'Harris, i suoi parametri vitali?'
"Mamma, prima mi aveva chiesto Jeremy se volevamo andare a prendere un caffè a casa sua. Tu come ti senti?" le chiesi, sedendomi sul divano accanto a lei.
"Per me possiamo pure andare, tesoro" mi accarezzò dolcemente il viso.
"Va bene, allora preparo i bambini" sorrisi anch'io, alzandomi e salendo di sopra.
Mirabelle e Jhonny dormivano tranquilli, così decisi di aspettare ancora un po' e di andare a preparare Bree e Alyssia. Ryley ci avrebbe raggiunto dai Bieber, era andato a prendere un gelato con Brigitte. Mentre pettinavo i capelli di Alyssia, sentivo le mani tremare.
Chissà se Justin è già a casa, pensai.
Era sempre nei miei pensieri.
Una volta aver aiutato le bambine e solo dopo aver svegliato i gemellini, mi cambiai velocemente. Sotto la camicia azzurra a maniche lunghe, indossavo la mia nuova tuta. Almeno non avrei corso il rischio di incendiare tutto se avessi perso il controllo di me stessa. Dovevo ancora lavorare sotto vari aspetti della mia personalità, ma quando mi capitava di vedere o pensare a Justin un po' in più andavo fuori di testa e diventavo una vera e propria lampa di fuoco. Chissà se era l'effetto dell'amore o l'effetto dell'odio a scatenarmi quella reazione.
"Siete tutti pronti?" chiese mio papà dal piano di sotto, abbracciando mia madre.
"Sì" urlarono in coro i cinque babbuini, correndo alla porta.
"Mirabelle e Jhonny datemi la mano" ordinai, prendendo la mano dei bambini con forza.
"Ma dobbiamo andare di fronte" si lamentò Jhonny.
"Non c'entra, tesoro. Anche se dobbiamo andare affianco, e non di fronte, ci sono persone che sono cattive e vi possono portare via" spiegai con delicatezza.
"Va bene, Becky" annuirono insieme, non proferendo parola finché ci trovammo fuori casa Bieber.
Mio papà bussò il campanello. Nel frattempo il mio cuore faceva i salti mortali.
Justin. Justin. Justin.
Ti prego, apri tu questa porta..
Sperai. Ma la speranza servì a poco perché fu Pattie ad aprire la porta e ad invitarci all'interno dell'abitazione. Cercavo quel ragazzo dagli occhi color nocciola con lo sguardo, ma nulla.
Non era ancora tornato.
"Allora Rebecca, come procedono gli studi?" mi chiese Pattie, guardando con la coda dell'occhio le bimbe che giocavano insieme.
"Tutto bene, tra meno di un mese mi diplomerò" sorrisi, ricordando che dovevo veramente aspettare poco tempo prima di potermi ritenere libera dalla scuola.
"Dopo avevi in mente di fare qualcosa, come ad esempio proseguire gli studi al college o all'università?" questa volta fu Jeremy a parlare, mettendosi comodo sulla poltrona.
"Dipende tutto da come finirò l'anno. Avevo in mente Yale o Harvard, o almeno, alcuni miei professori mi hanno consigliato di provare, ma se c'è bisogno di me qui posso anche rimandare all'anno prossimo. Non c'è fretta tanto" dissi calma e convinta delle mie parole. Non c'era fretta, dovevo solo aspettare e vedere come si mettevano le cose.
"Mentre invece Justin?" chiese mia madre, costringendomi a girarmi verso di lei.
"Justin ha lasciato gli studi qualche anno fa, quando subì un grave incidente e dovette stare a casa per molto tempo. Ma a parer suo è meglio così" rispose Pattie.
"A parer suo dice di poter dedicare più tempo alla famiglia, ma alla fine sta a casa poco quanto niente" rise fragorosamente Jeremy, nell'esatto momento in cui si aprì una porta.
E un angelo entrò.
Lo vidi, era meraviglioso.
I capelli biondi gli scendevano sull'occhio dandogli quell'aria da bad-boy, ma alla fine era buono come il pane.
La maglietta bianca era abbastanza aderente e si riusciva a vedere perfettamente il suo corpo ben delineato.
I jeans erano rigorosamente a cavallo basso, proprio come piacevano a lui.
E gli occhiali da sole completavano il look, rendendolo meraviglioso.
Mi sciolsi solo a guardarlo.
Ed evidentemente se ne accorse perché mi sorrise.
"Che bella sorpresa" disse, salutando con una stretta di mano mio padre, dando un bacio sulla fronte alle nostre madri e una pacca sulla spalla a suo papà. "Ciao, Becky" disse, abbassando per un secondo lo sguardo.
"Ciao, Justin" abbassai anch'io lo sguardo cominciando a sentire caldo.
Che razza di effetto che mi faceva.
Si sedette al mio fianco, quasi titubante. Mi prese una ciocca di capelli e cominciò a giocarci attorcigliandola attorno al suo dito. Sembrava un bambino, ma mi piaceva quel suo modo di fare. Gli accarezzai i capelli, chiudendo gli occhi. Erano così morbidi. Il suo corpo era così freddo rispetto al mio ma poco importava. Stavo bene. Stavo davvero bene.
