chapter six
John gemette ad alta voce aprendo la porta della cucina; si era completamente scordato dello stato indecente in cui l' avevano lasciata la sera prima. Anzi, rimase stupito dall'impulso di lanciare qualcos'altro a terra, che riuscì a stento a trattenere. Si sentiva come un pessimo genitore che aveva compiuto un'azione tanto pericolosa e sconsiderata davanti a un bambino che l'avrebbe inevitabilmente imitata.
Si infiló velocemente l'unico paio di scarpe non incrostate di fango che trovó nei paraggi e attraversó quel campo di battaglia che era la loro cucina. Frammenti di vetro scricchiolarono sotto le suole ad ogni passo.
Dopo aver spazzato quanto bastava per radunare tutte le schegge in un angolo, prese il bollitore dalla credenza e lo mise sul fornello.
Ogni movimento, per quanto insignificante, sembrava prosciugare tutte le sue energie. Si passó la mano sulla fronte bollente, sbattendo le palpebre più volte per scacciare i punti neri che gli oscuravano la vista delle due bustine da tè. Riuscì appena a raggiungere la poltrona senza svenire.
Seduto lì con le braccia che pendevano pesantemente sotto accanto ai braccioli della poltrona, cominció a sentirsi molto irritato: non lavorava più, eppure non aveva smesso di sentirsi "il dottore". Come poteva curare Sherlock se persino preparare un tè gli risultava tremendamente difficile? Ogni cellula del suo corpo lo stava supplicando di tornare a letto, di scivolare tra le lenzuola calde, di soffocare la testa nel cuscino, di avvolgere le braccia intorno al corpo accanto a lui mandando al diavolo i propri doveri.
"Ok, adesso basta." mormoró fra sè e sè, chiedendosi quando esattamente avesse cominciato a tornare a comportarsi come un dannato adolescente. Forse era la malattia ad avere quell'effetto su di lui.
Riuscì ad alzarsi in piedi e si giró verso il piano cottura. Il bollitore fischiava, annunciando che l'acqua bollente al suo interno era pronta. Si alzó versando il liquido vaporoso in due tazze e rimase a osservare il colore dorato che si diffondeva dalla bustina.
Una volta infuso, preparó il tè come ognuno dei due lo preferiva. Era un processo che, ne era sicuro, avrebbe potuto eseguire anche ad occhi chiusi. Certamente aveva avuto molto allenamento, dal momento Sherlock non si sarebbe mai disturbato a fare qualcosa di tanto semplice e inutile.
Mentre rimetteva il latte al suo posto, rimase un momento in piedi davanti al frigo, assurdamente pieno. Nei giorni precedenti aveva acquistato un'enorme quantità di alimenti nella speranza che il detective si decidesse a mangiare qualcosa, qualsiasi cosa e anche se i suoi sforzi si erano rivelati inutili, almeno avevano del cibo in casa.
Dopo aver riempito un grosso bicchiere d'acqua, sapendo che Sherlock non avrebbe avuto problemi a condividerlo, e preso le tazze, tornó in camera.
Riuscì ad arrivare nonostante gli angoli della sua vista che cominciavano ad annerirsi e si gettó sul letto.
"Stavo per svenire, lo ammetto."
Quando le vertigini scomparirono, tornó sotto le coperte e passó una tazza all'amico. Le sue dita si avvolsero istintivamente attorno alla ceramica tiepida e chiuse gli occhi per assaporare il meritato riposo.
"Com'è?" chiese dopo un momento. L'espressione dell'amico lo sorprese.
"Qualcosa non va?"
Le iridi di Sherlock, che avevano assunto una particolare sfumatura turchese nella luce, erano fisse su di lui. Il detective bevve un sorso di tè, continuando a guardarlo.
"Sherlock."
Sherlock alzó un sopracciglio.
"Ah, giusto, mi ero dimenticato che non puoi parlare. Sì, lo so che stai pensando che sono un idiota, il tuo sguardo è piuttosto eloquente. Non sono molto in me, avrai notato."
Sherlock lo guardó con aria innocente.
"Allora, ti piace il tè?" chiese, cambiando argomento e sperando che le sue orecchie smettessero di di bruciare. Il moro annuì e poi indicó il proprio interlocutore con l'indice affusolato.
"Cosa? Oh, sì. È buono." bevve un sorso, come a dimostrazione del proprio gradimento, ma il detective in tutta risposta scosse la testa.
"Non stai-" Sherlock continuava a guardarlo come se stesse cercando di comunicare telepaticamente.
"Sto-sto bene? Mi sta chiedendo se sto bene?"
L'altro fece un breve cenno di assenso con il capo.
"Sì, sto bene, sono solo un po' stanco. Non che ti interessi."
Sherlock alzó un sopracciglio e sospiró, chiaramente esasperato.
"Quindi, cosa faremo oggi dal momento che siamo bloccati a letto? Ci conviene pensare a qualcosa o impazzirai di noia, se non l'hai già fatto."
