Ah, ora urla.
Non è adesso che gli occorrono gli elogi.
Si isola da quelle chiacchiere, sminuzzando il cibo che ha nel piatto e buttando giù una quantità di vino rosso non raccomandabile. Usa la scusa che è il suo compleanno, per cui può concederselo.
Viene distratto soltanto dalla vibrazione del cellulare che tiene in tasca. Lo tira fuori perché qualsiasi cosa che lo può distrarre da tale situazione è ben accetta. Può nascondere l'apparecchio grazie alla tovaglia.
Picchietta sullo schermo, c'è una notifica WhatsApp da parte di Simone. Subito il suo sguardo guizza sul ragazzo che ha di fronte e aggrotta le sopracciglia, confuso. Lo vede indifferente mentre ingurgita un boccone di sformato.
Interdetto, apre l'anteprima del messaggio:
È più noiosa di come mi avevi detto
Ecco, vorrebbe ridere, ma non può.
Si guarda intorno come se potesse essere beccato, però no: Anita è alla prese con una conversazione che coinvolge Flavia e Marta sulle schiariture che vorrebbe fare ai capelli per darsi un nuovo tono e Dante, a capotavola, è concentrato a leggere l'etichetta della bottiglia di vino che ha scelto per la cena. Nessuno bada a lui.
Pertanto, rimanendo celato dalla tovaglia bianca, risponde:
Ma io non ti ho raccontato niente
Non serviva
La tua faccia diceva tutto
Lo guarda di nuovo e sgrana gli occhi.
Simone è ancora indifferente, continua a mangiare e sembra addirittura sia interessato alle meches di Anita – non lo è per davvero, è solo un bravo attore; del resto, come ben si sa, finge una relazione etero da due anni!
Manuel prova a digitare qualcosa in replica. Non fa in tempo, una aggiunta sopraggiunge:
Sembra pure più vecchia
Gli viene da ridere. Si trattiene a stento.
Ha un anno meno di me
Li porta male
La pianti?
È solo per dire
Vicino a te sta malissimo poi
Mai sentito parlare di persone cromaticamente perfette?
Ecco
Non è il vostro caso
Solleva il capo. Dovrebbe digitare qualcos'altro, sa benissimo cosa, però si rende conto che l'argomento di conversazione è cambiato e adesso Anita lo sta fissando in attesa di una risposta ad una domanda che lui non ha sentito.
Allora sbatte rapidamente le palpebre e «Cosa?»
La madre smorza una risata, tra il nervoso e il divertito. «Stavo dicendo» esclama «che magari potresti dare una mano a Marta con gli ultimi scatoloni per la casa nuova.»
Manco morto.
Manuel si accorge che anche lo sguardo della ragazza nominata è fisso su di sé, insieme a quello di Flavia e pure Dante che ha posato la bottiglia di vino.
Non controlla Simone, ma immagina che stia facendo lo stesso.
«Uhm, non credo sarei molto d'aiuto» borbotta «la mia schiena è a pezzi.»
Anita scoppia in una risata fragorosa e scuote il capo. «Fa solo storie, ti può dare benissimo una mano» attesta e sfiora il braccio di Marta davanti a lei per rassicurazione. «E hai delle foto? Della casa, intendo.»
«Oh, certo» esclama la ragazza. Si affretta a raccattare il telefono dalla borsa che ha appeso allo schienale della sedia. Sullo schermo, apre la galleria e rivolge lo smartphone alla donna che ha di fronte, la quale lo accoglie con il solito entusiasmo stridulo.
Dalla posizione in cui si trova, Manuel non riesce a vedere nulla, ma sente Flavia, al capotavola opposto a Dante, spiegare: «Ha arredato tutto lei, eh! Ci ha messo mesi, voleva che tutto fosse perfetto! La mia Marta è così attenta ai dettagli.»
Anita annuisce, intanto che scorre le immagini. «È pazzesco, infatti! Magari chiedo a te qualche consiglio, vorrei rifare tutto il salotto.»
