Capitolo 4, Occhi Blu
I giorni seguenti la mattina, prima di andare a scuola, passavo velocemente per il vicoletto: decisi che non avrei più sbirciato, poiché non era cortese, volevo semplicemente ascoltare di nuovo quella musica bellissima.
Purtroppo il violinista non si fece più sentire per giorni.
Petra continuava a chiedermi di lui, e ogni mattina mi rivolgeva la stessa domanda:
"Allora, che fa il tuo violinista?"
E io le rispondevo sempre allo stesso modo, ironizzando.
"Non fa più il violinista."
Una sera, era tardi ormai, e il sole salutava coi suoi ultimi raggi tingendo il cielo d'un rosa violaceo, mentre mi godevo il vento fresco del crepuscolo, sentii un suono familiare.
Un'armoniosa melodia risuonava nell'aria, fungendo da malinconico sottofondo al tramonto rosato.
Presa dall'emozione, mi fiondai in quell'ormai famoso vicoletto.
Restai immobile, con la schiena contro il muro: la voglia di affacciarmi era molta, ma probabilmente se mi avesse vista se ne sarebbe andato via di nuovo.
Tuttavia la curiosità vinse. In me, essa vinceva sempre, era prepotente, e sovrastava qualsiasi altro sentimento.
Dunque mi accucciai e guardai attraverso la grata: con mia sorpresa, non c'era il solito buio, ma una candela accesa su un comodino creava una luce soffusa, permettendomi di curiosare.
La stanza era piccola ma pulita ed ordinata, a dispetto del fatto che si trovasse sotto terra.
La mobilia era scarsa, vi si trovavano solo un letto, il comodino ed un armadio.
E al centro della stanza si stagliava la figura di un ragazzo che, intento a suonare il suo strumento, non mi aveva neppure vista.
Sgranai gli occhi: finalmente potevo vederlo!
Mi sorpresi, poiché era un ragazzo bello, tremendamente bello, molto più di quanto avessi mai immaginato.
I capelli corvini incorniciavano un viso fine, dalla pelle lattea.
Il naso era piccolo e all'insù, le labbra rosee e sottili.
Ma mi rammaricai del fatto che, da lassù, non riuscivo a vedere i suoi occhi, che teneva socchiusi nello sforzo.
Poi si rese conto di essere osservato e alzò la testa, smettendo di suonare.
Aveva gli occhi blu.
Venni colta da un brivido quando incontrai il suo sguardo, era come essere beccati dall'insegnante a sbirciare sul foglio di un compagno durante una verifica.
Forse avevo fatto qualcosa che non avrei dovuto fare.
Ma, nonostante la sua espressione decisamente contrariata, raccolsi un po' di coraggio e dissi:
"Oh ehm... scusa ma... suoni così bene che non ho potuto fare a meno di affacciarmi...
Sei davvero... bravissimo...."
Lui sembrava ancora più infastidito. Pensai che non dovesse essere un tipo particolarmente affabile.
Rimase qualche secondo in silenzio, poi sospirò.
"Bene, adesso vattene via."
Sussultai.
Aveva un timbro di voce estremamente basso, che sottolineava ancora di più il suo carattere decisamente scontroso.
Ma non mi lasciai abbattere.
"Non posso neppure restare ad ascoltare...?"
Era sempre più infastidito. Un campanellino d'allarme risuonò nella mia testa.
"Sparisci!"
Detto questo, uscì dalla stanza per scomparire chissá dove nei sotterranei dell'edificio.
Restai immobile per un po', la mia testa era un turbinio di emozioni contrastanti: ero a disagio, poiché lo avevo infastidito, ero felice, perché ero finalmente riuscita a parlargli, ero delusa, speravo che fosse un tipo più gentile, ed ero anche... come dire... non lo so spiegare molto bene, ma il cuore mi batteva forte e avevo la sensazione di non aver mai visto un'altra persona così... così...
Lui.
Tornai a casa e passai la notte sdraiata sul letto, a pensare che avevo una strana voglia di rivederlo che non comprendevo, nonostante mi avesse cacciata a malo modo.
Il giorno seguente corsi subito da Petra:
"Hei, indovina che è successo?"
Petra si illuminò.
"Il violinista si è fatto sentire?"
"Siii. Sono riuscita a vederlo!"
