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'Sono Taylor, è un piacere conoscerti'

La mattina era sempre traumatico alzarsi, sopratutto quella mattina. Non avevo voglia di affrontare una giornata di scuola, ma ero già stata a casa il giorno prima così decisi di fare uno sforzo. Poggiai entrambe le piante dei piedi a terra rabbrividendo, anche se eravamo quasi a maggio il pavimento era ancora abbastanza freddo quando si era a piedi nudi. Cercai le infradito, infilandole ai piedi. Avevo il corpo completamente indolenzito e la gamba quasi non la sentivo più.
Entrai in bagno zoppicando, la ferita alla coscia mi bruciava così tanto quella mattina che non mi permetteva nemmeno di camminare. Mi lavai velocemente e come meglio potevo, essendo impedita nei movimenti. Come tutte le mattine, uscii in intimo dal bagno e indossai un paio di pantaloni neri di tuta a cavallo basso ma non troppo con un'aquila e la scritta 'BOY' sulla coscia sinistra, una maglia nera semplice a mezze maniche e una giacca dorata come la scritta sul pantalone. Mi piaceva essere intonata con i colori. Dopo essermi leggermente truccata, indossai le adidas nere e oro e scesi in salotto, cominciando a preparare le colazione.
"Buongiorno" mugugnò mio fratello, baciandomi la fronte. "Tutto bene?" annuii, mentendo.
"A te?" fece spallucce, sedendosi sull'isola di marmo. Accesi sotto ai fornelli per poter scaldare il latte per il suo solito cappuccino mattutino.
"Non immagini nemmeno cos'è successo ieri notte" commentò ridacchiando. Mi limitai a sorridere, prendendo delle uova dal frigo e la nutella e la farina dal mobile.
"Risparmiami almeno i dettagli" arricciai il naso disgustata cominciando ad impastare i tre ingredienti insieme.
"Nah sono i più belli" mi accese il forno, dandomi un altro bacio sulla fronte. "Sorellina, comincio a chiamare i bimbi"
"Sì, grazie" sorrisi, vedendolo andar via.
Pochi minuti dopo, rientrò con Zack, Alyssia e Breanna già vestiti. Il dolce che avevo in mente di fare non era ancora cotto, mancavano ancora cinque minuti. Ne approfittai e andai a svegliare le altre due pesti, per poi scendere esattamente cinque minuti dopo.
"Cos'è?" chiese Mirabelle, una volta che le diedi la sua fetta di dolce.
"Una torta alla nutella" le sorrisi, bevendo dal mio succo di frutta. "Vi piace?"
"No" Jhonny scosse la testa. "Sa di poco" commentò, facendo ridere tutti noi all'unisono.
Mentre Zack, che aveva il doppio dei suoi anni, era più timido e introverso, Jhonny era tanto sociale e spiritoso. Zack era più il tipo da compiti e videogame, mentre a Jhonny piaceva giocare e non stava mai fermo. Chissà come sarebbe stato con i compiti..
Dopo aver finito di fare colazione, accompagnai i bimbi alla porta, li salutai sventolando loro la mano e sorridendogli. Oltre a loro, salirono sul pulmino anche i fratellini di Justin, Jazmyn e Jaxon. Istintivamente mi girai, sperando di vedere quel ragazzo che tanto mi mancava. Avevo passato un giorno intero senza di lui, un giorno capite? Ed era stato stressante e odioso, sopratutto perché avevo 'rimpiazzato' la sua assenza studiando filosofia. Materia inutile e che, ci tengo a precisare, non serve a nulla. Non riuscivo ancora a capire come mai mi piacesse così tanto però. I misteri di Rebecca Myers pt2.
Nonostante mi mancasse, ero arrabbiatissima con lui. E non solo ero arrabbiata, ma ero anche emozionata per l'uscita che avremmo avuto la stessa sera. Lo so, ero un mix di emozioni. Ne provavo così tante, che la testa mi scoppiava.
