'Mi manchi'
Rebecca's POV.
"Fate i bravi bimbi, okay?" baciai ognuno dei miei fratelli sulla fronte prima di vederli andar via correndo verso l'autobus che era appena arrivato. Incrociai le braccia al petto e feci loro una linguaccia, che ovviamente ricambiarono come ogni mattina.
Mi chiusi la porta alle spalle, non ero sola ma era come se lo fossi. Mamma ancora dormiva, mi sembrava di trascurarla in quei giorni. Solo che ne erano successe così tante nell'ultima settimana, quasi sembrava surreale.
Avevo sviluppato un debole verso uno dei figli dei nuovi vicini, un ragazzo che stava quasi per sposarsi ma dannatamente bello e a dir poco perfetto, e che sopratutto avevo appena scoperto avesse una sottospecie di super potere. L'incidente, poi. Aveva solo complicato le cose. Avrei voluto fare di più per mamma in quel momento, ma mi sentivo completamente bloccata.
Non riuscivo ad alzare un oggetto senza sentire dolore e non riuscivo a correre o a salire le scale. Desideravo riposarmi, ma allo stesso tempo desideravo essere utile in qualcosa.
Be', Justin era molto utile, all'intera umanità. Il dono che aveva ricevuto era immenso. Salvare l'umanità. Un compito arduo e gratificante allo stesso tempo.
Volevo essere come lui, utile almeno in qualcosa.
Mi avviai in cucina, prendendo dal frigo della carne macinata, carote, sedano e cipolle. Tanto valeva cominciare a cucinare, tanto la colazione per mamma già era -quasi- pronta. In una padella cossi la carne macinata, in una pentola il sugo. Tempo nemmeno mezz'ora che già era tutto cotto.
Di mamma non vedevo nemmeno l'ombra, così misi nel suo piattino la ciambella al cioccolato al latte che tanto amava, un bicchiere di caffellatte e una macedonia di frutta fresca. Salii al piano di sopra col vassoio pieno e in bilico, non sapevo dove appoggiarmi anche perché se avessi portato il vassoio con una mano sarei caduta per le scale. Una volta finita la sfacchinata, entrai piano in camera da letto.
Ed eccola lì. La mia bellissima mamma.
Aveva la testa poggiata di lato sul cuscino, era rivolta verso la porta ma i suoi occhioni verdi illuminavano la stanza col quel bagliore di speranza che dominava. Il suo corpo era ancora coperto dal piumone caldo che avevano comperato poco prima di sposarsi, quel piumone aveva quasi vent'anni eppure era rimasto caldo e morbido come quando lo aveva acquistato. Anche se non aveva più la folta chioma di una volta, il suo sorriso faceva invidia a chiunque. Nonostante tutto aveva lottato ed era riuscita a vincere la sua malattia.
Mi avvicinai al suo corpo, sedendomi in un piccolo spazietto vuoto. Le accarezzai il viso dolcemente un paio di volte. La vidi aprire gli occhi.
Un bagliore di luce riuscì ad accecarmi, che vi avevo detto?
"Sono le dieci.." le sorrisi, incrociando il suo sguardo. Annuì piano, per poi sedersi sul letto. Le clavicole si intravedevano benissimo dal suo pigiamone in pile, era sempre stata molto freddolosa.
"Buongiorno" farfugliò, sorridendomi. "È tutto per me?"
"Tutto per lei, madame" posai il vassoio sulle sue gambe fin troppo magre, coperte dal piumone.
"Grazie, piccola mia, ma non dovevi.." abbassò lo sguardo, prendendo la ciambella.
"Dovevo eccome. Se hai bisogno di me, chiama. Io vado a sistemare le camere dei bimbi, va bene?" mi avviai alla porta, aspettando un suo cenno. Annuì poco dopo, per poi cominciare la sua colazione.
Così uscii da camera sua, andando a sistemare le camere dei miei fratelli, la mia compresa. Stare tra quelle quattro mura mi faceva pensare così tanto a Justin.
Mi aveva stregata, con quei suoi occhi color nocciola, con qualche punta di ambra e di verde e di marrone. Insomma, erano perfetti.
