Battle - La Polidimensionale
In un attimo capì di dover scappare.
Amelia era in strada, e stava camminando sul marciapiede con leggiadria. Quella lunga gonna bianca volteggiava con dei saltelli, come l'acqua mossa dalla brezza del mare. Le braccia, accompagnate dalle gambe, fluivano nell'aria con movimenti rapidi e calmi, senza mai allontanarsi troppo dal busto. Le scarpe mandavano lievi colpetti: parevano dita che toccassero il legno.
Le vie non ospitavano altra anima viva, qualcosa di prevedibile alle tre e mezza del mattino. Dopo una serata (nottata) in discoteca era sempre a quegli orari che rientrava in casa, dove riabbracciava suo padre. Doveva tenerselo stretto visto che non c'era più sua madre, morta tempo addietro per mano di un assassino senza nome.
Era da settimane che vedeva l'uomo che ora era dietro di lei. Ogni volta che scendeva in strada lo avvistava da qualche parte, solo o in mezzo alla folla, e ogni volta sembrava pedinarla. Anche quando lei si voltava poteva sentir gravare su di sé il peso di quello sguardo.
Le cose avevano però preso una brutta piega quando aveva sentito una profonda voce maschile sussurrare: -Amelia. – E girandosi, aveva visto che era proprio lui, che l'aveva raggiunta in un batter d'occhio. Eppure un secondo prima era dall'altra parte della strada! Non riusciva a crederci, ma poteva sentire il suo fiato sul collo.
Si guardò rapidamente intorno in cerca di una scappatoia.
Vide un palazzo alla sua sinistra, la direzione in cui doveva andare. Sapeva già cosa fare.
Raccolse un attimo di concentrazione.
Sollevò le braccia, come per andare sott'acqua. Nel mentre, tutta la disposizione che le serviva si schematizzò nella sua testa.
L'asfalto si staccò dal terreno. Sprofondò al disotto: giù non c'era più la crosta terrestre, che era fuggita lasciando il posto all'aria. Pareva ci fosse un secondo cielo ed una seconda atmosfera sotto la strada, come un altro mondo. Lei l'aveva ordinato.
Sospesa su quella piattaforma d'asfalto fluttuante, si lanciò nel vuoto del cielo che aveva posto sotto la superficie, proseguendo lo schema che aveva in mente.
In fondo, non era troppo difficile manipolare ed invertire la gravità. Così atterrò sulle fondamenta del palazzo, che affioravano dalla terra, con la testa verso il secondo cielo. Era a gravità opposta, come se fosse appesa a testa in giù.
Quando però le si parò davanti un'alta nuvola bianca che si materializzò nell'uomo, capì che non l'avrebbe avuta così facile. -Non puoi fuggire.
Dopo un'occhiata rapida a quella finta volta celeste, cercò un'altra via di fuga.
Poteva solo ritornare in superficie, al mondo normale.
Concentrandosi, ordinò alle stanze del palazzo sotto cui stava di stringersi e lasciarle un corridoio libero.
Mancava solo un centimetro, prima che quell'uomo riuscisse a toccarla.
Il quadrato di terreno su cui si trovava Amelia precipitò.
Schizzò verso l'alto, tenendo Amelia sopra (cioè, sotto) di esso. Come un ascensore rovesciato, raggiunse l'ultimo piano, e la lasciò sul tetto. Reinvertendo la gravità, Amelia poté posare i piedi sulle mattonelle della veranda, certa di essere al sicuro.
Ma quando tornò la nuvola bianca, capì definitivamente di non esserlo.
-Contro il mio teletrasporto – disse l'uomo, che si materializzò mentre schioccava le dita -le tue manipolazioni spaziali non possono nulla, Amelia.
Amelia, sentendo il suo nome, si rese conto di una cosa molto più terrificante del suo teletrasporto: non solo era in grado di osservare i suoi poteri, al contrario di qualsiasi altro essere umano (che di solito manco se ne accorgeva quando quella ragazza creava un corridoio di vuoto tra i palazzi per non tardare all'università). Lui la conosceva, anche se lei non conosceva lui.
-È da vedersi – furono le uniche parole con cui gli rispose. Capì che era ora di passare alle maniere forti.
Era ora di usare la polidimensionalità.
Col pensiero, spezzò in due il palazzo. Ed effettivamente si tagliò.
