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Ricordi d'infanzia

L'autobus è scosso molte volte, tanto che sono costretto ad affiancarmi ad un sedile. Questa banda di ragazzini urta i miei nervi ogni giorno, man mano che scorre il tempo; ora che la scuola è iniziata sono costretto a tornare al mio stupido lavoro. Arranco per trovare una sedia in mezzo a questa banda d'incoscienti e guardo fuori dal finestrino per scorgere qualsiasi cosa mi distragga. La strada è scoscesa, se fossi rimasto ancora alzato mi sarei di certo ritrovato alla fine di questo mezzo traballante. Quest'inferno di viaggio durerà ancora un'ora e mezza, odio le gite didattiche. Sfortunatamente sono l'unico libero in quest'arduo incarico, l'unico adulto, escludendo l'autista, che deve tenere d'occhio questa banda di adolescenti. Stanno schiamazzando, cantando a squarciagola e ridendo come non mai, tant'è che mi sta venendo un gran mal di testa. Dovrei sgridarli ma non otterrei comunque nessun risultato. Hanno abbandonato recentemente la scuola media, se fossi stato io il direttore avrei di certo indirizzato questi studenti ad un diverso atteggiamento, ma la vita è ingiusta con tutti.
Un grande scossone mi risveglia dalle mie riflessioni, ho un sedile vuoto vicino a me, fortunatamente. Non stiamo ancora viaggiando sulla strada, stiamo attraversando una via interna, ricca di buche. È mattina, il sole quasi mi abbaglia, il caldo si fa sentire. Tutto sembra tranquillo, quando sento una manovra brusca, di conseguenza uno scossone e l'autobus si inclina verticalmente. Tutto diventa dannatamente confuso e veloce. Fuori dal finestrino scorgo un movimento: un cerbiatto ci aveva tagliato la strada, costringendo l'autista a svoltare inavvertitamente. Vedo che ci stiamo inclinando maggiormente, in seguito un nuovo balzo e ci allontaniamo dalla strada, scendendo al di sotto di essa, senza controllo.
Avverto le urla dei ragazzi intorno a me, gli sforzi dell'autista che cerca di riacquisire il controllo del mezzo, ma tutto mi suona estraneo. Un fischio rimbomba nelle mie orecchie, i suoni sono ovattati, sembra quasi che il mio sgomento si manifesti con la tranquillità. Sono l'unico che non si muove, che non si agita, forse è dovuto al fatto che non ho niente da perdere. Sono solo e non è rilevante secondo me, la mia vita non ha valore.
Il mezzo sta ondeggiando rischiosamente, finché non si ristabilisce e andiamo addosso ad un albero. Sono l'ultimo a scendere, dovendo controllare se qualcuno è rimasto dentro. Da fuori, io e l'autista constatiamo la situazione, ci sono molti danni all'autobus ma non è quello che mi interessa. Siamo scesi una decina di metri, finendo al limitare di un bosco. Vedo la stradina sterrata dalla quale siamo caduti, cercando di immaginare come far risalire il mezzo. L'autista chiama qualcuno, io intanto devo chiamare gli alunni, accertandomi che ci siano tutti. Chi mai si sognerebbe di andarsene dal gruppo? Non sono io a stabilire le regole, così, di controvoglia, comincio in ordine alfabetico. La maggioranza sono nomi maschili, c'è solo una ragazza in questa classe. Arrivo al suo nome e non sento nessuno rispondere. Alzo lo sguardo e vedo che anche i ragazzi sono allibiti, sento in seguito una voce: "Anche Cristian, Giacomo e Mattia non ci sono!"
A chi diavolo verrebbe mai in mente di allontanarsi? Mi accerto che non ci siano realmente, in effetti è così.
Sbuffo e cammino in giro cercando di trovarli, ma niente. In seguito mi accorgo della fitta vegetazione davanti a noi.
Quando ho avvisato l'autista della situazione, mi addentro con ritmo svelto nella foresta.
Le fronde degli alberi sminuiscono tutta la luminosità, i raggi del sole filtrano come lame tra le foglie. Sono circondato da dei rami intriganti ed eccessivi che mi nascondono la visuale. Li accantono con le mani, uno mi scivola e avverto un fruscio secco. Il ramo mi ha sfiorato l'occhio, graffiando la zona al di sopra della guancia. Avverto un lieve dolore e comincio già a stancarmi di questa situazione.