Simone è accanto a lei, per cui gli basta allungare il collo per sbirciare sul telefono. Subito aggrotta le sopracciglia, la sua espressione non ritrae sentimenti positivi. «Sembra la sala d'aspetto di una casa di riposo» commenta, schietto e diretto.
Il silenzio cala nella stanza alla sua frase.
Manuel trattiene una risata. Non ha visto l'arredamento in foto, però ha assistito alla mostra, ha visto il suo stile ed è esattamente come lo definirebbe: brutto e antiquato, solo che, per gentilezza, ad alta voce non ha mai detto niente.
Il suo sguardo si sposta sui visi di tutti i presenti, soprattutto su quello della madre che è la prima a riportare un suono con «Tesoro, ma che dici? È bellissimo.»
Marta annuisce, tira sulle labbra un finto sorriso. «Si chiama stile vintage» precisa.
«Sì, so cos'è lo stile vintage e di sicuro non assomiglia a quella roba» ribatte prontamente Simone.
«Ho studiato per queste cose, ho una laurea, so quel faccio.»
«Avere una laurea non è sinonimo di buon gusto.»
La ragazza sta per replicare. Spalanca la bocca, indignata. Ancora una volta, tuttavia, è Anita a intervenire e placare gli animi. Le ridà il telefono, si alza in piedi con uno scatto e «Vado a prendere il dolce! Simone, mi aiuti?»
È un chiaro tentativo per smorzare la tensione e non dare corda ad una discussione in procinto di divampare.
Simone rivolge un'ultima occhiata dapprima a Marta, poi a Manuel. In seguito, si alza e segue Anita in cucina per preparare i piatti con il tiramisù.
Terribile.
Manuel non ha idea di come sentirsi, nemmeno di come interpretare quella reazione da parte di Simone.
Pare quasi gelosia, sebbene non voglia sbilanciarsi troppo e non sa se ritenerla una cosa buona o meno.
Ad ogni modo, non ha sufficiente tempo per rifletterci poiché Marta gli pone un palmo sul braccio in un modo fin troppo confidenziale, intimo, e sussurra: «Che dici, aspettiamo il dolce di là in salotto?»
Vorrebbe rispondere che è una pessima idea e che, inoltre, non gli va affatto. A quanto pare, qualcuno ha stabilito che il suo potere decisionale per quella sera è del tutto inesistente poiché Dante concorda con tale proposta, anzi, trascina via Flavia con la scusa di mostrarle le bottiglie di vino che tiene in cantina.
Scuse, per l'appunto, pretesti per far sì che rimanga da solo con la ragazza sistemata.
Che è quel che accade.
Manuel si ritrova da solo nel salotto della Villa, seduto sul divano con accanto una persona con la quale non vuole stare. Si guarda intorno. Le luci sono basse e soffuse — ma perché?
Non c'è bisogno di fare atmosfera.
Non c'era bisogno di quella cena.
Non c'era bisogno di invitare Flavia e sua figlia.
Non c'era bisogno.
«Oh, ce mettono tanto a prende' 'sto dolce» esclama ad un tratto.
È ben consapevole che anche quello è opera della madre; sta ritardando appositamente il ritorno per concedere loro più tempo.
Marta ride in maniera molto più acuta del dovuto e ancora una volta approccia un contatto fisico non necessario e lui vorrebbe scappare. «Beh, meglio per noi, no?»
Manuel prova a divincolarsi. Si sposta di qualche centimetro sul cuscino del divano, ma non serve dal momento che lei riduce la distanza in mezzo secondo – gli sta addosso, lo tocca, ride di nuovo.
Ma che se ride?
«Sono stata contenta che mi hai invitato stasera» la sente dire. «Anche se ho avuto poco preavviso e non ti ho preso un regalo, però per quello posso rimediare.»
Aggrotta le sopracciglia. Non ha organizzato nulla per il compleanno, di base, figurarsi invitarla. Potrebbe indagare, la soluzione, comunque, è già chiara. «Seh, uhm—è stata una cosa un po' improvvisata» mente.
«Lo capisco, insomma, avrai mille cose per la testa. Il nuovo lavoro, il divorzio, voglio dire... chi non sarebbe un po' distratto.»