Nello spazio vuoto creato, una biglia fluttuò rotolando fino all'altra metà. Seguita a ruota da un gatto, che spiccò un lungo balzo da un pezzo di pavimento all'altro. Evidentemente il suo padrone lo stava facendo giocare, buttandogliela perché la rincorresse. Lì il flusso gravitazionale faceva un balzo, così il gatto non cadeva nel vuoto e il suo salto si allungava, portandolo dall'altra parte del palazzo. Ovviamente, solo Amelia lo poteva vedere. E l'uomo.
Poi chiese a quel luogo di infinitarsi.
Dal bordo della veranda si dipartì altro pavimento. Era come se una veranda più grande contenesse un'altra veranda, in cui stava Amelia, tanti rettangoli concentrici che diventavano sempre di più.
L'uomo si allontanava, e ormai neanche Amelia vedeva più la fine di quella veranda infinitata.
A questo punto doveva essere al sicuro.
Si preparò uno schema per annullare uno spicchio d'infinito e creare un tunnel per casa sua. Si voltò indietro, facendo ondeggiare la gonna, ordinando alle verande di dissiparsi davanti a sé rimanendo solo dietro di lei.
Quando però la nuvola bianca risplendette dietro di lei, la distrazione vanificò il processo. Ma comunque non fece in tempo a fuggire.
Fu messa al tappeto.
Colpì col busto le mattonelle, e quasi le parve che le costole le si rompessero.
Braccia e gambe le erano state immobilizzate. Dimenarsi non sarebbe servito a nulla.
-Forse ora possiamo farla finita – sentenziò il suo aggressore.
Amelia osservò ossessivamente l'ambiente in cerca di un'uscita.
Solo verande. Solo verande, cielo e verande.
Poi ebbe l'idea. Aveva davanti a sé una distesa infinita di materia, che non poteva che sfruttare. Ed aveva il cielo.
Compose mentalmente un comando per la veranda su cui si trovava.
Poi invertì la gravità, dirigendola verso lo spazio.
Si ritrovò a reggersi a due maniglie di cemento spuntate (per suo volere) dalle mattonelle. Intanto, l'uomo urlò, mentre cadeva dritto verso il vuoto spaziale.
Con lei che penzolava nel vuoto, l'abito bianco si increspava in ondine suscitate dal vento, che nonostante il cambio gravitazionale continuava a soffiarle sopra.
Resistette ancora una decina di secondi avvinghiata alle maniglie, così che l'uomo si allontanasse di una distanza adeguata.
Poi, con un sorriso determinato, riportò la gravità alla direzione normale.
Fece attenzione a posare i piedi correttamente, per atterrare senza farsi male. Dopo di che, tornò eretta.
Ancora sorridente, si guardò intorno. Non c'erano tracce dell'uomo sulla veranda infinita.
Amelia, allora, respirò profondamente. Chiuse anche gli occhi, riempita dal sollievo.
Svuotando la mente ed allargando le braccia, quasi che si preparasse ad un balletto classico, si concentrò per annullare l'infinitazione.
Lei teneva serrate le palpebre e non lo vedeva, ma attorno le innumerevoli verande si stavano ritirando, come risucchiate dalla principale, in uno processo inverso a quello di prima.
Quando percepì che l'universo aveva finalmente ripristinato lo stato stazionario, riaprì gli occhi, e riportò lentamente le braccia giù.
Aveva già in mente un metodo molto più rapido per raggiungere casa.
Poteva vedere la finestra della propria camera dal punto in cui si trovava, il che l'avrebbe di certo aiutata.
Visualizzò mentalmente la propria posizione attuale, poi quella della finestra; infine, le congiunse in un unico punto.
Detto fatto, la finestra era davanti a lei. L'aveva trasportata fin lì: un corridoio gravitazionale, come era successo al gatto che rincorreva la biglia, l'avrebbe fatta schizzare dritta in camera sua, finalmente al sicuro.
Ma una puntura sul collo la colse alla sprovvista.
Un acuto dolore le trafisse le arterie. La finestra scomparve, come se non l'avesse mai spostata, e lei cadde a terra inginocchiata e piegata in due dalla sofferenza.
-Ora la smetterai di scappare, spero – parlò l'uomo dietro. Intanto, sentì una mano inchiodarla a terra.
Nonostante il dolore, lei raccolse le forze e sferrò un calcio.
Riuscì a scrollarselo di dosso, anche se non udì neppure un gemito. Poté rimettersi in piedi.
