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Capitolo 8, Ricordi

Avanzai nella sala.

Era un teatro, o meglio, lo era stato molto tempo prima.

C'erano un palco di media grandezza, e anche quelle che sembravano essere "le quinte".

Ma anche qui il fuoco, l'acqua ed il tempo avevano causato danni probabilmente irreparabili.

I nostri passi incerti rieccheggiavano in quel silenzio.

Drappi di velluto rovinati erano in parte appesi alle pareti, in parte sul pavimento.

Quel luogo era di uno sfarzo irreale in un contesto completamente fuori luogo.

Ci trovavamo davvero sotto terra?

"L- Levi ma... è bellissimo! Com'è possibile?!
Cos'era questo posto prima?
E tu....."

Tentennai nel concludere la frase.

"Chi sei..?"

Incrociai lo sguardo del ragazzo, e mi sorpresi nel non vederlo freddo e sprezzante ma anzi triste e malinconico.

"Adesso? Adesso sono esattamente come mi vedi, un ladro a cui non interessa nient'altro che la sua musica.
Forse la vera domanda è chi ero una volta.
Ma, ormai, temo di non ricordarlo neppure io. E comunque, ch'io fossi un nobile o già da allora una ladro, dubito che cambi qualcosa."

Si guardava intorno come se fosse in un santuario. Per lui quel luogo doveva essere davvero importante.
Quindi, se mi ci aveva portato voleva dire sicuramente qualcosa.

Improvvisamente sentii uno scricchiolio davvero forte e il pavimento sotto i miei piedi cedette.

Scivolai in avanti, aspettando di cadere sulla superficie rigida e fredda del pavimento, ma non caddì, e ciò che sentii era caldo e piuttosto morbido.

Due braccia mi cinsero la vita e mi tirarono su.

Mi rimisi velocemente in piedi e mi girai, anche se sentendo le mie guance andare a fuoco forse non era la cosa migliore da fare.

Levi spostò lo sguardo altrove, cercando senza riuscirci di nascondere l'imbarazzo.

"Tu... sta più attenta.", disse col suo solito tono distaccato, dopodiché si voltò e tornò nella stanza.

"Torna qui, per oggi basta."

Guardai l'ora, ormai era tardi.

"Sì, anche io è bene che torni a casa."

Incrociai nuovamente il suo sguardo: era di fronte a me, che mi osservava coi suoi spendidi occhi.
Vederlo per qualche motivo mi rendeva felice, dunque, senza accorgemene, sorrisi.

Lui aggrottò la fronte.
"Hey Cosa, che hai da sghignazzare?"

A quel punto scoppiai a ridere a crepapelle.

"Sei tremendamente buffo, piccoletto."

"Eh? Buffo i-... COME MI HAI CHIAMATO?!"

Smisi di ridere seppur con grande fatica.

"Piccoletto."
Ripetei io, accarezzandogli la testa come fosse un cane: era una tentazione a cui non ero riuscita a resistere.

Ma lui mi blocco quasi subito la mano e dopo avermi spinto via tornò nella sua camera, rivolgendomi uno sguardo truce mentre chiudeva la porta.

"Tch! Ma guarda un po' quanta confidenza."
Lo sentii dire dalla camera.

Sorrisi nuovamente, ripensando al morbido tocco delle sue mani quando mi aveva afferrata.

Risalii le scale e mi diressi verso casa.

Quel ragazzo mi piaceva.

In vari sensi.

Aprii la porta di casa: era tardi, eppure nessuno mi chiese niente.

Né mio padre, seduto come al solito sul divano davanti alla televisione a cui stava incollato tutto il giorno quando stava a casa, né mia madre, che invece messaggiava col telefonino.

Sospirai: era una delle giornate buone, mio padre non era ubriaco e mia madre non urlava che voleva andarsene.
Come se in parte non lo avesse già fatto: in fondo sia io che mio padre sapevamo benissimo del suo amante. Eppure facevamo finta di nulla e cercavamo di vivere normalmente, anche se quel "normalmente" consisteva nell'ignorarsi reciprocamente.

Salii al piano di sopra e tirai fuori i compiti da fare, ma avevo la testa da tutt'altra parte.