Per non parlare di quelle labbra, poi.. così morbide e rosee, perfette da baciare e da poter stringere tra i denti. Ancora non l'avevo fatto, ma la voglia era alta. Il solo pensiero di baciarlo e di poter far danzare le nostre labbra, mi faceva andare in tilt il cervello.
Love me like you do, lo-lo-love me like you do. Touch me like you do, to-to-touch me like you do-
"Pronto?"
"Becky!" sussurrò Charlie, dall'altro capo del telefono.
"Charlie, ma non sei a scuola?" chiesi, scendendo al piano di sotto a girare il sugo.
"Sì, domani ti interroga quello di filosofia, ha detto che o ti presenti o ti mette due perché hai saltato le ultime due verifiche e ti deve interrogare per due volte" gracchiò. Mi sedetti sul tavolo sbuffando.
"È odioso quel tizio," mi attorcigliai una ciocca di capelli attorno al dito "non capisco cos'ha contro di me, eppure la conosce la mia situazione"
"Non farci caso, tu spacca tutto!" saltai giù dal tavolo andando a girare il sugo nuovamente. "Ora devo scappare che è arrivato il prof"
"Okay, a dopo" staccai, poggiando il cellulare sul tavolo.
Il professor Flyin mi era sempre stato antipatico, come io ero sempre stata antipatica a lui. Quando lo vedevo, mi sentivo strana. Mi incuteva terrore. Si comportava in modo strano, era sempre sulle sue e aveva teorie completamente fuori dal comune. Il solo pensiero di passare ore con lui mi faceva provare disgusto, e sapere di dover essere interrogata e doverci parlare mi faceva venire i brividi.
Dato che erano quasi le undici, decisi di cominciare a studiare. La filosofia mi piaceva, ma il professore proprio mi stava sullo stomaco.
Sbuffai sonoramente, dopo aver letto la settima pagina. "Concentrati, concentrati, concentrati.." sussurrai a me stessa, pronunciando sottovoce ogni parola che leggevo.
Nulla.
La mia mente non riusciva a connettersi.
È che Justin mi stava facendo impazzire. Aspettavo un suo messaggio, ma nulla. "Sono patetica" alzai gli occhi al cielo, pensando ad alta voce. E infondo lo ero. Ero stupida e patetica perché io e Justin solo dei baci c'eravamo scambiati, non ci eravamo giurati amore eterno.
Spostai lo sguardo dal libro alla rosa che poco prima Justin aveva fatto crescere sul palmo della sua mano. Accarezzai delicatamente i suoi petali, era così perfetta da sembrare finta quando invece io stessa l'avevo vista crescere. Sorrisi istintivamente, arrossendo.
L'aveva regalata a me. Quasi non mi sembrava vero.
"Chi ha rubato il tuo cuore?" sussultai, girandomi nella direzione in cui sentii quella voce.
"Mamma, mi hai spaventata!" portai una mano sul cuore, sospirando. Mamma ridacchiò, poggiò le stoviglie sporche in lavastoviglie.
"Allora? Chi è?" si sedette al mio fianco, poggiando poi il mento sui palmi delle mani.
"Chi è chi?" corrugai le sopracciglia, le sentii unirsi. Mi portò una ciocca di capelli dietro l'orecchio, sorridendo come solo lei sapeva fare.
"Colui che ti fa battere il cuore" persi un battito al suono di quelle parole. Cominciai a farfugliare parole incomprensibili, presa alla sprovvista. Non pensavo fosse così palese il fatto che avevo preso una bella cotta. "È quel Justin?" non appena sentii il suo nome, arrossii.
"E tu come fai a saper- no, cioè, no! Lui? Nono, non è lui..Ma scherziamo?" arrossii, portando le mani sul viso. "Si vede tanto?"
"Io lo vedo" alzò le spalle, vantandosi. "E penso che lo abbiano capito anche papà e Ryley. E approposito di Ryley! Ma chi è la ragazza in camera sua?" chiese, corrugando le sopracciglia. Mi scappò una risata, ricordando la scena della sera precedente.