Quando alzò gli occhi per incrociare i nostri sguardi, riuscivo a leggere sul suo viso.. serenità. Mi accarezzò leggermente le gote, dandomi poi su di esse un dolce e casto bacio. Quanto avrei voluto che quelle labbra avessero toccato le mie di labbra. Ma davanti ai nostri genitori ciò non sarebbe stato poi così appropriato.
"Vieni con me" sussurrò al mio orecchio, così lo seguii.
Mi portò in camera sua al piano di sopra e, dopo aver chiuso tutto a chiave, mi abbracciò forte, tanto forte. "Piccola mia" sussurrò al mio orecchio, per poi baciare dolcemente ogni angolo di pelle del mio viso.
"Justin.." sussurrai anch'io, stringendomi al suo corpo.
"Non sai quanto mi sei mancata in questi giorni"
"Anche tu mi sei mancato"
"Pensavo il contrario"
"Perché?"
"Perché all'improvviso cambi personalità, e cominci ad odiarmi" mi strinse a sé, senza mai allontanare i nostri sguardi.
"E prima che ciò accada ti prego, baciami" i nostri sguardi si fecero più intensi, così come i nostri respiri quando le nostre labbra cominciarono a danzare all'unisono. Senza freni, senza bugie. Soltanto noi e la nostra voglia di amarci. Soltanto noi e la nostra voglia di appartenerci. Proprio come un uragano, Justin era entrato dentro di me lasciandomi un segno indelebile. Proprio come un uragano aveva stravolto la mia vita rendendola.. rendendola unica. Proprio come un uragano trascina con sé tutto ciò che vuole, lui aveva trascinato me in un tunnel dove l'amore trionfava su tutto. E proprio come un uragano, mi stravolse nel momento in cui mi fece sentire sua semplicemente intrecciando le nostre dita.
Il calore del suo corpo e dei suoi baci sovrastarono la mia capacità di ragionare, così semplicemente non lo feci più. Mi lasciai trasportare da quell'onda d'amore, senza pensare a ciò che mi circondava. Non c'era niente che poteva fermare quel travolgimento d'emozioni, nemmeno i nostri genitori. Eravamo semplicemente noi, uniti da un bacio, uniti da un sentimento inspiegabilmente bello, uniti dai nostri corpi. Mi lasciai trasportare fino alla fine del viaggio che avevamo appena intrapreso, durato solo pochi attimi ma che ci aveva appena segnati per sempre. Non volevamo arrivare a tanto, ma in quel momento ci sembrò la cosa giusta da fare.
Mi lasciò un ultimo bacio, prima di accasciarsi sul mio petto e sospirare. "Sarai mia per sempre" sussurrò, accarezzandomi il viso.
"Voglio esserlo" affermai, suscitando il suo meraviglioso sorriso.
Ma ovviamente, proprio quando tutto sembrava andare per il verso giusto, una strana sensazione si fece largo dentro di me. Partendo dal cervello, si espanse in tutto il mio corpo, raggiunse i miei arti e lì non fui più capace di controllare i miei movimenti.
"Devo andare" dissi cupa, alzandomi e rivestendomi. Disgusto pervase il mio corpo. Disgusto per ciò che avevo appena fatto.
"Cosa? Rebecca ma.."
"Niente ma, Justin" urlai, girandomi verso di lui. Indossai la maschera del mio vestito. "Ci vediamo tra mezz'ora a Venice, nel magazzino che andò in fiamme" dissi solamente, per poi saltare fuori dalla finestra e cominciare a volare. Direzione? Venice.
Justin's POV.
Quella ragazza era bipolare.
"Dopo aver fatto l'amore che le salta in mente? Di fare il cattivo dei supereroi" borbottai tra me e me, pigiando un bottoncino che mi avrebbe portato direttamente nel mio nascondiglio segreto.
Una volta aver indossato la mia tuta, volai anch'io verso il magazzino che aveva preso fuoco qualche anno fa a Venice. Non volevo farle del male, volevo solo capire cosa le era saltato in mente. Volevo solamente capire perché era scappata via e cosa potevo fare per rimediare.
Forse era arrabbiata.
Oppure era scossa.
Ma per comportarsi in quel modo, c'era sicuramente qualcosa sotto e non andava affatto bene.
"Vedo che ti piace la puntualità" incrociò le braccia al petto, poggiandosi ad una trave ormai nera a causa delle fiamme.
"Ed io vedo che ti piace essere acida" ironizzai. "Perché mi hai fatto venire qui?"
"Per appagare un mio desiderio" si avvicinò piano a me.
"E quale sarebbe?" chiesi, alzando un sopracciglio.
"Ucciderti" disse solamente, prima di diventare dello stesso colore del fuoco. Ma il problema più grande, era che quel fuoco non potevo domarlo.
Mi scagliò una palla di fuoco che prontamente scansai, fece lo stesso una seconda volta ma i miei riflessi non furono così pronti e mi prese in pieno. Sentii un dolore atroce e ringraziai Ryan per avermi creato una tuta resistente al fuoco. "Non voglio battermi con te" urlai, alzandomi e sentendo un dolore allo stomaco.
