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'Rimani con me'

Rebecca's POV .
"Cosa ci fai qui?" gli chiesi, impassibile.
"Volevo sapere come stavi." rispose, avvicinandosi a me.
"Bene." mentii, guardando il punto in cui avevo quei dieci punti. Dieci.
E ciò stava a significare 'addio pantaloncini in estate'.
Si avvicinò a me, facendo accelerare il mio battito cardiaco. Deglutii, cercando di coprirmi il più possibile con le lenzuola. Si sedette al mio fianco, non smettendo di tenere i nostri sguardi incrociati. Mi accarezzò il viso, con estrema calma e cautela.
"Sapevo che sarebbe successo." sussurrò, chiudendo gli occhi. "Sono pericoloso per te."
"L'ho notato." ammisi, sorridendo amaramente. Lo sentii sospirare e spostare lo sguardo sulla mia coscia.
"Non chiedermi come ho fatto perché non lo so."
"Ti aggiusto io la moto." mi accarezzò il braccio per poi cingermi le spalle col suo braccio. "E ti ho comprato una tuta, così puoi stare più comoda."
"Sensi di colpa?" guardai fuori dalla finestra, sentendo il suo corpo farsi sempre più vicino.
Non mi rispose, si limitò a guardare nella mia stessa direzione. Poggiò il mento sulla mia spalla, sospirando pesantemente. Sentii le sue ciglia solleticarmi il viso per poi chiudersi. Il suo respiro era caldo e calmo, così calmo rispetto al mio. Il mio cuore, infatti, era un tamburo che non smetteva di suonare, anzi, suonava sempre più forte, batteva sempre più veloce.
"Perché non riesco ad essere arrabbiata con te?" sussurrai, poggiando la testa sulla sua fronte. "Me lo spieghi?" sorrise semplicemente, cingendomi il bacino con un braccio. "Anche se a causa tua adesso avrò una cicatrice per sempre, non riesco ad essere arrabbiata con te. Sento il bisogno di tenerti vicino, sei l'unico ragazzo che riesce a farmi provare tutto questo.. è impossibile non pensarti quando ogni cosa si ricollega a te." chiusi gli occhi, abbandonandomi sul suo petto. "Non riesco a starti lontana e ci ho provato, credimi.." sospirai, sentendo la voce tremare. "Perché mi fai questo?"
"La stessa domanda dovrei fartela io." girai il mio viso verso il suo, che si era appena alzato dalla mia spalla. Guardava il vuoto, ma riuscivo a sentire il suo buonissimo profumo.
"Perché? Mi hai detto tu ad-"
"Sì, ma non volevo. Mi sono ritrovato costretto a farlo e il perché lo hai visto tu stessa. Sei su un letto di ospedale a causa mia, Rebecca, lo capisci? Questo è solo uno dei modi in cui posso farti del male. Standoti vicino, non faccio altro che metterti in pericolo. E nonostante questo, se incontrarti è stato uno sbaglio, penso che questo sbaglio lo commetterei ancora." mi accarezzò il viso. "Anche se è tutto dannatamente pericoloso." guardai le sue labbra, desiderosa più che mai di baciarlo.
Chiusi gli occhi, cercando di distogliermi da quei pensieri. Anche se aveva detto quelle cose maledettamente dolci, stava per sposarsi e di certo non volevo essere l'amante di nessuno. Con un groppo alla gola e gli occhi stracolmi di lacrime -un po' per il dolore e un po' per la consapevolezza che non avrei mai potuto averlo- mi girai nuovamente verso la finestra. Restammo così, minuti interi. In silenzio, vicini, senza nemmeno toccarci questa volta. Il silenzio era ciò che dominava in quella stanza. Il silenzio, e il rumore dei nostri sospiri.
"Ti va di aiutarmi a bendarmi? Non voglio che il dottore mi guardi ancora in mutante." arrossii, realizzando di non avere i pantaloni e di essere con quello che poteva essere definito uno dei ragazzi più belli dell'intero universo.
"Devo proprio?" chiese, dando uno sguardo alla parte inferiore del mio corpo. Si bagnò le labbra, prima di continuare a parlare. "Va bene."
"Come se ti dispiacesse." borbottai, alzandomi leggermente e prendendo le bende che il dottore non mi aveva ancora messo. Lo avevo pregato di non farlo ancora, volevo prima far prendere aria alla ferita. "Fa piano, ti prego."
