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chapter four

spazio autrice: non mentiró, tradurre questo capitolo è stato -come dirlo con delicatezza?- un parto. Ma dopo quattro riletture, ventotto riproduzioni della mia playlist anni '70 e tanta pazienza, sono lieta di presentarvelo.
-moony

John non era sicuro di cosa aspettarsi quando aprì la porta rivelando la figura slanciata del detective. Sherlock era avvolto in una coperta da testa a piedi; l'unica fessura era quella per gli occhi che lo guardavano come se non ci fosse nulla di più normale al mondo.
"Sembri un dolce." osservó John ridacchiando.
Anche attraverso il piumone sapeva che Sherlock lo stava fulminando con lo sguardo.
"E tu sembri un pessimo amico." ribattè.
"E io che pensavo di farti un complimento!"
"Stavi ridendo di me."
"Era una risata elogiativa."
"Mi hai paragonato a un dolce."
"Mi piacciono i dolci."
"Posso entrare ora o preferisci che resti qui mentre tu ti diverti a pensare a prodotti di pasticceria a mie spese?"
"Continuo a pensare che non sia una buona idea."
"Io ho solo buone idee."
"Sei matto se pensi che-"
"Ho freddo, John."
John sospiró, facendogli spazio.
"Ma dovrai passare su di me. Non intendo dormire dalla parte del muro."
Riuscì appena a finire di parlare che Sherlock salì sul letto, spingendolo contro il materasso, e rotoló dall'altro lato. Una volta lì abbandonó l'armatura e la pose sopra di loro, aggiustando i cuscini. John prese il copriletto aggiuntivo e lo tiró dalla propria parte.
"Va bene Sherlock. Chiariamo il fatto che ti ho lasciato entrare solo perché sono malato e sto fottutamente congelando ma nell'attimo in cui cominci ad essere..."
"Cosa?"
"Te stesso, giuro su dio che ti caccio."
"Chi vuoi che sia allora?"
John ci riflettè un attimo. Non aveva considerato che sarebbe stato capace di cambiare personalità solo indossando un cappello da caccia ogni volta che voleva. Ovviamente, lui capiva che stava mentendo. Riconosceva il vero Sherlock in tutto il suo distacco, la sua agitazione, la sua genialitá.
"Non lo so. Solo... la buona versione di te stesso."
"Non ho idea di cosa tu stia parlando."
"Ovviamente."
Lo sguardo di Sherlock era fisso su di lui, indecifrabile.
"Oh, e un'altra cosa. Domattina, quando ti sveglierai, cerca di non decidere che non esisto. Non vorrei ripetere l'esperienza."
John sentì una fitta allo stomaco quando le parole uscirono dalla sua bocca. Non aveva intenzione di parlarne almeno fino a quando non fossero stati meglio. Sembrava patetico.
L'espressione del detective cambiò improvvisamente, rabbuiandosi.
"Non è affatto quello che è successo." disse con una voce più profonda del solito.
Tutte le speranze di una risposta coerente andarono in fumo. Entrambi furono scossi da un brivido.
"Cos'è successo, allora?" chiese John, la voce poco più che un sussurro, avvicinandoglisi inconsciamente. "Te ne sei andato."
Sherlock non distolse lo sguardo. C'era qualcosa di strano nei suoi occhi, lucidi per la febbre. John non avrebbe saputo dire se fosse per la malattia o per qualsiasi altro motivo.
"Ero sempre qui."
"No. Non per me."
Sherlock inclinó la testa verso destra, mordicchiandosi il labbro inferiore.
"Io..." iniziò a dire, per poi chiudere la bocca, apparentemente senza sapere cosa dire. "Temevo che mi avresti distratto... dal caso."
"Ti ho mai distratto prima d'ora?"
"No."
"Quindi cosa ti ha dato la brillante idea che avrei potuto iniziare a farlo?"
"Ho tirato a indovinare."
"Hai tirato a indovinare?" ripetè lentamente.
"Ho inavvertitamente, e in qualche modo ironicamente, manifestato il temuto risultato che le mie tattiche erano riuscite sinora ad evitare."
"In inglese, per favore?"
"Non farmi ripetere. È già abbastanza tedioso."
"Non ti sto chiedendo di ripetere, ti sto chiedendo di spiegarti meglio."
"Non è un mio dovere adattare tutto al tuo-"
"Sherlock."
"Va bene! Ho calcolato male. Non pensavo che saresti stato un tale distrazione. Io... io..."
"Sì?"
"Non riuscivo a concentrarmi senza di te, ok? Ecco. Spero tu sia soddisfatto." disse arrabbiato, voltando la testa per dargli le spalle.
John sgranó gli occhi, attendendo che la sua mente offuscata dalla febbre metabolizzasse quelle parole. In ogni caso, prima che potesse farlo Sherlock riprese a parlare.
"Il che è assurdo e completamente sconcertante perchè, te lo assicuro, c'ero sempre riuscito in maniera piuttosto eccezionale prima che arrivassi tu. Dover distogliere la mia attenzione da te e rivolgerla al caso era semplicemente-"
John lo interruppe poggiando la mano sulla curva delle sue labbra.
"Tranquillo, ti perdono."
Sherlock aprì la bocca per parlare ma il dottore aggiustó il palmo affinchè la sigillasse completamente, impedendogli di emettere suono. Attese di sentire il suo respiro affannoso calmarsi e rallentare prima di toglierla, ma invece di spostarla indugió sulla sua guancia con delicatezza.
"La tua temperatura si è rialzata." gli fece notare.
In tutta risposta, Sherlock tiró fuori la propria mano da sotto la coperta e fece lo stesso gesto.
"Anche la tua."
Quando John realizzó in che posizione si fossero fermati, gli sembró che la scritta "STOP" a lettere rosse gli attraversasse il cervello come un campanello d'allarme.
Sfortunatamente il suo corpo andó in tilt e prima che si potesse fermare il suo pollice scese sulle sue labbra. Osservó con soddisfazione le pupille dell'amico dilatarsi e il pomo d'adamo andare su e giù.
"Non sono l'unico che si imbarazza, vedo."
"Cosa ti fa pensare che sia imbarazzato?"
"La Scienza della Deduzione."
"Non insultare la pratica. E comunque non potresti sbagliarti più clamorosamente nemmeno se fossi Anderson. Non sono mai stato imbarazzato in tutta la mia vita."
John spostó la mano e alzó gli occhi al cielo.
"Come vuoi."
Sherlock si lasció cadere sul materasso, sfinito.
A dimostrazione della propria frustrazione, John tiró un pugno al cuscino, facendo stridere le molle arrugginite del letto. Alzó la coperta fin sopra le orecchie.
Dopo un lungo momento di silenzio. John lo sentì rigirarsi nel letto, allontanandoglisi il più possibile. Sapeva che probabilmente avrebbe dovuto buttarlo giù dal letto con un calcio, ma non voleva abbandonare quel calore. Sì, è solo per il calore si ripetè.
Non passó molto prima che le sue palpebre si facessero pesanti. Il ritmo del respiro di Sherlock era rilassato e regolare: doveva essersi già addormentato.
Quando i sogni febbrili tornarono, l'immagine dominante fu quella dell'uomo accanto a lui. Dapprima gli apparve come sempre: il lungo cappotto nero, lo sguardo fisso su di lui in attesa che comprendesse qualcosa di ovvio.
John aprì la bocca per parlare ma era come se le parole gli fossero rimaste in gola. Sapeva che c'era qualcosa di strano. Sembrava che Sherlock gli stesse dicendo qualcosa di importante ma non riusciva a dedurre cosa fosse.
E poi il sogno cambió. Improvvisamente delle fiamme partirono dal petto di Sherlock propagandosi e bruciando i suoi vestiti mentre tutto il resto si congelava in un blocco di ghiaccio. John cercó di toccarlo ma l'altro si allontanò come se fossero due magneti opposti.
E cambió di nuovo.
Il suo braccio ora era intorno a lui, la mano premuta sulla cicatrice che aveva sulla spalla.
Smise di tremare e scivoló in un sonno profondo e privo di sogni.