L'unica cosa che più m'interessava, era non dimenticare nulla di filosofia. Quella materia mi stava facendo impazzire, prima venivo interrogata meglio era. Così almeno, avrei avuto qualcosa in meno a cui pensare.

"Sorellina, andiamo?" mi chiese Ryley, una volta essersi cambiato. Erano le otto meno dieci, così annuii e poggiai meglio lo zaino in spalla.
"Sì, andiamo" coprii un un pezzo di carta la fetta di torta di mamma assieme al suo succo, dopodiché uscii seguendo mio fratello. "Non ho voglia di andare a scuola" borbottai, allacciando le braccia al petto. Ryley abbassò gli occhiali da sole e mi sorrise dolcemente.
"Nemmeno io" ridacchiò, mettendo in moti.
"Però devo andarci.." continuai a mormorare. Quella conversazione stava cominciando a non avere senso.
"Tutto bene, sorellina?" mi poggiò una mano sul ginocchio, annuii immediatamente. Idiota, sta guardando la strada, per farti capire devi parlare.
"Sì" sbottai scocciata, portando le braccia al petto. "È solo che..non lo so.." aggrottai le sopracciglia.
"Cosa non sai?"
"Come mi sento. Sono confusa" grattai una tempia corrugando le sopracciglia e guardando la strada. "Mi sento vuota, come se mi mancasse una parte di me" sentii la mano di mio fratello appoggiarsi sul mio viso, si girò un attimo per sorridermi. "Cosa c'è da sorridere?"
"Secondo me quel Justin ti ha fatto perdere la testa" scosse la testa ridacchiando, lo guardai confusa.
"Lui non c'entra" sussurrai, più a me stessa che a lui.
"Lui c'entra eccome. Sono tuo fratello gemello, Becky, riesco a capirti meglio di chiunque altro"
"Non ho speranze con uno come lui.." sussurrai, alludendo al fatto che non avesse accettato l'invito di mangiare a casa nostra la scorsa sera.
"Caso mai è lui che non merita una come te. Chiunque ti sposerà, un giorno, sarà un uomo fortunato" sorrisi alla sua affermazione, accarezzandogli leggermente il braccio.
Era sempre così dolce e premuroso con me, era protettivo ma allo stesso tempo comprensivo, avevamo una certa affinità, un'affinità che non avevo con nessun altro. Lo amavo dal bene che gli volevo, era davvero parte di me in tutti i sensi ed ero certa di non trovare nessuno come lui, nessuno. Nessuno, forse escluso Justin.
Arrivati a scuola, scendemmo entrambi velocemente dall'auto. Anche se la campanella non era ancora suonata, salutai mio fratello con un bacio e mi diressi verso il mio armadietto. Notai Charly appostata al suo armadietto proprio affianco al mio, così corsi -per quel che potevo- da lei e le pizzicai un braccio facendola saltare.
"Ma che diamine..Becky!" gracchiò, saltandomi al collo. "Ti fai sentire proprio spesso, sai?"
"Scusami, Charly, ma non so nemmeno io cosa mi stia succedendo.." confessai, aprendo il mio armadietto e poggiando al suo interno lo zaino. "So solo che mi sento strana"
"Forse è il ciclo" fece spallucce la mia amica, risi lievemente e scossi la testa.
"Passato la settimana scorsa" chiusi lievemente l'armadietto, non prima di aver preso il libro di filosofia. Sarebbero state due ore estenuanti.
"Mica sei incinta?" chiese, strabuzzai gli occhi fermandomi di colpo.
"Ma ti fumi le canne la mattina?" chiesi, scuotendo la testa e ridendo a crepapelle.
"Pensavo tu e Justin aveste fatto qualcosa dato che mi hai abbandonata" mi fece la linguaccia, arrossii e scossi la testa. Io e Justin? Magari.