Capì che quella puntura era stata l'ultima goccia dopo tutto quell'inseguimento. Ora la rabbia aveva via libera.
Ignorando le fitte da tutto il corpo, si concentrò sul pavimento della veranda: gli ordinò di sollevarsi e schiacciare l'uomo, come marmellata.
Ma un calcio nella pancia, che accrebbe ancora di più il dolore e la gettò in terra, infranse la sua speranza. Il suo potere sembrava essersi improvvisamente dissolto.
Praticamente seduta per terra e con quell'aguzzino in piedi davanti a lei, evidentemente deciso ad immobilizzarla per chissà quale motivo, vide una sola possibile alternativa.
Scattò in piedi e sferrò, alla cieca, un pugno. Con suo gran piacere, colpì la mascella dell'uomo; e anche se a lei dolsero parecchio le nocche, provò un macabro sollievo alla vista del suo sangue in bocca.
Incoraggiata, tirò altri due pugni. Ognuno colpì una delle guance dell'uomo.
Ma dopo questi, Amelia si ritrovò inspiegabilmente senza forze.
Non riuscì ad opporsi al suo corpo: dovette collassare a terra, genuflettendosi in una resa definitiva.
-Era ora che facesse effetto – affermò l'uomo.
-Cosa mi hai fatto? – disse Amelia crudamente ma con voce fiacca, perché così all'improvviso si sentiva tanto, tanto debole.
-Il Filtro della Realtà dà due minuti di stordimento parziale dopo aver tolto i poteri – spiegò lui. – Successe pure con tua madre.
Amelia realizzò rapidamente due cose, nonostante i suoi pensieri si stessero offuscando.
Tolto i poteri. Ecco perché, dopo che l'aveva punta (con una siringa, immaginava), non riusciva più a fare i suoi incantesimi. Il che era di per sé una cosa terribile.
Ma il fatto che nella stessa frase avesse nominato sua madre rendeva tutto semplicemente terrificante.
-Mia madre?! – esclamò Amelia, colta dalla rabbia nonostante la debolezza. -Cosa le hai fatto?
In quel momento i suoi pensieri spaziavano da insulti a maledizioni, ma aveva poche forze e sapeva che non le sarebbero serviti.
-Semplicemente, coi tuoi stessi poteri, era pericolosa come te. Era d'obbligo rinchiuderla.
-Rinchiuderla? – obiettò. -Lei è morta!
-Quel che tutti credono – le rispose con un sorriso maligno. -Semplicemente la polizia ti disse che la ritrovarono carbonizzata, non è vero?
Amelia aprì la bocca, senza sapere che dire. In effetti non aveva mai visto il corpo di sua madre; le avevan detto proprio questo, nient'altro, e visto che era piccola non aveva partecipato ai funerali. Nonostante si chiedesse continuamente chi fosse stato, non aveva mai voluto risollevare con suo padre l'argomento, anche perché quando lei tentava non le rispondeva. -Gli uomini sono così facili da corrompere – Aggiunse l'uomo, con tono di soddisfazione. Amelia a questo punto era davvero stordita, non riusciva a ragionare.
-È con noi, prigioniera, dove non può danneggiare l'Universo con la sua feccia magica. Ed è questo il tuo destino.
Amelia, presa dal panico e dalla frustrazione a quelle parole, perse anche l'ultimo briciolo di energia e si distese sul pavimento lentamente, con un mugolio, incapace di reagire.
-Vivrete fianco a fianco per il resto dei vostri giorni. – Il suo sorriso si fece ancora più malizioso, quasi demoniaco. -Commovente.
Amelia sentì la mano dell'uomo chiudersi sul suo braccio. Voleva scacciarlo, allontanarlo, disintegrarlo, eliminarlo. La sua malvagità e il peso della rivelazione la colpirono con tutta la loro potenza solo a quel tocco, ora che la sua mente non era più confusa e si stava riprendendo. Ma il suo corpo ancora restava immobile, e non riusciva a muoverlo: anche se la forza mentale le era tornata, quella fisica la lasciava sola, ora che ne aveva più bisogno. Poté solo attendere passivamente, e neanche lo sforzo di volontà più intenso riuscì a generare un movimento.
E così l'uomo ebbe via libera per pronunciare la parola che per Amelia sarebbe stata la disfatta. -Teletrasporto.
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