Il detective alzó gli occhi al cielo e finì il proprio tè in un paio di sorsi.
"Piano, piano." mormoró John. "Vuoi fare un gioco?"
Gli occhi pallidi di Sherlock dardeggiarono verso di lui con rinnovato interesse.
"Non so che gioco, era solo un'idea. Dai, qualcosa mi verrà in mente." ripose con delicatezza la tazza sul comodino "Okay... non puoi parlare e non possiamo muoverci, quindi questo riduce un bel po' le possibilità. Potremmo fare un gioco delle domande, anche se sarebbe difficile considerando che non puoi parlare. Mimare sarebbe troppo faticoso, quindi no..."
Sherlock richiamó la sua attenzione dandogli dei leggeri colpetti sull'avambraccio.
"Che c'è?"
Con un'aria comicamente concentrata, il detective premette i polpastrelli dell'indice e del medio insieme e mimó il gesto di scrivere sul braccio di John, che fu attraversato da un inaspettato quanto piacevole brivido a quel contatto.
"Ah, giusto!" rispose quest'ultimo schiarendo la voce e voltandosi.
Sempre seduto sul letto, si allungó e riuscì ad aprire il cassetto, rovistando fra il suo contenuto per un po' prima di trovare ció che cercava. Nell'esatto momento in cui raggiunse il taccuino perse l'equilibrio; fu la stretta di un braccio tiepido attorno al suo petto ad impedirgli di perdere l'equilibrio.
"Avrei fatto meglio ad alzarmi." borbottó con un mezzo sorriso. Sherlock gli passó la tazza senza guardarlo, rischiando di fargliela cadere addosso.
"Oi! Attento."
Il detective parve decidere di ignorarlo mentre estraeva una penna dal mezzo al taccuino, probabilmente lasciata come appunto per dio solo sapeva cosa.
"Che c'è?" chiese John, poggiando la tazza vuota sul comodino e avvicinandosi per leggere cosa l'amico stesse scrutando con tale intensità.
"Oh, sono i miei appunti di, uhm, quel giorno. Da' qua, li strappo." mugugnó, improvvisamente imbarazzato, allungando la mano per prendere il taccuino; ovviamente Sherlock si allontanó fulmineamente, mettendolo fuori dalla sua portata.
"Finiscila! Sai già di che trattano, vuoi solo prenderti gioco di me." disse in tono agitato quando anche il suo secondo tentativo fallì.
"Non ci riproveró di nuovo, sono troppo stanco. Dammeli e basta." sospiró, aggiungendo poi "Per favore?"
Sherlock si fermó e anche se John non poteva vedere la sua faccia riusciva praticamente a sentire i pensieri affollarsi nella sua mente. Alla fine, con un lieve sospiro, strappó una pagina scritta fittamente e la mise da qualche parte che John non potè vedere.
"Allora, qual'è la tua grande idea?"
In tutta risposta Sherlock scarabocchió qualcosa sul taccuino e glielo porse.
Io scrivo qualcosa su di me e tu dovrai stabilire se é vero o falso.
"Perchè?"
Noia.
"Sembra che tu abbia qualche sorta di... agenda segreta, qualcosa del genere."
Perché dovresti pensare una cosa simile?
"Sarebbe da te."
E quindi?
"E quindi... va bene, se è quello che vuoi fare. Non mi importa purché tu non impazzisca." disse John con un sorrisetto.
"Inizia con una facile, peró. Non sono ancora sicuro di come funzioni."
Per un momento fu certo che Sherlock gli avrebbe scoccato il suo solito sguardo da "sei un idiota", invece mordicchió la penna con fare pensieroso e scrisse qualcosa.
Odio essere malato.
"Quindi... io devo capire se è vero o falso?"
Sherlock lo guardó come se fosse la creatura più ottusa dell'intero pianeta.
"Ehi, attento a questi sguardi o mollo. Mi basta girarmi e ignorarti, ci penserai tu a intrattenerti."
Sherlock alzó gli occhi al cielo, molto eloquentemente.
"Patti chiari, amicizia lunga." ribadì John con voce sommessa "Allora, uhm, credo sia vera."
Fu ricompensato da un cenno d'assenso quasi impercettibile, prima che l'attenzione di Sherlock tornasse alla carta.
A te piace che io sia malato.
"Ovviamente no! Come fai a pensare-"
Il detective sospiró e scribacchió velocemente una nota aggiuntiva.
Intendo che ti piace prenderti cura di me.
"Io- beh, no, non è- non mi da fastidio, per l'amor di Dio, sono un dottore, preferirei che tu non fossi malato, ovviamente ma- non mi piace." balbettó incoerentemente.
Calmati.
"Sono perfettamente calmo, cazzo, stavo solo... solo chiarendo, ecco tutto."
Sdraiati prima di svenire.
"Non sto per svenire." ribattè, ma si sdraiò ugualmente. L'angolo della bocca del moro si piegó in un sorriso impercettibile.
Posso continuare?
"Sì, sì."
Non mi piace che tu ti prenda cura di me.