«Già» deve tentare una seconda volta di evitare il contatto fisico che la ragazza cerca e brama, con fin troppa foga, come quando posa un palmo sul suo viso e lo costringe a guardarla.
«Ma se hai bisogno di qualcuno che ti stia vicino» soffia Marta «come ho detto a tua madre, io ci sono per te.»
Manuel è in trappola, bloccato nella tela di un ragno e pronto per diventare il suo pasto.
Dove diavolo è quel tiramisù?
«Magari non mi hai risposto ai messaggi proprio per questo, ma non importa, ci ho messo una pietra sopra. Che importa se adesso siamo qui, io e te?»
Dove DIAVOLO È QUEL TIRAMISÙ?!
È sul punto di gridare per essere salvato da quella situazione dalla quale cerca di scappare. Risulta inutile quando Marta gli stringe il viso tra due mani, lo attira a sé e preme, forte, le labbra sulle sue.
Se ha pensato che la giornata non potesse andare peggio, ecco...
Va peggio.
È la goccia che fa traboccare il vaso, il che corrisponde con la sua pazienza che raggiunge il limite ultimo e il grado di sopportazione crolla.
Al diavolo fare il cordiale, il gentile per accordare i desideri malsani della madre.
Basta, è saturo.
Si alza in piedi con uno scatto, lamentando: «No, no, no, no!»
Lei resta interdetta, seduta sul divano. Sgrana gli occhi, a chiedere spiegazioni. «Che hai? Pensavo lo volessi!»
Manuel scuote il capo, si passa una mano sul volto. Pone i palmi sui fianchi, comincia a muovere passi confusi per il salotto, dopo si ferma davanti alla ragazza. «Quale parte del non sentirci per settimane ti ha portato a pensare che lo volessi?»
«Beh, mi hai invitato stasera!» esclama Marta e si tira su, così da essere faccia a faccia. Cerca di nuovo un contatto fisico, stavolta viene scansata con facilità. «Tua madre mi ha raccontato perché sei così evasivo, ho provato a capirti e...»
«Io non ti ho invitata!» sbotta Manuel. Tronca di netto la sua frase, voce, qualunque intento successivo. È furioso. «Non ti avrei mai invitato, né ora, né mai! Non ci sarei nemmeno uscito con te se mia madre non avesse insistito così tanto!»
Marta lo fissa, pare confusa da una simile dichiarazione. «Quindi non hai—implorato tua madre per convincermi a farti perdonare o...»
«Io non ho niente da farmi perdonare! Siamo usciti, non ha funzionato, fine. Non siamo compatibili, non abbiamo niente in comune, anzi, mi sono annoiato a sentirti parlare in certi momenti, figurati se chiedevo a mia madre di pregarti!»
A Manuel, nonostante il tono brusco che ha usato e le parole poco carine, sembra di essere andato bene, di aver messo in chiaro le cose, perlomeno per evitare ulteriori situazioni imbarazzanti in futuro.
Evidentemente ha fatto male i calcoli oppure la sua percezione della scena che si è appena svolta è ben diversa poiché, poco dopo aver pronunciato l'ultima affermazione, vede Marta spalancare la bocca e la sua mano si abbatte di prepotenza sulla propria faccia.
Gli fa male, è probabile che ci rimarrà un segno rosso.
Vorrebbe rispondere, sottolineare che non era affatto necessario, però non ne ha il tempo: la ragazza sparisce subito dal proprio campo visivo. Ode soltanto la sua voce appena più lontana, che recita: «Ma'! Mamma, andiamocene subito!»
Pensa che sia un tantino melodrammatica, ad essere onesti.
Okay, forse ha un po' esagerato, però...
Non è nemmeno lo schiaffo che lo ferisce o il suo comportamento ad infastidirlo.
Niente di tutto quello sarebbe accaduto se Anita non avesse forzato la situazione così tanto, insistito per una relazione che non ha senso di esistere o di cominciare, tutto per vederlo sistemato.
