chapter three
John avvertiva una strana sensazione di intimità nel prendere una vecchia maglietta, dei pantaloni di un pigiama e un accappatoio blu dall'armadio di Sherlock. Aveva rovistato fra i suoi cassetti un paio di volte prima di allora, alla ricerca di cocaina o sigarette, ma non si era mai sentito così. Solitamente non prestava articolare attenzione ad evitare di sconvolgere il suo precisissimo ordine, ma adesso ogni contatto con la stoffa gli dava una sensazione unicamente personale, come se stesse toccando una parte di Sherlock nascosta a chiunque altro.
Tirando fuori i pantaloni, scegliendo inconsciamente i suoi preferiti (un paio grigio e blu), notó qualcosa nascosto sotto di essi. Si guardó un attimo dietro le spalle prima di prenderli, assicurandosi che la via fosse libera. Sherlock aveva un talento per lo sgattaiolare dietro di lui; quell'uomo era come un gatto.
Aprendo il cassetto fino in fondo, spostó un'intera fila di pantaloni ed estrasse l'oggetto nascosto. Quando realizzó cosa fosse si coprì la mano con la bocca, stupito. Lì, a fissarlo, c'era una fotografia di Sherlock da bambino.
Ed era vestito da pirata.
Una lieve risata scivoló fuori dalle sue labbra, coperte dalla mano.
Mentee bambino nella foto era decisamente Sherlock, aveva gli stessi ricci neri e i pungenti occhi grigi, c'era una delicatezza in quello sguardo completamente assente nella sua versione adulta. La sua espressione era seria dato che, ovviamente, per lui essere un pirata sarebbe stata una faccenda estremamente importante, ma mancava quella sorta di guscio protettivo che doveva essersi costruito negli anni. Vulnerabile, questo era il migliore modo con cui potesse descriverlo. Le sue guance erano rosee e piene e nel complesso risultava così dolce che John quasi faticava a riconoscerlo.
Si costrinse a distoglierne lo sguardo. Sherlock avrebbe cominciato a sospettare qualcosa se non fosse tornato, per non menzionare il fatto che avrebbe potuto svenire nella doccia e aprirsi la testa.
Rimise la foto nel suo nascondiglio, ma sembrava che le sue dita non volessero mollarla. Niente riguardo al suo coinquilino aveva mai dato una prova così schiacciante del suo essere... umano. Avrebbe voluto tenerla. Aveva fra le mani la conferma che Sherlock non era un mostro, uno psicopatico, o qualsiasi altro insulto le persone usassero contro di lui. Era solo un adulto che un tempo sognava di diventare un pirata.
Prima che ci potesse pensare due volte, John prese la foto e si spostó dalla camera di Sherlock al salotto. Non poteva nasconderla in tasca, avrebbe rischiato di piegarla, quindi prese il primo libro che trovó sul tavolo accanto alla poltrona- una copia consunta di "Gray's Anatomy" e la nascose fra le sue pagine, per poi dirigersi verso il bagno.
In piedi davanti alla porta socchiusa da cui fuoriusciva vapore caldo, John sistemó i vestiti che aveva in mano e deglutì.
"Sherlock, tutto bene?"
"Rilassati, John." rispose questi con voce debole.
"Io sto entrando. Ti lascio i vestiti nel lavandino."
Con pochi passi John fu dentro al bagno, investito da un'ondata di calore molto ben accolta, dato che stava ancora tremando.
Fece come aveva detto e girandosi per uscire il suo sguardo cadde accidentalmente sullo specchio del bagno, intravedendo molto chiaramente la sagoma dell'uomo nella doccia.
Si bloccó, irrigidendosi e lasciando gli occhi liberi di vagare nella stanza senza uno scopo preciso se non quello di evitare lo specchio.
"Ehm, Sherlock?" la sua preoccupazione non fece che accrescere l'imbarazzo. Continuava a proibire al proprio sguardo di scendere sotto il suo petto per il bene della sua sanità mentale, nonostante la figura fosse sfuocata dal vetro appannato.
Sherlock fece un grugnito appena udibile.
"Stai per svenire, non è vero?"
"Probabile."