La traccia della ricerca era "Incidenti della tua città negli ultimi 20 anni".

Scorrevo le notizie sul display senza leggerle veramente, e le parole non mi rimenavano in testa:

Camion caduto da un ponte, terremoto, incendio in un teatro, assassinio di una 16enne, disastri vari...

Perché dovevo pensare a cose del genere quando potevo pensare a qualcosa di molto più dolce e bello?
Qualcosa come il suono dolce di un violino, degli occhi azzurri e dei bei capelli corvini.

Qualcosa come un viso pallido e perfetto ed un carattere scorbutico e poco socievole.
Qualcosa come un cuore solitario ed impenetrabile.

E la penna, invece di scrivere le parole di quello che avrebbe dovuto essere il mio tema, disegnò tutti i caratteri fisici sopra elencati.

"Ahh... non va per niente bene."

Accartocciai il foglio e lo tirai via.

Poi mi venne un'idea.

"Lui mi ha portato in un posto importante per lui... allora io lo porterò in un posto importante per me."

Così la mattina della domenica dopo presi il tandem con cui ero solita andare in giro con Moblit (col quale non avevo più parlato dopo averci litigato) quando eravamo piccoli e corsi da Levi.

Scesi le scale di corsa.

"BUONGIORNO LEVI.
PREPARATI.
TI PORTO IN UN POSTO."

Ero davvero sovraeccitata. In realtà mi capitano spesso momenti del genere.

"Eh? Un posto? Per prima cosa calmati, poi ti potrò dire tranquillamente che io non vado da nessuna parte".

Era sdraiato sul letto con una camicia leggermente sbottonata che mi fece girare la testa.
Leggeva un libro.

"Eddai Levii sarà divertente!"

"No."

"Dai dai daiii"

"No!"

"LEVIIIII"

"...."
Sospirò profondamente.

"E di grazia, dove sarebbe questo post-"

Lo avevo già preso per un braccio e trascinato su per le scale.

"Porca miseria Hanji, fa freddo, fammi almeno vestire!"

Lo lasciai andare, ma non perché me lo aveva chiesto, piuttosto perché mi aveva chiamata col mio nome.

Il mio nome...

Si infilò una giacca nera ed una sciarpa del medesimo colore, dopodiché uscì.

"Ti vesti sempre così allegro?"

"Sta zitta."

Sorrisi.
"E va bene, sali sul tandem."

Alzò un sopracciglio e squadrò il mezzo di trasporto.

"Ma anche no.
Piuttosto a piedi"

E da lì iniziò un'altra lunghissima discussione, che si concluse nuovamente con la mia vittoria, anche se in pratica lo avevo forzato a sedersi sul seggiolino.

Iniziai a pedalare, cercando di andare il più veloce possibile.

Non parlammo per tutto il viaggio, e l'unica forma di dialogo erano una serie di sbuffi ritmici da parte sua.
Beh, almeno avevo la conferma che non fosse caduto dal tandem.

La nostra destinazione era nella periferia della città, dove le case si facevano più rade e il paesaggio era più verde e meno grigio.

Eccolo lì, il palcoscenico della mia infanzia, il posto dove di primavera i profumi dei fiori si mischiavano a quelli del fango e del sole, dell'erba tagliata e dei vestiti puliti, che tali più non erano dopo una giornata di giochi.

Profumi che risalivano al tempo quando la mia famiglia si poteva ancora chiamare tale.

Era il giardino di una reggia, una specie di meta turistica, ma tutti erano troppo impegnati a visitare le sfarzose stanze del palazzo per preoccuparsi dello splendido ed enorme giardino sotto di esso.

I campi fioriti si stendevano fino all'orizzonte. Non vedevi altro che macchie colorate ovunque.

Ma il giorno in cui ci portai Levi era metà ottobre, e tutti quei profumi non c'erano.

Solo qua e là cespugli viola di verbena ed il rosso sgargiante di alcuni ibischi un po' tardivi.

E l'amaro effluvio dei crisantemi variopinti che permeava l'aria.

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Theme Song Capitolo 8:
One Day

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