Si sfiora il viso con due dita. La guancia pizzica.
«Ma che succede? Marta è andata via di corsa!» Anita giunge in salotto con due piatti di tiramisù in mano. Dietro di lei, c'è Simone con i medesimi oggetti in equilibrio sui palmi.
Manuel non scorge il volto di quest'ultimo, nascosto dalla penombra. Vede, però, con chiarezza quello della madre ed è sufficiente per farlo cedere e cadere di più.
Si avvicina alla donna a piccoli passi fino ad essere di fronte, a pochi centimetri di distanza. Ha il fiatone. Il respiro sta venendo a meno.
Non è successo nulla di irreparabile, forse, potrebbe concludere la faccenda e basta, lasciar correre.
Ma sarà che è il suo compleanno, che sono i trent'anni e pare tutto così precario da far paura, da tenerlo su un filo fragile con il vuoto sotto i suoi piedi, che tale inconveniente si trasforma in un baratro dentro il quale precipita.
Una parte di lui vorrebbe urlare, eppure il tono di voce che gli viene fuori è quieto, una calma apparente considerando il fatto che dentro si sta disintegrando.
Tira su col naso. «Succede che il tuo piano per vedermi sistemato» sputa l'ultima parola tra i denti «è fallito. Ed era già fallito in partenza perché tra me e Marta non c'è e non ci sarà mai niente, ma il punto non è nemmeno questo, no. E non è neanche il tuo insistere con lei, è—la tua voglia di indirizzarmi verso cosa per te, per tutti, è giusto. Siete così focalizzati su cosa è giusto fare con la mia vita che mi sono convinto pure io che sia quello il mio obiettivo: sposarmi co' la persona che ha la testa sulle spalle, fare un lavoro che mi fa odiare ogni giorno della mia esistenza per du' spiccioli, che la mattina rende un peso alzarmi dal letto tanto che delle volte spero di crepare nel sonno, così da non dover andare a chiudermi tra le mura di un ufficio e farlo per quarant'anni, ogni singolo giorno, e raggiungere, forse, una misera pensione che magari neppure avrò mai.»
Fa una breve pausa, in apnea. Vede Anita schiudere le labbra, per poter replicare, mentre il tiramisù nei piatti comincia a sciogliersi.
Non gliene dà occasione poiché riprende: «Io tutte 'ste cose non le ho mai volute, non erano i miei sogni, so' sempre stati i vostri, quelli di tutti, quelli che te inculcano nel cervello appena nasci, perché è così e basta, quindi adesso mi sento un fallito che ha perso tutto, che è dovuto tornare a casa da sua madre e deve sentirla dire in ogni momento che deve sistemarsi, che gli altri alla sua età hanno una casa e una famiglia e lo vuole ficcare in una relazione priva di senso per avere la soddisfazione della sua di vita. Perché in fondo anche lei è stata schiacciata da questo meccanismo malato che pensa che er figlio suo è 'na delusione, lontano anni luce da tutto ciò che la società pretende. Ma pensa un po', che sono un fallito io già lo so e me spiace, non me vedrai mai sistemato. Te sei giocata il figlio perfetto.»
I suoi occhi si sono fatti lucidi, non è stato capace di impedirlo.
Presume che Anita rappresenti il proprio riflesso, un po' rotto, scheggiato, rammaricato.
Manuel si asciuga con il pollice una solitaria lacrima che gli bagna le gote.
«E buon compleanno a me» conclude. Un mesto sorriso curva le sue labbra. Per un breve istante, il suo sguardo si incrocia con quello di Simone, rimasto fermo sulla soglia della porta del salotto durante tutto il discorso a senso unico.
Dura poco, dal momento che poi si affretta ad abbandonare la stanza, col capo basso.
Fa freddo quando raggiunge la parte posteriore della Villa, dove c'è la piscina, ora coperta da un grosso telo di spessa plastica a causa dell'approssimarsi della stagione invernale.
Almeno lì c'è silenzio e non si sente soffocare.
Si siede a terra, vicino al bordo dello specchio d'acqua celato.