"E com'è?"
"Beh ecco.. b-bellissimo..."
Arrossii.
La rossa sorrise maliziosamente.
"Avete conversato?"
"In realtà mi ha cacciata in malo modo. Non è molto simpatico."
"Un tipetto veramente gentile"
"Decisamente..."
L'ultima campanella suonò, ed io, dopo aver salutato Moblit, corsì direttamente al mio posticino.
Non aveva senso, lui non mi sopportava, ma quella voglia di rivederlo che mi assillava dal giorno precedente si faceva sempre più intensa.
Io sarei tornata da lui.
Anche se mi avesse cacciata ancora.
Arrivata davanti alla grata, rimasi immobile in attesa di un suono, un rumore, qualsiasi cosa.
Lo sentii, ma non era ciò che mi aspettavo.
Erano passi pesanti che avevo già sentito troppe volte, anche in quello stesso posto.
L'angoscia mi prese quando li riconobbi, ed una voce confermò i miei timori.
"Merdaccia, che ci fai di nuovo qui? Non dirmi che l'altra volta ti è piaciuto così tanto essere picchiata che vorresti ripetere l'esperienza."
Erwin. Il mio incubo peggiore.
Indietreggiai, fino a che mi ritrovai con le spalle al muro.
"Ti accontenteremo volentieri."
Dietro di lui spuntarono i suoi simpatici amichetti. Ci mancavano solo loro.
Non volevo, non di nuovo, non in quel vicolo, non quel giorno.
Non lo volevo più.
Mi sentivo totalmente impotente: non potevo far nient'altro che aspettare che si sfogassero su di me, pregando che magari ci sarebbero andati un po' più piano, e sperando che tutto sarebbe finito presto.
Ero così stanca di tutto questo..
Ma era il mio destino, essere piccola ed impotente di fronte agli altri, qualcuno da evitare, o da prendere in giro.
Io avevo sempre perso tutti.
I miei genitori erano sempre stati completamente assenti, i miei amici distaccati...
Solo Moblit, a volte, mi dimostrava che forse non ero proprio da buttare.
Eppure lui in quel momento non c'era.
Ero sola.
Erwin mi blocco contro la parete, stava per darmi un calcio quando si bloccò, cambiando espressione ed assumendo un sorrisetto perfido.
"Quattrocchi, sai cosa mi sono sempre chiesto? È una cosa che non ho mai capito..."
Lo guardai con occhi pieni d'odio: se si era trattenuto dal picchiarmi voleva dire che aveva trovato qualcosa di più interessante da fare, e non era di certo un buon segno.
"...È che tu non mi sei mai sembrata veramente una ragazza, dunque non ti dispiacerà se controlliamo, vero?", continuò lanciando un'occhiata ai suoi amici, che mi si avvicinarono ancora di più.
Quella frase fu peggio di qualsiasi calcio nello stomaco avessi mai preso, e vi assicuro che fanno parecchio male.
Venni presa dal panico, non sapevo che fare.
Non ero mai stata così spaventata in vita mia.
Mai come in quel momento avrei voluto scomparire per sempre.
"N-no... non toccatemi..."
Iniziai a tremare, come un cane con la coda tra le gambe.
Perché? Che avevo fatto di male?
Non volevo che loro mi.... mi...
Erwin cominciò a tastarmi ovunque.
Sentii il sapore salato delle lacrime, che a fiotti scendevano sulle mie guance.
Avevo paura, una tremenda paura.
Poi le sue mani si infilarono sotto la mia maglietta e me la sfilarono via.
A quel punto esplosi, colpendo con un gomito la faccia di uno degli amici di Erwin.
Questi iniziò ad urlare, e da lì non ricordo più molto.
Ricordo di aver ricevuto colpi, colpi ovunque.
Poi i suoni si fecero ovattati e iniziai a non vedere molto bene.
Ci fu una specie di rissa, e vidi un ragazzo che non ricordavo facesse parte del gruppo di Erwin. Però in quel vicolo non era arrivato nessun altro, o almeno non dalla strada.
Che si stessero picchiando tra di loro?
Il ragazzo mi si avvicinò e mi prese in braccio.
Non capivo.
Non sentivo nulla, non vedevo nulla.
Solo due occhi blu.
E poi il buio.
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Theme Song Capitolo 4:
Cold
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