John prese un asciugamano pulito dallo scaffale accanto a lui e si avvicinó alla doccia, evitando di guardarlo direttamente. Non era la prima volta che vedesse il suo coinquilino nudo, ad essere sinceri. L'uomo non si poteva definire esattamente modesto, e la scappatella a Buckingham Palace ne era la prova.
Aprì l'asciugamano e giró la testa.
"Vieni, dai."
Sherlock spostó la porta in vetro, mantenendo appena l'equilibrio, uscì dalla doccia e si coprì con il telo.
Con passi cauti, John lo sostenne prendendo i vestiti ancora poggiati sul lavandino. Giusto per essere sicuro, lo avvolse con un altro asciugamano.
"Se ti senti girare la testa siediti a terra." gli ordinó, cercando di sembrare più calmo di quanto non fosse. In realtà riusciva a malapena a respirare.
"Tieni il pigiama." disse nuovamente lasciandogli i vestiti in mano e combattendo l'istinto di correre fuori dalla stanza prima di fare qualcosa di stupido. "Io saró di là. Chiamami quando hai finito."
Sherlock annuì guardandolo allontanarsi velocemente. Non appena fu sicuro di essere fuori dalla sua visuale, John si poggió al muro ed esaló un profondo respiro a lungo trattenuto in un debole tentativo di contenersi.
Fino ad un attimo prima era stato a pochi centimetri da uno Sherlock molto nudo e molto bagnato, con solo un asciugamano a dividerli. E assurdamente non era quella la cosa più strana, ma il fatto che Sherlock non avesse rifiutato quel contatto. Inclinó la testa all'indietro, osservando il soffitto. Si chiese se essere furioso con Sherlock, come lo era stato fino a pochi minuti prima, non fosse un'alternativa preferibile a come si sentiva ora: il suo cuore batteva tanto all'impazzata nel petto che temeva avrebbe potuto volare via e cadere a terra.
Sobbalzó quando la porta del bagno sbattè contro il muro e ne emerse uno Sherlock in pigiama dall'aria esausta. I ricci scuri, grondanti d'acqua, erano sparati in tutte le direzioni e il suo viso era rosso e accaldato per la febbre ed il vapore.
"A posto?"
Sherlock annuì, attraversando il salotto ed entrando nella propria stanza. A John venne quasi da ridere mentre lo guardava allontanarsi a passi pesanti, cercando di infilarsi sotto le coperte. Costretto dalla propria innata gentilezza, lo aiutó a sistemarsi rimboccandgli le coperte come si farebbe ad un bambino.
Sherlock affondó il viso nel cuscino, tremando di freddo e di febbre. John fu preso da un
moto di pietá a quella vista. Prese un'altra coperta dall'armadio e gliela mise sopra.
"Dobbiamo abbassarti la temperatura." disse prendendo la confezione di paracetamolo accanto al letto, esattamente dove l'aveva lasciata due settimane prima, la mattina della "sbronza apocalittica". La aprì e prese due pillole. "Aspetta un attimo." Prese anche un bicchiere dal comodino, lo riempì in bagno e tornó.
Sherlock non si era mosso, persino i suoi occhi erano ancora aperti.
"Sembri davvero fuori di te. Tieni, prendi le pillole."
Senza rispondere, il detective eseguì e le ingoió insieme all'acqua.
"Dovresti prenderle anche tu." mormoró con voce roca, guardandolo dal basso.
"Mh?"
"Sei malato."
"Ah, già. Lo so." decise di prendere le maledette pillole piuttosto che ricordargli che era un dottore ed era capace di prendersi cura di sè stesso.
"Ah, e ho trovato il tuo telefono in bagno." disse poggiando il bicchiere accanto all'involucro vuoto degli antidolorifici. "Beh, io vado a dormire. Se hai bisogno di me chiamami."
"Perché dovrei avere bisogno di te?"
John si fermó sulla soglia della porta, mordendosi il labbro.
"Nessuna ragione." sospiró.
"Posso immaginarne qualcuna, dottore."
John avvampó. Sherlock non faceva mai allusioni e tanto meno doppi sensi, quindi doveva essere stato accidentale. Sfortunatamente le sue guance non notavano la differenza. Sherlock lo fissó sogghignando.
"Giusto. Uhm.. Buonanotte allora."