Justin annuì, prendendo una fascia che avevo tra le mani. Con estrema calma e delicatezza, avvolse la prima striscia sulla mia coscia. Era decisamente imbarazzante essere vista da lui, eppure il suo tocco mi piaceva così tanto. Era morbido, dolce, lento, calmo, delicato. Non sentivo dolore, le sue mani facevano davvero magie. Non appena finì il suo lavoro -perfettamente oserei dire- poggiò entrambe le mani ai lati della coscia ferita. Chiuse gli occhi e fece pressione, facendomi male, molto male. Dal dolore fui costretta a comprimere le palpebre tra di loro, ma lo lasciai fare. Sentivo dell'energia, scorrere dentro di me. Pochi secondi dopo, si abbassò col viso, toccando con le labbra la fascia sotto cui c'erano i punti.
"Mi dispiace." sussurrò, rivolgendomi infine l'attenzione. "Ti aiuto a mettere i pantaloni?" alzai un sopracciglio, trattenendo un sorriso.
"Posso farcela anche da sola." sbottai, cercando di prendere la busta contenente la tuta che Justin mi aveva regalato. Riuscii a prenderla, ma a piegarmi per infilare la gamba ferita un po' meno.
"Dicevi?" soppresse un sorriso, prendendo i pantaloni dalle mie mani.
Alzai gli occhi al cielo, effettivamente da sola davvero non sarei riuscita a far nulla. Si posizionò alla fine del letto, scoprendomi entrambe le gambe. Ero praticamente mezza nuda, davanti ai suoi occhi. Il rossore sulle mie guance doveva essere visibile anche in Giappone. Lentamente, tirò su il pantalone fino ad arrivare al ginocchio. I suoi occhi erano piantati sulle sue mani, per poi cambiare traiettoria non appena arrivò, appunto, al ginocchio. Si fermò per un attimo, guardò il mio viso, cercò il mio sguardo. Annuii, chiedendogli silenziosamente di continuare. Fece un respiro profondo, per poi andare su, sempre più su. Alzai di poco il bacino, facilitando la fine del suo lavoro.
Era a pochi centimetri dal mio viso. Sembrava un angelo, bello com'era. Istintivamente, alzai la mano accarezzando con le dita le sue labbra. Erano così morbide. Chiuse gli occhi sotto al mio tocco, leccandosi poi le labbra non appena presi ad accarezzargli la mascella. Respirava profondamente, quasi come se si stesse trattenendo dal fare chissà cosa. Finii di accarezzarlo, fermando la mano dietro al suo collo. "È troppo chiederti di continuare?" sussurrò, continuando a tenere gli occhi chiusi.
"Penso di sì." sussurrai a mia volta. Aprì gli occhi, scontrando ancora il suo sguardo col mio.
"Penso sia ora di andare." si allontanò da me, lentamente.
Vuoto. Vuoto totale.
I suoi occhi erano più cupi e il suo comportamento molto più freddo, ma nonostante questo dopo aver firmato tutte le carte si offrì di accompagnarmi a casa. Inizialmente non volevo tornare con lui, anche perché la Ducati sarebbe rimasta lì. "Tranquilla, ci penso io" mi rassicurò, aprendomi la porta come un vero e proprio gentiluomo.
Tornare a casa sarebbe stato sicuramente traumatico. Erano le tre, ero stata fuori davvero tantissimo tempo. I bambini già erano a casa da un'ora, chissà se Ryley fosse stato in grado di cucinare. Sicuramente avrebbe scoperto che c'era qualcosa che non andava, anche perché mancavo da casa da più di tre ore e camminare non era proprio il massimo con dei punti che tiravano. Il dottore mi aveva raccomandato di stare al riposo e di camminare il minor tempo possibile, ma come avrei fatto? Dovevo occuparmi io di tutto, stare sdraiata a letto era inserito nella lista 'desideri irrealizzabili' di Rebecca Myers.
"Posso accendere la radio?" chiesi, con un filo di voce. C'era troppo silenzio in quell'auto.
"Certo." sorrise, per poi incitarmi un gesto della testa.
Continuando a guardare la strada, schiacciai un bottoncino che pensavo fosse il pulsante d'accensione della radio. "Signore, cosa desidera?" mi accigliai.
"Che cosa?" sussurrai, per poi girarmi verso la radio. Stavo per pigiare nuovamente sullo stesso pulsante, ma fui fermata dalla mano di Justin. "Cos'era?"
"Niente di interessante, Becky." rispose, con un po' di agitazione nella voce. Feci per parlare, ma mi bloccò in partenza. "So cosa stai per chiedermi e no, non te lo dirò."
Mi zittii immediatamente. Quando la gente mi trattava in quel modo, mi veniva voglia di spaccare tutto. Quand'ero piccola e Ryley mi faceva arrabbiare gli lanciavo le barbie addosso. Col tempo avevo imparato a controllarmi, ma l'impulsività è difficile da domare alla perfezione.