"Facile, vero." rispose John in tono piatto.
Sherlock scosse la testa lentamente.
"Oh, andiamo! Lo so che odi quando ti costringo a mangiare e a prendere medicine e-"
Il detective gli mise il taccuino davanti alla faccia.
No.
"Non mentire solo per darmi torto."
Sherlock gemette, o almeno provó a farlo. Ció che ne uscì fu un bizarro suono gracchiante seguito da un silenzio orgoglioso.
Lo trovo irritante, ma non vuol dire che non lo apprezzi.
"Oh." la voce di John si spezzó "Non... questo mi sorprende."
Questo è perché sei un idiota.
"Ah sì? Beh, la tua calligrafia fa schifo."
Sherlock lo fissó per qualche secondo, assurdamente impassibile. Senza rompere il contatto visivo, scrisse due semplici parole.
Fa schifo?
"Sono andato sulla difensiva."
Chiaramente.
John non era sicuro se fosse stato lui o Sherlock a iniziare a ridacchiare, ma nel vedere la buffa espressione sul viso del coinquilino non riuscì a trattenere una risata.
"Sei fortunato che io continui a trovarti divertente." lo stuzzicó, continuando a sorridere.
Ah davvero?
"Sì, e molto. È nei tuoi interessi non lasciarmi scappare, quindi cerca di non darmi troppo per scontato."
Sherlock sorrise brevemente e tornó a scrivere.
Vedi ma non osservi.
Il sorriso di John scomparve immediatamente quando lesse quelle parole; quando tornó a guardare l'amico vide che aveva un'espressione severa.
"Immagino sia vera. O almeno rispetto a te. Perché lo dici ora?"
Sherlock continuó a scrivere, ignorando la sua domanda.
Non ti faccio bene.
"Beh, questa è falsa. Assolutamente falsa."
Sherlock, con occhi freddi seppure brucianti di febbre, scosse la testa.
"Che vuol dire no?" John si mise a sedere, mentre l'altro continuó a scuotere la testa con evidente irritazione.
"Che stai dicendo?" il panico nella sua voce lo tradì "Certo che mi fai bene, sei..."
Non è così. È un fatto.
"Non è un dannato fatto. È l'opposto di un fatto."
Sto semplicemente giocando.
"Gioco? Che razza di gioco è questo?"
Mi pensi troppo.
John sbuffó, passandosi la mano fra i capelli. Cercó di prendere fiato, di rallentare il battito accelerato.
"Falso di nuovo. Sherlock, non so cosa tu stia cercando di raggiungere, ma non voglio più giocare. Mi sta venendo un mal di testa."
Gioco o non, è comunque vero.
"Per l'amor di- basta, okay? Fermati. Sei malato, dovresti riposare."
Fece del suo meglio per tenere il tono della sua voce basso, ma stava cominciando ad arrabbiarsi davvero. Si coprì gli occhi con i palmi delle mani, forse spingendo un tantino troppo.
Che diamine stava facendo? Si sentiva troppo come se lo stesse manipolando per qualche assurdo esperimento. Probabilmente stava catalogando le sue reazioni solo per divertimento, si disse.
Gradualmente tolse le mani lasciandole cadere sul materasso e osó guardare l'uomo accanto a lui. Aprì la bocca per dire qualcosa ma le parole gli rimasero in gola. Sherlock, senza rompere il contatto visivo, scrisse qualcos'altro sul taccuino e glielo porse.
Ci volle più forza di quanto avrebbe pensato per distogliere lo sguardo dal detective e leggere la nota, ma quando lo fece il cuore gli si fermó per un attimo nel petto.
Questo non puó continuare.
"Co-cosa non puó continuare?"
Non è sufficiente.
"Intendi... Intendi noi?"
Sherlock annuì con sguardo velenoso e si giró per scrivere qualcos'altro, ma John in un moto d'ira gli strappó il taccuino di mano e lo lanció dall'altra parte della stanza.
Spostó le coperte da sè con un calcio e si alzó dal letto, avvertendo subito una vertigine che decise di ignorare. Si voltó verso Sherlock e quando parló, il suo tono era basso e autoritario.
"Non mi interessa se non puoi parlare, se hai qualcosa da dirmi, dimmela con la tua voce o non dirla affatto."
Immediatamente Sherlock di alzó con un unico movimento aggraziato e rimase di fronte a John, inappropriatamente vicino. I suoi occhi bruciavano di febbre e di rabbia; la loro vista per il dottore fu così inaspettata che non potè fare altro che restituirgli lo sguardo. Non si era mai tirato indietro e non avrebbe cominciato a farlo ora.
"Parla, Sherlock. Finiscila con questa vaghezza, quest'evasione, finiscila di tormentarmi e di qualsiasi cosa tu debba dire o-"
Tutti i pensieri di John scomparvero in un istante quando Sherlock annulló la breve distanza che li separava e premendo le proprie labbra sulle sue.
E per la prima volta nella sua vita, John Watson svenne.
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