Cerca di riprendere un ritmo del respiro regolare, di calmarsi, per quanto è possibile.
Spera che Marta sia andata via insieme a sua madre e che non la rivedrà più. Non è neppure questione di antipatia.
Magari, se si fossero incontrati in diverse circostanze, qualcosa avrebbe sentito e avrebbero potuto provarci.
O magari no e basta.
Non siamo per tutti.
E tutti non sono per noi.
Tiene la testa bassa. Fa scorrere le mani tra i capelli.
Quello non è nemmeno il suo peggior compleanno di sempre ed è tutto dire.
Non ha idea per quanto tempo rimane da solo, avvolto da una assenza di suono che quasi lo conforta.
È un flebile sussurro a distrarlo, ad un tratto: «Vuoi?»
Solleva il capo. C'è Simone in piedi accanto a lui: ha una sigaretta in equilibrio tra le labbra e gliene sta porgendo una seconda.
Solo quello, solo un vuoi che accetta senza proferire parola, come se temesse il solo atto di parlare.
Non ne sarebbe in grado, comunque, sebbene un lato di sé gli suggerisca di scusarsi per la scenata a cui ha dovuto assistere.
Non era sua intenzione esplodere in quel modo, non è riuscito più a trattenersi.
Rimane zitto, accetta la sigaretta e che l'altro ragazzo gliela accenda, proteggendo la fiamma dal leggero vento che si è alzato.
Si ritrovano entrambi seduti a terra, sul bordo della piscina, con la luce tenue dell'interno della Villa che traspare attraverso le finestre.
Manuel ringrazia che Anita non gli sia corsa dietro, evidentemente la madre ha capito che il figlio ha bisogno dei propri spazi.
Ad essere onesti, l'unica presenza che non gli arreca disturbo in tale attimo corrisponde a quella della persona che gli è accomodata accanto.
Il silenzio permane intanto che nuvole di fumo si liberano verso l'alto.
Simone non chiede niente.
Manuel, comunque, non avrebbe le risposte.
Sette minuti, il mozzicone quasi del tutto consumato e «Non ti ho dato il mio regalo» esclama il più piccolo.
All'altro sfugge una risata. Scuote il capo e gli rivolge un'occhiata distratta. «Non t'offendere, ma non so' proprio dell'umore in questo momento» dice, cogliendo una velata allusione.
«Guarda che non intendevo quel genere di regalo! Ne ho uno vero.»
Lo fissa di sbieco. «Uno vero?»
«Sì! Più o meno, insomma, non è—impacchettato bene, tipo, ti dovrai accontentare.»
Vorrebbe puntualizzare che non occorreva comprare un regalo vero, che di fatto non ne riceve uno da quando ha compiuto ventidue anni, sebbene scartare pacchi gli piaccia.
«Non do—» fa per dire, ma Simone è già scattato in piedi, buttando la sigaretta terminata tra i ciottoli.
«Il posacenere!» si lamenta Manuel. Non può aggiungere qualcosa che è costretto a corrergli dietro.
Il tragitto che coprono è breve, dal giardino sul retro dell'abitazione al garage, di fronte al portellone che viene aperto da Simone, cercando di fare il meno rumore possibile per non attirare l'attenzione dei coniugi dentro la Villa — con scarsi risultati, però, tanto che Manuel ispeziona l'ambiente intorno, furtivo e timoroso che Anita o Dante spuntino fuori e poi non sa quale sia il regalo e si aspetta davvero di tutto.
Okay, forse proprio tutto no.
Di certo non ha messo tra le opzioni ciò che vede e che gli toglie le parole di bocca e un po' gli fa girare la testa.
In mezzo al garage si trova una moto Harley Davidson dei primi anni Duemila, un briciolo impolverata e con le ruote sgonfie – ed altri problemi alla carrozzeria e di sicuro ulteriori non visibili ad occhio nudo.