"Una futura fidanzata di Ryley.. se non lo sono già" tornai con lo sguardo sul libro. "Secondo te a lui piaccio?" morsi il labbro inferiore, socchiudendo gli occhi.
"Penso che per venire a salutarti alle dieci di sera sì, gli piaci"
Persi un battito.
Gli piacevo davvero? Ma mamma cosa ne sapeva.. lo aveva visto una sola volta appena uscita, di giovedì. Non sapeva che non mi scriveva mai, che spariva, che mi faceva impazzire. Non sapeva di come mi aveva trattata.
Allo stesso tempo, però, non sapeva del bacio, delle carezze, della rosa, del modo in cui si comportava quando eravamo soli.
"Invitalo stasera a cena, voglio conoscerlo meglio" alzò le spalle con non chalance, per poi alzarsi. "Così potrò confermare la mia teoria" e detto questo, uscì, lasciandomi da sola.
Il mio cuore batteva così forte che quasi mi rompeva la cassa toracica.
Come faceva quel ragazzo a farmi sentire così strana?
Justin's POV.
Da: Pulce.
'Stasera vieni a cena da me?'
Fissai lo schermo del cellulare, mordendo il labbro inferiore più volte. Passai una mano tra i capelli ramati, completamente assorto nei miei pensieri. Sarebbe stato bellissimo andare a cena a casa sua, ma quella stessa sera sarei dovuto andare ad Hollywood, a trovare Ryan, un amico di vecchia data che quando aveva scoperto ciò che mi era successo era diventato appassionato di fisica e chimica. Dovevo cambiare la mia tuta ormai da un pezzo, volevo un qualcosa di diverso, non così monotono e sopratutto che potesse proteggermi dal fuoco. Anche se sapevo controllare il vento, l'acqua e la terra, ero pur sempre un essere umano e anch'io avevo i miei punti deboli. Quando vedevo il fuoco andavo in panico. E sembra strano, lo so, dato che con l'acqua il fuoco viene spento e che bene o male cercavo di controllarlo.
Poggiai le braccia sulle ginocchia e abbassai un po' la schiena.
Volevo vederla, eccome se volevo.
Ma non potevo.
A: Pulce.
'Piccola stasera avrei già un impegno..'
Inviai, sperando di aver scelto le parole giuste.
Da: Pulce.
'Più importanti gli altri impegni di me?' torturai il labbro inferiore tra i denti, non mi era mai successo di sentirmi così in colpa con una ragazza.
Da: Pulce.
'Scusa, volevo dire.. sarà per un'altra volta. :)' sorrisi, amavo tantissimo la sua ingenuità.
Eppure non era una delle cose che più apprezzavo delle ragazze.
Preferivo le ragazze sicure di sé, che camminavano a testa alta e che non si facevano mettere i piedi in testa. Quelle ragazze che, se si tagliavano i capelli, doveva saperlo tutto il mondo perché dovevano farsi vedere, dovevano vedersi belle.
Lei, invece.. lei era diversa, da tutte. Mentre alle altre piaceva farsi vedere, lei era più sulle sue, più timida. Allo stesso tempo, però, riusciva a far valere le sue idee, i suoi pensieri, sopratutto quando sapeva di avere ragione, quando sapeva che era la cosa giusta da fare. Aveva un senso di giustizia e di amore che mi faceva impazzire. E non solo quello, mi faceva impazzire di lei.
Lei era il dolce e il salato, l'ingenuità e la furbizia, la passione e l'indifferenza, l'estroversione e l'introversione.
Non riuscivo quasi mai a capire il suo punto di vista o le sue idee, cambiava troppo spesso da un'istante all'altro.
Ma nonostante questo, ero completamente pazzo di lei.
A: Pulce.
'Sei gelosa?' azzardai, ridendo sotto i baffi.
Da: Pulce.
'No.' sorrisi ancora.
Ah, avevo detto che era anche antipatica a volte?
A: Pulce.
'Secondo me sì.'
Da:Pulce.
'Ho detto no. Punto e fine della discussione.'
A:Pulce.
'Okay.' inviai, alzandomi un secondo per sgranchirmi le gambe dato che ero stato seduto ore. Dopodiché continuai.