                                       ***
Quando John si sveglió, ci mise poco a capire che qualcosa era cambiato, eppure la sua mente non riuscì subito a concentrarsi.
La prima cosa che notó fu un timido respiro contro le proprie labbra. La seconda fu di essere caldo, molto caldo, specialmente la fronte. Infine realizzò dove fosse la sua mano sinistra e si affrettó a spostarla dal petto del coinquilino.
Deglutì, improvvisamente consapevole della loro posizione. La sua gamba sinistra era fra quelle di Sherlock, il braccio destro sotto il suo cuscino, il suo bacino era schiacciato contro il tessuto dei suoi pantaloni e, cosa più sconvolgente, le loro bocche erano a pochi centimetri di distanza.
John osó rivolgere lo sguardo agli occhi di Sherlock, pregando che stesse dormendo; erano chiusi, ma si muovevano. Doveva essere in piena fase REM. Solitamente non era facile svegliarlo quando stava dormendo profondamente e John sperava che quella non sarebbe stata l'eccezione.
Guardandolo addormentato, le labbra semichiuse ed il volto reclinato, John fu attraversato da un moto di tenerezza. Le mani del detective erano strette intorno alla sua maglia.
Oh gesù, pensó chiudendo gli occhi e sospirando.
Li riaprì, preso dal panico. Il suo sospiro involontario era stato abbastanza forte da svegliare il suo compagno.
"John, où est mon fromage? Ich benötige ihn für meine Gartenparty."
Di tutte le cose bizarre che avrebbero potuto uscire dalla sua bocca quella era certamente la più strana.
"C-cosa?"
"Donovan's hair are not invited. Rutherfordium, Thorium, Selenium, Zinc."
"Sherlock?" John spostó la mano sulla sua fronte, accorgendosi che scottava. I suoi occhi erano completamente chiuso, le pupille che si muovevano da dietro le palpebre. "Stai... stai bene?"
"Mycroft se comió todo el pastel."
"Cos-"
"John on suosikkihenkilöni. J'aime son thé."
"Oddio... penso che si sia rotto." mormoró John a mezza voce.
Si mise a sedere, togliendo delicatamente la maglietta spiegazzata dai pugni di Sherlock. Prima di alzarsi, passo una mano fra i suoi ricci neri; a vederla da fuori la situazione sarebbe stata ridicola ma ora era irrimediabilmente preoccupato per lui.
Fece per alzarsi ma il moro gli afferró il braccio.
"John..."
"Tranquillo, va tutto bene."
"J'ai besoin de toi."
Il ricordo dei due anni di studio del francese lo colpì come un flash.
"Sì." mormoró "Lo so."


Traduzioni:
John, où est mon fromage? (francese)
John, dov'è il mio formaggio?
Ich benötige ihn für meine Gartenparty (tedesco)
Mi serve per il party in giardino.
Donovan's hair are not invited. (inglese)
I capelli di Donovan non sono invitati.
Mycroft se comió todo el pastel (spagnolo)
Mycroft ha mangiato tutta la torta.
John on suosikkihenkilöni (finlandese)
John è la mia persona preferita.
J'aime son thè. (francese)
Amo il suo tè.
J'ai besoin de toi. (francese)
Ho bisogno di te.

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