"Manco lui sto vedendo in questi giorni.." sussurrai, stringendomi il libro al petto. "Ma ora non voglio pensarci, già devo pensare all'interrogazione" Charly annuì lievemente, osservando dalla porta d'entrata il professore di filosofia entrare in aula. Il professor Flyin era un bell'uomo, alto, con i capelli brizzolati e degli occhi talmente azzurri da perforare l'anima. Se non avesse avuto il carattere che si ritrovava, sicuramente sarebbe stato uno dei professori più affascinanti dell'istituto. Peccato che fosse così antipatico, sopratutto nei miei confronti. Non mi piaceva quando una persona mi trattava come se fossi uno zerbino e si credeva superiore. Così come venivo servita, servivo. E infatti, a volte dovevo trattenermi dal prendere a pugni quel bel faccino e limitarmi a rispondere.
Ero tanto bella e cara, ma fino a un certo punto.

"Ma guardate un po' chi ci ha degnato della sua presenza" il professore poggiò le braccia sul mio bianco, incrociando i nostri occhi. "Come sta, signorina Myers?" sputò fuori il mio cognome con acidità, facendomi alzare gli occhi al cielo.
"Preferirei mi stesse ad una certa distanza.." sussurrai e roteai gli occhi, facendolo sospirare e allontanarsi.
"È pronta per l'interrogazione? Abbiamo due intere ore" sbottò, con un sorrisino cattivo sul volto.
"Che felicità, non immagina quanta" chiusi il libro e sospirai, pronta a due ore di torture.
Cominciò a chiedermi di Socrate, Isocrate, Aristotele, Platone. Sinceramente non me ne fregava un tubo di loro e di ciò che avevano fatto, sopratutto quando le questioni sono già da sé sono scoccianti, in più ci si mette pure un libro senza illustrazioni, senza immagini, con un trilione di capitoli e sottotitoli e molti, troppi dettagli che ti rendevano tutto più difficile. Erano stati dei grandi, certo, e il concetto di utopia di Platone mi affascinava. Ciò nonostante, studiare con quel professore e da quel libro non rendeva le cose falici, ma solo più stressanti. Infatti, la prima ora passò e anche metà della seconda ora. Parlavo, parlavo e parlavo, cercando di fare del mio meglio invano, perché il prof aveva sempre qualcosa da ridire. Troppo poco dettagliata, troppo veloce, troppo vaga. Cavolo, gli stavo dicendo vita morte e miracolo, che dovevo dirgli, anche chi era l'amante di chi? Dovevo paralare della creazione del mondo e di Adamo ed Eva?
"Non va bene, Becky.." sbottò il prof, allacciando le braccia al petto. "È già tanto se ti metto una B"
"Dopo che mi fatto parlare per più di un'ora ha pure il coraggio di mettermi una B?" sbottai, sentendo la rabbia ribollire.
Non era la prima volta che avevamo battibecchi simili, ne avevo fin sopra le scatole di un professore come lui. Vidi il suo viso accendersi di rabbia, ancora un po' e gli usciva il fumo dal naso come nei cartoni animati.
"Rebecca, non ti permettere di parlarmi così-" cominciò, ma lo interruppi alzandomi in piedi.
"No, mi senta lei. Le ho spiegato vita, morte e miracolo di persone di cui non me ne può interessare più di tanto, ho perso ore a studiare solo per essere impeccabile e ricevere un buon voto. E lei è così che mi ripaga? Dicendo che 'è già tanto se mi mette una B'? Io sono stufa di lei e di questa materia, lei non sa tutto ciò che c'ho a casa e certamente non può pretendere che io mi applichi solo a studiare quando c'ho una madre malata di leucemia e cinque fratelli di cui occuparmi" sbottai, con tutto il fiato che avevo in corpo. Mi sentii immediatamente meglio. Avevo quel peso sullo stomaco da troppo tempo, non ce la facevo più di quel suo modo di fare. Non era un dittatore, solo un insegnante.
"Lo sai che pretendo da te perché so che tu puoi dare più di tutti loro messi insieme, vero?" allacciò le braccia al petto, guardandomi da sotto la montatura.
"Di certo mia madre non guarisce con uno scritto di Aristotele" lo guardai dritto negli occhi, sfidandolo con lo sguardo. Alzò le mani.