John chiuse la porta dietro di sè e scosse la testa. Si era appena concluso quello che era decisamente uno dei giorni più emotivamente confusi e stancanti della sua vita, il che era tutto dire dal momento che da quando viveva a Baker Street la confusione emotiva era all'ordine del giorno.
Lavarsi, finalmente, gli diede una pausa sia dal prendersi cura di Sherlock che dai brividi continui e ne aveva disperatamente bisogno.
Dall'altro lato, peró, senza la preoccupazione per il coinquilino a distrarlo, aveva cominciato a sentire i sintomi della malattia: mal di testa, nausea, poco equilibrio. Più di tutto il resto, era stanco, e non solo per aver seguito Sherlock sotto la pioggia. Da quando questi aveva cominciato a ignorarlo, John era riuscito a malapena a dormire e quando si addormentava era tormentato da incubi che al risveglio non ricordava. Lo aveva inconsapevolmente cercato accanto a sè più volte di quante ne potesse contare.
Dopo aver finito la doccia, essersi messo il pigiama e aver portato a termine il delicato compito di attraversare la cucina piena di vetro per prendere il tè, finalmente si mise a letto.
Era da quando gli avevano sparato che non aveva la febbre, fatto che non amava ricordare. Steso lì, più che mai desideroso di avere accanto a sè un certo corpo a cui stringersi, gli sembrava che il sonno si rifiutasse di raggiungerlo. Ogni volta che iniziava ad addormentarsi veniva scosso da violenti brividi di febbre.
Ancora peggio, quella sorta di dormiveglia in cui si trovava gli infliggeva vididi sogni deliranti. I suoi pensieri oscillavano fra Sherlock, gli alieni, le mucche, Sherlock, Top Gear, il Natale, Sherlock di nuovo. Gli veniva quasi da ridere per l'assurdità di tutto ció.
Stava cominciando a contemplare la natura cosmica dei buchi neri quando fu nuovamente svegliato non dalla malattia, ma da una notifica. Riuscì a prendere il telefono e stropicció gli occhi attendendo che si abituassero alla luce accecante dello schermo.
Essere malato è strano. SH
Le sue labbra di tesero in un sorriso impacciato.
Anche tu sveglio?
Non riesco a smettere di tremare. SH
Anche io. Sto congelando.
Idem. SH
John fissó il messaggio per un po', senza sapere che rispondere. Forse la conversazione si sarebbe conclusa lì. Era difficile capirlo dai messaggi.
Noia. SH
E che vuoi da me? Non ci posso fare nulla.
Intrattienimi. SH
Non é andata bene l'ultima volta.
Che intendi? SH
La gara di bevute
Perché non pensi sia andata bene? SH
Stai scherzando, vero?
No. SH
Lo sai perchè.
Ogni traccia di un sorriso era ormai scomparsa dalla sua faccia.
Pensavo fosse un ottimo modo di sconfiggere la noia. SH
Ma ha delle conseguenze.
Intendi i postumi della sbronza? SH
No.
Mi rendi perplesso. SH
Mi è stato detto che ho questo effetto.
Per un lungo momento non arrivó alcuna risposta. I minuti divennero una mezz'ora e prima che se ne potesse accorgere John stava riaffondando nei propri sogni. Passó un'ora prima che ricevesse un altro messaggio da Sherlock.
Dovremmo condividete il calore corporeo. SH
John spalancó gli occhi, scioccato. Non era possibile che Sherlock fosse cosciente di quello che aveva proposto. Avevano freddo ed erano entrambi malati. Doveva essere per questo.
Non sono sicuro che sia una buona idea.
È logico. SH
Di nuovo, l'ultima volta non è andata bene.
Sto salendo. SH
John si mise a sedere. Scrivendo più velocemente possibile, cercó freneticamente di fermarlo.
Non farlo! Potresti svenire.
Non succederà. SH
Come puoi saperlo?
Prove circostanziali. SH
Ossia?
Sono fuori dalla tua porta. SH
Gli occhi di John saettarono verso la porta. Era vero, la sua ombra si vedeva dall'interno della stanza.
"E-entra allora" balbettó, agitato.
Inspiró profondamente mentre la porta veniva aperta.
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