Passai il viaggio fino a casa in silenzio, senza proferire una sola parola. Dopo avermi risposto in quel modo, tutto ciò che mi passava per la testa erano solo insulti. Quando arrivai a casa, non lo salutai nemmeno. Scesi a fatica dall'auto e chiusi la portiera con forza, senza neanche degnarlo di uno sguardo. Bussai al campanello più volte, sentendo la voce di Breanna da fuori. Urlava a Zack che doveva fare Tania.. proprio come quando incontrai Justin per la prima volta.
Okay Becky, basta Justin. Su.
Sbuffai e poggiai il peso sulla gamba sinistra, sperando di non aggravare la situazione. Mai come allora avevo paura di entrare in casa e di raccontare tutta la verità ai miei. Non potevo di certo dire loro che Justin mi aveva investita. Oh, Justin..
REBECCA BASTA PENSARE A JUSTIN.
Sbuffai sonoramente e passai una mano tra i capelli, possibile che quel ragazzo dovesse tormentarmi?
"Becky, dov'eri finita?" sbottò papà, aprendo la porta. Sussultai dal dolore non appena mi abbracciò.
"Lunga storia." borbottai, sorridendo appena. "Mi dispiace non aver preparato il pranzo."
"Ci abbiamo pensato io e Ryley, ti abbiamo rimasto un piatto di pasta. Vieni a mangiare, su." poggiò una mano dietro la mia schiena, spingendomi in casa. Cercai di camminare il più normale possibile, anche se col dolore che provavo era impossibile.
"A dire il vero non ho fame, ma grazie papà." gli sorrisi ancora, per poi avviarmi in salotto a salutare tutti. La mamma aveva un sorriso stupendo, stava giocando con Breanna e Zack, che finalmente aveva Ken. Alyssia, Mirabelle e Jhonny erano piazzati davanti la TV a guardare Art Attack, era uno dei loro programmi preferiti.
Dopo aver salutato anche Ryley e aver trovato una scusa per andar via, salii in camera mia. Sospirai e mi poggiai alla porta, chiudendo di conseguenza gli occhi.
Non ne potevo più. La stanchezza si faceva sentire, e non solo la stanchezza fisica. Non ne potevo più di tutta quella situazione, del dover essere sempre sotto pressione e del fatto che Justin fosse sempre nei miei pensieri. Non ne potevo più di sognarlo la notte, non ne potevo più di chiudere gli occhi e vedere il suo viso.
Era il mio miglior sogno, ma anche il mio peggior incubo.
Mi aveva stravolta, completamente.
"Basta, basta, basta." sussurrai, stringendo i capelli tra le dita. Sospirai e mi scostai dalla porta, andando poi verso il letto. Mi faceva male tutto il corpo. Mi spogliai completamente, guardandomi poi allo specchio. Avevo dei lividi sulle spalle, sul bacino, dietro la schiena. Ero orribile. Chiusi gli occhi, andando in bagno. Mi lavai come meglio potevo dato che non potevo fare la doccia, asciugai i capelli col phon e misi il pigiama. Tutto ciò che volevo fare, era dormire. Uscii dal bagno e mi avviai nuovamente al letto, sentendo però qualcuno bussare. Deglutii.
"Avanti." sussurrai, infilandomi sotto le coperte.
"Cosa succede?" chiese mio fratello, entrando in stanza. Sorrisi, sapevo che sarebbe successo. Aveva una camicia bianca aderente che metteva in risalto il suo fisico asciutto e un paio di pantaloni neri attillati alla caviglia. Era davvero bello.
"Già vai al lavoro?" arricciai il naso, volevo restasse un po' con me.
"Rispondi alla mia domanda." si sedette affianco a me, accarezzandomi il viso. "Sei strana in questi giorni." eh l'amore..
"Adolescenza." feci spallucce.
"Rebecca, lo sai che so che non è così" alzai gli occhi al cielo. "Come mai sei arrivata così tardi oggi?"
"Vuoi saperlo davvero?" mi salì il cuore in gola non appena annuì. Sospirai, per poi scostare dal mio corpo le coperte. Abbassai il pantalone, scoprendo così la fasciatura.
"Che hai combinato?" sbottò, guardandomi negli occhi.
"Sono caduta dalla moto." sussurrai, ricomponendomi. "Ma non dirlo a mamma o papà!" si passò una mano tra i capelli, tirando le punte. "Ti prego." sussurrai ancora, prendendogli le mani. Lo guardai negli occhi, implorandolo con lo sguardo.