"Fatti interrogare di nuovo, per ora non ti metto voto" si appoggiò al banco, prendendo un registro rosso tra le mani.
"Faccia come vuole.." sbottai, esultando non appena suonò la campanella. Finalmente, quelle due ore infernali si erano concluse.
Presi Charly per un braccio, trascinandola con me fuori la porta. Non mi interessava delle occhiatacce dei miei compagni, delle risatine e dei bisbigli, non mi importai nemmeno del dolore alla gamba. Tutto ciò che volevo era uscire, da quell'incubo che sembrava non finire. Non mi ero mai aperta così tanto, sopratutto davanti a così tante persone. Non mi interessavano i commenti altrui, non mi ero aperta con nessuno studente solo perché non volevo far pena a nessuno. Volevo andare avanti e far vedere a tutti che ero forte, che ce l'avrei fatta, che andava tutto bene. Tecnicamente, nulla andava bene ma be', la speranza è l'ultima a morire.
Una volta arrivata all'armadietto, lo aprii e presi il libro di Letteratura inglese. "Non ne posso più di questa scuola.." chiusi gli occhi e poggiai la testa sulla fredda lamina di metallo.
"Guarda il lato positivo, tra tre ore usciremo da questo inferno" fece spallucce la mia migliore amica, posandomi poi una mano sulla schiena. "Ci vediamo dopo, va bene?" annuii, staccando la testa dall'armadietto.
"Poi mi racconterai com'è andata con tuo fratello!" urlai, girandomi e cominciando a camminare.
Il corridoio era pieno di studenti e studentesse, quasi tutti di corsa. Io sembravo l'unica tranquilla, tanto il prof di letteratura era sempre in ritardo, per cui non mi interessava arrivare con estrema precisione.
Non so come e non so perché, ma cominciai a pensare a Justin. Mi mancava. E tanto anche. Avevo voglia di scrivergli, ma si sa che l'orgoglio vince su tutto. Abbassai la testa fissandomi le punte dei piedi. Infondo cos'ero io? Una semplice ragazza, mentre lui era un eroe. Forse non ero abbastanza per lui, o forse non gli piacevo. Ma allora perché mi aveva baciata? E perché era venuto in camera mia, di notte? Non riuscivo a darmi una risposta, non riuscivo proprio a capirne il nesso.
Justin non solo riusciva a fare cose sensazionali con i poteri che gli erano stati donati, ma era anche riuscito a farmi impazzire senza far praticamente nulla. Aveva super poteri in davvero tutti i sensi. Mi aveva fatto perdere la testa e la facoltà di ragionare, eppure io ero una che ragionava parecchio. Ma con lui..oh, con lui non riuscivo a capire nulla. Non mi calcolava giorni interi, poi la sera lo ritrovavo in camera mia. Per giorni interi nemmeno un messaggio, poi di notte un bacio.
Justin, cosa mi stai facendo?
Perché mi fai sentire..così?
Non sai solo dominare l'aria, l'acqua e la flora, ma sai anche dominare il mio cuore.

Il resto della giornata passò in fretta, il tempo sembrò volare. Adoravo la signorina Wayne, avevo passato due ore di completo relax con lei. Mi affrettai ad uscire dalla classe e dalla scuola, e rimasi delusa nel notare che Ryley non era ancora affianco alla macchina. Mi appoggiai al cofano e presi il cellulare tra le mani, sperando di leggere un messaggio da qualcuno, ma nulla. Sospirai e posai nuovamente il cellulare in tasca, per poi sussultare non appena i miei occhi scontrarono con un paio di occhi chiari. Erano azzurri, di un azzurro così chiaro che sembrava quasi bianco.
"Tu sei Rebecca?" mi chiese, passando una mano tra i capelli marroni perfettamente alzati col gel.
"Tu conosci me, ma io non conosco te" sorrisi, portando una ciocca di capelli dietro l'orecchio. Anche se i suoi occhi sembravano fatti di ghiaccio, sentivo che uno strano calore veniva irradiato dal suo corpo.