'Domani sera ceni con me, okay? Non voglio un no come risposta. A domani piccola. ;)'
Feci giusto in tempo a leggere un 'idiota' da parte sua, che successivamente poggiai il cellulare affianco al monitor del computer. Parlare con lei, mi aveva fatto completamente dimenticare ciò che stavo facendo. Riusciva a farmi sentire con un ragazzino alle prime armi con le ragazze, quando invece eccome se ne avevo avuto di ragazze, stavo addirittura per sposarmi. Riusciva a farmi dimenticare della realtà e a farmi vivere in un mondo completamente diverso. Un mondo dove io ero normale, e dove lei era semplicemente lei. Perfetta, a trecentosessanta gradi.
"Mi sembra di parlare come una femminuccia.." borbottai, passando una mano tra i capelli e tirando leggermente le punte bionde. Accesi lo schermo del cellulare, osservando una sua foto. Perché sì, avevo scaricato una sua foto da Facebook e l'avevo impostata come sfondo, mica era un reato? Sospirai, la sua bellezza era quasi soffocante. Chiusi gli occhi e scossi la testa, tornando a guardare il monitor del computer. "Harris, dove eravamo rimasti?"
Rebecca's POV.
Urlai, contro il cuscino. Perché doveva farmi impazzire, quel ragazzo? Era impossibile e odioso. Ma allo stesso tempo dolce e premuroso e non riuscivo a stare senza di lui nemmeno per un secondo. Infatti, mi mancava come non mi era mai mancato nessun ragazzo.
Dopo aver letto l'ultimo messaggio di Justin, scesi da mia mamma e le riferii che non sarebbe venuto. Annuì, sorridendomi in modo confortante. Dal canto mio, sospirai e salii nuovamente di sopra. Di studiare non ne avevo voglia, ma dovevo farlo altrimenti il prof di filosofia mi avrebbe messo una nota e non potevo assolutamente permettermelo.
Così, aprii il libro e ripresi a studiare, finché non arrivarono i bimbi. Cucinai, lavai, misi a posto. Insomma, le solite cose che facevo ogni santissimo giorno. Dopo esser stata ancora un po' con loro, salii di sopra e ricominciai a studiare. Di stare con gli altri non ne avevo voglia, avevo solo voglia di far passare il prima possibile quella giornata. Tanto Justin non ci sarebbe stato, e ultimamente solo stando con lui stavo meglio.
Rimasi a studiare tutta la serata, ero talmente scocciata che non avevo nemmeno voglia di cucinare. Dato che, se non lo avessi fatto io, mamma si sarebbe sforzata troppo, mi feci coraggio e scesi di sotto, ripetendo le stesse azioni che avevo compiuto a pranzo. Ormai la mia vita era diventata una routine, avevo quasi voglia di scappare da quella monotonia che mi opprimeva. Mi sarebbe tanto piaciuto aver avuto una vita come quella di Justin, piena d'azione e di vita. Io invece ero costretta a vivere la mia adolescenza chiusa in casa, a dover badare ai miei fratelli perché papà lavorava e mamma era stata malata di leucemia. Mi sentivo altruista quanto egoista. Anche se facevo tanto per loro, mi dispiaceva non fare qualcosa per me. Erano due sentimenti opposti, che mi stavano lentamente lacerando dall'interno.
Ma infondo, quando mai ero coerente con i miei pensieri?
Una volta aver dato la buonanotte ai miei familiari, senza neanche mangiare salii in camera mia e mi gettai sul letto. Ero particolarmente stanca, quella sera, anche se relativamente non avevo fatto nulla. Mi spogliai dai miei indumenti e indossai una semplice maglietta, dato che avevo caldo e la ferita mi faceva molto male.
Mi infilai sotto le coperte, socchiudendo gli occhi. Riuscivo ancora a sentire il profumo di Justin. Sorrisi e abbracciai il cuscino, sul quale aveva dormito.
Aveva un odore buonissimo, il suo.
"Mi manchi" sussurrai tra me e me, stringendo ancora il cuscino, per poi cadere in un sonno profondo.
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