"Va bene. Ma so che non è solo questo che ti preoccupa." mi morsi l'interno guancia, abbassando poi lo sguardo. "Ah, l'amore.." sorrise, per poi uscire dalla stanza.
Era così palese? Sbuffai, portando le coperte fin sopra la testa.
Sentii il cellulare squillare, Charly mi aveva appena inviato un messaggio dicendo che sua madre e il marito erano appena usciti e lei e Barry erano rimasti da soli. Barry era il suo sogno, così mi limitai ad un 'in bocca al lupo', per poi spegnere tutto. Non volevo distrazioni, non volevo interruzioni. Volevo dormire e recuperare tutto il sonno perso. Volevo dormire, e cercare di non pensare almeno per un po' a quel ragazzo che mi aveva fatta impazzire.

Justin POV.
L'oscurità era ormai calata e la luna era alta in cielo. Era l'una passata ed io avevo appena finito di lavorare. Anche se non ne avevo bisogno, date le entrate che avevo a causa di ciò che facevo. Avere una doppia vita non sempre era facile. Dovevo stare attento costantemente. Ero un maniaco del controllo per quanto riguardava il mio lavoro, nemmeno i miei genitori sapevano cos'ero diventato e cos'ero costretto a fare. E di certo, non avrei rischiato di fargli avere un infarto solo per confessare loro la verità.
Una volta parcheggiata l'auto nel vialetto di casa, restai un paio di minuti in silenzio. Rebecca, perché non smetto di pensarti?
Portai le dita fra i capelli, tirando leggermente le punte. Stava quasi per scoprirmi. Se lo avesse fatto, sarebbe stata la sua fine. Si sa come sono le ragazze. La curiosità le porta a fare le scelte più sbagliate. Nulla da togliere agli uomini, altrimenti non sarei stato costretto a nascondere la mia seconda identità.
"Signore, si sente poco bene?"
"Mi manca Rebecca, Harris." sorrisi amaramente. "Ti sembra possibile?"
"L'89,92 percento dei ragazzi prova i suoi stessi sentimenti verso le ragazze, signore. Vada da lei."
Un sistema operativo intelligente che riusciva a darmi consigli migliori di uno psicologo. Assurdo, ma reale.
Scesi dall'auto, avviandomi verso la porta d'entrata. Feci per bussare quando mi ricordai che era tardissimo. Non potevo bussare, avrei svegliato tutti e l'ultima cosa che volevo era essere mandato via a calci. Attraversai quindi il giardino, se non potevo usare la porta allora mi sarei arrampicato. L'unico problema, però, era che non c'erano alberi alti abbastanza. Sospirai, dovendo usare purtroppo il piano C. Mi guardai intorno, sperando che non ci fosse nessuno. Le mie preghiere furono esaudite, non c'era nessuno nei paraggi.
Mi posizionai quindi sotto la finestra e guardai in alto. Avevo bisogno di concentrazione. "Avanti" sussurrai, sentendomi trasportare su da due piccoli tornadi sotto i miei piedi che mi fecero arrivare fino all'altezza desiderata. Fortunatamente la finestra era semi chiusa così che non ebbi problemi ad entrare e, quando entrai, la richiusi alle spalle, sospirando.
Rebecca dormiva, beatamente. Mi avvicinai, accarezzandole poi il viso. Era bellissima anche mentre dormiva. Non avevo mai provato sensazioni simili verso una ragazza, nemmeno per Brigitte. Lei mi aveva stregato, completamente. La sentii muoversi, per poi aprire gli occhi. Quei suoi occhioni così verdi mi scrutarono, per poi spalancarsi. Le misi una mano davanti alla bocca, impedendole di urlare.
"Becky, sono io." sussurrai, accarezzandola. "Sono solo io"
"Cosa ci fai qui?" sussurrò a sua volta, assonnata.
"Volevo vederti." confessai, mordendomi l'interno guancia.
"Che ore sono?" chiese ancora, facendomi sorridere.
"Penso l'una." feci spallucce.
"Tu sei pazzo." incrociò le braccia sul viso, per poi emettere un grugnito.
"Sei vuoi, vado via." mi alzai dal letto, deluso.
Pensavo che anche lei volesse vedermi, pensavo che anche lei volesse passare del tempo con me. Dopo ciò che mi aveva detto in ospedale, pensavo provasse qualcosa in più per me e mi piaceva avere quella consapevolezza, anche se era completamente sbagliato. Mi piaceva pensare che le avessi rubato il cuore e che, anche se solo nei miei sogni, era già un po' mia.
"No." mi bloccò, non appena mi alzai.
"Cosa?" le chiesi, senza neanche girarmi.
"Rimani con me." sussurrò. "Ti prego."

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