"Sono Taylor,-" mi porse la mano, che afferrai velocemente. "-è un piacere conoscerti" inclinai la testa di lato, osservandolo.
"Perché?" chiesi semplicemente, nascondendo un sorriso. "Non sono Rihanna, magari avere almeno un quarto dei suoi soldi" trattenni una risata, mentre lui non trattenne un sorriso. E devo ammettere, un bellissimo sorriso.
"Ho sentito spesso parlare di te in giro, so che sei brillante e molto schietta. Non ho mai avuto l'opportunità di presentarmi, ma, be', pensavo che un giorno di questi potremmo mettere insieme i nostri cervelli e creare qualcosa di grosso" mimò con le mani una sottospecie di esplosione, infilandole poi nelle tasche. Aggrottai le sopracciglia.
"Che intendi?" incrociai le braccia al petto e poggiai tutto il peso su una sola gamba, quel tipo o era fuso o era pazzo. In entrambe le opzioni avevamo qualcosa in comune, insomma.
"Oggi pomeriggio, ci incontriamo fuori allo Starbucks e ti spiego tutto" mi porse la mano e ancora una volta la strinsi.
"Ci sto, però-"
"Però ti offrirò io un frappuccino, tranquilla" ridacchiò, prima di farmi l'occhiolino e lasciarmi senza parole. Stavo appunto pensando di comprare un frappuccino, come diamine aveva fatto a capirlo?
"Ma come.." aggrottai ancora le sopracciglia e mi grattai la nuca imbarazzata. Per quanto intelligente fossi, certe cose proprio non riuscivo a capirle.
"Tuo fratello sta per arrivare, mi raccomando. Oggi pomeriggio alle quattro e mezza, puntuale come un orologio svizzero che voglio spiegarti tutto nei particolari" annuii semplicemente, ancora più confusa. Non aveva smesso di guardarmi ed era di spalle alla scuola. Come riusciva a sapere che Ryley stava per arrivare?
Be', prima di spiegarmi il suo piano, avrebbe dovuto spiegarmi molte cose.
In men che non si dica, andò via. Ancora non riuscivo a capire come avevo fatto a dire di sì ad un ragazzo che conoscevo appena, eppure era come se mi sentissi spinta ad accettare, era come se qualcuno stesse manipolando la mia mente e i miei pensieri. Be', tecnicamente manipolare i pensieri risulta difficile. Per cui, assoggettai la mia scelta di uscire con quel ragazzo come un semplice modo per distrarmi. Un po' da tutto, e tutti. Per lo meno, saremo dovuti uscire alle quattro e mezza. Ryley era a casa e pure la mamma, avrebbero dovuto badare solo ai gemellini e a Zack perché Breanna e Alyssia sarebbero andate a giocare a casa di Jazmyn. Sì, di Jazmyn. Non del vicinosexymaesasperante più conosciuto come Justin, ma di Jazmyn.
Finivo sempre col pensarlo, la voglia di mandarlo a quel paese era così grande che quasi non riuscivo a controllarla.
Perché?
Perché doveva farmi esasperare?
Perché non mi scriveva?
Perché era così misterioso?
Lo odiavo.
O forse, lo amavo?

"Pronta, sorellina?" chiese Ryley, baciandomi dolcemente la fronte.
"Eh?" chiesi, risvegliandomi dai miei pensieri.
"Certe volte non riesco a capire come facciamo ad essere fratelli" scosse la testa divertito ed entrò in macchina. Alzai gli occhi al cielo trattenendo una risata per poi entrare anch'io in macchina.
"Non siamo fratelli, siamo gemelli" gli feci l'occhiolino, ricevendo una risata in risposta.
"È per questo che ti amo" anche lui, sorridendo, mi fece l'occhiolino.

Chissà, come sarebbe stato sentire da Justin quelle due magiche parole composte da cinque lettere.
Chissà, se mai me le avesse mai dette.

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