L'insieme di reazioni fa quasi preoccupare Simone, a qualche metro di distanza da lui. Teme di aver sbagliato in qualche modo e allora, come gli capita spesso, comincia a blaterare: «Okay, uhm—ho fatto delle ricerche e... non so se ho azzeccato il modello di quella che avevi al liceo, mio padre non è stato molto d'aiuto e tua madre aveva rimosso dalla memoria il fatto che tu avessi una moto, quindi ho dovuto fare di testa mia, ma spero di esserci andato vicino.»
Manuel avanza in maniera lenta verso il mezzo, intanto che le spiegazioni dell'altro fluttuano nell'aria e raggiungono i suoi timpani. Si avvicina abbastanza per sfiorare la sella in pelle consumata sui bordi.
Non è uguale a quella che aveva da adolescente, non ci va neppure vicino a dire il vero, ma non ha importanza.
Simone è ancora esitante poiché non in grado di capire se ha compiuto un buon gesto oppure peggiorato l'epilogo di quella serata già disastrosa di suo.
Si morde piano il labbro inferiore. «Per la cronaca... è anche, uhm, un catorcio, cioè, ho pensato che magari potevi metterci mano prima e.... nel senso, sei bravo e... alla fine è più un lavoro che un regalo e... oddio, ti fa schifo, vero?»
Non è quella la definizione che Manuel utilizzerebbe. Ne sta elaborando una, anche se non crede sarà in grado di trovarla a breve. «No, no» prova a dire «no, è—non dovevi.»
«Non è niente di che.»
Una moto non è niente di che, mai.
«Come l'hai portata qui?» domanda. Nello stato in cui si trova il mezzo, dubita possa aver fatto molta strada.
«Mi ha aiutato Gianni, ovviamente.»
«Ovviamente» gli fa da eco. La sua attenzione si sposta dal regalo al suo artefice. «So' serio, non... non era necessario.»
Simone camuffa un sorriso e scrolla le spalle con noncuranza. «Mi andava» replica. «Giusto perché tu lo sappia, il mio compleanno è il 30 marzo.»
«Me lo annoto» scherza Manuel. Lo sa quando è il suo compleanno, in qualche modo lo ha memorizzato il giorno in cui lo ha sentito piangere e frignare dalla mattina appena sveglio per non aver ricevuto un robot giocattolo che desiderava tanto.
Okay, forse dovrebbe rimuovere tale ricordo, considerate le circostanze attuali.
Con lo sguardo ispeziona una seconda volta l'ambiente che li circonda, giusto per controllare che nessuno sia nei paraggi e possa vederli. In seguito, con lentezza chiude lo sportello del garage.
Simone lo osserva compiere quel gesto, confuso e aggrottando le sopracciglia. Ancora più perplesso è quando l'altro gli si avvicina e ferma davanti, a pochi centimetri. «Che fai?»
Manuel non risponde a quella domanda, perlomeno non a parole. Sorride sbieco, una piega sulle sue labbra che racchiude molteplici sensazioni che non sarebbe in grado di delineare, descrivere, dar loro una definizione precisa. Ce l'ha la sua azione nei secondi successivi quando si sporge in avanti e lo bacia con delicatezza sulla bocca — con calma, con assente smania, come è accaduto sulle scale, la sera della partita di rugby.
«Hai detto che non eri dell'umore» fa notare Simone, che mantiene i loro visi separati da una distanza irrisoria.
«Infatti non lo sono, non era per quello.»
«E per cosa?»
«Per ringraziarti del regalo e per—farti pensare a me fino a domani mattina.»
Riconosce la citazione e gli viene un po' da ridere. «Sarà una lunga notte» soffia, dunque.
Lo sarà per davvero, pensa Manuel, mentre realizza che manca poco a mezzanotte e il giorno del proprio compleanno sarà finito, finalmente.
Peró può ritenerlo, in parte, salvato da Simone, dalla moto, da loro in quel garage con poca luce.
Crede che stia tutto lì e forse è un bene.
Oppure no.
***
[Note autore:
Ciao a tuttə e grazie per aver letto fin qui!
Come sempre spero di non avervi annoiato e vi chiedo di farmi sapere cosa ne pensate, qui o su Twitter.
Un baciotto.
#tortini 🏍️🏉
Lilith.]
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