"Sarà più facile farti fuori allora" sputò con rabbia, scagliandosi contro di me ancora una volta.
Il suo pugno fu così forte che riuscì a spaccare il muro, ci ritrovammo infatti all'aperto.
Fece per scagliarmi un altra palla di fuoco, ma riuscii a prevenire creando attorno a me uno scudo d'acqua.
Per quanto l'amassi, non potevo continuare a prendere colpi.
Così mi alzai in fretta in aria, sfruttando la forza del vento per poterla imprigionare. Ma lei era fuoco, e il fuoco non poteva essere spento con l'aria. Così le sue fiamme divamparono ancora di più e fui costretto a sfruttare gran parte della mia forza per far sì che quei tornadi fossero fatti solo di CO2, ma lei era più forte.
"Harris, come la sconfiggo?" schivai una palla di fuoco per poi ricambiare con una fatta di CO2.
"L'unico modo possibile, signore, è spegnerla del tutto con l'acqua"
"Ma così morirà"
"In questo duello, ci sarà un solo superstite, signore"
Mi sentii mancare, ma Harris aveva ragione. Era un incendio ormai in corso, nessuno poteva più fermala.
Nemmeno io.
Infondo non mi avrebbe mai ascoltato.
"Scappi?" mi chiese, continuando a far alzare le sue fiamme.
"Siamo solo all'inizio, no?" cominciai a fluttuare, creando una palla di acqua mista a CO2. Non appena la colpii la sentii ridere.
"Pensi di fermarmi con una misera palla d'acqua? Non sai contro chi hai a che fare, Storm"
"Invece sì, Blazing. Ho a che fare con la donna che amo" la guardai negli occhi e sembrò addolcirsi, ma l'apparenza inganna.
A ripetizione, cominciò a scagliarmi addosso tante piccole palle di fuoco infami, che riuscivano a farti sentire un bruciore assurdo rispetto alle palle di fuoco più grandi. Non appena fu abbastanza vicina al mio corpo, attraverso il mio soffio glaciale, le soffiai addosso CO2 e l'allontanai da me, tanto quanto bastava per potermi concentrare..
"Tu non mi ami" sputò fuori urlando e tracciando un cerchiò di fuoco attorno al mio corpo. Attraverso l'acqua lo spensi.
"Io ti ho amata dal primo momento in cui ti ho vista, Rebecca!" urlai, facendo scatenare dei lampi a ciel sereno che quasi la colpirono.
"E allora perché non me lo hai mai detto?" vidi nei suoi occhi le fiamme divampare.
"Perché sono stato un codardo e solo adesso mi rendo conto di averti persa" urlai, sentendo la pressione nelle mie mani.
La vidi infiammarsi sempre più, divampare sempre più.
Si accasciò su sé stessa urlando, mentre le fiamme cominciarono a diventare più alte e prorompenti.
Stava diventando Supernova.
Stava per scoppiare.
Se solo lo avesse fatto, avrebbe reso al suolo l'intera città .
"Justin, fallo!" urlò, mentre le sue fiamme cominciarono a girare e i suoi capelli pure. "Justin, non riesco a controllarmi, spegni questo fuoco!" urlò ancora, facendomi strabuzzare gli occhi.
"Harris, quante probabilità ha di morire?" mi morsi la lingua, sentendo le lacrime solcare le mie gote mentre le sue fiamme diventavano sempre più alte.
"Il 97%, signore" rispose.
Ma non potevo restare fermo a guardare.
"Ti amo, Becky" sussurrai, prima di far scatenare una tempesta d'acqua e far uscire dalle mie mani un getto talmente forte, da spegnere tutto quel fuoco che divampava. Supernova, però, arrivò al culmine poco prima che riuscissi a spegnerla del tutto, così che ugualmente scoppiò, ma creando un solco solo nel terreno sotto il suo corpo.
Quando toccai il terreno ormai bagnato, corsi da Rebecca, prendendo il suo corpo tra le braccia. Aveva gli occhi chiusi ed era priva di sensi. Non riuscivo a capire se fosse ancora viva e nemmeno Harris ci riuscì. Mi accasciai sul suo petto, piangendo. Lasciai la tempesta scatenarsi su di noi, ma sopratutto nel mio cuore.
Avevo appena ucciso la donna che amavo. E mi sentivo un lurido verme.
Asciugando le lacrime che solcavano il mio viso, mi alzai da terra e portai con me il corpo ormai quasi senza vita di quella ragazza meravigliosa che in poco tempo aveva cambiato la mia vita. Senza farmi vedere, entrai nel mio nascondiglio segreto e la stesi su un lettino. Lasciai che i macchinari che avevo creato agissero sul suo corpo e sperai che si svegliasse, ma niente ancora.
"Non lasciarmi, ti prego" le strinsi forte la mano, dandole più baci sulle nocche. "Harris, i suoi parametri vitali?"
"Il battito c'è, ma è sceso a 42 battiti al minuto e l'ossigenazione è solo del 40%"
"Si riprenderà?" chiesi.
"Se dovesse succedere, sarebbe un miracolo, signore".
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