Finalmente trovo una radura che mi lascia osservare intorno. Dei ragazzi nessuna traccia, a terra c'è del fango, delle gocce d'acqua si sono recentemente asciugate sulle foglie. Un lieve venticello soffia leggiadro, scivola su di me. Ricordo quando da ragazzo mi arruffava la chioma bruna e mi rendeva felice e libero.
Il cuore comincia a battere, mi metto ad urlare i nomi dei ragazzi.
Uno scroscio di una cascata mi fa voltare di scatto, cammino a ritmo sicuro, cercando di mantenere un certo contegno. Una goccia di sudore mi bagna la fronte,  come ha fatto finora a sfuggirmi il rumore di una cascata? È l'inconfondibile brontolio dell'acqua che si scontra contro le rocce.
Mi avvio con il cuore in gola verso il rumore, che un istante seguente è svanito. Ora avverto un vento incessante, con le onde del mare. Tra di me emergono i ricordi, quelli di quando ero un ragazzo che si divertiva a giocare sulla banchisa, ammirando l'irruenza delle onde.
Un senso di nostalgia mi avvolge, costringendomi a ritornare alla monotona realtà.
Il sole è sgargiante, illumina tutto ciò che è in alto, tutto ciò che è nella giusta angolazione. Il resto non conta. Come me, che sono nascosto dall'ombra di un albero, a cui il sole dà maggiore rilevanza.
Quest'arbusto infatti ci consente di vivere, ci fornisce aria. Io non sono la ragione di vita di nessuno, anche l'aria riveste un ruolo fondamentale, cosa che io non faccio.
Lo stridio dei gabbiani entra nelle mie orecchie, facendomi sussultare. Mi metto a correre, cercando di trovare velocemente i quattro. Avverto l'aria entrare a contatto con me stesso, il lieve rumore del vento nelle mie orecchie. Mi fermo, cercando di calmarmi, il cuore batte nella mia testa.
Questi dannati ragazzini non devono essere lontani.
Ho trovato una ragnatela, correndo; ora un ragno mi cammina lungo l'avambraccio, lo scaravento via con ribrezzo. Con un briciolo di ordine tutto questo non sarebbe successo.
Sbuffo infastidito, in seguito sento il rumore delle foglie secche. Qualcuno sta correndo. Mi auguro che siano i ragazzi, così li chiamo ma nessun risultato. Non c'è nessuno dove ho sentito il rumore ma di certo qualcuno è stato qui, si vede che si è fatto strada tra la vegetazione.
D'un tratto sento un ringhio dietro di me, non mi volto nemmeno e comincio a correre. Rivoli di sudore scivolano lungo la fronte, fa caldo e sento l'ansia scorrermi lungo le vene. Un senso di soffocamento mi avvolge. Sto seguendo le tracce, facendone di conseguenza altre anch'io, ma non m'interessa minimamente dato che una bestia mi sta seguendo.
Tra le foglie noto un movimento davanti a me. Un cerbiatto mi sta fissando mentre corro, indeciso se fuggire o starsene lì. È lo stesso che ci ha tagliato la strada, è lui che ha causato l'incidente.
Sono talmente agitato che non mi accorgo dove sono giunto. Mi trovo dove c'era l'autobus, solo che adesso non c'è.
Non sento ringhiare ma non vedo nessuno qui. Se ne sono andati senza di me...
Come torno indietro? Come gli è venuto in mente all'autista di andarsene senza quattro alunni e un docente?
Sono infuriato ed irritato, quando sento delle voci dietro di me. Sono risate.
Mi volto e noto che tutti gli studenti si erano nascosti dietro gli alberi, l'autobus è distante: lo staranno sistemando.
I ragazzi sono allegri e noto che anche i quattro mancanti ci sono. Un senso di sollievo mi invade, anche se non so se dovrei arrabbiarmi.
Loro mi raccontano che i rumori che avevo sentito erano i suoni che venivano dai loro telefoni, e che si sono divertiti, volevano solo farmi trascorrere una mattinata leggermente movimentata. Si sono comunque scusati e non riesco ad arrabbiarmi con loro. Alcune ore fa l'avrei fatto, eccome se l'avrei fatto, ma quest'avventura mi ha insegnato qualcosa: anch'io ho un ruolo nella mia vita, dare un futuro a questi ragazzi e insegnare loro come vivere la vita al meglio, è questo il mio incarico fondamentale.
I ragazzi ridono come non mai e io mi unisco volentieri a loro.

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